Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

Parte il festival Collisioni 2013 (con il nostro live-tweeting!)

Collisioni-2013-Barolo

Sui maggiori siti d’informazione è da poco apparsa la mesta notizia dell’improvviso attacco influenzale di Sir Elton John, malattia che metterebbe a repentaglio la partecipazione del cantante alla serata di martedì 9 luglio del festival di letteratura e musica Collisioni. A noi di AtlantideZine, la notizia, in realtà, interessa fino a un certo punto. Ci spiace per Elton ma nelle Langhe, e più precisamente a Barolo, noi ci andremo domani, sabato 6 luglio, per quella che è la giornata inaugurale, almeno dal punto di vista letterario, perché per quanto riguarda la musica dal vivo il festival comincia col botto questa sera con l’esibizione dei Jamiroquai.

Certo che per avere solo quattro anni di età, Collisioni riesce ad attirare a sé dei nomi di assoluto rilievo e l’ha fatto sin dall’inizio, quando il festival si svolgeva nel mese di maggio, sempre nelle Langhe, ma a Novello, un nome che contiene anch’esso dei decisi richiami enologici, ma meno altisonanti. All’inizio erano gli scrittori a farla da padroni: a Novello sono passati Paul Auster e Salman Rushdie, tanto per citarne solo due. Il 2012 ha visto la netta sterzata musicale, con le esibizioni di Vinicio Capossela, Patti Smith e nientepopodimeno che Bob Dylan.

Ian McEwan

La giornata di sabato dell’edizione 2013, quella che ci vedrà scatenati in un live-tweeting serrato sul nostro account @Atlantidezine, non fa rimpiangere affatto i fasti del passato e, almeno dal punto di vista letterario, è la più ricca del lungo fine settimana. Noi ci saremo sin dalle prime luci dell’alba: dal reading in musica di Ascanio Celestini, passando per l’attesissimo incontro con lo scrittore britannico Ian McEwan, fino all’intervento senza dubbio sagace e corrosivo di Oliviero Toscani sulla televisione e sul perché essa debba essere abolita e quello del prezzemolo dei festival estivi, Roberto Saviano – è dappertutto, ma meno male che c’è. E poi, ancora, tra un calice di barolo e l’altro, andremo ad ascoltare il premio Pulitzer Michael Chabon che presenta Telegraph Avenue, il suo ultimo romanzo e Serena Dandini, in vesta di scrittrice.
Elio e le storie tese

Elio e le Storie Tese

Poi ci sarà tanta, tantissima musica, così tanta che non riusciremo a sentirla tutta, ma ci impegneremo per farci scappare il meno possibile. Non ci faremo sicuramente mancare gli Elio e le storie tese che chiudono la serata dopo un mini live di Gianna Nannini.

Se, per un motivo o per l’altro, sabato 6 luglio non riuscirete a venire a Barolo per la prima giornata del festival Collisioni, seguite il live-tweeting di @AtlantideZine. Sarà la cosa più vicina ad esserci.

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BAM! La Street Art arriva nelle Langhe

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Dal 21 al 23 giugno a Bergolo e Levice (CN), nasce il BAM Bergolo – Levice Art Museum.

Il BAM è una galleria di street art a cielo aperto concepita per promuovere e valorizzare il patrimonio artistico e urbano dell’Alta Langa e realizzata grazie agli interventi di nove street artist italiani (Corn79, Mrfijodor, Refresh Ink, SeaCreative, Truly Design, Vesod, Vs., Fabio Weik, Whatafunk) che sabato 22 giugno dipingeranno le superfici pubbliche disponibili.

Il progetto rappresenta la seconda applicazione del modello di rigenerazione degli spazi urbani sperimentato a Torino con SAM (Street Art Museum).

Il BAM è realizzato dalla Proloco di Bergolo e dal Comune di Levice nell’ambito della 3° edizione del Bergolo Art Festival, in collaborazione con le associazioni BorderGate e Il Cerchio e le Gocce, con la direzione artistica di Roberto Mastroianni e il coordinamento organizzativo di Carmelo Cambareri.

Durante le tre giornate del 3° Bergolo Art Festival oltre al BAM si terranno mostre, concerti, dj set e il 3° Concorso Nazionale di Arte Murale promosso dall’associazione ArteYBarbieria di Alba.

info: info@bam-museum.it – www.bam-museum.it

La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

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«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

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Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

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La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

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Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

Di corsa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

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La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, centro per l’arte contemporanea di Torino, presenta corsART, la prima corsa dentro un museo.
Il contest, lanciato nella pagina Facebook della Fondazione, permetterà ai visitatori di correre liberamente dentro lo spazio espositivo.
A differenza dei protagonisti di Band à part di Jean-Luc Godard e di The Dreamers di Bernardo Bertolucci che correvano nelle sale del Louvre, i visitatori non dovranno battere un record.

Un modo divertente di vivere il museo, all’insegna della trasversalità e della contaminazione: cinema, arte, sport, creatività e fotografia.
Le foto inviate a press@fsrr.org verranno pubblicate nella pagina Facebook della Fondazione.

corsART
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 Torino
www.fsrr.org

"I miei disegni sono bandiere della gioia e della forza" – La Transavanguardia di Nicola De Maria

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Un giovane fotografo della provincia di Benevento si trasferisce a Torino per studiare medicina. Siamo all’inizio degli anni Settanta, un periodo in cui il capoluogo piemontese consolida la sua nomea di città industriale grigia, chiusa e stanca. Poco dopo sarebbe diventata anche pericolosa. Il ragazzo si laurea, potrebbe diventare medico, ma conosce i coniugi Merz, Mario e Marisa, che, forse intravedendo nei suoi scatti una spiccata sensibilità cromatica, lo introducono nell’ambiente artistico torinese, un mondo a parte, colorato e fantasioso – soprattutto fantasioso – , che non appare affatto appesantito dal piombo di quegli anni e vive ancora della spinta propulsiva dell’Arte Povera. È il 1977 e Torino è a tutti gli effetti una città pericolosa, ma lui non se ne va. Non se ne andrà mai più.

Nicola De Maria (Foglianise, 1954) abbandona la macchina fotografica per darsi al disegno e alla pittura, una scelta che viene subito premiata con l’interesse delle gallerie e dei critici d’arte più in voga, Achille Bonito Oliva su tutti, che farà di lui uno dei cinque protagonisti della Transavanguardia. I suoi disegni, le sue tele e i murales non hanno nulla di torinese: appaiono, anzi, esasperatamente vivaci e squillano di colori puri e di forme essenziali. Ancora oggi, entrando alla GAM, dove si è appena inaugurata la mostra I fogli che il vento mi sparge sono disegni di vento e di animali, è difficile non rimanere a bocca aperta. Le oltre 250 testimonianze su carta – acquerelli, tempere, ritagli, matite, tecniche miste – e le opere realizzate dall’artista appositamente per l’evento – un’opera muraria di dimensioni imponenti (9×4 m), due carte di grandi dimensioni (5x 2m) e alcune pitture parietali – sono una più rilucente e sgargiante dell’altra e trovano l’apoteosi nel murale Testa dell’artista cosmico: universo senza bombe (2013).

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L’arte di De Maria, oltre a essere cromaticamente esplosiva, è poetica e filosofica nei titoli e nelle intenzioni, ma ancor più intrigante è il suo aspetto ossessivo che si traduce nella necessaria ricerca della felicità, forse non così evidente nelle opere dei primi anni, che nell’uso feroce e apparentemente scriteriato della matita ricordano da vicino il maestro americano Cy Twombly, ma diventa evidente già a inizio anni Ottanta, nella ripetizione infinita di segni capaci di ridurre il fiore alla sua essenza iconografica, e di li a poco si palesa compiutamente in opere quali Universo senza bombe. Onde e suoni nel regno dei fiori (1983-1985) e Universo irrealistaaaaa (2004), in cui i colori si stendono su cartine geografiche, coprendole quasi completamente, tanto che il supporto è riconoscibile solo da molto vicino.

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La pittura di Nicola De Maria sembra volersi porre come una negazione cromatica del mondo reale e dei suoi mali, dando vita a universi fatti di losanghe di colori affascinanti e forme rassicuranti. La felicità che traspare a prima vista è costruita attraverso gesti drammatici e violenti, pennellate che si intersecano e sovrappongono, lasciando tracce visibili sul supporto pittorico. «I miei disegni – racconta l’artista – sono bandiere della gioia e della forza. Suonano le campane fugge l’infelicità dal mondo. I miei disegni sono fiori magici, usignoli fatati». Esseri che nascono in contrapposizione con i mali del mondo, per nasconderlo e farlo dimenticare. Sono gli universi onirici e fantastici in cui si rifugiano i bambini e lo sono nella forma e nei contenuti. Un giovane fotografo si trasferisce a Torino. Forse rimane colpito dal suo grigiore, dalla sua stanchezza e poi dalla sua violenza e a forza di matita e pennello decide di rimuoverne i mali e i traumi tratteggiando uno splendido universo di colori in cui evadere. Non lascerà più la città, ma non è detto che vi abbia mai vissuto davvero.

Fino al 29 settembre 2013
GAM
Via Magenta 31, Torino
Info: www.gamtorino.it

Sono Elliott Erwitt

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«Sono Elliott Erwitt e lo sono stato per un certo numero di anni». Lo è stato a lungo, dal 1928 per essere precisi, anno in cui è nato a Parigi da genitori russi di origine ebraica, per poi trasferirsi quasi subito a Milano e, pochi anni dopo, nel 1939, scappare con la famiglia negli Stati Uniti, per sfuggire al fascismo che aveva recepito le leggi razziali hitleriane. Lo è stato intensamente. Il suo sguardo attento e curioso, erede della lezione di Robert Capa – suo vicino di mostra, fino al 14 luglio a Palazzo Reale – ed Henry Cartier-Bresson, ha scrutato e immortalato un’importante porzione del Novecento e continua a posarsi, a volte impietoso, altre ironico o pungente, sul terzo millennio. È l’ultimo testimone di una generazione di fotografi che hanno fatto grande la Magnum e l’hanno resa sinonimo di fotogiornalismo e fotografia documentaria. Grazie al fortunato sodalizio tra l’agenzia americana e la città di Torino, è possibile vedere una ricchissima selezione dei suoi scatti a Palazzo Madama, fino al prossimo 1 settembre.

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Il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici, personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, tutti colti con lucidità, prontezza e arguzia in pose originali, ironiche e rivelatrici di manie, stranezze, splendori e assurdità umane, immortalabili solo ed esclusivamente da un fotografo iniziato all’arte paziente e vigile del “momento decisivo”. «Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – spiega Erwitt –. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana».

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È soprattutto l’ironia di molte sue immagini a rendere unico il suo lavoro. La serie iniziale dei cani e quella finale di Museum watchers, in questo senso, sono emblematiche e sorprendenti per l’abilità con cui il fotografo riesce a umanizzare gli amici a quattro zampe – «i cani sono creature comprensive, presenti ovunque nel mondo. Non li disturba essere fotografati, non chiedono le stampe… essenzialmente per me sono persone interessanti con più peli» – e sbeffeggiare gli esseri umani.

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L’universo di Erwitt è infinito e infinitamente popolato. Qualsiasi manifestazione di umanità merita di farne parte, perché, per il fotografo e il suo “occhio nudo”, prima ancora che il contenuto è importante la forma. «Io non indago, scatto semplicemente, se le immagini assumono un significato per l’osservatore mi sta bene, ma va bene anche se ciò non accade. Queste [le fotografia della serie Middle Class] posso dire di averle realizzate al volo. Sono basate su varie osservazioni, che in fin dei conti è tutto ciò di cui la buona fotografia è fatta: principalmente osservazione dei fenomeni».

Grazie al cielo, Elliot Erwitt, continua a essere Elliott Erwitt.

Fino all’1 settembre 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Corte Medievale
Info: www.palazzomadamatorino.it

Fijodor Benzo. Street art, psichedelia e rivoluzione

SAM 2012 MrfijodorC’è voluto del tempo perché la Street art venisse definitivamente sdoganata, ma ora, nelle grandi città come Torino, la scena urbana è vivace e apprezzata. Qui, capita di imbattersi in murales che rivitalizzano intere facciate grigie, come quelle di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università, realizzate nel 2010 in occasione del festival d’arte urbana Picturn.

Culture colors your life TORINO 2010  Mrfijodor Corn79 Wens Piove Reser Truly Design«Quella prima edizione è stata importante – spiega Fijodor Benzo artista e anima dell’associazione Il Cerchio e le gocce, che del Picturin è la principale promotrice –. Abbiamo portato a Torino dei nomi importanti, anche dall’estero». Eppure, uno dei lavori che rimangono più impressi l’ha ideato lui, torinese d’adozione dal 2004. Culture colors life è un esempio delle capacità dell’artista, che coniuga una figurazione ironica e onirica, debitrice dei fumetti e dei cartoni animati, a una spiccata sensibilità cromatica. Se l’arte urbana non è più ghettizzata, è merito di artisti come lui, che vivono i muri come un luogo di sperimentazione. «Rispetto a prima si sono capite meglio le potenzialità dell’arte urbana e si sono sviluppate le capacità per rendere dei prodotti che fossero interessanti sulle grandi dimensioni. Sono aumentati il confronto e la competizione e gli artisti hanno dovuto sviluppare delle tecniche nuove per emergere».

Mrfijodor for WEEW Smart Design DIEFFE ART GALLERYL’arte di Fijodor, però, va oltre il muro, come testimoniano le opere il mostra alla galleria Dieffe di Torino, fino al 31 maggio 2013. Per tale occasione, l’artista ha decorato tre orologi creati da WEEW Smart Design. «L’uomo è un essere che rincorre il tempo e non può fare a meno di misurarlo – racconta l’artista delle tre opere –. La clessidra è stato il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. La clessidra, calcola un tempo approssimativo e variabile. Nel nostro quotidiano abbiamo molti mezzi che scandiscono il nostro tempo. Orologi inconsapevoli della nostra vita: dalla pausa caffè alla sigaretta, fino alle telefonate. Gli elefanti rosa nascono dal film Dumbo, realizzato dalla Disney nel 1941. Il piccolo elefantino ha una deformità alle orecchie, che gli provoca la derisione da parte dei personaggi del Circo nel quale vive. Una sera durante un allucinazione alcolica e psichedelica, dalla sua fantasia effervescente nascono gli elefanti rosa. Il giorno dopo, arriva l’idea di usare le sue grandi orecchie come ali per volare. Il suo difetto diventa il suo punto di forza. Nel mio immaginario gli elefantini rosa sono un simbolo di fantasia, psichedelica e di riscatto nei confronti della vita».

Natura Morta, il necessario per la sommossa- San Pietrini, molotov, limoni e tanta fantasia - 100x100cm - Mrfijodor 2013Oltre ai tre orologi, il cui ricavato dalla vendita sarà totalmente devoluto all’associazione UGI, che si occupa di bambini affetti da tumore e delle loro famiglie, la mostra presenta anche alcune tele realizzate da Fijodor. «Ultimamente, amo di più i miei lavori su tela. Sto lavorando con le ossidazioni e i giochi di trasparenze. Prima lavoro sul fondo astratto, poi nascono le figure, spesso ricorrenti, come gli elefantini rosa, che rappresentano la capacità di trasformare i propri difetti in punti di forza, oltre che la parte psichedelica e onirica». Questo è solo uno degli aspetti di gioiosa rivoluzione che traspare dalle sue opere. «Ora sto lavorando a una serie sulle rivolte popolari, trattandole sotto forma di natura morta. Sulle tele appaiono sampietrini e molotov che, esteticamente, devono molo a Morandi. Ho voluto rappresentare qualcosa di dinamico, come i moti di rivolta, attraverso una forma che fosse molto statica, come la natura morta».

Fino al 31 maggio 2013
Dieffe Arte Contemporanea
Via Porta Palatina 9, Torino
Info: www.galleriadieffe.com; www.mrfijodor.it

Mike Kelley in mostra al Hangar Bicocca di Milano

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Domani, al Hangar Bicocca di Milano verrà inaugurata la retrospettiva Eternity is a Long Time, che raccoglie una serie di istallazioni di Mike Kelley (1954 – 2012), uno degli artisti più importanti degli ultimi trent’anni.

Tra gli eventi collaterali della mostra, ci sarà una rassegna cinematografica di B-movies, una delle grandi passioni e tra le maggiori fonti di ispirazione dell’artista americano.

Tra i grandi classici in rassegna segnaliamo Barbarella, Ultimatum alla Terra, e La cosa dall’altro mondo, a testimonianza dell’anticonvenzionalità che ha contraddistinto l’intera carriera artistica di Kelley, sempre vicino alla cultura pop, punk e alternative (è stato autore della copertina di Dirty dei Sonic Youth, per dire).

Info

La profondità del suo sguardo

Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004
Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004

I colori sono incredibili – il rosso fuoco dei veli delle donne che si chiudono in cerchio, colte da un’improvvisa tempesta di sabbia nel Rajasthan – tanto intensi e nitidi da apparire spesso innaturali. Alcune pose dei personaggi ritratti sono sorprendenti, irripetibili, come nel caso delle fotografie scattate nei monasteri Shaolin, in Cina, o quello ancor più stupefacente dei pescatori arrampicati su uno stelo di legno in mezzo al mare dello Sri Lanka. I paesaggi, naturali o urbani, lasciano a bocca aperta generando nello spettatore un automatico desiderio d’Oriente. Poi ci sono gli occhi e sono senza alcun dubbio l’aspetto più affascinante e coinvolgente degli scatti di Steve McCurry raccolti nella mostra Viaggio intorno all’uomo, a Genova, negli spazi del sottoporticato di Palazzo Ducale, fino al 24 febbraio.

Steve McCurry, Mumbai, India, 1996
Steve McCurry, Mumbai, India, 1996

Attraversando la raccolta di oltre 200 fotografie suddivise in cinque sezioni splendidamente allestite, non si può fare a meno di incrociare gli sguardi ritratti da McCurry con la sensazione di essere a nostra volta osservati. Non sono tanto gli occhi famosi e un po’ stanchi di Robert De Niro o quelli di Aung San Suu Kyi, che si distaccano dall’obiettivo, come colti da un pensiero, a generare la vitalità estrema dell’immagine, ma quelli umidi e profondi dei nomadi indiani, che sembrano ancor più chiari in contrasto con il colore della pelle.

Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984
Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984

Emblema di tutti gli altri occhi sono quelli della ragazza afgana diventata famosissima in tutto il mondo proprio grazie alla foto che McCurry le ha scattato nel campo nomadi di Peshawar, in Pakistan, nel 1984. Il risultato di pochi scatti rubati prima che Sharbat Gula fuggisse impaurita dalla macchina fotografica che, forse, vedeva per la prima volta in vita sua. «Ho capito subito che era un ritratto importante per la profondità del suo sguardo, che raccontava tutta la tristezza della condizione del popolo afgano costretto a vivere nelle tende di questi campi profughi – spiega il fotografo – . […] Lei guardava il mio obiettivo in modo curioso». Lo stesso grado estremo di curiosità con cui l’obiettivo guardava lei, cercando di comprenderne la natura che si palesava attraverso lo specchio degli occhi per immortalarla istantaneamente. Perché il fotografo non è altro che un uomo ridotto al solo suo sguardo e McCurry è sguardo che si apre agli altri sguardi, li ricerca senza sosta, ne è irrimediabilmente attratto, se ne appropria perché chiunque possa incontrarne e conoscerne la profondità.

Fino al 24 febbraio 2013
Palazzo Ducale
Piazza Giacomo Matteotti 9, Genova
Info: www.stevemccurrygenova.it