The Wizard of Oz, fatto di Lego!

Il mondo abbonda di festival a cui geek, nerd e tipi strambi in generale partecipano con encomiabile passione. Figuriamoci se poteva mancare un appuntamento dedicato ai Lego, notoriamemente una delle più grandi passioni dei bambini, ma soprattutto di tanti adulti (e noi per primi ricordiamo con estremo piacere una notte trascorsa ad assemblare il Millennium Falcon). I fanatici dei mattoncini colorati sono in grado, con i Lego, di creare praticamente tutto: si va dalle note sculture di Nathan Sawaya, che certamente saranno familiari a tutti coloro che almeno una volta hanno fatto capolino su un qualsiasi social network,  all’X-Wing in scala 1:1 di cui avete letto su queste stesse pagine, per finire con le manifestazioni di legomania più legate alla cultura pop, come i diorami ispirati alle [SPOILER ALERT! nel caso qualcuno di voi non abbia ancora finito di vedere la terza stagione di Game of Thrones] scene topiche delle serie tv di successo.

Proprio di Lego e cultura pop ci occupiamo quest’oggi, per proporvi l’omaggio di un abile gruppo di ben 12 costruttori provenienti da tre diversi paesi ad uno dei film che hanno fatto la storia del cinema. In occasione del Brickworld 2013 tentutosi un paio di settimane fa a Chicago, il gruppo internazionale VirtuaLUG ha infatti realizzato un gigantesco (ben tre metri di lunghezza) diorama Lego ispirato a The Wizard of Oz, riprodotto in tutta la sua lisergica magnificenza in technicolor e premiato come miglior opera collaborativa. Ovviamente si parla di The Wizard of Oz quello vero, quello targato Metro-Goldwyn-Mayer girato nel lontano 1939, quello con Judy Garland che canta “Somewhere Over the Rainbow” (canzone del secolo in una di quelle inutili classifiche stilate sapendo che nessuno sarà mai d’accordo), quello che se mentre lo vedete sostituite l’originale traccia audio con The Dark Side of the Moon scoprirete talmente tante coincidenze che sarebbero altrimenti inspiegabili se non presupponendo che i Pink Floyd abbiano composto l’album in perfetta sincronia con il film (panzana del secolo, altro che canzone del secolo, eppure fattoide dal fascino così innegabile che viene una gran voglia di crederci).

The Dark Side of the Rainbow

Come potete giudicare voi stessi dalle immagini, il leggendario film è stato riprodotto con grande dovizia di cubettosi particolari: dalle tonalità seppia che caratterizzano il Kansas all’inizio del film all’esplosione di colori della Terra dei Munchkins, dalla Yellow Brick Road agli incontri con i famosi compagni di avventura di Dorothy, fino alla monumentale Città di Smeraldo e al tenebroso castello della Strega dell’Ovest, il tutto facendo ricorso, salvo particolarissime esigenze, all’uso di mattoncini “standard” (quelli che si possono trovare in una qualsiasi confezione di Lego, per intenderci). Ma a rubare la scena è soprattutto il tornado motorizzato, pezzo forte dell’installazione ed efficacissima rappresentazione di quello che diede inizio alla straordinaria avventura di Dorothy, catapultandola dal Kansas al magico mondo di Oz.

Do you suppose there is such a place, Toto? There must be. It's not a place you can get to by a boat or a train. It's far, far away -- behind the moon -- beyond the rain...There's a storm blowing up -- a whopper, to speak in the vernacular of the peasantry. Poor little kid -- I hope she gets home all right.Toto, I've a feeling we're not in Kansas anymore."How can you talk if you haven't got a brain?" "I don't know... But some people without brains do an awful lot of talking... don't they?"
Oil can!How long can you stay fresh in that can? Come on -- get up and fight, you shivering junk yard! Put your hands up, you lop-sided bag of hay!I can't run anymore.  I'm so.... ...sleepy.Who rang that bell?
"Ooooh! The Wizard? But nobody can see the Great Oz! Nobody's ever seen the Great Oz! Even I've never seen him!" "Well, then -- how do you know there is one?"Now, fly!  Fly! Bring me that girl and her slippers! Fly!  Fly!  Fly!All right, I'll go in there for Dorothy -- Wicked Witch or no Wicked Witch -- guards or no guards -- I'll tear 'em apart.Well, you force me into a cataclysmic decision. The only way to get Dorothy back to Kansas is for me to take her there myself!

Di seguito, un video in cui uno dei membri del gruppo esamina in dettaglio il diorama, fornendo al contempo alcune interessanti informazioni relative alla sua realizzazione.

via Mashable

Un paese delle meraviglie a pois. I pois di Yayoi Kusama

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice moriva di noia a starsene seduta con la sorella sulla proda, senza far niente; aveva sbirciato un paio di volte il libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure, né dialoghi, “e a cosa serve un libro” pensava Alice “senza figure né dialoghi?”

Già, a cosa serve?
Se poi si tratta di Alice nel paese delle meraviglie, probabilmente il più immaginifico, sognante, allucinato ed esplosivo libro degli ultimi secoli, davvero, a che cosa serve?
A ben poco direi.

Certo le illustrazioni narrative (talvolta spiccatamente didascaliche) cui la traduzione classica ci ha abituato subirebbero uno scossone non da poco a sfogliare queste pagine in cui Alice passa attraverso lo specchio e l’arte di Yayoi Kusama.

In un’intervista rilasciata a Bomb nel 1999 (che se volete potrete leggere per intero qui) Yayoi Kusama dichiarava che la propria arte si origina da allucinazioni che solo lei può vedere; leggendo quel passaggio che si inserisce in un contesto di chiara lucidità assertiva è stato come se un alito di tenerezza vibrasse sul mio collo, mi parlasse di un limes buio e luminosissimo sul quale, non oltre, non prima, può accadere di tutto, si può anche incontrare un sorriso senza corpo, un sorriso umano che è il sorriso di un gatto, su cui s’appoggia una farfalla nera e dal quale pende un cordoncino con all’estremità un bottone. Un sorriso che ciascuno può appuntarsi alla giacca, alla memoria, tanto concreto, tanto largo, a ricordarci che certe immagini sebbene abbiano il potere di scomparire sono lì proprio per restare, e parlare. Magari sorridere.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La tavola apparecchiata in occasione del tè dei matti è un trionfo di mosaici e di pois colorati, che pezzetto di fianco a pezzetto, pallino di fianco a pallino compongono immagini che sono dettagli e che suggeriscono un contesto dal quale sono stati esclusi i protagonisti: rimane un cappello, svolazzano le farfalle (coloratissime, questa volta), mollemente si rilassano le posate che qualcuno ha usato per mangiare l’anguria o zuccherare il tè.

Ma Alice, dov’è? Si è persa in un pois? Ha mangiato qualcosa che l’ha fatta divenire tanto piccola da essere invisibile ai nostri occhi? Magari, c’è, solo si nasconde sotto la corolla dall’aspetto poco edibile di un fungo, o sul dorso di una lumaca poco lesta.

Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La incrociamo solo due volte, la prima volta ne vediamo il collo lungo, lunghissimo, dopo aver scoperto ciò che può accadere a seguire i consigli di un bruco; la seconda ci saluta con un’ombra corrucciata, dal davanzale di una finestra incastonata in un peperone. Il fiore orologio segna le tre, la sorella di Alice la immagina da grande; “cercò di immaginarsi come questa sorellina si sarebbe trasformata in un prossimo futuro, in una donna adulta; e come avrebbe mantenuto attraverso tutti gli anni della sua maturità il cuore semplice e affettuoso dell’infanzia”. Forse crescendo è divenuta altro, forse ci sono decine, centinaia, di Alice che non hanno disatteso le aspettative e i sogni dell’infanzia, forse, anzi, per certo Yayoi Kusama è una di loro. D’altra parte lo afferma lei stessa in una dichiarazione brevissima, che ha un tono deciso e il sapore della serenità: “Io, Kusama, sono la moderna Alice nel paese delle meraviglie”.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice_coverTitolo: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. 
Autore: Lewis Carroll, Yayoi Kusama
Traduttore: Milli Graffi
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 192 pp., 30,00 €

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I Grimm come non li avete mai letti

Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.
Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.

Sono passati duecento anni dalla pubblicazione delle loro fiabe, le fiabe dei fratelli Grimm, intendo, e a tutt’oggi sono decine, centinaia direi, le forme in cui esse sono state riproposte: dalle più nobili e fedeli, dalle varianti più o meno brillanti, fino alle orride riduzioni, che purtroppo vanno per la maggiore, perché più semplici (laddove questa splendida parola si svuota del suo altissimo valore), perché più veloci, perché banali.

Rare sono però le occasioni di poter leggere quelle fiabe dei Grimm che esulano dai confini del consueto, a meno che non si attinga all’opera completa originale, ma anche in questo caso, e facendo riferimento alla meglio nota tra tutte le edizioni delle fiabe dei fratelli Grimm, la settima del 1857 (Kinder- und Hausmärchen), solo alcune tra quelle selezionate da Jack Zipes sono riconoscibili o familiari: alcune sono state riselezionate dai Grimm durante la loro instancabile opera di scelta filologica, altre modificate perché si adattassero meglio alla tradizione tedesca e perdessero un po’ della loro origine straniera, altre ancora hanno cambiato titolo, altre, invece, sono state del tutto eliminate.

Per questa ragione Principessa Pel di Topo (e altre 41 fiabe da scoprire)  è un volume imperdibile, prezioso: raccoglie 42 fiabe dei fratelli Grimm sorprendenti e quantomai autentiche. Fiabe dai personaggi in via d’estinzione, la morte per esempio (processo che riguarda, ahimè, solo il personaggio), la fame, le madri crudeli, la rivalità tra fratelli, la malvagità nella sua forma più estrema.

Sono fiabe raccolte tra il 1815 e il 1817 non del tutto adatte ai bambini, molto più affini alla tradizione magico/popolare, la quale però rientra assolutamente nell’ambito del fiabesco e proprio da quel contesto attinge a piene mani per sdrammatizzare la realtà, per renderla, nel contrasto, evidente, per rasserenare. E le illustrazioni, esattamente come in tutte le fiabe che si rispettino, intervengono a sottolinearne proprio la radice comune: sono di Fabian Negrin e sono splendide. Ho individuato un filo rosso tra tutte le tavole e tra le tavole e le fiabe: l’urgenza di rendere tutto il senso di ogni storia con nettezza, velocemente, senza cornici, introduzioni o orpelli. Riflette quest’urgenza l’origine orale di queste fiabe, e risolve quest’urgenza la capacità quantomai straordinaria di Fabian Negrin di raccontare un’intera storia in una sola immagine.

pel di topo grimm_copertinaTitolo: Principessa Pel di Topo e altre 41 fiabe da scoprire
Autore: di Jacob e Wilhel Grimm, a cura di Jack Zipes con 15 tavole originali di Fabian Negrin
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 200 pp., 23,90 €

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Non c'è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene

A. C. Quarello - Janet la stortaNon c’è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene. Non c’è perché non esistono gesti in parte crudeli o in parte buoni. E ciascuno di noi, che lo voglia o meno, è portatore sia di quel bianco che di quel nero, e, come esplicitato da Goffredo Fofi nella postfazione a questo lampo che è Janet la storta di R. L. Stevenson, “il male ha le sue attrattive, come ogni fuoriuscita dalla regola, dall’ordine imposto. Crescere vuol dire questo, e vuol dirlo da sempre: capire la differenza tra il bene e il male”.

Un capolavoro di sessantaquattro pagine in cui Maurizio A. C. Quarello, l’illustratore, riesce a dialogare con Stevenson su pari livello. Gli occhi iniettati di sangue di Janet (la storta), i corvi che sembrano trovare nel suo cappello il proprio nido hanno la stessa valenza delle parole di Stevenson: sfogli le pagine, le incontri, ne sei colpito, sei costretto da un desiderio misto ad angoscia a indugiare sui dettagli, Ti colgono di sorpresa e ti lasciano turbato.

Aveva ragione la maggior parte della gente a mettere in guardia il giovane reverendo Murdoch Soulis? Avrebbe dovuto assecondare il pregiudizio di un aspetto assolutamente poco confortante? L’uomo nero, del resto, lo sanno tutti che può nascondersi ovunque, albergare in esseri anche meno inquietanti di Janet; Janet dalla risata inconcludente, dai gesti convulsi, dall’incedere incespicante e furioso.

A. C. Quarello - Janet la stortaA. C. Quarello - Janet la storta

Siamo tutti dalla parte di Janet quando le comari puritane tentano di annegarla secondo lo schema classico della lotta alle streghe: se affoga, peccato… se resta, caparbiamente, a galla peccato… è una strega. E queste parrocchiane non fanno nulla per scardinare l’appoggio pieno che il lettore dà al reverendo. Agiscono da ottuse; si comportano come se fossero investite da una facoltà di giudizio ineccepibile. Eppure Janet da quel bagno di soffocante inquisizione esce inospitale a qualsiasi empatia e la tensione sale.

Ripenso a L’isola dei morti alla desolazione imperante in quel dipinto come nello spaventoso isolamento del reverendo; ripenso ai toni dell’ocra e del bruno che toccano quella tela come queste pagine e inzuppano delle acque dello Stige ogni frase, ogni parola. Parole e frasi che, in perfetto stile short story, evocano con intensità e freddezza: ogni pensiero è lancinante, comincia e si conclude senza strascichi senza commistioni. A ogni momento la sua personale paura.

La vecchia Janet un po’ strega, un po’ diavolo, un po’ maga è storta; ancora riprendo Goffredo Fofi e la sua postfazione “Janet sta tutta da una sola parte, la parte dell’oscurità, della notte, del male, di ciò che continuiamo a chiamare demonio”: è thrawn, come in scozzese si dice per twisted, crooked, perverse. Perfettamente “storta”. Altrettanto calzante la traduzione di Paola Splendore che riesce a restare fedele a quella freddezza di ritmo e intensità che rendono questa lettura per adolescenti e adulti piena.

*A. C. Quarello quest’anno ha vinto il Premio Andersen come miglior illustratore e in regalo con questo albo un poster.*

Titolo: Janet la Storta
Autore: R. L. Stevenson, A. C. Quarello
Traduttore: Paola Splendore
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 64 pp., 15,00 €

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Un classico surreal pop

C'è posto per tutti - Massimo Caccia - TopipittoriSogno un’arca, se mai ce n’è stata una, che sia salvifica, che metta al sicuro e all’asciutto gli uomini, gli animali, la terra stessa. Un’arca in cui ci sia posto per tutti, anche se giocoforza ciascuno dovrebbe farsi incastro, adattarsi allo spazio esiguo, stringersi vicino all’altro passeggero, divenire tessera adattabile di un mosaico di razze e anime.

Massimo Caccia è un artista, un pittore, le tavole realizzate per C’è posto per tutti (Topipittori) non hanno bisogno di parole. Tutto ciò che c’è da intendere lo si fa guardando negli occhi questi animali che, lentamente, come chiunque vada incontro a un destino sconosciuto fuggendo da una condizione di pericolo, si muovono di pagina in pagina, a volte lasciando tracce di sé sui margini o anticipando la propria presenza con indizi grafici. Il colore di ogni animale è privo di sfumature, così come gli sfondi sono uniformi e pieni. La rana è verde. Il pipistrello è grigio. I contorni sono netti, neri, eppure l’atmosfera è intrisa di un movimento che è costante, seppur lento, e denso di ansia, preoccupazione. C’è posto per tutti, ci si continua a ripetere sfogliando. Sarebbe giusto affrettarsi perché il diluvio incombe, ma nessuno resterà a terra. Nonostante la rassicurazione però, di tavola in tavola ci si augura che aumenti il ritmo dei passi, che lo struzzo eviti di attardarsi per strada preso da chissà quale paura a scavare una buca per infilarci la testa. Non è il momento di tergiversare e fa bene il facocero a superare scavalcando il coccodrillo trovando comunque il tempo di rivolgergli uno sguardo di condivisione.

C'è posto per tutti - Massimo Caccia - TopipittoriC'è posto per tutti - Massimo Caccia - TopipittoriC'è posto per tutti - Massimo Caccia - TopipittoriC'è posto per tutti - Massimo Caccia - Topipittori

Quando le prime gocce di pioggia arrivano a toccare terra gli animali sono tutti a bordo in un perfetto incastro di colori. Un mosaico surreal-pop che fin troppo direttamente induce l’adulto a creare connessioni con i barconi affollati di esseri umani alla disperata ricerca di un approdo sicuro. Il bambino, invece, si preoccupa, per fortuna, del fatto che il becco del pellicano possa pungere l’elefante (la tartaruga no, quella ha il guscio resistente) e in effetti, siamo sicuri che non lo faccia?

Titolo: C’è posto per tuttiC'è posto per tutti- copertina
Autore: Massimo Caccia
Editore: Topipittori
Dati: 2011, 32 pp., 16,00 €

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Cento anni per Peter e Wendy

Peter e Wendy prima edizione“Tutti i bambini, tranne uno, crescono”. I bambini, tranne uno, crescono, passano gli anni e le prime edizioni diventano centenarie, si intrecciano le varianti, cambiano i media e cambiano i gusti e le tendenze.

Nel festeggiare i cento anni dalla prima edizione di Peter e Wendy stentiamo a trovare nella letteratura perl’infanzia contemporanea nuove Neverland, ma meglio di noi lo dice Maria Tatar sul New York Times.

Peter e WendyPeter e Wendy disneyJ. M. Barrie peter e wendy

Il battello a vapore: largo ai classici!

Per cominciare, della collana I classici del Battello a Vapore, ho scelto tre titoli. La scelta tra tante bellissime storie è stata difficile, alla fine, dunque, è stata dettata dal mio personale affetto per Carlo Collodi, Robert Louis Stevenson e Louisa Mary Alcott, rispettivamente genitori di Pinocchio, Long John Silver, Meg e Jo.

Particolare della copertina PinocchioLa collana apre proprio con Le avventure di Pinocchio. Tralasciando l’opera in sé, scendo nel dettaglio della struttura dell’edizione, che si applica naturalmente anche a tutti i titoli a seguire, perché coniuga egregiamente il piacere della lettura alla didattica. Ma andiamo con ordine: l’introduzione. A firma di autori di letteratura per l’infanzia è un piacere già di per sé. Assolutamente non dottrinale, nasconde spesso un raccontino a sé stante, qualche curiosità, qualche dettaglio personale. L’autore di quella a Le avventure di Pinocchio è di Roberto Denti (Teresa Buongiorno introduce Piccole donne e Roberto Piumini L’isola del tesoro), che, giustamente, parte col sottolineare come Pinocchio si legga da bambini, da ragazzi, da adulti, riservando a ciascuna età sempre nuove sorprese giacché il personaggio Pinocchio non lesina certo in avventure o trovate originali.

Il romanzo è corredato da un ricco apparato di notizie e curiosità (ricette, note storiche, curiosità sull’abbigliamento dell’epoca, usi, invenzioni del tempo così come rimandi ad altre opere e riferimenti geografici). Esse trovano spazio a destra e a sinistra delle pagine in una colonnina che spesso ospita una piccola illustrazione, non ingombrando lo spazio della lettura e non inficiandola.

Le numerose illustrazioni di Cecco Mariniello, per Pinocchio, in bianco e nero a piena pagina, citano Doré e Innocenti con un risultato suggestivo ed evocativo per niente didascalico.

A tutto questo si aggiunge il prezzo contenuto che certamente invita all’acquisto degli altri volumi che andremo considerando nei prossimi mesi per il valore che attribuiamo a questa collana che si propone ai ragazzi e ai bambini (dai 9 anni) col nostro stesso intento: riscoprire e rileggere i tesori della letteratura.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi
Editore: Piemme Junior
Dati: 2011, 282 pp.,10,50 €
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Titolo: Piccole donne
Autore: Louisa Mary Alcott
Editore: Piemme Junior
Dati: 2011, 515 pp.,12,00 €
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Titolo: L’isola del tesoro
Autore: Robert Louis Stevenson
Editore: Piemme Junior
Dati: 2011, 410 pp.,11,50 € 

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Tolstoj-Leopardi: un gemellaggio sulle tracce dell’infinito

Da una sponda all’altra dell’infinito letterario senza far naufragio. Il colle dell’Infinito (ispiratore del più celebre ‘naufragio’ poetico di tutti i tempi, quel “naufragar m’è dolce in questo mare” di Giacomo Leopardi) e Jasnaja Poljana (la tenuta museo dove Tolstoj si chiese: “che sono io?” E si rispose: “una parte dell’infinito”), uniti da un insolito gemellaggio. Di anime, pur nella diversità di luoghi, tempi, modi di vita, indole e produzione creativa; di famiglie (Leopardi-Tolstoj), di paesi di provenienza e culture. Tolstoj-Leopardi: il respiro dell’anima è il titolo della mostra che palazzo Leopardi a Recanati ha ospitato dal 2 luglio al 21 agosto e che sta per approdare alla tenuta-museo di L. N. Tolstoj a Jasnaja Poljana in Tula (Russia), dove sarà visitabile da l primo ottobre al 27 novembre. Una mostra che è in gran parte un percorso iconografico con rimandi all’ambiente e alla vita dei due scrittori dove a far da  guida sono le loro stesse parole, espressioni del binomio ad andamento sempre cangiante e sofferto, vita-scrittura. Si respira aria di casa, la loro, si viene a contatto con oggetti della vita quotidiana degli scrittori, dall’infanzia a seguire, e soprattutto si entra nelle rispettive officine ricostruite a effetto: manoscritti e pagine aperte su saggi di grafia e creazione, opere redatte in più fasi, varianti, penne, calamai, attrezzi da lavoro, i libri prediletti, foto e quadri delle grandiose biblioteche di famiglia (almeno 20 mila volumi) che furono il centro della loro formazione, la fucina di sensibilità eccezionali.

A che si deve questo accostamento che di primo acchito può sembrare forzato? È l’anno dedicato alla promozione della cultura e della lingua russa in Italia e della cultura e lingua italiana in Russia. L’idea, promossa dalla Regione Marche e sostenuta dalle rispettive famiglie, sobrie cultrici della memoria di cotali antenati nei luoghi simbolo (Recanati e Jasnaja), è stata accomunare in uno stesso progetto le due grandi personalità letterarie e filosofiche. Obiettivo ulteriore sul versante italiano, è creare opportunità per far ‘entrare’ Recanati e quindi le Marche nella rete internazionale dei parchi letterari di cui fa già parte la tenuta-museo di Lev Tolstoj che è memoriale nazionale e riserva naturale insieme. Non è tanto o solo importante cercare una parentela tra anime, corrispondenze, affinità biografiche, quanto utilizzare il pretesto celebrativo internazionale per una scoperta o riscoperta delle due grandi personalità della letteratura mondiale. Che poi, nella diversità si trovino punti di contatto, non dispiace: la sensazione dell’infinto, la tensione verso l’infinito, l’interrogarsi sul senso della vita, tensioni esplorative mai venute meno, attraversano lo Zibaldone e tutta la poesia di Leopardi, ma anche le Confessioni e il Diario, inteso come ‘diario delle debolezze proprie’ di Tolstoj. Conobbero entrambi analoghi snodi cruciali: la fuga, uno giovane, l’altro vecchio, fino a morire da fuggitivo. Queste e altre analogie sono documentate nel bel catalogo a cura di Fabiana Cacciapuoti e Galina Alexeeva, curatrici pure della mostra, stampato a Recanati con testo in italiano e in russo.

Entrambi aristocratici, entrambi parte di famiglie schiaccianti, accuditi da figure domestiche ambivalenti (il padre Monaldo per Giacomo; la moglie Sof’ja per Lev), despoti e amorevoli protettori a un tempo (familiari che fecero da copisti e trascrittori delle opere, fornirono biblioteche, e furono termini di una dialettica permanente in un vissuto complicato), entrambi travolti da crisi interiori e spirituali fino a radicali ‘conversioni’. Diverso certo il vissuto, il viaggio mentale e soprattutto l’approdo: da poeta a filosofo, nichilista e profeta della modernità Leopardi, capace di ‘sentire l’infelicità del mondo, in luogo di conoscerla’; religioso sia pure in forme ribelli e fideistico Tolstoj, proteso solo alla felicità sia pure universale, perché ‘lo scopo della vita è la felicità’. Entrambi auspicarono l’avvento della fratellanza e di un’umanità solidale, ma il nostro come unica risposta a una Natura potente quanto indifferente alle sorti umane; l’altro quale tensione etica e spirituale, ricerca di armonia e integrazione con la natura e l’impronta divina in essa riconoscibile. Forse a molti non è stato possibile visitare la mostra a Recanati; tantomeno sarà possibile arrivare in casa Tolstoj. Importa masticare notizie del genere quel tanto che basta a trasformarle in occasioni esistenziali. Recanati e la casa di Giacomo sono visitabili, comunque sempre. Dalle nostre assai più modeste biblioteche, invece, si possono tirar giù volumi, forse impolverati o dimenticati per incontrare Leopardi e Tolstoj e scoprirli vivi e parlanti.

 

Per informazioni: tel. 071/7579445, www.cultura.marche.it, www.giacomoleopardi.it.

Sogni di carta: in mostra i disegni dei grandi visionari del '900

Spalancare la vita al sogno: per Marc Chagall è ragione di vita. Vivere è creare e creare è dare forma ai sogni, incanalare nell’arte visioni notturne quale risarcimento alle ferite dell’infanzia e alternativa alla cruda realtà. “Mia soltanto è la patria della mia anima – annota Chagall –  Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa; essa vede la mia tristezza e la mia solitudine ma non vi sono case: furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell’aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima”.  La pittura è itinerario nella dimensione onirica, tenendo a mente che ‘i sogni non vogliono farvi dormire, al contrario vogliono svegliare’: parola di Rene Magritte. Il tramite tra il sogno e la vita accidentale è l’arte che “scuote dall’Anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”, ricorda Picasso. E  in questo esser sbalzati dalla sella delle abitudini e del limite convenzionale,  si pone la pittura, “una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto”, ricorda ancora Picasso. “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, osserva Paul Klee. Infine (finale provvisorio in questo breve ma possente campionario di visionari) ancora Rene Magritte: “Nella vita tutto è mistero. la mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto”.

Sogno e sogni, visioni, qualche volta declinate in incubi, allucinazioni; il mistero dell’esistenza in un disegno, l’immersione nelle profondità dell’essere a cogliere la vera realtà, il nucleo invisibile, attraverso giochi di colori. I pittori sentono, sanno, vanno dritti alla metafisica psichica, cuore delle cose, e più che una panacea è una cura starli ad ascoltare, come fermarsi a cogliere nelle loro produzioni quale parte di invisibile sono andati a scovare. Sono gli specialisti dei sogni anche più evanescenti, impressi su carta. E ‘Sogni di carta’ è una densa mostra appena inaugurata alla Galleria d’arte moderna e contemporanea Villa Franceschi di Riccione, racchiude dipinti, disegni, incisioni dei grandi maestri del ‘900: 70 artisti per oltre 100 opere distribuite su tre piani espositivi. La lista è lunga:  Adami, Balla, Basaldella, Bellmer, Boetti, Braque, Burri, Cagli, Calder, Capogrossi, Carrà, Casorati, Chagall, Ciacelli, Corpora, Corsi, Crali, Dalì, De Chirico, De Kermadec, De Pisis, Delvaux, Dorazio, Dova, Ensor, Ernst, Fautrier, Fellini, Folon, Gauguin, Gentilini, Grosz, Guidi, Hartung, Jacob, Klee, Lanskoy, Lazzari, Licini, Magnelli, Magritte, Manzoni, Marasco, Marini, Masson, Matisse, Matta, Mirò, Modigliani, Music, Novelli, Parmeggiani, Picasso, Pirandello, Poliakoff, Prampolini, Redon, Romagnoni, Romiti, Rotella, Santomaso, Savinio, Schifano, Severini, Sironi, Steinberg, Sutherland, Vedova. L’idea di raccogliere in un’unica rassegna le opere di artisti accomunati dal sogno nella diversità di stili, tecniche, mondi e visioni interiori, è stata di Giovanni Tiboni, gallerista, Guido Candela, economista dell’arte; Alessandro Giovanardi, storico e critico d’arte; Daniela Grossi, direttrice di Villa Franceschi. La galleria d’arte moderna e contemporanea di Riccione, è l’unica sul territorio della provincia di Rimini che ha una propria collezione di opere di cui alcune esposte. I disegni provengono da collezioni private o sono stati prestati da galleristi. La mostra celebra dunque in ordine, il sogno nelle sue declinazioni infinite, gli artisti tanto sognatori da essere gli unici ad avere la visione lucida sulla realtà, e la carta, materiale fragile, leggero come il sogno, capace di fermare impressioni fuggevoli. Il sogno codificato da Freud già sul finire dell’ ‘800 ha certamente acquisito una rilevanza terapeutica, simbolica ed esistenziale prima sconosciute imprimendo una svolta nella storia artistica e letteraria del XX secolo, ma anche antropologica.

Che il movente sia  l’ansia psichica, l’impossibilità di stare al mondo, la ferita originaria che ognuno si porta, trattati su carta da tali presenze del ‘900 le discordanze e i conflitti interiori, si trasformano in immagini, simboli, oppure astrazioni informi che sono l’equivalente di salti quantici verso altri livelli di realtà. Questa è insomma “un’esposizione interamente ordita di carte: una camera delle meraviglie del Novecento, una raccolta di ali di farfalla dipinte e incise, disegnate e spruzzate di pigmenti, organizzata non secondo l’idea della completezza storica, ma per sottili rimandi poetici e stilistici, per unioni nel contrasto che hanno sedotto il gusto di vari collezionisti. Alla levità del materiale corrisponde, all’opposto, l’illuminante densità del pensiero che s’imprime nel semplice bozzetto come nel lavoro compiuto, nel gioco estemporaneo e sapiente, così come nel rituale antico e complesso delle tecniche incisorie”, si legge sul catalogo a cura di Alessandro Giovanardi. In mostra ci sono vere rarità come i disegni di Amedeo Modigliani che sembrano emergere da una nebbia onirica o l’inchiostro viola su carta di Paul Klee che è un pensiero filosofico in forma d’immagini che attinge l’ispirazione a un primitivismo in voga.

Da evidenziare tra le opere (la cui trattazione richiederebbe uno spazio a sé) una xilografia di Paul Gauguin, Il sorriso, che “sembra quasi un esemplare ‘sovramondo’ onirico del suo esotismo, della sua ricerca impossibile di armonia con la terra e il mondo: anch’essa è compendiosa, fitta di riferimenti, carica d’inquietudini”, scrive Alessandro Giovanardi. E in questa distorsione quasi si apparenta all’incubo simbolista di Odillon Redon, ‘La tentazione di S. Antonio’, ‘padre’ anche del Picasso neocubista  che compone le acqueforti letterarie e mitologiche de La chute d’Icare: “passaggi onirici notturni che richiedono l’attenzione del pensiero”. È del 1968 l’acquaforte di Marc Chagall, ‘Il sogno dell’asino’: un asino volante si mescola a figure d’acrobati e a un androgino bifronte. “Simbolo della divina follia, dell’umiltà del sapiente e del santo, l’asino, come già il violinista è l’artista stesso che può vivere il suo destino solo camminando sui tetti, nelle figure ironiche e sapienti del sogno, sospese tra terra e cielo come ponti mobili, come liane ed altalene circensi”, spiega Giovanardi. Infine riconoscibile il Magritte, poeta dei sogni, capace di un effetto straniante dove l’ordine naturale delle cose è scomposto, gli oggetti familiari ‘urlano’ per rendere visibile il mistero. In esposizione anche disegni di Federico Fellini, di proprietà del museo Fellini di Rimini che stanno a ricordare che il regista iniziò la sua carriera come disegnatore, ma la carta resta il suo luogo di frequentazione privilegiato per tutta la vita. È su carta che immagina i suoi film, crea i personaggi e le scene. Su carta che Fellini, come gli altri artisti in mostra, fa trionfare  il nucleo più vero della sua essenza, l’esuberanza inventiva che secondo uno psicoanalista, Donal W. Winnicott,  “consiste nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare e ricreare il mondo. È l’ onnipotenza del pensiero propria dell’età infantile”. Onnipotenza che degrada in età adulta in vuoto o peggio distruttivo esercizio del potere.

Galleria d’arte moderna e contemporanea Villa Franceschi, Via Gorizia, 2 – 47838 Riccione
Tutti i giorni dalle ore 20 alle 23
martedì e giovedì anche dalle 8,30 alle 12,30
Chiuso lunedì
Tel. 0541 693534 – 0541 600113
e-mail: museo@comune.riccione.rn.it, www.comune.riccione.rn.it, www.riccioneperlacultura.it

500 Vite. Un anno di eventi per Giorgio Vasari

Vasari - Vite

Manca poco meno di un mese alla scadenza esatta del quinto centenario vasariano e già in Toscana si fa fatica a contare le innumerevoli manifestazioni incentrate sul poliedrico personaggio rinascimentale. Giorgio Vasari, nato ad Arezzo il 30 luglio 1511, è conosciuto ai più per aver pubblicato nel 1550, e poi nel 1568 in versione rieditata e ampliata, il trattato sulle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, vera e propria pietra miliare della storiografia italiana che, ancora oggi, risulta un punto di partenza imprescindibile per lo studio dei centosessanta artisti in essa descritti.

Non tutti sanno, però, che il Vasari era lui stesso un pittore, uno scultore e uno dei più importanti “architettori” della corte di Cosimo I de’ Medici, tanto che fu proprio l’aretino a realizzare il progetto di un’altra opera fondamentale per la storia dell’arte italiana, anch’essa, come le Vite, intesa, in un secondo momento, a raccogliere in un solo luogo molti dei suoi più illustri predecessori: gli Uffizi di Firenze.

Gli UffiziLa mostra Vasari, gli Uffizi e il Duca si pone l’obiettivo di ripercorrere proprio il rapporto tra Cosimo I e il Vasari e come questo sia sfociato nella realizzazione architettonica dell’idea di accentramento politico della corte medicea. L’edificio infatti è un vero e proprio frammento di città, che salda in un unico organismo le due residenze ducali di Palazzo Vecchio, sede del governo, e di Palazzo Pitti, al di là dell’Arno, imprimendo su Firenze la presenza fisica del Potere, sotto forma di architettura e custodendo, prima di trasformarsi in uno dei più importanti e famosi musei del mondo, l’intero apparato governativo del Granducato di Toscana. Attraverso un’ampia serie di testimonianze e carteggi d’epoca, la mostra – alla Galleria degli Uffizi fino al 30 ottobre 2011 – ripercorre la realizzazione del più imponente cantiere architettonico del Cinquecento italiano e il modo in cui esso ha radicalmente cambiato l’assetto urbano della città.

Il Vasari pittore, invece, è celebrato nella nativa Arezzo con ben due mostre. La prima, Giorgio Vasari, pittore e disegnatore, raccoglie una serie di opere estrapolate dalle collezioni di alcuni dei più importanti musei europei, tra i quali il Louvre e il British Museum, e l’altra, dall’infelice titolo Vasari: santo è bello, ma dal ricco allestimento, presenta, accanto ad alcuni dei più importanti dipinti dal tema religioso dell’artista toscano, tra cui il Cristo nell’orto, anche delle opere scelte dalla collezione del museo diocesano di Arezzo, utili a contestualizzare la produzione pittorica vasariana, che lo stesso aretino considerava la principale delle sue numerose attività, nonostante il suo stile, spesso confuso e oscillante tra richiami michelangioleschi e raffaelleschi, non riuscisse a sollevarsi molto al di sopra di un’oratoria magniloquente.

Giorgio Vasari - AutoritrattoIntanto, il nostro, nonostante i cinquecento anni, è capace di risultare ancora enormemente attuale e al passo con i tempi. Nella primavera scorsa, infatti, gli studenti dell’Istituto “Giorgio Vasari” di Figline Valdarno hanno creato un blog dedicato proprio all’illustre personaggio che da il nome alla loro scuola, mentre la Regione Toscana sta progettando una banca dati che raccolga le voluminose Vite. La stessa imponente opera storiografica, sin dal 3 marzo scorso, da Firenze a Pisa e, ovviamente ad Arezzo, è il centro di una serie di letture pubbliche che si protrarranno per l’intero anno e che daranno vita alle centosessanta storie che il Vasari aveva ideato sul modello classico di Plutarco, scrivendo con efficacia letteraria, sceneggiando i fatti che era andato raccogliendo nei suoi viaggi di ricerca, interpretandoli e attraendo il lettore con aneddoti curiosi e a volte divertenti, seguendo l’antico principio dell’Ars poëtica oraziana di insegnare dilettando, conscio del fatto che «ottiene ogni voto colui che mescola l’utile al piacevole, dilettando il lettore e al tempo stesso ammaestrandolo».

Forse, il cinqucentenario Vasari non sarà stato un pittore abile quanto lui stesso credeva di essere, ma, senza alcun dubbio è stato un notevole “architettore” e un abilissimo scrittore e sono state proprio queste due ultime attività, da lui ritenute secondarie, a consegnarlo alla storia e a far sì che la Toscana e l’Italia intera si ricordino ancora di lui e che il suo anniversario non risulti “di troppo” in un anno decisamente colmo di importanti ricorrenze.