Soprattutto, un fottuto essere umano. Vita di David Foster Wallace

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Ci sono un paio di cose da tenere ben presenti, quando si legge Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.

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Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.

Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.

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Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.

Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.

Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.

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L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.

Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.

ognistoriadamoreeunastoriadifantasmiOgni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace
Autore: D.T. Max
Traduttore: Alessandro Mari
Editore: Einaudi
Dati: 2013, pp. 512, € 19,50

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Articolo apparso originariamente su holdenandcompany.com
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La grande festa

È un linguaggio profondo e complesso quello con cui ci parlano coloro che abbiamo amato e non sono più con noi, ineffabile come il paese che abitano. È sulla scia di questa riflessione che prendono vita le pagine de La grande festa, l’ultimo libro di Dacia Maraini. Intenso come il tema scomodo di cui parla: la morte. Intimo come i rapporti che la scrittrice ha avuto con le persone che tratteggia al suo interno. A partire dalla sorella Yuki, scomparsa prematuramente, di cui la Maraini tiene a sottolineare la forza, il talento musicale e la curiosità. Ma c’è anche Fosco, il padre bello e amato, ricordato per l’indipendenza a la passionalità. Che dire poi di Alberto Moravia, viveur e gioioso intrattenitore? E di Pasolini? Della Callas? Tutte persone importanti, nel raccontare le quali la Maraini si mette profondamente in gioco: non è infatti da tutti riuscire a scrivere dei cari che non ci sono più; e con la delicatezza, a tratti quasi naif, della scrittrice.

I ricordi sono ciò che ci lega a chi non è più fisicamente accanto a noi e la scrittura funge sicuramente da ponte, oltre ad avere un effetto pacificante sull’animo umano, fin troppo scosso da questo mistero insolubile. Ma la memoria serve alla scrittrice anche per fare riflessioni di più ampio respiro su ciò che l’occidentale contemporaneo pensa sulla morte e sui suoi modi di elaborazione … che quasi non esistono. Basti pensare a come trattano i morti in India e a come in Italia: gli indiani celebrano quello che per loro è un rito di passaggio come un altro, anche se più doloroso. Bruciare il corpo sulla sponda di un fiume è sicuramente, secondo la Maraini, meno squallido che rinchiuderlo all’interno del classico cimitero di città nostrano, più simile a un condominio-alveare che a un luogo di pace. Ed è anche da come noi elaboriamo la morte e dall’idea che abbiamo dei morti che si possono capire tante cose sulla nostra società. Inutile nascondere quanto abbiamo paura dell’argomento. Basti pensare, ci ricorda la scrittrice, ai film horror, che invariabilmente hanno zombi ed esseri provenienti dall’aldilà come protagonisti delle loro non storie.

Come non è da tutti parlare dei momenti più brutti della malattia che ha portato via a chi narra l’amato compagno di vita. La scrittrice sembra abbia fatto pace con se stessa e il mondo, tale è la calma e la dolcezza con cui rievoca ricordi anche dolorosi. Ma non dev’essere stato un lavoro facile. Di fronte a La grande festa, abbiamo l’impressione di leggere le pagine di un diario segreto ed è questo a far scorrere il libro a gran velocità. Non esistono buchi nella narrazione né possibili momenti di noia per il lettore. Perché abbiamo a che fare con stralci di vita vera e non inventata. Abbiamo modo di entrare nella vita dell’autrice e degli altri personaggi, come guardandoli attraverso un discreto buco della serratura. Perché la Maraini ci racconta di loro lati a noi sconosciuti, ma rispettosamente. Veniamo a scoprire, ad esempio, che Pasolini era attaccatissimo alla madre, che lo proteggeva come un bambino. Al punto che lui non sapeva nemmeno scaldarsi il latte al mattino. Che Moravia amava le camice dai colori sgargianti. Che la Callas si chiedeva insistentemente se il suo amore per Pier Paolo fosse ricambiato. Piccoli aneddoti che ci permettono di delineare meglio figure che generalmente vediamo come lontane.

Perché? Pare quasi che abbiamo una sorta di senso di colpa che ci perseguita verso le persone che non ci sono più: abbiamo dei debiti non onorati con loro per caso? È una bella domanda, su cui vale la pena soffermarsi. Perché poi rinchiudere corpi inerti dietro a spessi muri di cemento, premurandosi di non lasciare nemmeno una fessura aperta? Sono solo sanitarie le cause? Perché allora nei Paesi scandinavi, tra una tomba e l’altra, ci sono anche dei giochi per i bambini? È solo un fatto di organizzazione superiore alla nostra? Un approccio freddo, poco sacrale, alla morte? Sembrano argomenti frivoli ma estetica ed etica, ci ricordano i filosofi, non sono che due facce della stessa medaglia. Trovarsi di fronte a muri grigi e fiori finti o a un campo alberato ha cause ed effetti diversi sull’animo umano. Insomma, scrivere per sopravvivere, per abbracciare chi non c’e più ma anche per restituire bellezza (quella umanamente possibile) a un evento vissuto il più delle volte come orrorifico, estraneo, lontano.

Titolo: La grande festa
Autore: Dacia Maraini
Editore: Rizzoli
Dati: 2011, 224 pp., 16,00 €

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“Sono certo che un vero amore possa occupare da solo il cuore più grande”

“Non tollererò che la mia bimba debba essere offuscata come un vetro su cui qualcuno abbia alitato: dev’essere sempre splendente, perché questa è la sua natura”. Leggere parole di questo tipo potrebbe scatenare, per contrasto, sentimenti polemici. Non contro qualcuno in particolare, ma nei confronti di un’epoca intera. Se non fosse una costante della Storia, lancerei invettive su  tutto ciò che allontana giovani e meno giovani dall’essenza, dalla natura, dall’anima. Non so se Facebook, sms e chat possano incidere direttamente sul modo di vivere; ma sull’eleganza dell’espressione certamente sì. Per riscoprire cosa significa scrivere (e ricevere) una lettera d’amore appassionata, sarà meglio allora rifarsi a un classico, come Leggiadra Stella, una raccolta delle missive di John Keats all’amata Fanny Brawne, sua vicina di casa. È estremamente difficile recensire delle lettere d’amore. A meno che l’intento di chi le scrive non sia di assurgere a fama immortale. Ma il dubbio non sorge nemmeno, dal momento che lo scrittore non era certamente consapevole del fatto che, un giorno, le sue lettere sarebbero state pubblicate. Poi, chissà, se fosse in vita ne sarebbe anche felice, vista la sua perenne tensione a raggiungere uno statuto più che elevato tra i poeti del suo tempo. Si sa, i Romantici erano competitivi.

Ma lasciamo perdere le fantasie: dalle parole che leggiamo traspare verità. Se si è stati innamorati almeno una volta nella vita, è infatti facile demistificare un sentimento falso: lo si riconosce da tante cose. Per quanto ci si affidi agli artifici poetici, non è semplice mettere per scritto qualcosa che non brucia davvero nell’anima. Specialmente se, come il povero John, si è costretti a letto a causa di una malattia come la tubercolosi, che lo indeboliva e rendeva ancor più malinconico di quanto già non fosse.

Una passione divenuta ormai famosa, la sua, tanto da essere al centro dell’omonimo film (Bright Star) di Jane Campion. La pellicola, però, non rende onore al sentire del giovane romantico. Ma come scocca la scintilla per la sua leggiadra stella? Come spesso succede: tra uno sguardo furtivo, qualche parola lieve e biglietti fugaci ma quotidiani, che i due giovani si scambiavano a Wentoworth Place, residenza del poeta tra il 1818 e il 1820, nel quartiere londinese di Hampstead.

Siamo in piena epoca romantica, quando grandi scrittori e poeti si dedicavano alla riflessione senza posa sull’amore, di cui esaltavano più gli eccessi che la tenera piega che spesso prende se sottoposto a una tranquilla routine. È forse anche un condizionamento culturale, quindi, il modo in cui Keats stesso scrisse del suo amore per Fanny. Al punto che a un lettore odierno alcune parole possono suonare ridondanti se non stucchevoli. È infatti innegabile un certo manierismo che pervade le poche pagine di questa chicca letteraria. Ma si tratta di un modo di scrivere che viene e va, lasciando spesso spazio a sentimenti più immediati. Anche perchè il rapporto tra i due era continuamente sottoposto agli ostacoli con cui amici e familiari lo mettevano alla prova. Del resto, quale sentimento appagato trova spazio tra le pagine di un libro? La dolce corrispondenza termina poco prima che Keats parta per l’Italia, sperando di guarire dalla malattia che, invece, lo ucciderà giovanissimo. Anche se rimane il dubbio che il poeta sia morto del suo stesso amore, nonostante corrisposto.

Eros e Thanatos erano profondamente intrecciati nel suo animo e noi, ben lungi dal fare considerazioni di natura freudiana, abbiamo tutta l’intenzione di credere a un sentimento che ha il potere di dare e togliere la vita: “L’Amore è la mia religione-potrei morire per te. Il mio Credo è amore, e tu ne sei l’unico dogma”.

Titolo: Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne
Autore: John Keats
Editore: Archinto
Dati: 2010, 10,50 €, 83 pp.

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La vita segreta di Maurizio Cattelan

cattelanNel 2004 furono i tre bambini impiccati ai rami di un albero secolare in piazza XXIV maggio, nel cuore trafficato di Milano, a scatenare le polemiche e le invettive dei cittadini del capoluogo lombardo, tanto che, uno di loro, armato di scala e cesoie andò a “salvarli” nottetempo. Sei anni più tardi, in occasione della sua striminzita, seppur suggestiva, mostra a Palazzo Reale, sempre a Milano, Maurizio Cattelan, ex enfant prodige dell’arte italiana e oggi suo più decorato alfiere, scatenò l’ennesima polemica posizionando l’ormai famigerato dito medio di marmo bianco al centro di piazza degli Affari, rivolto in direzione di Palazzo Mezzanote, sede della Borsa. Passato un altro anno, non si è ancora smesso di parlare di quell’irriverente scultura. C’è chi vorrebbe tenerla per il prestigio che darebbe alla città – tra gli ultimi, Stefano Boeri, assessore alla Cultura della giunta Pisapia –, e chi, invece, proprio non la sopporta, non la vuole più vedere ed è pronto a cederla alla prima città che ne facesse richiesta.

La verità è che, così facendo, non si smette mai di parlare di Maurizio Cattelan, un ossimoro vivente che riesce a coniugare l’assenteismo proprio delle star – a giugno ha “bucato” un’ennesima conferenza, questa volta in quel di Padova – e l’ubiquità. Lo scorso fine settimana, Cattelan era ad Artissima con il suo tappeto che riprende il disegno della scatola del formaggino Bel Paese, alla Biennale di Venezia con i suoi piccioni, al Guggenheim di New York con la sua ultima incredibile retrospettiva intitolata All e, infine, nelle migliori librerie con il libro-intervista Un salto nel vuoto (Rizzoli, 2011), realizzato in collaborazione con Catherine Grenier, condirettrice del Centre Pompidou di Parigi.

Maurizio-CattelanQuest’ultimo offre l’occasione di conoscere più intimamente un artista schivo che aveva finito per coincidere quasi esclusivamente con le proprie opere e il cui volto reale era stato soppiantato da quello lievemente caricaturato dei suoi ritratti in cera. Veniamo a conoscenza di un’infanzia padovana solitaria, del lavoro in ospedale, del difficile rapporto col padre e, soprattutto, del costante anelito alla libertà, il vero motore che l’ha portato ad abbandonare una mera prospettiva di sopravvivenza che occupava otto ore della sua giornata, per inventarsi prima designer di mobili e lampade e, successivamente, artista.

Ancor più interessante è ripercorrere l’intera vicenda di questa carriera creativa, dai suoi geniali esordi concettuali – AC Forniture Sud, del 1991, progetto di una fantomatica squadra africana di calcio i cui giocatori erano in realtà un gruppo di venditori ambulanti; le casseforti svaligiate del 1992; il proprio spazio alla Biennale di Venezia del 1993 “affittato” a una marca di profumi –, passando per lo spartiacque costituito da La ballata di Trotsky (1996), il famoso cavallo sospeso che viene individuato da Greiner come il primo lavoro più prettamente scultoreo dell’artista, fino alla già citata immensa personale in pieno svolgimento in quel di New York, dove oltre duecento opere dell’artista – tra cui il papa colpito da un meteorite, l’Hitler inginocchiato e l’autoritratto che spunta da un buco nel terreno – galleggiano a mezz’aria, appese ad altrettante corde, impiccate proprio come i tre bambini dello scandalo del 2004, ma non con l’intenzione di creare l’ennesima polemica. Come dice lo stesso Cattelan, l’idea è quella di togliere loro “il lato tragico. L’insieme di tutte queste opere forma un’altra opera, un’opera unica. Per anni ho lavorato sulla decontestualizzazione. Adesso sono arrivato al punto in cui decontestualizzo me stesso”.

Stanco di essere visto come un costruttore di polemiche ad hoc, come ultimo atto, l’artista mostra le sue opere per ciò che sono materialmente e siamo certi che anche questa mossa farà parlare a lungo di lui.

Titolo: Un salto nel vuoto. La mia vita fuori dalle cornici
Autori: Maurizio Cattelan e Catherine Grenier
Editore: Rizzoli
Dati: 2011, 145 pp., 18,00 €

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Vincere non cambia niente

Andre Agassi bambinoAndre Agassi ha sette anni e con suo padre guarda Wimbledon alla tv tra un allenamento e l’altro nel campo da tennis di casa. Gioca Björn Borg, l’idolo di Andre. Sembra una scena normalissima: il bambino che gioca a tennis guarda alla tv il suo idolo e sogna di emularlo, di vincere Wimbledon anche lui, un giorno. Eppure qualcosa stride in questa scena: «guardo Wimbledon alla televisione con mio padre e facciamo tutti e due il tifo per Björn Borg, perché è il migliore, non si ferma mai … – ma io non voglio essere Borg». Ecco perché questo libro nasconde, dietro le sembianze della classica autobiografia del campione dello sport, qualche motivo di interesse in più: perché in fondo racconta la storia di una lunga contraddizione, della vita di un uomo che odia lo sport che gli ha consentito di diventare un personaggio amato e rispettato, un idolo a sua volta e, aspetto ben presente nel libro, di diventare ricco. Tutto il memoir di Andre Agassi è strutturato attorno a questa contraddizione, che gli dà un tono effettivamente ai limiti del tragico: il tennista gioca (e vince) perché non ha scelta, ma odia quello che fa, e se avesse potuto scegliere avrebbe scelto di fare un altro mestiere. Qualsiasi altro mestiere. A tutti i personaggi del libro (preparatori atletici, ex pastori diventati cantautori, mogli, fidanzate, allenatori) Agassi a un certo punto confida di odiare il tennis. Tutti gli rispondono allo stesso modo: ma non può essere vero, stai esagerando, sei un campione, non è che un brutto momento. Solo una persona lo capisce e condivide al volo: Steffi Graf.

Andre Agassi, US Open 1992Chiunque abbia giocato anche sporadicamente a tennis da adolescente all’inizio degli anni Novanta ricorda il fascino esercitato da questo piccolo tennista di Las Vegas. In uno sport che, almeno fino ad allora, manteneva dei codici di comportamento e di abbigliamento di discendenza aristocratica Agassi, con i suoi capelli lunghi, i pantaloncini di jeans, le magliette lisergiche, trucco e orecchini ha rappresentato una rottura. Prima di completare una carriera ventennale e di vincere otto tornei del Grande Slam (i quattro tornei di gran lunga più importanti che scandiscono la stagione tennistica), di diventare un modello di filantropia con la ricchissima scuola da lui fondata a Las Vegas, di incarnare una sorta di famiglia tennistica perfetta insieme alla moglie Steffi Graf (ragionevolmente considerata una delle migliori tenniste di tutti i tempi), Agassi era una specie di punk del tennis, un ragazzetto americano ignorante, maleducato, malvestito e insofferente alle regole di Wimbledon, solo con una risposta esplosiva e una rapidità strabiliante.

Il libro smonta in parte questa immagine, o meglio la storicizza. La struttura è semplice: strettamente cronologica, dall’infanzia negli anni Settanta al ritiro nel 2006, con la narrazione della carriera sportiva e quella delle vicende personali che si intrecciano. Il tutto è incorniciato da un bel primo capitolo, in cui Andre racconta la sua ultima, epica vittoria in cinque set contro Baghdatis agli US Open del 2006 con taglio quasi fenomenologico, e una conclusione più convenzionale con la descrizione delle sue attività di direttore della scuola e di marito e padre. Diciamo subito che le parti più interessanti riguardano l’infanzia e l’adolescenza, qualche descrizione molto ben riuscita di alcuni incontri cruciali e il racconto dell’episodio famoso del 1997 in cui Andre, che non riesce più a vincere ed è sull’orlo della depressione, inizia a consumare metanfetamine, viene beccato dall’ATP (la federazione del tennis professionistico), scrive una lettera di scuse piena di bugie sostenendo di aver assunto quelle droghe a sua insaputa e la fa franca.

Andre Agassi And Steffi Graf's Baby Jaden

Ad Agassi non mancano di certo coraggio e sincerità. Le parti sulla vita privata, che pure è interessante e comprende un flirt con Barbra Streisland, un matrimonio fallito con Brooke Shields e un altro matrimonio con la principessa teutonica del tennis Steffi Graf, sono un po’ più macchinose e forse soffrono di uno sguardo troppo marcatamente retrospettivo. È come se ancora una volta Andre fosse condannato: nonostante ce la metta tutta a raccontarci la sua vita oltre il campo da tennis, alla fine quello che lo appassiona e ci appassiona di più è la sua vita di tennista.

Agassi non era un punk, era un ragazzo come tanti a cui non è stato concesso di fare altro se non giocare a tennis. In ogni caso, la figura centrale tra le molte che popolano il libro (da McEnroe a Connors, da Federer all’arcirivale Sampras, fino al cast di Friends e a Nelson Mandela) è certamente quella del padre. Mike Agassi, emigrato dall’Iran agli Stati Uniti negli anni Cinquanta, ex pugile, violento, ossessivo, autolesionista, aguzzino del piccolo Andre fino al punto di costruire per lui una macchina sputapalle con cui lo sottopone a pesantissimi allenamenti. Anche in questo caso Andre non risparmia i dettagli, dalle risse con i camionisti fino a piccoli particolari inquietanti. «Papà fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto». Molte sono le figure paterne di cui Agassi va alla ricerca del libro, molte lo deludono finché, con gesto narrativo un po’ retorico, non diventerà padre lui stesso, finalmente maturo.

Andre Agassi

Il libro presenta alcune pagine un po’ più tecniche sul gioco del tennis che fanno la felicità degli appassionati, e rievoca episodi e partite celebri per così dire dall’interno, da una prospettiva inedita per lo spettatore. Al di là degli avvenimenti sul campo, a volte Agassi si lascia andare a eccessi di zelo e cade vittima di una sorta di volontà edificante, ma non esagera mai e alla fine gliela si perdona volentieri. La cosa infatti che sorprende più di tutte è che alla fine questa autobiografia lascia aperte delle questioni. A volerla leggere con più attenzione, non ci si libera della sensazione che Agassi, campione nello sport e nella vita, sia solo una marionetta; del padre, degli sponsor, del gioco, nient’altro che una marionetta. E proprio questo tema un po’ logoro dei rapporti tra lo sport e la vita ce ne dà un esempio. Raramente l’appassionato di uno sport resiste alla tentazione di paragonarlo alla vita, di usarlo come metafora per parlare dell’esistenza. Neanche Agassi vi si sottrae, ma significativamente oscilla e in alcune pagine del libro nega recisamente qualsiasi validità a questo tipo di operazione intellettuale. All’inizio del libro leggiamo: «Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura»; e aggiunge poco dopo che nel campo da tennis si è soli come nella vita. Ma insomma, ci potremmo chiedere, che razza di vita è questa? Che immagine della vita è? Vengono in mente quelle che Marx chiamava le robinsonate: «il singolo e isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo appartengono alle immaginazioni del XVIII secolo», non sono altro che immagini funzionali all’ascesa di una classe sociale, e negano la socialità fondamentale dell’animale uomo. Così fa la metafora del tennis quando si applica alla vita. Ma Agassi lo intuisce: «il tennis non è la vita!» esclama altrove, prima di usare un altro paio di volte, debolmente, di nuovo la stessa metafora.

Andre Agassi vincitore al Roland Garros, 1999

Agassi nonostante tutto resta indeciso sulla sua carriera, sulla sua vita e sulla natura del suo sport. Nel 1992 vince Wimbledon, il suo primo slam; ne vincerà altri, su tutte le superfici. Solo quattro altri giocatori ci sono riusciti nella storia del tennis (Budge negli anni ’30, Laver negli anni ‘60, e poi Federer e Nadal in tempi recentissimi). Eppure scrive: «Io non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Anzi, ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente».

Titolo: Open. La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi (Stile Libero)
Dati: 2011, 502 pp., 20,00 €

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L'ultimo viaggio di un battello ebbro: da madre flagello a sorella morte

Gravoso è dover indossare una nomea in vita, in morte, per l’eternità. Specie se l’appellativo non corrisponde al risvolto più vero dell’esistenza. Di maledetto infatti qui non c’è proprio nulla, eccetto il corso che prende la vita quando tutto si sfalda e il destino si inabissa fino alla dissoluzione.

L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur è tutt’altro che il ritratto di un “maledetto”. È  il resoconto realistico, finora inedito in Italia, della parte finale della vita di Rimbaud, poeta maudit per antonomasia secondo la vulgata comune, tratteggiato viceversa nella sua tribolazione umanissima della feroce, lei sì, maledetta malattia, colto tra speranze e paure. A scrivere questo resoconto fu la sorella minore Isabelle, indole opposta e contraria al fratello secondo l’accezione comune,  perché era bigotta e pia quanto basta da rendercela sulle prime detestabile. Ma anche qui il retroscena è che fu succube di una madre autoritaria e di un’educazione rigida da cui Arthur, precoce in tutto, fuggì per schiantarsi nel nulla di tanti rivoli. Certo Vitalie, la madre, lei per prima non ebbe vita facile e fu costretta a diventar tiranna: abbandonata dal marito, un capitano dell’esercito di nome Arthur come il nostro, e in questo forse vi è un principio di vera maledizione, ebbe a tirar su da sola cinque figli  aderendo in pieno al principio della rispettabilità sociale in una cittadina della provincia francese dell’ ‘800, Charleville, al confine col Belgio. E la tale sorella beghina in verità fu l’unica al capezzale di questo strano ribelle venuto a morire a casa, dopo un’esistenza breve, intensa, girovaga, irrequieta, persa. Il libricino di inaspettate memorie fa parte della felice collana Ocra Gialla della casa editrice Via del Vento di Pistoia che ha il merito di cercare e saper trovare con cognizione di causa e amorevole cura testi inediti e rari del Novecento: tasselli fondamentali per infrangere stereotipi che condizionano ancora il ricordo di possenti personalità letterarie e permettono di sganciarle dalla fissità della definizione unica.

Rimbaud era il secondo di cinque figli. Fu un enfant prodige, e questo è noto. Poeta di sensazioni e visioni, il  veggente capace di spingersi al di là di ogni canone di poesia fino a quel momento praticata, fuggì prima dalle sue radici, dalla casa, dalla madre “flagello”, dalla provincia; l’incontro con Verlaine e il loro rapporto non fu che un passaggio errabondo, quella che doveva essere una “illuminazione” divenne una “stagione all’inferno”  e la sua poesia non bastò ad acquietarlo né funzionò da amuleto per raddrizzare la sorte. Fuggì dunque Arthur anche dalla scrittura, ultima sponda, e il suo destino fu di dover espiare una smisurata sofferenza interiore declinata in forma di insofferenza perpetua, l’irrequietezza ante litteram attraverso il nomadismo, l’incessante spostamento, il viaggio, la fatica, lo sfinimento fisico fino alla malattia. Dall’abbandono della poesia inventò per sé tanti ruoli: insegnante a Londra, scaricatore al porto di Marsiglia, mercenario nelle isole olandesi e disertore a Giava, in viaggio al seguito di un circo, capomastro a Cipro, commerciante ad Harar, in Abissinia. Pare che fu uno dei primi occidentali a penetrare in questa città santa dell’Islam dove commerciò un po’ di tutto: avorio, caffè, pelli, oro, ma si diede persino a traffici spregiudicati come il commercio di armi. Finché fu costretto a tornare in Francia per un tumore osseo al ginocchio. Telegrafò alla madre perché lei o Isabelle lo raggiungessero subito. All’ospedale della Conception di Marsiglia gli venne amputata la gamba. Da quel momento Isabelle divenne la sola e unica custode del fratello, titolare del diritto di assisterlo e accompagnarlo alla morte.

Strano come il cerchio si chiuda a perfezione talvolta in certe storie familiari: la sua vita era trascorsa nella dimensione erratica da un punto d’inizio, condensato nella figura  della madre nastratrice, la mamma “flagello” (così la definì lui stesso)  alla fine, accudito da una sorella invasata dalla pietà e dalla devozione, sorella morte, secondo l’efficace definizione che ne dà Antonio Castronuovo nella bella postfazione. “Così quando Arthur – chiarisce Castronuovo – giunge nel luglio 1891 a Roche gravemente malato, dopo che a Marsiglia gli hanno amputato una gamba per tumore osseo del ginocchio, col moncherino invaso da propaggini cancerose e con guai sparsi per il corpo (il braccio destro paralizzato, forti dolori vaganti) è lei a rivendicare il diritto di assistere il fratello invalido, è lei a d accudirlo con una dedizione quasi angosciante. Ineluttabile allora che diventi anche depositaria dei segreti e dei tormenti del fratello: la scrittura e l’omosessualità, l’ingegno e l’ateismo”.

Zitella, trent’anni, fece dell’assistenza al fratello nei mesi della malattia e dell’agonia una missione di vita: “In quattro mesi – scrive Isabelle – mi ha insegnato più che altri in trent’anni. Devo a lui se oggi so che cosa sono il mondo  e la vita, e la felicità e il dolore. Distinguo che cos’è vivere, soffrire, morire”. A tal punto andò oltre questa simbiosi sororale che alla morte di Arthur, Isabella auspicò ciò che doveva realmente accadere anni dopo, come un’oscura profezia che si auto avvera: “E se Dio lo avesse voluto – morendo poco dopo della stessa sua morte, per andare a riposare laggiù, accanto a lui, e confortare così la sua anima inquieta, timorosa che io su questa terra, lo dimentichi”. Succederà infatti che la coincidenza o l’immedesimazione, si abbatterà su di lei: verrà aggredita anni dopo dallo stesso male di cui fu vittima il fratello (e singolarmente anche la sorella Vitalie, stesso nome della madre, morta giovanissima).

A tal punto l’identificazione fu totale che in quell’estate del 1891 si “appropriò” letteralmente del fratello per assisterlo a Roche, dove si era trasferita la famiglia, partire con lui in treno di nuovo alla volta dell’ospedale di Marsiglia dove ancora fu ricoverato, stargli accanto fino alla morte, sopraggiunta il 10 novembre 1891 quando Arthur aveva soli 37 anni, e infine accompagnare le spoglie nell’ultimo viaggio a Charleville. Quando parla di Arthur nei suoi scritti, parla usando il noi: “Non abbiamo gustato nessuno dei piaceri assaporati dai giovani. Nessuna vita è stata così austera come la nostra. Le carmelitane e i trappisti hanno più piaceri di quanti ce ne siamo concessi noi. E non per ruvidezza né per avarizia che noi conducevamo questo genere d’esistenza. La ragione è che eravamo assorbiti dall’idea di uno scopo santo e nobile; e concentravamo tutti i nostri sforzi verso quel fine. Siamo stati onesti, caritatevoli e generosi”. La simbiosi a tal punto si spinse da farle scrivere: “Pur senza averle mai lette, conoscevo le sue opere. Io le avevo concepite. Ma io, misera, non avrei mai potute esprimerle con le sue magiche parole. Ammiravo e capivo: tutto qui”. Eppure nel cerchio magico Isabelle entrò, e fece suo quel “vizio di famiglia tanto avversato dalla madre”: scrivere. Non solo dunque la sua vita divenne il prolungamento della vita del fratello con gli stessi esiti, ma anche un transito verso la scrittura quando  scrivere, per lei che con la madre gestiva e dirigeva il lavoro dei campi,  divenne un’urgenza non solo per placare ombre e sofferenze familiari, ma anche propri fantasmi interiori. Di più: Isabelle sposò il poeta Pierre Dufour (certo di tutt’altro calibro rispetto ad Arthur) e insieme divennero “devoti – con la libertà di correggere e tagliare i suoi testi – alla memoria di Arthur” (Castronuovo). Scrisse vari ricordi del fratello e anche un romanzo. Getta un’ombra su di lei il fatto che volle forzare l’immagine del fratello in una lettera alla madre in cui raccontò di una presunta conversione in punto di morte. Ma la dedizione fu estrema come il tracollo finale da eroe tragico. Una sorte simile tocca ai passeggeri di uno stesso “battello ebbro”: “Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti. Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro: L’acre amore mi gonfia di stordenti torpori. Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare!”

Titolo: L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur
Autore: Isabelle Rimbaud
Editore: Via del Vento
Dati: 2009, 35 pp., 4.00 €

Da Mata Hari a Matta Eri: la parabola di un'epoca labile

L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È  un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi  clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung.

Questa settimana ho scovato Danza fatale, il mistero di Mata Hari, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma  è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia.  Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone.

Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev.  Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado.

Quando scoppia la prima guerra mondiale,  il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito,  troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia?  Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere  relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.
Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, Mata Hari, femme fatale rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti: più che una spia traditrice  c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato.  Altro suggerimento di lettura, Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito).  La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe,  infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.

Titolo: Danza fatale. Il mistero di Mata Hari
Autore: Donatella Bindi Mondaini
Editore: EL
Dati: 2004, 136 pp., 12,00 €

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L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung. Questa settimana ho scovato “Danza fatale, il mistero di Mata Hari”, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia. Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone. Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev. Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado. Quando scoppia la prima guerra mondiale, il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito, troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia? Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.

Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, “Mata Hari, femme fatale” rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti,: più che una spia traditrice c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato. Altro suggerimento di lettura, “Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias”, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito). La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe, infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.