Parte il festival Collisioni 2013 (con il nostro live-tweeting!)

Collisioni-2013-Barolo

Sui maggiori siti d’informazione è da poco apparsa la mesta notizia dell’improvviso attacco influenzale di Sir Elton John, malattia che metterebbe a repentaglio la partecipazione del cantante alla serata di martedì 9 luglio del festival di letteratura e musica Collisioni. A noi di AtlantideZine, la notizia, in realtà, interessa fino a un certo punto. Ci spiace per Elton ma nelle Langhe, e più precisamente a Barolo, noi ci andremo domani, sabato 6 luglio, per quella che è la giornata inaugurale, almeno dal punto di vista letterario, perché per quanto riguarda la musica dal vivo il festival comincia col botto questa sera con l’esibizione dei Jamiroquai.

Certo che per avere solo quattro anni di età, Collisioni riesce ad attirare a sé dei nomi di assoluto rilievo e l’ha fatto sin dall’inizio, quando il festival si svolgeva nel mese di maggio, sempre nelle Langhe, ma a Novello, un nome che contiene anch’esso dei decisi richiami enologici, ma meno altisonanti. All’inizio erano gli scrittori a farla da padroni: a Novello sono passati Paul Auster e Salman Rushdie, tanto per citarne solo due. Il 2012 ha visto la netta sterzata musicale, con le esibizioni di Vinicio Capossela, Patti Smith e nientepopodimeno che Bob Dylan.

Ian McEwan

La giornata di sabato dell’edizione 2013, quella che ci vedrà scatenati in un live-tweeting serrato sul nostro account @Atlantidezine, non fa rimpiangere affatto i fasti del passato e, almeno dal punto di vista letterario, è la più ricca del lungo fine settimana. Noi ci saremo sin dalle prime luci dell’alba: dal reading in musica di Ascanio Celestini, passando per l’attesissimo incontro con lo scrittore britannico Ian McEwan, fino all’intervento senza dubbio sagace e corrosivo di Oliviero Toscani sulla televisione e sul perché essa debba essere abolita e quello del prezzemolo dei festival estivi, Roberto Saviano – è dappertutto, ma meno male che c’è. E poi, ancora, tra un calice di barolo e l’altro, andremo ad ascoltare il premio Pulitzer Michael Chabon che presenta Telegraph Avenue, il suo ultimo romanzo e Serena Dandini, in vesta di scrittrice.
Elio e le storie tese

Elio e le Storie Tese

Poi ci sarà tanta, tantissima musica, così tanta che non riusciremo a sentirla tutta, ma ci impegneremo per farci scappare il meno possibile. Non ci faremo sicuramente mancare gli Elio e le storie tese che chiudono la serata dopo un mini live di Gianna Nannini.

Se, per un motivo o per l’altro, sabato 6 luglio non riuscirete a venire a Barolo per la prima giornata del festival Collisioni, seguite il live-tweeting di @AtlantideZine. Sarà la cosa più vicina ad esserci.

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Questo weekend noi siamo al #HandmadeFest2013. Voi che fate?

handmade_festival

Handmade Festival è arrivato alla sesta edizione con la sua formula vincente: ingresso gratuito, location da favola, cibo da leccarsi i baffi accompagnato da bevande alcoliche a prezzi democratici e soprattutto un sabato di primavera reso magico grazie ad una delle migliore offerte musicali in cui potreste imbattervi da queste parti.

Il giorno è sabato 1 giugno, il posto è dalle parti di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, si apre alle 12 e si inzia a suonare alle 14 e la lineup è da paura: Man on Wire, The Babies, Altro, Gazebo Penguins, Dumbo Gets Mad, Brothers In Law, Welcome Back Sailors, His Clancyness. Tutte le altre informazioni le trovate cliccando su queste magiche parole blu.

Che altro vi serve? Cominciate a organizzarvi, è dopodomani! Intanto sentitevi la compilation ufficiale con i gruppi che suoneranno sabato.

Across the Vision Film Festival 2012 – Sardegna terra di confine

La Sardegna è un continente al centro del Mediterraneo. Una terra che è stata a lungo crocevia di popoli senza scalfire mai la sua identità profonda. «La Sardegna non assomiglia a nessun’altro luogo», scriveva negli anni venti D. H. Lawrence. Sembra quasi superfluo rimarcare l’attrazione che tali scenari possono esercitare sulle arti visive. Da queste suggestioni prende le mosse la prima edizione del festival Across the vision, che si è svolto dal sei all’undici marzo tra Iglesias, Carbonia e Cagliari. Le radici del festival si ritrovano nelle parole di Maria Paola Zedda, coreografa  e regista, che ne ha curato la direzione artistica: «Conoscevo il Sulcis da quando ero bambina, adolescente, e per me da sempre significava Cinema. Era il set ideale per qualsiasi film che avrei voluto vedere o girare. Era una terra dell’immaginario, densa di fantasmi, di luoghi inabitati, di tensioni drammatiche. Era il confine (in senso epistemologico), il margine, la frontiera. Una terra da attraversare, ma impenetrabile al tempo stesso. Il progetto di Across the vision ha la sua genesi in questo territorio, nei suoi scenari e nelle visioni di confine. Potremmo definirlo un festival site specific». Il territorio, va detto, ha risposto con un crescente afflusso di pubblico e con il sostegno fornito dalla Regione Sardegna, dal Parco Geominerario e dalle Amministrazioni di Carbonia e Iglesias, che hanno integrato la produzione di Videoinflussi con la collaborazione di ZEIT. Il festival era suddiviso in tre macrosezioni, Sguardi di confine, Attraversamenti e Visioni di Sardegna, ma comprendeva anche tre masterclass sulla regia e il rapporto tra produzione/distribuzione audiovisiva e i nuovi media. Da segnalare inoltre l’esposizione fotografica di Adriano Mauri, Minatori, Minersos, che raccontava i volti dei minatori della Carbosulcis, l’ultima miniera di carbone ancora attiva in Italia. Il nostro inviato di AtlantideZine, orientandosi nell’ampia offerta della rassegna, ha visto e commentato per voi cinque lungometraggi.

Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino, deve il suo titolo alla scuola pitagorica e affonda le radici nella Magna Grecia. L’uomo, per il filosofo di Samo, può spiegare l’armonia del cosmo attraverso la scienza (aritmetica e geometria), e così facendo avvicinarsi a Dio. Erano necessarie quattro fasi per fare luce sull’essere umano, che si riteneva dotato di «quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra»: minerale, vegetale, animale e razionale. Nel trasferire queste idee in immagini la narrazione assume un andamento lineare: un vecchio pastore malato crede che la polvere raccolta in chiesa possa curarlo; dopo che muore, una delle sue caprette, nata da pochi giorni, si distacca dal gregge e finisce per accucciarsi sotto un grande abete; passano le stagioni e lo stesso albero viene portato in un paese montano per usarlo nella Festa della Pita, seguendo rituali che attingono a  consuetudini precristiane; infine, il tronco viene venduto ai carbonai delle Serre che ne ricaveranno carbone vegetale per riscaldare le case dei pastori (il carbone diventa calore e fumo che si spande nell’ultima scena). Sono stati necessari tre anni di riprese per selezionare il materiale girato, raccolto fra le location naturali dell’Appennino calabro. In questo modo si ha la sensazione che la storia si componga quasi da sola, con pochi stacchi di montaggio e molte inquadrature fisse, niente dialoghi e solo suoni naturali, in modo da registrare le situazioni quando succedono e non predisporre che accadano, invece, tramite le usuali convenzioni filmiche. Il milanese Michelangelo Frammartino, dopo Il dono del 2003, è ritornato nella terra dei suoi padri per realizzare un’opera sospesa tra documentario e fiction, che rimanda al cinema di Franco Piavoli e si rivolge a un pubblico attivo, disponibile a colmare, con la riflessione, lo spazio mancante tra l’immagine e il fuori campo, tra quello che si sente e quello non ha parole per essere detto. Le quattro volte è stato presentato con successo alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes nel 2010.  Attraversamenti Prod. Italia, Germania, Svizzera (2010) Dur. 88’

«Come il Vesuvio cova la lava, Napoli cova la violenza. Anche quando non esplode» racconta Roberto Paolo, caporedattore del Quotidiano Roma, di fronte all’obiettivo di Abel Ferrara. Il regista italoamericano (un nonno originario di Sarno), nato e cresciuto nel Bronx in una famiglia cattolica, ossessionato dalle idee di peccato, violenza e redenzione (King of New York, Il cattivo tenente, The addiction), non poteva che essere attratto dal corpo urbano dolente della capitale partenopea. Torna a girare in Italia dopo il flop di Go Go Tales (2007), e mette insieme una docufiction intitolata Napoli Napoli Napoli, presentata al Festival di Venezia nel 2009. Docufiction: questo termine composito racchiude in sé i pregi e i difetti della pellicola. La parte documentaristica tiene bene, ha ritmo, nel suo apparente disordine offre uno spaccato efficace di volti e situazioni che compongono la città. Oltre alle donne del carcere di Pozzuoli, il regista intervista  la gente comune, politici, magistrati, giornalisti, si addentra nei vicoli dei Quartieri Spagnoli e tra i casermoni di Scampia e Secondigliano, dove si abita ma non si vive, dove l’architettura stessa è propedeutica ad un possibile futuro dietro le sbarre. In parallelo, i due episodi narrativi che si sviluppano alternati – un regolamento di conti tra gruppi criminali; una storia di povertà e violenza domestica – calcano la mano sui toni esasperati ma non sembrano davvero necessari nell’economia dell’opera. In compenso, i ragazzi delle scuole medie di Iglesias, presenti alla proiezione del sabato mattina, hanno vissuto con piacere la lezione a base di cinema. Sguardi di confine: Europa – Prod. Italia (2009) Dur. 102’

Notre jour viendra (inedito in Italia) è il primo lungometraggio di Romain Gavras, regista e produttore francese, famoso in precedenza per il contestato video di Born free di M.I.A., che anticipava buona parte dei temi del film di debutto. Già… di cosa parla Notre jour viendra? Rispondere non è facile, meglio affidarsi alle parole del regista: «Il nichilista Patrick [un terapeuta n.d.r] ha superato la fase della ribellione e ha visto ogni ideale decomporsi. La scintilla della sua rabbia si riaccende nell’incontro con Remy, ben più giovane di lui, pronto a bruciare tutto senza comprendere l’origine del suo disagio. Ciascuno dei due trova un senso e un obiettivo nell’altro». Patrick ha la bellezza sgualcita di Vincent Cassel (reduce da Black Swann), mentre Remy nutre il sogno di andare in Irlanda, dove tutti hanno i capelli rossi e dunque non sarebbe discriminato. Capelli rossi, avete letto bene – ma essendo sinceri, voi sapreste trovare basi teoriche più sensate dietro i fenomeni di razzismo? Intanto che ci pensate la nostra coppia si lancia in un road movie notturno nel Nord della Francia, tra vestigia di industrie in disuso e il piano infinito dell’oceano Atlantico. Incontreranno lungo la strada, se possibile, personaggi ancora più strambi e disadattati di loro. Nella Francia reazionaria di Sarkozy non c’è posto per Remy e Patrick: non appartengono a nessun popolo, nazione o esercito. L’impossibilità di esprimersi si traduce in un’ansia di movimento e distruzione. In un crescendo adrenalinico fino al termine della notte. D’altra parte. Era necessario un intero film per dirlo? Al pubblico l’ardua sentenza.  Sguardi di confine: Derive – Prod. France, 2010. Dur. 90’

L’Amore vincitore – conversazioni con Derek Jarman, di Roberto Nanni, introduce il film in programma la penultima sera, Sebastiane, che fu girato in gran parte a Cala Domestica – spiaggia racchiusa tra alte falesie vicino a Buggerru – ma non era mai stato proiettato in Sardegna. Si tratta del primo lungometraggio di Derek Jarman (1942-1994), eclettico autore inglese capace  di spaziare tra le scenografie de I diavoli di Ken Russell, i video musicali dei Sex Pistols e degli Smiths e la rilettura per immagini della vita di Caravaggio. La storia si basa su una versione apocrifa della vita di San Sebastiano e sul Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D’Annunzio. Nel 303 d.C., sotto l’impero di Diocleziano, un manipolo di soldati romani presidia un avamposto in riva al mare, in mezzo a una natura senza tempo e senza tracce del passaggio degli uomini. I soldati si allenano, mangiano e dormono a stretto contatto, e sarà presto la pulsione sessuale a far crollare le residue distanze. Il rapporto omosessuale è vissuto in modo spontaneo, nella luce satura del pieno giorno, senza i sensi di colpa indotti dalle religioni a venire. Non fosse per Sebastiane, appunto, che si è convertito al cristianesimo e quindi non cede alle proposte del centurione, Adriano Severo, scatenando così la sua collera. Il corpo di Sebastiane resisterà impassibile alle torture (anzi, quasi godendone, a tratti, in una chiave di lettura sadomaso), fino a essere più volte trafitto dalle frecce e divenire così un’icona universale del martirio, ritratta in seguito da artisti come Durer, Mantegna e Dalì. Quando uscì Sebastiane, nel 1976, la rivoluzione sessuale era al culmine, l’aids era sconosciuto ed erano da poco stati girati The Rocky Horror Picture Show di Sharman e Je t’aime moi non plus di Gainsbourg. Il New York Times definì il film di Jarman un «softcore gay porn epic», ma va detto, tra le altre cose, che è anche l’unico film inglese interamente recitato in latino. Per quanto con un marcato accento anglosassone. Visioni di Sardegna – Prod. UK (1976) Dur. 90’

Il festival si è chiuso sulle immagini tridimensionali di Cave of fotgotten dreams di Werner Herzog, un settantenne che non si è ancora stancato di sperimentare. Il vecchio leone del cinema tedesco, l’autore Aguirre, furore di Dio e di Fitzcarraldo, ebbe a dire una volta che «per girare un film serve più l’atletica dell’estetica», e di certo è servita una buona forma fisica per calarsi nei cinquecento metri di cunicoli della grotta di Chauvet, nel sud ovest della Francia, che fu scoperta per caso, nel 1994, dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e due suoi amici. Una volta dentro, si resero subito conto di “non essere soli”. Oltre ai quattromila frammenti ossei di animali preistorici, furono presto rinvenute pitture parietali risalenti a circa trentaduemila anni prima. Le realizzò l’uomo di Cro-Magnon nell’altro Paleolitico; sono di gran lunga le manifestazioni artistiche più remote che si conoscano. Ma non è tutto: queste pitture e incisioni rupestri, cinquecento in totale per tredici specie raffigurate, sono indubitabilmente belle, ancora oggi, in riferimento agli attuali canoni estetici. Mentre sistemavo gli occhialetti per il 3D non pensavo alla caverna di Platone, mi venivano invece in mente le serigrafie di Picasso, i suoi studi sui tori. Herzog ha scelto il 3D per poter «rendere al meglio le intenzioni degli artisti», che avevano sfruttato i giochi di luce e la curvatura delle pareti per accentuare il dinamismo delle figure. Quasi uno storyboard primordiale, sottolinea il regista nel commento. L’accesso alla grotta di Chauvet è consentito solo ad un numero ristretto di studiosi. Herzog ha ricevuto un permesso speciale dal Ministero della cultura francese. D’ora in poi Chauvet sarà aperta anche ai fortunati spettatori di questo documentario. Attraversamenti – Prod. Canada, USA, France, Germany, UK (2010) Dur. 90’

Mediterraneo FilmFestival 2012 / Le donne del sesto piano

Iglesias, in collaborazione con Carbonia, detiene dal 2009 la “palma” di provincia più povera d’Italia. Da allora la situazione è sensibilmente peggiorata. Ci troviamo nel Sulcis-Iglesiente, sud-ovest della Sardegna, cinquanta chilometri da Cagliari. Nonostante questo ad Iglesias, tra gennaio e febbraio, si è tenuta la settima edizione del Mediterraneo FilmFestival, organizzato dall’ARCI in collaborazione con enti locali, scuole e associazioni culturali. Del resto, come diceva un ministro, con la cultura non si mangia. Appunto. Però forse con la cultura ci si può rendere conto di una cosa: la prostrazione sociale in cui si vive non è l’immutabile castigo di Dio, è il frutto delle azioni degli uomini, e come tale può essere cambiata. Per anni ad Iglesias non c’è stato nemmeno un cinema; da quando hanno aperto la multisala è possibile vedere i blockbuster americani e buona parte della distribuzione italiana. I film di altri paesi e le produzioni indipendenti di rado si diffondono oltre Cagliari. Il Mediterraneo FilmFestival ha permesso di colmare questa lacuna. In venti giorni sono stati proiettati (tutti a ingresso gratuito) circa quaranta film, che spesso declinavano in forme diverse il tema dell’interrelazione tra i popoli, come Almanja di Samdereli, Il villaggio di cartone di Olmi, Terraferma di Crialese o Miracolo a Le Havre di Kaurismaki. Mentre fra i documentari proposti ricordiamo almeno Itay: love it or leave it di Gustav Hofer e Luca Ragazzi e Barcelona en dos colors di Alberto Diana, vincitore del Babel Film festival 2011.

Il nostro corrispondente di AtlantideZine ha visto e commentato per voi l’ultimo film proposto dalla rassegna, la sera del 15 febbraio, di fronte a una sala gremita. Le donne del sesto piano è una commedia sentimentale di Philippe Le Guay, che ha riscosso in Francia un enorme successo, superando i due milioni di spettatori. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2011 ed è uscito in Italia lo scorso giugno, senza suscitare particolari clamori, dato che in quel periodo, nel nostro paese, le sale tendono sempre a svuotarsi, a vantaggio dei bagni al mare e delle gite fuori porta.

Le donne del sesto piano ha una collocazione spazio-temporale precisa, il centro alto-borghese di Parigi nel 1962, ma non necessita di una particolare attenzione al quadro storico per essere seguito. Anzi, per abbandonarsi al flusso delle immagini, la cosa migliore è adottare un atteggiamento simile a quello del protagonista, Jean-Louis Joubert, interpretato con maestria da Fabrice Luchini, affermato attore francese figlio di immigrati italiani, che ha lavorato con registi quali Eric Rohmer, Claude Lelouch e François Ozon. Joubert è un agiato agente di borsa di mezza età cristallizzato nelle abitudini: ogni mattina compra Le Figaro e si reca al lavoro in abito a giacca, tra le mura di casa indossa austere vestaglie e ama conversare con sua moglie Suzanne, interpretata da Sandrine Kiberlain. Suzanne è algida ed elegante, viene dalla provincia e si prodiga per essere all’altezza dello status acquisito di parigina; divide il suo tempo tra lo shopping, la parrucchiera e il bridge con le amiche.


Saranno proprio le amiche a suggerirle dove trovare una nuova cameriera: “Le Bretoni non sono più di moda, Suzanne, oggi tutti hanno una spagnola a servizio”. E spagnola sia. (Negli anni sessanta la Francia gollista è in ascesa economica mentre la Spagna è soffocata dalla dittatura di Franco; le filippine e le rumene di oggi sono le spagnole di ieri). Ma oltre che spagnola, Maria –interpretata da Natalia Verbeke – è anche giovane, bella, seria e orgogliosa. Subito Joubert si infatua di lei. O meglio, la scintilla scatta dopo che Maria gli dimostra, in tre minuti e mezzo esatti, di saper cuocere a puntino un uovo alla coque. Come un fanciullo che assapori per la prima volta la giovinezza, Joubert, guardando Maria, si affaccia su un nuovo mondo.

Nuovo mondo ubicato al sesto piano, nel sottotetto, dove le domestiche del palazzo dividono le chambre de bonne, stanzette anguste col bagno in comune. Sono tutte spagnole in fuga dalla dittatura: se Dolores è cattolica e devota, Carmen (Lola Dueñas) è comunista e combattiva; poi troviamo Conceptiòn (Carmen Maura) , la saggia coscienza del gruppo, Pilar, vessata da un marito violento, e Teresa, che sogna di sposare un militare francese. Ovvero, tutte hanno un colore per il proprio carattere e tutte sgobbano, povere ma felici, da mattina a sera. A questo riguardo, basta citare la scena in cui Maria chiama le amiche per aiutarla a pulire l’appartamento: insieme spolverano, cantano e più che pulire ballano, come se ci trovassimo all’improvviso in un musical di Walt Disney. Insomma, abbiamo le donne di Almodovar senza Almodovar. E si sente.

Il regista de Le donne del sesto piano, Philippe Le Guay (Il costo della vita), vanta nobili origini ed è genero di Dominique Villepin, il successore di Chirac all’Eliseo. Viene da una famiglia di banchieri da tre generazioni e fu educato da una tata spagnola: il ricordo autobiografico si stempera dunque nei toni leggeri della pellicola. Si attinge al filone del cinema multiculturale, ma il discorso viene annacquato retrodatandolo agli anni sessanta, filtrando tutto attraverso lo sguardo bonario/paternalistico del ricordo. Joubert ignorava che solo pochi piani più in alto esistesse una realtà diversa dalla vita che aveva sempre conosciuto, che aveva sempre dato per scontata. Sua moglie lo vede cambiato, teme che la tradisca con una procace cliente dello studio, un’appariscente signora in rosso che invece nemmeno sfiora i pensieri di Joubert, tutto preso com’è dalla sua Maria. Andranno ai ferri corti e Suzanne, senza mai perdere l’usuale aplomb, gli intimerà di andar via di casa. Senza batter ciglio Joubert si trasferirà al sesto piano e arriverà perfino a confessare ad una spagnola, citando senza volerlo Virginia Woolf: “Per la prima volta ho una stanza tutta per me, se sapesse come mi sento libero!”. Nel mentre i suoi figli – ragazzini altezzosi e non troppo affabili – fanno ritorno al collegio mentre Suzanne, dopo il primo smarrimento, saprà presto ammortizzare il dolore. Joubert viene “adottato” dalla famiglia allargata spagnola, riesce a farsi benvolere e suggerisce addirittura alle domestiche – e qui si abbandona ogni parvenza di realismo – di investire i loro risparmi in borsa – pratica che, nella crisi economica in corso, fa scendere un lieve brivido lungo la schiena.

Gli sviluppi continueranno all’insegna della favola sociale e dell’utopia, come se saltare da una classe all’altra, tra servi e padroni, fosse facile quanto salire tre rampe di scale. La commedia è bicromatica nella fotografia come nello sguardo morale, gli interni alto-borghesi sono opulenti ma privi di vita, il sesto piano spagnolo è frugale ma caloroso e animato. Si potrebbe quasi dire sobrio, dati i tempi di governo tecnico e sacrifici che devono fare tutti. Ma la realtà effettiva tornerà al suo posto solo quando si accenderanno le luci in sala, piuttosto, per l’ora e mezzo di proiezione, è meglio dimenticare gli affanni del quotidiano, e come fa Joubert, abbandonarsi semplicemente alla melodia della storia.

Ypsigrock Festival 2011: la cronaca

Pere Ubu

E come da copione, uno degli eventi di spicco e più interessanti dell’estate musicale (e non solo) italiana si è rivelato tale. Dal 5 al 7 Agosto l’Ypsigrock Festival di Castelbuono, un piccolo paese del palermitano immerso nel favoloso scenario naturale delle Madonie, ci ha regalato un po’ più di qualche emozione, seppur con qualche piccola delusione. C’è voluto un po’ di tempo infatti per digerire l’inaspettata e improvvisa assenza degli Spiritualized sul palco siciliano alla vigilia dell’Ypsi fest. La band di J. Spaceman ha dovuto dare forfait per la data siciliana, e non solo, a causa dei problemi di salute di quest’ultimo (ci stava quasi lasciando le penne). Ma i ragazzi di Castelbuono hanno subito saputo provvedere alla pesante defezione arruolando per la chiusura della prima serata i Pere Ubu. La storica band di David Thomas ha portato sul palco “The Modern Dance” (1978), loro album d’esordio, riproponendo lo show eseguito poco più di 2 mesi prima al PrimaveraSound di Barcellona. E con questo diciamo tutto.

Twin Shadow

A precederli sul palco del castello sono stati Josh T. Pearson e Twin Shadow. Il cantautore folk statunitense ci era piaciuto su disco ma dal vivo, forse appesantito dall’ottimo cibo siciliano, ha inanellato una serie di canzoni monotone e quasi tutte uguali con un voce fioca e spenta. Solo alla fine si è saputo riprendere con qualche riff di chitarra ben eseguito. Twin Shadow, al contrario, bissando lo show del festival di Barcellona ha regalato a noi presenti uno set ben fatto alternando pezzi danzerecci a ballate coinvolgenti.

Ma non è solo la musica a farla da padrona. L’Ypsigrock ha rivelato sin da subito la sua anima di festa più che di kermesse musicale. Appena messo piede in paese si è subito respirata quell’aria di spensieratezza estiva, di voglia di divertimento, amicizia e aggregazione che  da anni ormai caratterizza l’anima del festival. “Ypsi&Love” infatti il motto principale. Oltre allo splendido e vecchio Ypsigro (il castello del paese), location assolutamente perfetta per un concerto, è anche il campeggio messo su dall’organizzazione nel bel mezzo del parco naturale delle madonie ad essere la seconda anima del festival. Sono qui che si concludono tutte le serate. Appena terminata la musica in paese si va su velocemente, tutti, con le navette messe a disposizione per continuare a ballare all’insegna di djset, birre e panini. Ebbene sì, apro qui una parentesi che mi sta molto a cuore. I panini del campeggio! Una delle cose per cui vale la pena andarci (io personalmente me ne sono divorati almeno una decina), non soltanto per il contenuto in sé, ma soprattutto per l’amore con cui vengono modellati dai ragazzi in cucina. Ypsi&Love appunto.

Yuck

Ma torniamo a parlare di musica, andando a vedere quello che è successo sabato, il secondo giorno. Come da copione gruppi altrettanto degni di nota, Yuck e Junior Boys, si sono alternati sul palco. Ebbene si, ahimè i primi ce li siamo persi quasi per intero. Forse per errore nostro (siamo arrivati un po’ tardino, ma non tanto) o forse per un misunderstanding con l’organizzazione. Il quartetto londinese si è esibito come seconda band quando invece sulla scaletta erano previsti come terzi. Ma vabbè, poco male. Per mia fortuna era la seconda volta che li vedevo in quest’anno solare e sicuramente credo ci saranno molte altre occasioni per risentirli. Il clou della serata sono stati senza dubbio Junior boys. Li aspettavano tutti in piazza castello e come previsto non hanno deluso nessuno. Il loro electropop ha fatto muovere tutta la gente come fossero onde in preda a una tempesta. Una vera e propria febbre del sabato sera! Febbre che è continuata nell’aftershow del campeggio con tutti gli “ypsini” che ballavano a suon di musica, accompagnati per tutta la notte dalla irrefrenabile voglia di divertimento di Max Bloom e Jonny Rogoff, rispettivamente chitarrista e batterista degli Yuck, grandi mattatori della serata.

Mogwai

Insomma, all’Ypsi se la passano tutti bene, sia pubblico che artisti.

Ed arriviamo alla domenica. Il giorno che tutti aspettavamo, e si vede. I biglietti vanno sold out prima dell’inizio dei concerti. Forse perché ci sono i Mogwai! Ma, chiaramente, non ci sono solo loro ad animare la serata. Infatti ad aprire l’ultimo giorno di festival c’è Dimartino. Il cantautore palermitano che ha tanto fatto parlare di sé quest’anno non ha deluso le aspettative e sicuramente ne sentiremo ancora parlare.

A chiudere la XV edizione dell’ Ypsigrock non poteva che essere la band cult del post-rock. Appena entrati nel castello, e con ancora Dimartino che suonava, non si poteva non notare l’arsenale di amplificatori che era stato montato appositamente per loro. Per non parlare poi della quantità di chitarre che si sono susseguite sul palco. I Mogwai sono una certezza. Il loro sound ha investito il pubblico ypsino con tanta violenza ed inaudita bellezza. Momenti indimenticabili sono stati pezzi come la storica Helicon 1 e How to be a Warewolf, una delle ultime arrivate.

Come indimenticabili sono state tutte le persone che hanno collaborato a rendere grande e accogliente questo festival. Sono ragazzi del paese, volontari, che hanno lavorato instancabilmente per 4 giorni affinché le persone arrivate da tutta europa si trovassero come a casa loro. Chi in piazza, chi dietro gli spillatori, chi pelando 15 cassette di cipolle (non è proprio il massimo del divertimento), chi in campeggio. Risultato: uno spettacolo davvero degno di nota.

Castelbuono, ci rivedremo, stanne certa.

Road to Summer 2011 – People Involvement Festival

Quarto ed ultimo appuntamento con la nostra piccola rubrica dedicata ai festival indie più cool del Bel Paese (intendiamo l’Italia, non il noto formaggio). Questa volta abbiamo fatto una piccola chiacchierata con Maria Assunta, uno dei ragazzi che hanno messo su il People Involvement Festival che si terrà in Campania, a Frigento (AV), il 9 e il 10 di agosto.


D: Com’è nato il festival?
R: Il People Involvement Festival è nato all’interno di un progetto di prevenzione primaria alla droga svolto dall’associazione omonima. L’idea è quella che le dipendenze non sono mai un problema individuale o meramente sanitario, ma una problematica che investe il sociale, i contesti culturali che determinano la geografia antropologica di una comunità. Questo festival è il momento più importante del laboratorio dell’associazione People Involvement. La più rappresentativa delle fratture che caratterizzano la nostra struttura-cuneo. Il cuneo è un’opera simbolica: sedimentiamo messaggi e coscienza sugli scassi umani. Non seguiamo la logica imperante di repressione, terrorismo e mistificazione. Vogliamo soltanto invitare tutti ad un maggiore rispetto di Sé, del proprio corpo e delle proprie emozioni.

D: Da quali esigenze è venuto fuori?
R: Nasce dall’esigenza di porre le basi per un evento altamente simbolico, di qualità e che uscisse dai confini territoriali, con l’obiettivo di poter diffondere la progettualità della nostra Associazione in maniera estesa, grazie ad un contesto che avesse caratteristiche di unicità sul territorio. L’intento principale è quello di avere la possibilità di fare prevenzione primaria lanciando messaggi e lavorando sul coinvolgimento popolare.

D: Quest’anno è la sua prima edizione?
R:
Il People Involvement Festival è alla sua seconda edizione. Quest’anno avrà la durata di due giorni (9 e 10 agosto) e verrà realizzato presso il Campo di Volo di Frigento (AV). La location, facile da raggiungere, offre la possibilità di avere a disposizione uno spazio molto vasto e adatto a tale manifestazione. Il nostro paese spesso viene riconosciuto grazie al People Involvement Festival e questo è motivo di orgoglio.

D: Che cosa ci offre?
R:
Anche quest’anno gli artisti che si esibiranno sono tra i più importanti del panorama rock indie italiano. La prima sera si esibiranno i Massimo Volume, i Virginiana Miller, il Cielo di Bagdad, Baby Blue ecc. Mentre il 10 agosto potremo assistere ai concerti degli One Dimensional Man, Tre allegri ragazzi morti, IoSonoUnCane, Vegetable G ecc. Oltre alla musica ci sarà uno spazio di dibattito con lo scrittore Bonfanti. E potremo onorarci della presenza delle unità mobili di alcuni centri terapeutici campani, primo fra tutti La Locanda del Gigante di Acerra, impegnata nella lotta alle droghe da moltissimi anni. Naturalmente saranno allestiti stand gastronomici.

D: Ci sono in serbo sorprese?
R:
Certo, ma non anticipiamo.

D: Il People Involvement non è solo un festival ma un festival in Campania: ci date alcune dritte?
R:
Il People Involvement Festival si svolge a Frigento, nel cuore dell’Irpinia e nei pressi della Valle Ufita. L’idea che accompagna l’organizzazione dell’evento è che l’Irpinia ha bisogno di una diversificazione delle proposte artistico-culturali. In ambito musicale negli ultimi anni si è assistito ad una saturazione dell’offerta “folk”, con clonazioni di realtà e gruppi maggiori. Inoltre, il nostro proposito è quello di creare uno spazio aperto ed in costruzione per definire un momento che si arricchisce di sguardi ampi sulla realtà sociale di un territorio periferico del sud.

D: Cosa ci consigliate, cosa vedere, dove mangiare?
R:
Il paese offre un paesaggio suggestivo all’interno del Parco Panorami ma anche un museo d’arte contemporanea di rilievo (raccolta Pina Famiglietti), in uno dei suoi tanti palazzi settecenteschi, già sede operativa della nostra Associazione. Da visitare sono anche le cisterne romane e il centro storico. Mentre nelle vicinanze ci sono luoghi incantevoli per chi ama la natura e l’architettura. A pochi km la mefite e l’importante centro storico di Gesualdo, dominato dal Castrum che fu di Carlo Gesualdo . Sul piano gastronomico Frigento e i centri limitrofi offrono un’offerta di qualità con delle punte di eccellenza nel settore. È difficile farne un elenco, sul web comunque è facile trovare tutte le informazioni necessarie per una scelta e dei percorsi turistici su misura.

D: Chiudiamo con un po’ di colore. C’è un episodio, una curiosità, un dietro le quinte che riguarda il festival e ci volete raccontare?
R:
Lo scorso anno vi era scetticismo nel paese. Alla fine è stata una giornata colorata, un’invasione gioiosa di giovani e meno giovani che hanno rivitalizzato il paese. Il backstage sembrava un luogo di incontro delle autorità locali: amministratori, carabinieri ed il parroco. Abbiamo avuto un enorme successo sia per la qualità artistica che per l’impeccabile organizzazione, tenuta insieme da un nutrito gruppo di giovani. E lo scetticismo ha lasciato il passo ad un’eco di complimenti.


Tutte le info relative al festival (line-up, orari etc etc etc) li trovate qui

Road to Summer 2011 – Giovinazzo Rock Festival

Ed eccoci arrivati alla terza puntata della rubrica dedicata ai festival più interessanti che si terranno quest’estate dalla nostre parti. Protagonista di questo nuovo episodio è il Giovinazzo Rock Festival che si terrà a Giovinazzo dal 30 luglio al 1 agosto e sarà completamente gratuito. Ne abbiamo parlato con Tommy, vediamo cosa ci ha raccontato.


D: Com’è nato il festival? Ci raccontate poi com’è cresciuto? È tutto gratis vero?
Giovinazzo Rock FestivalR: Il Giovinazzo Rock nasce alla fine degli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni giovani volenterosi del paese che con quattro soldi e il sostegno dell’assessore dell’epoca fecero capire al nostro paese che il rock non era poi così cattivo e che anzi poteva diventare occasione di sana aggregazione anche in una piccola e tranquilla cittadina semiaddormentata sul mare.
Di anno in anno i buoni risultati hanno portato sempre maggiore convinzione da parte degli organizzatori, degli amministratori locali, di qualche sparuto sponsor privato, fino a diventare quello che è oggi, forse l’ultimo grande festival rock a ingresso completamente gratuito della provincia e non solo…

D: Quest’anno è arrivato alla sua XII edizione? Che cosa ci offre? Ci sono in serbo sorprese?
R: Quest’anno tocchiamo la dodicesima edizione! Un traguardo già difficilmente ipotizzabile nei primissimi anni.E dato che non amiamo mai addormentarci sugli allori, abbiamo introdotto ancora qualche elemento di novità: in questa edizione troverete una presenza maggiore di band internazionali, e per la prima volta un secondo “stage” alternativo, del tutto particolare, che si alternerà con il palco principale.

D: Il Giovinazzo Rock non è solo un festival ma un festival in Puglia: ci date alcune dritte? Cosa ci consigliate, quali spiagge, dove mangiare, cosa vedere?
Giovinazzo Rock Festival - Il mare di GiovinazzoR:
Il Giovinazzo Rock è un festival che si tiene in un fine settimana probabilmente perfetto, alla fine di luglio, al termine delle sessioni estive di esami, ma prima degli arrivi di massa di agosto. Tre giorni perfetti per godere di grandi concerti completamente gratuiti di sera e di mare pulito, buon cibo e della famosa accoglienza pugliese di giorno. Già senza spostarsi da Giovinazzo ci trovate mare spettacolare, ottimi ristoranti pieni di specialità locali a prezzi contenuti, un centro storico che toglie il fiato. Se poi pensate che nel raggio di pochi chilometri siete in posti spettacolari come Trani, Castel del Monte, Polignano, Alberobello… è una meta perfetta per una vacanza piena di posti e musica da scoprire.

D: Chiudiamo con un po’ di colore. C’è un episodio, una curiosità, un dietro le quinte che riguarda il festival e ci volete raccontare?
R: Ce ne sarebbero tanti da raccontare in 11 anni passati dietro il palco, ma un aspetto che vorrei sottolineare è il grande feeling che si respira sempre tra i ragazzi dell’organizzazione, gli artisti ospiti, il pubblico, gli addetti ai lavori. Non sarà un caso che ogni anno qualcuno resta sempre qualche giorno in più a Giovinazzo anche dopo essersi esibito sul nostro palco!


Giovinazzo Rock Festival (poster)

Tutte le info relative al festival (line-up, orari etc etc etc) li trovate qui