Viaggio a Nord-Ovest di Londra

NW è il titolo dell’ultimo e atteso romanzo di Zadie Smith.

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NW è la zona nord-ovest di Londra, Willesden, una periferia multiculturale, abitata da persone pronte a fuggire e da altrettante persone rassegnate a rimanere.

NW è una trappola, come lo sono anche le relazioni in cui sono imprigionati alcuni dei protagonisti, costretti, per scelta o loro malgrado, a vivere un matrimonio in cui addirittura non si riesce a nascondere l’entusiasmo per il lunedì mattina, unica via di scampo da un week end che convoglia tutti i malumori e le insofferenze della coppia.

NW è il quartiere in cui vivono Leah e Michel, e i loro amici Natalie e Frank; ad accomunarli frustrazioni e insoddisfazioni alle quali non sembra esserci rimedio.

NW è un quartiere in cui tutte le vecchie conoscenze, quelle della scuola, hanno un destino diverso da quello atteso, tra crack, eroina, vagabondaggio, diverso da quello di Natalie e Leah; un destino che genera una differenza sociale e culturale di cui Leah sente tutto il peso, diversamente dai suoi amici, che quella differenza sembrano coltivarla.

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NW è il luogo in cui risulta impossibile affrancarsi dalla propria condizione, dal proprio disagio interiore e da quello sociale, in cui resta definitivamente seppellito il desiderio di staccarsi dal quartiere a cui si è legati, quasi come se fosse una condanna, perché si è devoti a questi cinque chilometri quadrati di città come altri lo sono alla famiglia o alla patria.

NW è il posto in cui qualche coraggioso perdente cerca di lasciarsi alle spalle quelle fonti di energie negativa che risucchiano verso il fondo: una nuova possibilità di redenzione che passa sempre attraverso la solidarietà, aprendo la porta a chi bussa disperatamente (e furbescamente) in cerca di comprensione, in un paese in cui normalmente non si offre tè a una sconosciuta, tendendo la mano verso chi è più debole, anche quando il più debole non è disposto ad aspettare l’arrivo di qualcuno in groppa a un cavallo bianco.

NW-Zadie-SmithCon uno stile ritmato, sin dall’inizio, Zadie Smith restituisce una spietata e cruda fotografia dei meccanismi di coppia e di una larga fetta della cosiddetta società “minore”; con una struttura frammentata che non rispetta l’ordine cronologico degli eventi (dopo i primi cupi capitoli, con un salto mortale si viene catapultati indietro nel tempo per scoprire la genesi dei protagonisti, la loro formazione) e in cui i dialoghi hanno la preminenza, Zadie Smith racconta anche le vicissitudini di altri personaggi (Felix, Grace, Annie), esseri umani inghiottiti da un vortice d’alcol, coca, pillole, in una periferia dimenticata da tutti ma non dal degrado, dove è ancora possibile morire assassinati per un telefono in una banale rapina da strada.

Questa volta l’attesa è durata bene sette anni; un lungo periodo che, come spesso accade con gli autori di culto, non ha fatto altro che accrescere le aspettative, le quali, anche se non fino in fondo, sono state ripagate dal piacere della lettura e dall’acutezza delle riflessioni, che nei libri di Zadie Smith non manca mai. “Non fino in fondo” perché Zadie Smith sembra risentire dell’importanza del nuovo ruolo assegnatole (considerata ormai l’esponente più importante della letteratura anglosassone), e finisce per lasciarsi alle spalle la leggerezza apparente dei suoi precedenti romanzi per riversare sul lettore tutto il peso (e questo non è un male, forse) del suo pessimismo.

NW è un libro serio, attuale, uno spaccato della periferia londinese e della società che la abita, per nulla ottimista, in cui l’ironia alla quale Zadie Smith ci aveva abituati fa solo capolino, e per di più limitatamente alla parte centrale dell’opera, per lasciar spazio alla gravità del racconto che, a conti fatti, assume la tonalità del grigio, come il cielo di Londra, come la vita dei protagonisti.

3-COP_Zadie-Smith10-660x975Titolo: NW
Autore: Zadie Smith
Traduzione: S. Pareschi
Editore: Mondadori
Dati: 2013, pp. 353, euro 18,00

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Harold, sei tutti noi!

Il viaggio iniziatico di un pensionato inglese ci mostra che non è mai troppo tardi per ricominciare. E che, anche quando non tutto è recuperabile, la vita offre sempre qualche alternativa.

haroldfryUn passo dopo l’altro. Questa è la vita e questo è il viaggio di Harold Fry, intrepido vecchietto che attraversa l’Inghilterra da sud a nord, munito solo di un paio di scarpe da vela, pochi spiccioli e molti ricordi. Ma prima della coraggiosa decisione, Harold conduceva una vita ordinaria, incapace di capire se stesso e chi lo circondava, specialmente la moglie e il figlio. Così, quando un giorno gli arriva una lettera in cui l’ex collega Queeny gli comunica di essere in punto di morte, Harold fa un colpo di testa: le risponde e si incammina verso la prima buca delle lettere, quando si accorge che i suoi piedi lo portano verso quella successiva e quella successiva ancora. Finchè, fermatosi in un bar e in seguito a una chiacchierata illuminante con la cassiera, realizza che ha voglia di salvare Queeny dall’incombenza del destino, semplicemente facendole aspettare il suo arrivo. Poche parole al telefono e la moglie è avvertita della sua decisione. E così Harold si lascia alle spalle Kingsbridge, con in mente pochi programmi e un solo scopo, la città di Berwick, dove l’amica è ricoverata. Niente mappe, niente sacchi a pelo, nessuna comodità. Sotto la pioggia, il sole cocente o il vento sferzante, Harold cammina e, strada facendo, conosce persone e storie che rievocano in lui ricordi dolorosi. A ogni passo, tornano alla superficie la mancanza di dialogo con la moglie, le incomprensioni con il figlio, la propria incapacità di cambiare binari. Apparentemente banale e poco ambizioso, Harold emerge in tutta la sua umanità sofferta.

rachel  joyce

Il merito di Rachel Joyce è quello di aver dipinto quella che è forse la caratteristica peculiare dell’essere umano, la sofferenza e, soprattutto, la sua incomunicabilità. Alcuni capitoli, più di altri, tratteggiano con delicato realismo questo assunto. Uno su tutti, Harold e il signore dai capelli d’argento. Qui, un uomo dall’apparenza distinta e dai modi eleganti si confida con il protagonista, raccontandogli aspetti della sua vita poco consoni alla sua esteriorità. Una riflessione amara accompagna Harold da quel momento: le persone sono maschere e lo sforzo di mantenere una certa normalità è spesso disperato. L’imprevedibile viaggio di Harold Fry è un bel libro, a tratti profondo e ricco di descrizioni precise. La Joyce si mostra più volte un’acuta osservatrice e la sua capacità di verbalizzare sentimenti che spesso scorrono sotterranei è spesso sorprendente. L’unica pecca è quello stile un po’ naif che pare caratterizzare gran parte della narrativa contemporanea e che rischia di ridurre i personaggi (e il lettore)a bambini, a esseri quasi elfici, spinti da moventi profondi ma dal gesto semplice, puro, impulsivo. Verso un finale che, per quanto amaro, si mostra lieto. È forse per questo che la scrittrice lo appesantisce un po’ troppo, riempiendolo di particolari forse inopportuni riguardo alla malattia di Queeny. Ma il romanzo non è banale e per certi versi è anzi memorabile. Harold è infatti destinato a entrare nel cuore dei lettori, grazie alla sua semplicità e alla voglia di uscire dall’ordinarietà della sua vita.

haroldfry-coverTitolo: L’imprevedibile viaggio di Harold Fry
Autore: Rachel Joyce
Editore: Sperling & Kupfer
Dati: 1960 (ed. it. 2013), 310 pp., 17,90 €

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Nel vortice dei Cold Pumas

Era scontato che dovesse arrivare. L’album che scompagina le cose, quello imprevisto, quello che ti fa alzare dalla sedia e dire: Fermi tutti, cosa sta succedendo. Tu eri lì buono, buono, pronto con le tue classifiche di fine anno già belle compilate; dovevi giusto limare gli ultimi dettagli e invece, sul filo di lana, arriva lui a sparigliare le tue faticose certezze. E nulla, devi ricominciare tutto daccapo, dannazione. Però prima ti prendi una pausa, respiri, metti play e ti concedi per l’ennesima volta l’ascolto di questo disco stupendo che è Persistant Malaise (Italian Beach Babes/Faux Discx/Gringo, 2012) dei Cold Pumas.
Chi sono questi tipi qui che si fanno chiamare Cold Pumas? Da dove spuntano fuori? Prima di dare alle stampe questo LP in realtà il trio di Brighton si era già fatto notare per un paio di split insieme a Male Bonding prima e Women poi. E l’influenza di questi ultimi si nota immediatamente: dalla prima traccia i droni di chitarra sembrano farla da padrone anche se le atmosfere e i suoni ricordano molto anche lo sferragliare dei Sonic Youth in Daydream Nation. Sono le melodie vocali però a solcare una differenza nei modelli: Patrick Fisher, voce della band, racconta con riverberato trasporto tutto il suo malessere dovuto alla fine di una intensa relazione. E così a contrasto delle parti strumentali, sempre decise e incisive, lunghe e intense, quasi una jam, grazie al cantato eccoci invece entrare in luoghi decisamente più pop. E anche la copertina, una sorta di incrocio fra i disegni di Hopper e i colori dei Fauves, sembra spingere nella direzione del crocevia, di qualcosa di nuovo che nasce da vecchi riferimenti.

La tripletta iniziale è folgorante: Versatile Gift con i suoi cambi di tempo e le aperture; Fog Cutter, col suo incedere incalzante; e Sherry Island in cui la filosofia del gruppo – repetition, repetition, repetition – è portata ai livelli più mimetici, tanto da non distinguersi il cambio che a metà fa cambiare rotta al pezzo (ma se lo ascolti a tutto volume, il mal di mare, te lo assicuro, lo senti), hanno tutti e tre il carattere del singolo. Variety Lights, unico pezzo strumentale, si piazza nel mezzo del disco come a dividerlo in due distinte parti. Ma l’identità di suono è compatta, tanto che anche le belle The Modernist Crown e Pruce Moment appartengono a quel post punk “ripetitivo” di cui sopra. La sola Rayon Gris sembra descrivere atmosfere più soffuse e dilatate, nonostante il sound spinga deciso come sempre: il risultato è notevole, e il pezzo prende forma come uno dei più intensi del disco. Il gran finale poi è affidato alla psichedelia di Vanishing Point, che, come da titolo, ben si presta a sfumare in una lunga coda rumorosa, come una barca che piano scompare all’orizzonte: unica scia, le onde che ancora schiumose, tra loro si infrangono.
La sensazione che rimane è quella di essere entrati dentro un vortice, un’esperienza che ti fa girare in tondo e ti lascia frastornato. Alcuni potrebbero storcere il naso e nella ripetizione di riff e movimenti intravedere la noia. Per altri insistere su uno schema non significa altro che perdersi al suo interno per poi transitare in altri luoghi e alla fine liberarsi.

Ascolta qui tutto il disco

Primizie di stagione – Nel rigoglioso orto dei Wave Pictures

E siamo così arrivati a maggio, quinto mese nel consueto computo annuale. Quasi a metà di questo 2011, per ora ancora un po’ sulle sue da un punto di vista prettamente musicale. A parte qualche eccezione (leggi Yuck o Crash of Rhinos) ancora non mi sono imbattuto in qualcosa che mi faccia battere forte il cuore. I dischi belli ci sono stati, per carità, ma dopo un po’ la loro forza, almeno per me, è scemata e così li ho lasciati sullo scaffale a impolverarsi o rinchiusi in qualche sottocartella del mio hard disk. Ma maggio con le sue giornate di sole e la primavera ormai inoltrata (nonostante un rigurgito medievale che l’ultimo weekend ci ha donato tra matrimoni reali, beatificazioni papali e giubili un po’ troppo sfrenati per la morte del nemico) sembrano voler smentire questo andazzo un po’ rammollito regalandoci dischi da alta, altissima classifica. Ed ecco che il 2 di maggio è uscito Beer in the Breakers, il nuovo disco dei The Wave Pictures, come a segnare un netto cambio di passo. Il trio inglese torna dopo appena un anno con un  album nuovo di zecca, ricco, ricchissimo: ben tredici canzoni e tutte, come spesso la band ci ha abituato, di ottima fattura.

Seguo i Wave Pictures dalla loro ribalta, quando con Fede si trasmetteva sulle onde di una piccola ma gloriosa radio universitaria di una piccola ma famosa (e di questi tempi famigerata) università di provincia. Il disco in questione era Instant Coffee Baby (Moshi Moshi, 2008) un mix contagioso di pop sgraziato, low-fi e divertente shakerato con liriche perennemente in equilibrio fra humour e intimismo, evocative ma allo stesso tempo concrete, senza sfoggio di paroloni impegnati. Da quel momento i Wave Pictures sono entrati di diritto nei miei ascolti prioritari e per fortuna  la vena compositiva di David Tattersall, voce e chitarra del gruppo nonché autore di tutte le canzoni, non si è mai fermata rimanendo su livelli di produzione da catena di montaggio: in 4 anni, altrettanti dischi se escludiamo da questo computo il bellissimo esordio solista (Happy For A WhileWhat it’s at is where you are, 2010), un tributo al boss, nonché una miriade di canzoni (come l’incredibilmente bella Now You’re Pregnant) e collaborazioni (giusto per fare qualche nome: Darren Hayman, Herman Dune e Mountain Goats). E così a Istant Coffee Baby sono seguiti prima If You Leave it Alone (Moshi Moshi, 2009), più concentrato su toni scuri e intimistici, un disco decisamente più acustico rispetto al precedente quasi privo delle schitarrate a cui il buon David ci aveva abituato; e poi Susan Rode The Cyclone (Interbang Record, 2010) dal carattere più equilibrato rispetto alle produzioni precedenti, un buon mix tra i due modi di concepire la musica che fino a questo momento la band inglese ci aveva mostrato: un po’ elettrico e un po’ acustico, un disco che sta a simboleggiare quasi un punto di equilibrio raggiunto dal gruppo.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F10540236 The Wave Pictures – Little Surprise by moshi moshi music

Ma è con questo Beer in the Breakers che i Wave Pictures raggiungono l’apice della loro ricerca, almeno fino a questo punto. I dischi precedenti sono sì belli ma nessuno raggiunge, a mio avviso, la completezza e l’immediatezza di quest’ultimo. Diretto magistralmente dal buon Darren Hayman che ripulisce il suono della band da quell’attitudine estremamente do it yourself sbandierata a ogni registrazione, donandogli invece al contempo freschezza e maturità di suoni, Beer in the Breakers si caratterizza per la straordinaria qualità delle canzoni scritte da David. Già qualche tempo fa la Moshi Moshi aveva fatto girare il primo singolo promozionale,  Little Surprise, facendo intuire ai fan e non la direzione del disco. Il fingerpicking ritmato che fa da intro al pezzo ci porta dritti dritti verso la divertente storiella che Tattersall ci vuole raccontare: un pezzo allegro e scanzonato, un apripista à la Wave Pictures che ci riporta ai tempi di Istant Coffe Baby.

E il disco non solo risponde a tutte le aspettative ma le supera, andando decisamente oltre. L’apertura affidata a Blue Harbor e Now Your Smile Comes Over Your Voice ti fa correre a infilarti le scarpette da ballo, per poi scatenarti con sorriso a trentadue denti su Little Surprise. Blinck Back a Tear abbassa i bpm facendoci entrare nel lato più intimista della band che viene sviscerato completamente con Walck The Back Stairs Quiet, malinconica ballad intessuta su un morbido arpeggio di chitarra. Si riprende quota con China Whale Brand mentre la romantica Pale Thin Lips è perfetta nelle sua semplicità pop, nella costruzione delle melodie e nello splendido e toccante solo finale: uno dei pezzi più belli di questa collezione così come della produzione dei Wave Pictures in generale.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F14500006 The Wave Pictures – Pale Thin Lips by ciaciod

Ma Tattersall è un fiume in piena e sembra non sapersi fermare. Qualche pezzo più in là c’è Two Lemons, One Lime, ennesimo saggio di bravura: strofa ipnotica più ritornello mnemonico, da manuale del pop. Per non parlare di Rain Down ma a questo punto gli aggettivi per descrivere quanto questo disco mi piaccia e mi sorprenda a ogni traccia sono ormai finiti. Vado avanti semplicemente, col sorriso ben stampato sulla faccia, perché è questo il regalo che i Wave Pictures riescono a farmi, sempre, rendermi spensierato. Ed è una capacità veramente enorme quella di spingerti un’emozione così a fondo da fartela addirittura identificare col  gruppo, quasi fosse il suo marchio di fabbrica. E non importa se il finale è tutto per una dolceamara Epping Forest, il sapore che questo disco lascia in bocca è quello della primizia, delle fragole ad aprile o del gelato gustato in un pomeriggio assolato. Son cose belle, punto, non c’è altro da aggiungere. Bentornati Wave Pictures, la bella stagione si apre con voi.

The Ideal Crash of Rhinos

Quando troppo e quando niente. Ci sono periodi in cui è veramente difficile decidere su cosa scrivere e se scrivere. A volte gli stimoli mancano, ti giri attorno e proprio non ne vedi.  Altre volte, invece, come in questo momento, non sai scegliere di cosa parlare: un libro che ti ha colpito, un festival, un concerto, diversi dischi che sembrano tutti egualmente validi. Hai un ventaglio di possibilità che si apre davanti a te. E tu che fai? Scegli a caso? Peschi nel mucchio? Oppure cerchi di parlare di tutto, anche se in maniera stringata? Non ho, devo dirvi, una strategia ben precisa per questi momenti. Seguo la pancia che decide, adesso, di soffermarsi su un disco. Perché questo disco è stato proprio come un diretto in pieno stomaco, fin dal primo ascolto. E ora, dopo una settimana continuativa di repeat su winamp, è ancora lì, in cima ai miei ascolti e non c’è novità che tenga né vecchie glorie, almeno per il momento. Loro sono i Crash of Rhinos e il disco in questione è il loro di esordio, Distal.

Inizio subito col dire che la band di Derby non fa musica che normalmente ascolto. Il loro suono, composto di chitarre e cambi di ritmo repentini, di voci urlate e batterie pestate, è lontano dal pop sul quale, ormai da un po’ di tempo, mi sono adagiato. E quindi: non conosco la scena, non conosco i nomi di riferimento, non conosco il periodo a cui questa musica si sarebbe dovuta legare, in pratica non so nulla. L’unica cosa di cui sono certo è che questo disco mi piace un bel po’. In giro ho letto tutte recensioni lusinghiere ma che ineluttabilmente si dedicavano alla trattazione con piglio retrò, come se questo disco  avesse scatenato tsunami di nostalgia. Ora, lo noto da un po’ di tempo: c’è una patina di malinconia che pervade tutti gli oggetti culturali che ci accingiamo recensire/consigliare/esaminare, una patina che ci sta a comunicare la mancanza di un futuro immediatamente percepibile, come a dire “hey dietro l’orizzonte pare non esserci nulla” e ci fa aggrappare con tenacia allo stesso tempo reazionaria e resistente a  un passato che, forse, ci ha reso più felici. Sì, è vero, siamo una generazione (generazione? Mah) disgraziata per una miriade di motivazioni che non ho assolutamente voglia di tirare in ballo qui e ora e questo ci porta a rinchiuderci in noi stessi idealizzando un’età dell’oro che forse realmente non c’è mai stata. Ora cosa voglio dire con questo? Niente, che mi sono stancato. Che se questo disco dei Crash of Rhinos mi è piaciuto, a me che vado a sentire i Belle and Sebastian e gli Shout Out Louds, è perché a me piace adesso, ora, per quello che sono diventato, e non per quello che  ero dieci anni fa. Il senno di prima non posso conoscerlo. So che ascoltavo i Nirvana e il grunge (le note positive) più altra robaccia di cui mi vergogno, come è capitato a molti credo. Col senno di prima non mi va di parlare più. Prendetela come una presuntuosa scelta poetica, ma semplicemente voglio riappropriarmi del mio tempo: il senso è nel presente, il passato, almeno per un po’, lasciamolo stare.

Ma torniamo al disco che sennò poi fa notte. Caratteristica principale: l’energia. Distal sprigiona una forza fin dal primo accordo che ti trascina dritto nel vortice di chitarre e batteria che costituiscono l’occhio del ciclone. L’incitazione di apertura di Big Sea, il primo pezzo, è un chiaro segnale di quello che dovremmo aspettarci e incredibilmente predispone. Sì, perché dopo quell’”ok, now!” hai già capito che i Crash Of Rhinos ti domandano sudore e che tu questo sudore glielo devi dare. Big Sea è un caleidoscopio di suoni e ritmi, sembra di ascoltare quattro canzoni diverse, tutte bellissime, tutte dal centro della tempesta. Sei minuti di furore e aperture, di marosi e improvvisa quiete. Una bomba. Ma non finisce qui. Si alzano i cavalloni con Stiltwalker mentre si sfiora il pop (anche se rigorosamente urlato) con Wide Awake. Roba Triste (proprio come l’etichetta italiana per cui escono) sono Lifewood e la finale Asleep. Ma poi si ritorna a combattere contro la corrente con Gold on red (sette minuti di schitarrate) e la bellissima Closure il cui ritornello si apre proprio come il mare si divise di fronte a Mosè: miracoli che di questi tempi solo le chitarre possono. Insomma quaranta minuti di mazzate divisi in sette pezzi da ascoltare uno dopo l’altro e rigorosamente a tutto volume per arrivare in fondo a) senza voce e b) senza udito. Tra l’altro il disco lo si può comprare a offerta libera su Bandcamp quindi che altro dirvi per incitarvi? Nulla se non ascoltarlo ché quella è la cosa fondamentale e vale certamente più delle mille parole che io ho sprecato per dire quanto  mi è piaciuto un disco scritto e suonato proprio come ai vecchi tempi.

Ecco, lo sapevo, ci sono cascato anch’io.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=1782745021/size=grande3/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

A monday night on the dancefloor

Il lunedì sera è ben strano a Milano. Di solito, nell’immaginario comune, è proprio quella giornata in cui non vuoi fare niente se non startene a casa: un’altra settimana è iniziata, il weekend è giusto alle spalle e il prossimo sembra così lontano da venire. Divano, film, televisione, serie tv, ciabatte, pigiama sono le parole chiave di ogni lunedì che si rispetti. A Milano no, anche queste semplici regole universali sono rotte con disarmante semplicità. E così in una serata grigia e tiepida di metà marzo ecco che hai la possibilità di scegliere fra tre concerti: Glasvegas, Allo Darlin e The Go! Team. A due, ça va sans dire, devi rinunciare per forza. Mi tocca scegliere dunque e lo faccio anche con una certa scioltezza: The Go! Team. Volevo vederli dal lontano 2004 quando era uscito il folgorante album d’esordio Thunder, Lightening, Strike un mix di sonorità anni ’70, chitarre noise e campionamenti che aveva lasciato di sasso un po’ tutti. A questo era seguito Proof of Youth nel 2007 che ben si iscrive nella ricerca sonora che Ian Parton, fondatore e mente della band, porta avanti. E adesso, proprio in occasione dell’uscita di Rolling Blackouts (Memphis Industries, 2011) – disco più squisitamente pop rispetto ai precedenti –  eccoli per la prima e unica volta – almeno così mi pare ma potrei sbagliarmi – in Italia.

Inforco le cuffie dunque e mi dirigo solitario verso il Tunnel, location del concerto. Arrivo presto, le nove, mi piace presentarmi rispettando gli orari indicati, anche perché ho preso un bel po’ di fregature assecondando il senso comune sull’inizio dei concerti. Manca molto? Pazienza, aspetterò sorseggiando una birra e scambiando due chiacchiere con qualche faccia conosciuta. L’ultimo disco della band di Brighton mi era sembrato meno incisivo rispetto ai precedenti nonostante però ci fossero pezzi di tutto rispetto come T.O.R.N.A.D.O. o Ready to go steady, nonché il singolo Buy Nothing Day, cantato su disco da Bethany Costantino, in arte Best Coast, ma che dal vivo immagino sarà interpretato dalla sempre presente Ninja. Dicevo disco meno incisivo. Ma questo non preoccupa molto le mie aspettative, conosco la musica della band e sono, già prima che cominci, intimamente convinto che sapranno trasmettere tutta l’energia necessaria a farmi sudare un bel po’ e allontanare, seppure brevemente, quelle preoccupazioni che un trentenne a Milano può avere (mettete dentro quello che vi pare, ognuno completi con ciò che ha).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F7783532 The Go! Team – Buy Nothing Day by thegoteam

Detto fatto: appena i sei imbracciano gli strumenti (da notare: due batterie) ecco che il putiferio si scatena in sala. Nel giro di qualche pezzo sono fradicio, quattro pinte mi sono finite addosso e tutti gli astanti sono colpiti da un movimento sussultorio difficile da arginare. Può sembrare indelicato dirlo proprio in questi giorni ma in fin dei conti è quello che i Go! Team sono, un terremoto. Nonostante la voce della scatenata Ninja sia male equalizzata (si sente veramente poco e niente) e alcuni suoni non arrivino proprio nitidi l’impressione è quella di una band che dal vivo smuove le folle e separa le acque. Energia e intensità condite da un’ottima attitudine da palco trasformano un lunedì qualunque in una serata da dancefloor dove non si fa in tempo a rifiatare che si riprendono le danze ancora più scatenate di prima. Un’ora e venti in apnea, senza pause o tentennamenti, dove anche gli ultimi pezzi appaiono già ottimamente rodati. Si va dai classiconi quali Ladyflash o Junior Kickstart alle poppeggianti Secretary Song e Buy Nothing Day, dalla potenza di The Power is On e Flashlight Fight alla delicatezza di Yosemite Theme passando per il funk di Grip Like A Vice.

Contro tutte le difficoltà, soprattutto tecniche (il palco piccolo e i problemi acustici), i Go! Team dimostrano di essere un grande gruppo capace di far ballare tutto il pubblico per tutto il tempo, riuscendo a diffondere sulle facce di tutti degli stupidi sorrisi di felicità. A concerto finito sono sudato e affaticato, esattamente come mi ripromettevo di essere. Posso andare a casa tranquillo dunque pensando che sì, ho fatto bene a venire ad ascoltare i Go! Team.

The Go! Team – Apollo Throwdown from memphis industries on Vimeo.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F221440&secret_token=s-Rh2FG&thegoteam.co.uk by thegoteam

Anarchy in Europe

I am an antichrist/I am an anarchist
Don’t know what I want/But I know how to get it
I wanna destroy the passer by/’Cause I wanna be Anarchy

La nascita della cultura (o subcultura) punk viene fatta risalire alla prima apparizione televisiva dei Sex Pistols, nel 1976, per il programma So it goes.
In realtà, oltreoceano,  già da qualche anno, la parola “punk” – termine dall’etimologia incerta che, in senso lato, vuol dire “teppista”, “imbroglione” – era diventata famosa, grazie a personaggi del calibro di Patty Smith e  Lou Reed. Ma pure alla nascita della rivista Punk, nel 1975.
Tuttavia, è proprio con i Sex Pistols, in Gran Bretagna, che viene istituzionalizzata. E identificata, sempre e comunque, come negazione stessa della cultura.
I punk non sono. Non hanno interesse per nulla, non hanno rispetto per le istituzioni, per la musica, nemmeno per loro stessi. E chi meglio dei Pistols poteva incarnare questo spirito nichilista?
Creati a tavolino dal vulcanico Malcom Mclaren, che aveva respirato l’aria di cambiamento negli Stati Uniti, i Sex Pistols non sanno suonare. Non sono artisti. Sono un vuoto da riempire. E Mclaren, manager da strapazzo ma genio incosueto e inconsapevole dell’immagine (e del marketing),  sa come riempirlo. I suoi abiti (e della moglie, la stilista Vivienne Westwood) sono ormai noti: magliette strappate o cucite male, frasi irriverenti e prive di significato, spille da balia. Jamie Reid intanto pensa a diffonderne il marchio: sua la famosa immagine della Regina Elisabetta con occhi e bocca coperti dal titolo della canzone “God save the queen”, ma anche moltissime altre illustrazioni: copertine di dischi, fanzine, flyer, manifesti per concerti.
Perché il punk, oltre ad essere uno stile di vita (vero o artificiale che sia) e un genere musicale, è soprattutto arte visiva. La vita dei punk è una vetrina, sempre sotto osservazione, è impossibile non farci caso. L’anonimato è la morte stessa del punk, esibizionista per definizione: per imbrogliare, ci vuole l’imbroglione e l’imbrogliato. E tutti devono conoscere il proprio ruolo.
Per questo motivo la diffusione delle immagini e dell’iconografia del punk, divengono il fulcro del movimento. La mostra a Villa Medici espone 550 oggetti, provenienti da collezioni private e pubbliche: abiti, fanzine, poster, volantini, disegni e collages, cover, filmati. L’intento è creare un percorso visivo che, in Europa, va dalla supposta nascita del punk fino al suo declino, agli albori degli anni ’80, con i Joy Division.
La prima sala è dunque interamente dedicata ai Sex Pistols e alle suggestioni create da Malcom Mclaren e Jamie Reid.

La seconda sala invece ci porta in Francia, con il collettivo Bazooka, “attivisti grafici” che hanno stravolto, alla fine degli anni ’70, la narrazione per immagini.
Dopo la collaborazione con Libération, interrottasi a causa degli scandali provocati dai loro disegni, fondano una rivista di culto, ormai introvabile, Un regarde moderne. Le illustrazioni, spesso sotto forma di strisce, sono agghiaccianti e provocatorie. Una presa in giro del Sistema, un pugno in pieno stomaco. Molte famose copertine di dischi sono state disegnate dai Bazooka. Che purtroppo scompaiono, o quasi, nel giro di pochi anni, a causa dei loro problemi con le istituzioni e con la droga.

Il movimento punk inizia così ad assumere connotazioni politiche, prima assolutamente rigettate. Con i Clash, cui è dedicato lo spazio successivo, il punk raggiunge una certa maturità, a livello di pensiero politico (appunto) ma anche di musica: i Clash sono infatti ottimi musicisti.

Ci sono poi incursioni nel resto d’Europa: l’Italia, l’Olanda, la Germania. In ogni paese il punk è un fenomeno a sé, ma ripropone gli stessi schemi.

Se è vero che il fenomeno è durato poco meno di 5 anni, tuttavia l’influenza del punk  continua a rivivere, sotto forme diverse, a volte più estreme, a volte edulcorate. In fondo, la velocità con cui si è esaurito il movimento fa quadrato con le vite bruciate da uno stile di vita insostenibile e con il ritmo inclazante delle canzoni, che spesso non arrivano a 2 minuti! E nonostante questo, molte icone del punk sono sopravvisute e si sono reinventate (nemmeno troppo): Patty Smith, Iggy Pop, lo stesso Johnny Rotten. E molti sono venuti ad imitarli (con risultati più o meno discutibili): i primi Green Day, i Bad Religion, gli Offspring.

La mostra è ospitata nella meravigliosa location dell’Accademia di Francia a Roma, sopra Trinità de’ Monti: una cornice di pura bellezza architettonica, che sembra quasi una presa in giro al punk. In realtà è un riconoscimento importante (su cui magari i Sex Pistols avrebbero sputato): una nuova dignità al genere. Purtroppo, la mostra è un po’ carente. Dimentica o tratta in maniera superficiale alcuni grandi artisti, dedicando invece due sale intere ai Pistols e ai Bazooka, soprattutto non riesce a dare una chiave di lettura né a creare una mappa mentale. Si tratta di una fredda esposizione di oggetti e illustrazioni, senza alcuna didascalia e senza contestualizzazione. Inoltre molte delle scritte sono in inglese, francese o olandese: insomma se non conosci le lingue e non sai nulla del punk, la mostra non fa per te. Peccato!

EUROPUNK La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980
a cura di Éric de Chassey, con la collaborazione di Fabrice Stroun

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
Ingresso 6 euro

Dal 21 gennaio al 20 marzo 2011