3 cose su: Lei (Her)

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Lei (Her)” di Spike Jonze.

MOVIE "HER"

  1. Noia? Affrontiamo un tema spinoso: chiacchierando di Her con amici è parenti è capitato più volte che siano venuti fuori termini come noia, noioso, lento. Ecco, su certe cose io sono integralista: mi viene il sangue alla testa quando nel giudicare un film profondo e complesso come Her saltano fuori parametri come il divertimento e la noia. Ammesso (e non concesso) che io possa anche concordare che questo film attraversi fasi piuttosto impegnative in cui la noia possa prendere il sopravvento e complicare la visione, specie se lo spettatore non si sforza (non ha voglia, non ha la concentrazione, non ha gli strumenti) di raccogliere e interpretare elementi meno immediati del testo (sul piano intellettivo ma anche, e forse in questo caso soprattutto, emotivo), ritengo che sia estremamente superficiale usare sempre e solo godimento o emozione come metro di giudizio di un film. Perché svalutare il cinema riconducendolo sempre a mero e banale intrattenimento? Per dire, i libri di autori come Proust, Melville, Joyce, Dostoyevsky possono essere tremendamente difficili e impegnativi, noiosi in ultima istanza, ma nessuno si sognerebbe di dirlo (o addirittura scriverlo in una recensione!) senza irrimediabilmente sentirsi una capra o un provocatore. Perché svalutare la nostra esperienza quando guardiamo un film? Ci sono film la cui funzione è solo quella di intrattenere, certo, e personalmente cerco emozione e intrattenimento di buona qualità quando vedo una sit-com o un film d’azione; ma se vedo un film di un autore come Spike Jonze mi aspetto qualcosa di più, dal film e da me stesso. Non mi interessa tanto se Her mi abbia fatto passare due ore piacevoli o emozionanti (e nel mio caso ci è riuscito) ma se abbia contribuito in qualche misura alla mia crescita personale, modificando o influenzando anche un pochino la mia visione del mondo. E lo ha fatto.
  2. Tecnologia. Ma parliamo un po’ del film: si tratta di un film di fantascienza di quelli che si sforzano di costruire scenari basati su realismo e verosimiglianza. Il protagonista è uno straordinario Joaquin Phoenix che, smarrito e depresso a causa della fine del suo matrimonio, si innamora profondamente e perdutamente del nuovissimo sistema operativo del suo computer, un’intelligenza artificiale capace di apprendere e, evidentemente, anche provare profonde emozioni. Lungi dall’essere un film fobico nei confronti della tecnologia, Her usa l’artificio narrativo fantascientifico per una profonda riflessione filosofica sulla natura dell’amore e dei sentimenti di coppia nella loro purezza e completezza, affrontando il tema su un piano che è completamente intellettivo e emotivo, spirituale. Uno dei due amanti infatti manca completamente di fisicità, non ha un corpo, è puro spirito: eppure la relazione tra i due è completa, appassionata, persino sul piano fisico, non solo “platonico”. Un aspetto completamente originale del film è che l’innamoramento del protagonista per un software non ha connotazioni negative, non lo porta all’autodistruzione, non è un monito sulle degenerazioni verso cui si sta spingendo la nostra società, anzi: è per certi versi singolare ma per certi altri una storia d’amore come tante altre e (senza spoilerare) sarà comunque di grande aiuto al protagonista per uscire dal pantano di insoddisfazione e depressione in cui era rimasto invischiato.

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  1. Riscrivere i classici. Uno dei fattori che ha fatto gridare in tanti alla noia è il fatto che per lunghe fasi il film sia piuttosto prevedibile, telefonato: effettivamente la struttura narrativa del film è in gran parte quella di un vecchio classico del cinema romantico e non ha nessuna paura di cavalcare i più banali cliché del genere, compresa la scena con i due innamorati che si godono insieme il tramonto sulla spiaggia. Soltanto che lei, invece di essere tra le sue braccia, è nel taschino della sua camicia! Sarà un punto di vista ingenuo il mio, ma resto convinto che scrivere e poi dirigere una storia d’amore al contempo tanto banale e tanto originale, facendola funzionare perfettamente e rendendola assolutamente credibile, sia già di per sé un’impresa non da poco.

her-posterLei (Her) – USA, 2013
di Spike Jonze
Con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams
BIM – 126 min.

3 cose su: 12 anni schiavo

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “12 anni schiavo” di Steve McQueen che, nel frattanto, ha anche vinto l’Oscar come miglior film.

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  1. Black Oscars. Non so se lo sapete ma 12 anni schiavo ha vinto l’Oscar 2014 come miglior film, la meravigliosa Lupita Nyong’o ha portato a casa la statuetta come miglior attrice non protagonista (strameritato sotto qualsiasi punto di vista) e lo sceneggiatore John Ridley quella per la miglior sceneggiatura non originale tratta dal libro autobiografico di Solomon Northup. È la prima volta che un film diretto da un regista nero vince l’Oscar più importante e questo potrebbe rappresentare un momento di svolta per i registi di colore per quanto, al netto di alcune critiche come quelle lette su Carmilla che personalmente ritengo molto fuori bersaglio, questo film appartenga a quegli schemi culturali in cui il cinema afroamericano è ancora ingabbiato, come sottolinea Roxanne Gay su Vulture. Il fatto che 12 anni schiavo abbia vinto gli Oscar poi ha a mio avviso poco a che vedere con il senso di colpa e il lavarsi la coscienza della giuria WASP dell’Academy: ha vinto, nonostante la grande qualità degli altri nominati, perché è un grande film e questo è certamente un passo importante ma non certo un punto di arrivo.
  2. Schiavismo. Non so se si possa definirlo un trend ma in un anno o poco più sono arrivati nelle sale ben tre grandi produzioni sul tema dello schiavismo americano, che invece nella storia del cinema ha sempre avuto poco spazio: Django UnchainedLincoln e 12 Years a Slave. E non solo si tratta di tre grandi produzioni ma anche di tre film d’autore e di tre autori profondamente diversi tra loro con tre idee di cinema profondamente diverse tra loro. Se l’approccio di Tarantino da queste parti non era stato apprezzatissimo mentre quello di Spielberg ci aveva convinto, il film di McQueen condivide con Lincoln alcuni un elemento per noi fondamentale: il basarsi sui documenti e il lavoro di ricerca nella minuziosa e rigorosa ricostruzione storica. 12 anni schiavo è basato sull’omonimo libro di Solomon Northup nel 1853 in cui narra la sua drammatica esperienza: Northup, figlio di uno schiavo affrancato, viveva da un uomo libero a Saratoga, stato di New York, quando venne rapito con l’inganno e venduto come schiavo nel sud degli Stati Uniti d’America, condizione in cui rimase per 12 anni assistendo e sopportando ogni genere di atrocità e ingiustizia, lottando per la sopravvivenza in attesa dell’occasione che gli permettesse di tornare libero per ricongiungersi con la propria famiglia. Andando oltre la mera (ma comunque significativa) considerazione che si tratta di vicende di neri narrate da un autore nero, il film di McQueen è insieme un tributo all’eroismo di Northup e un cinico, impassibile, inesorabile racconto della disumana pratica dello schiavismo negli Stati Uniti d’America del 19esimo secolo. Il film è importante perché onesto, rigoroso e attendibile e queste sue qualità non solo vanno ben oltre le (soggettive) valutazioni estetiche e artistiche sull’opera, ma per certi versi vanno a loro discapito: l’autore di un film che voglia restare il più possibile rispettoso e fedele nei confronti della realtà storica dovrà resistere ad ogni tipo di espediente narrativo, arricchimento simbolico, retorico o emozionale, dovrà evitare di essere brillante o arguto e mettere la propria intelligenza e le proprie capacità al servizio della Storia, limitare al massimo il proprio intervento autoriale e la propria personalità. Addiction by subtraction come si suol dire, compito niente affatto facile. Il risultato finale potrà sembrare piatto, frammentario, poco coinvolgente (anche se a parere mio non è il caso di questo film dove la drammaticità degli eventi narrati è sufficiente a stimolare la mia sensibilità di spettatore e mantenere alto il livello di tensione) ma alla fine si otterrà qualcosa di somigliante a un documento da consegnare alla società e alle future generazioni per raccontare una reale vicenda storica. E questo ha un valore enorme.

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  1. Corpi. Se poco fa parlavamo dei punti di contatto tra Lincoln e 12 anni schiavo c’è una sostanziale dicotomia di fondo tra i due film: quella tra astratto e concreto, tra tra mente e corpo. Del resto il tema portante della poetica del regista britannico Steve McQueen è proprio questo: il corpo, la carne, come veicolo di cambiamenti interiori ed esteriori, individuali, sociali e politici. Così come in Hunger (ma anche in Shame e nelle sue opere audiovisive come Western Deep), in 12 anni schiavo lo sviluppo narrativo passa attraverso il corpo dei personaggi: i segni sulla pelle e sul fisico dei personaggi diventano dei veri e propri significanti che non solo tengono traccia dello sviluppo degli eventi narrati ma si fanno specchio della crescita interiore dei personaggi e, per certi versi, diventano loro strumento anche volontario per comunicare all’esterno, sia con altri personaggi all’interno del racconto che, naturalmente, con lo spettatore. Da questo punto di vista il corpo diventa un vero e proprio mezzo di comunicazione. Se in Lincoln il racconto storico era basato sulla parola, sui discorsi, sui testi, in 12 anni schiavo è basato sulla pelle del protagonista: quando lo schiavista vuole inviare un messaggio allo schiavo lo frusta, lo sfregia, lo tortura, quando è lo schiavo a inviare il suo messaggio (allo schiavista, ai suoi compagni, alla Storia) resiste, cura le ferite, sopravvive. La condizione di schiavo del resto omette intrinsecamente la possibilità/diritto di significare attraverso la parola, dato che per fare questo bisognerebbe essere riconosciuti come persone, non come schiavi, la cui funzione è meramente meccanica e ogni deviazione da essa è giudicata pericolosa: Northup stesso sa che sarebbe probabilmente ucciso se il suo padrone semplicemente scoprisse che è in grado di leggere e scrivere. Non c’è spazio per l’intangibile. E Lincoln avrà bisogno di una guerra, di lacerare migliaia di altri corpi, perché ai neri, negli stati del sud, venga riconosciuto anche il diritto ad esprimere e raccontare con la parola la propria individualità, le proprie storie, la propria Storia.

twelve_years_a_slave_poster12 anni schiavo (12 Years a Slave) – USA, 2013
di Steve McQueen
Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti
BIM – 134 min.

#Oscars2014 – and the winners are…

Agli archivi anche la notte degli Oscar 2014: come al solito serata scoppientate con un parterre incredibile e tanti momenti memorabili di cui sta chiacchierando mezzo mondo.

Per quanti riguarda i premi quest’anno siamo arrivati abbastanza preparati e già nei giorni scorsi avevamo scelto quelli che sarebbero stati i nostri vincitori se gli Oscar li avessimo assegnati noi; naturalmente le scelte dell’Academy sono state quasi tutte diverse dalle nostre ma riteniamo che ci fossero tanti ottimi film in gara quindi alla fine non possiamo dirci particolarmente insoddisfatti a parte la sconcertante esclusione di The Wolf of Wall Street, secondo noi il miglior film di Martin Scorsese da almeno 20 anni a questa parte, che addirittura torna a casa senza neanche il becco di una statuetta. A farne incetta sono stati invece 12 Years a Slave (3 statuette), Dallas Buyers Club (3) e soprattutto Gravity (7) sul quale restiamo un pochino perplessi. Prima di spiattellarvi la lista dei vincitori un’ultima nota: La Grande Bellezza ha vinto l’Oscar come Miglior film straniero! Evvai coi caroselli per le strade di tutta Italia!

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  • Miglior Film: 12 Years a Slave – le ragioni  dell’assegnazione probabilmente sono più paratestuali che altro ma ci può stare.
  • Attore protagonista: Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club) – personaggio da premio, interpretazione da premio.
  • Attrice protagonista: Cate Blanchett (Blue Jasmine) – sublime Galadreiel.
  • Attore non protagonista: Jared Leto (Dallas Buyers Club) – come per McConaughey.
  • Attrice non protagonista: Lupita Nyong’o (12 Years a Slave) – giù il cappello.
  • Film d’animazione: Frozen (Chris Buck, Jennifer Lee, Peter Del Vecho) – Disney rivince questo Oscar (esclusi i film Pixar) dopo quanti anni? 20? Peccato per Hayao Miyazaki.
  • Fotografia: Gravity (Emmanuel Lubezki) – superba
  • Costumi: The Great Gatsby (Catherine Martin)
  • Regia: Gravity (Alfonso Cuarón) – in questo caso direi che è stata confusa la resa visiva (grandiosa) con la regia (trascrabilissima); c’erano autori che meritavano molto più di Cuarón.
  • Documentario: 20 Feet from Stardom
  • Documentario breve: The Lady in Number 6: Music Saved My Life (Malcolm Clarke, Nicholas Reed)
  • Montaggio: Gravity (Alfonso Cuarón, Mark Sanger)
  • Film Straniero: La Grande Bellezza (Italy) – 50 anni precisi dopo 8 e mezzo di Fellini, con cui i paragoni si sono sprecati, e 15 anni dopo l’ultimo Oscar italiano (La vita è bella)Sorrentino porta a casa la statuetta; splendido il discorso di ringraziamento: “Ringrazio l’Academy, Toni, Nicola (Giuliano, il produttore), gli altri produttori, la troupe. E le mie fonti di ispirazione: Fellini, i Talking Heads, Scorsese e Diego Armando Maradona.”
  • Trucco: Dallas Buyers Club (Adruitha Lee, Robin Mathews)
  • Colonna sonora originale: Gravity (Steven Price)
  • Canzone originale: Let It Go – Frozen
  • Production Design: The Great Gatsby (Catherine Martin, Beverley Dunn)
  • Corto animato: Mr. Hublot (Laurent Witz, Alexandre Espigares)
  • Cortometraggio: Helium (Anders Walter, Kim Magnusson)
  • Sound Editing: Gravity (Glenn Freemantle)
  • Sound Mixing: Gravity (Skip Lievsay, Niv Adiri, Christopher Benstead, Chris Munro)
  • Effetti speciali: Gravity (Tim Webber, Chris Lawrence, Dave Shirk, Neil Corbould)
  • Sceneggiatura (adattamento): 12 Years a Slave (John Ridley)
  • Sceneggiatura originale: Her (Spike Jonze) – una meritatissima statuetta per Spike Jonze

Speciale Oscar 2014

Tra un paio di giorni si assegnano gli Academy Awards del 2014 aka gli Oscar. Per questa edizione, che come film in gara ci pare una delle più interessanti degli ultimi anni, abbiamo deciso di fare una piccola panoramica e, dato che per una volta li abbiamo visti quasi tutti, di divertirci a scegliere quello che sarebbe il nostro vincitore. Un due tre: iniziamo!

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MIGLIOR FILM

I candidati:

  • American Hustle – bel film con un grande cast e un ottimo regista che è riuscito a tirare fuori da una sceneggiatura un po’ confusa un risultato eccellente
  • Captain Phillips – film d’azione su un argomento controverso senza infamia né lode
  • Dallas Buyers Club – gran bel film, ne abbiamo scritto qui
  • Gravity – Un’ora e mezza molto godibile con immagini straordinarie ma niente di più
  • Her – un altro capolavoro di Spike Jonze che continua la sua ascesa nell’olimpo degli autori cinematografici.
  • Nebraska – bel film, ne abbiamo scritto qui
  • Philomena – del lotto dei candidati è l’unico film che non abbiamo visto e ce ne rammarichiamo.
  • 12 Years a Slave – a nostro avviso un film sensazionale e un’operazione tanto semplice quanto inusuale nel cinema contemporaneo; ne scriveremo presto
  • The Wolf of Wall Street – la seconda giovinezza di Martin Scorsese, filmone di cui abbiamo scritto qui

And – per AtlantideZine – the winner is… Her di Spike Jonze, ma saremmo soddisfatti anche se dovesse vincere uno tra WoWS o 12 Years a Slave. 

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

  • Christian Bale (American Hustle) – sempre bei personaggi e notevoli interpretazioni.
  • Bruce Dern (Nebraska) – dopo una bella carriera da caratterista finalmente, a 77 anni, il personaggio della consacrazione dell’amico di Jack Nicholson.
  • Leonardo Di Caprio (The Wolf of Wall Street) – dopo tanti film con Scorsese finalmente anche l’ottimo Di Caprio ha avuto un personaggio memorabile.
  • Chiwetel Ejiofor (12 Years a Slave) – out of nowhere.
  • Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club) – il personaggio con cui da una svolta radicale alla sua carriera.

And – per AtlantideZine – the winner is… Bruce Dern. Ok, ha già vinto a Cannes e gli altri meritano ma in Nebraska gli abbiamo davvero voluto bene.

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

  • Amy Adams (American Hustle) – spettacolare il personaggio, l’attrice, l’interpretazione.
  • Cate Blanchett (Blue Jasmine) – ho un debole per Galadriel ma il film non l’ho visto e francamente dubito che Woody Allen abbia costruito un personaggio da Oscar.
  • Sandra Bullock (Gravity) – va bene, in questo film se l’è cavata piuttosto bene ma francamente né l’attrice né il personaggio sono da premio.
  • Judi Dench (Philomena) – non ho visto il film ma credo che qui abbiamo una serissima candidata.
  • Meryl Streep (August: Osage County) – semplicemente Meryl Streep che fa una parte da Meryl Streep nel solito film (stavolta brutto) con Meryl Streep. Not enough.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Amy Adams (Judi Dench permettendo).

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

  • Barkhad Abdi (Captain Phillips) – sudanese all’esordio se la cava bene ma la parte non ci sembrava particolarmente complicata.
  • Bradley Cooper (American Hustle) – molto bravo ma, l’attore come il personaggio, un passo indietro rispetto ai due protagonisti del film.
  • Michael Fassbender (12 Years a Slave) – sempre sugli scudi quanto a intensità.
  • Jonah Hill (The Wolf of Wall Street) – personaggio glorioso interpretato con stupefacente credibilità.
  • Jared Leto (Dallas Buyers Club) – una parte come questa è un’occasione fantastica per rastrellare premi e Leto non se l’è lasciata sfuggire e ha sfoggiato un’interpretazione memorabile.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Jonah Hill. Meritano anche gli altri (e comunque dubito che vincerà) ma abbiamo davvero adorato attore e personaggio (“Steve Maaaaadden”).

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

  • Sally Hawkins (Blue Jasmine) – non abbiamo visto il film ma vale quanto detto pocanzi per Cate Balnchett.
  • Jennifer Lawrence (American Hustle) – te l’aspetti super e lei è super.
  • Lupita Nyong’o (12 Years a Slave) – perfetta.
  • Julia Roberts (August: Osage County) – semplicemente Julia Roberts che fa una parte da Julia Roberts nel solito film (stavolta brutto) con Julia Roberts. Not enough.
  • June Squibb (Nebraska) – vale quanto detto per Bruce Dern; una cosa è certa, Payne ha un tocco speciale nel dirigere gli attori.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Lupita Nyong’o. 12 Years a Slave è capitato in un anno in cui la concorrenza è forte e potrebbe tornare a casa con poche statuette (così come potrebbe farne incetta, benineteso) ma se c’è qualcuno che per noi DEVE portarla a casa, per ragioni artistiche ma anche politiche, che non dovrebbero centrare nulla, è Lupita Nyong’o.

MIGLIOR FILM DI ANIMAZIONE

  • The Croods (Chris Sanders, Kirk DeMicco, Kristine Belson) – non l’abbiamo visto ma ce ne hanno parlato bene.
  • Cattivissimo Me 2 (Chris Renaud, Pierre Coffin, Chris Meledandri) – brutto per davvero.
  • Ernest & Celestine (Benjamin Renner, Didier Brunner) – grandissimo film, disegni stupendi, adattamento meraviglioso di Pennac dagli albi di Gabrielle Vincent.
  • Frozen (Chris Buck, Jennifer Lee, Peter Del Vecho) – una disneyata ma con un finale non banale che non delude i bambini, ma non molto di più.
  • The Wind Rises (Hayao Miyazaki, Toshio Suzuki) – purtroppo non siamo ancora riuscito a vedere l’opera di commiato di Hayao Miyazaki e non stiamo nella pelle.

And – per AtlantideZine –  the winner is… The Wind Rises sulla fiducia. In caso di cocente quanto improbabile delusione il nostro premio andrebbe senza dubbio a Ernest & Celestine.

MIGLIOR REGISTA

  • David O. Russell (American Hustle) – sempre più convincente, con un’idea precisa di cinema ed evidenti capacità tecniche.
  • Alfonso Cuarón (Gravity) – questo è un film spettacolare sotto gli aspetti fotografici e scenografici, francamente dal punto di vista registico mi pare molto elementare.
  • Alexander Payne (Nebraska) – Payne ha un tocco delicato come pochi autori contemporanei e riesce davvero a dare intensità e profondità ad attori e situazioni comuni.
  • Steve McQueen (12 Years a Slave) – i detrattori del film dicono che il film è piatto e procede senza che l’autore riesca a dargli un’impronta marcata: per me questo è un merito quando si affronta la Storia, neutralità e impassibilità sono molto difficili da trasporre sullo schermo, McQueen ci è riuscito.
  • Martin Scorsese (The Wolf of Wall Street) – erano quasi 20 anni che Scorsese sembrava confuso, perso e non riusciva più a dare un’impronta e una direzione decisa ai suoi film: sembra essere definitivamente tornato il grande autore di una volta.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Martin Scorsese o Steve McQueen. Scorsese forse lo meriterebbe più ma glielo toglierei per compensare con quello vinto nel 2007 con The Departed che non era certo uno dei suoi migliori film, la regia di McQueen invece è encomiabile perché quasi non si nota e l’autore è riuscito a trattenersi da aggiungere artifici narrativi e retorica per mantenere gli equilibri estremamente delicati del racconto storico.

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

  • Woody Allen (Blue Jasmine) – come detto non l’ho visto ma non mi aspetto più granché da Woody Allen.
  • Craig Borten and Melisa Wallack (Dallas Buyers Club) – da quello che ho letto la storia vera alla base del film è stata piuttosto stravolta e gli sceneggiatori hanno costruito una trama tanto ben fatta quanto efficace per le proprie esigenze narrative: bravissimi ma personalmente non amo questo genere di operazioni.
  • Spike Jonze (Her) – sceneggiatura brillante, visionaria, ben scritta. Grande Spike Jonze, ce ne fossero.
  • Bob Nelson (Nebraska) – una storia semplice e toccante ma niente di più.
  • Eric Warren Singer and David O. Russell (American Hustle) – una trama intricata e brillante, personaggi meravigliosi, dialoghi fantastici: grande sceneggiatura.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Eric Warren Singer and David O. Russell (American Hustle) sul filo di lana su Spike Jonze che, personalmente, avrei premiato per miglior film e miglior regia (ma in quest’ultima incredibilmentte non era neanche candidato).

MIGLIOR ADATTAMENTO

  • Steve Coogan and Jeff Pope (Philomena) – chi ha letto fin’ora lo sa: non ho visto il film.
  • Richard Linklater, Julie Delpy, and Ethan Hawke (Before Midnight) – non visto neanche questo.
  • Billy Ray (Captain Phillips) – non un cattivo lavoro ma, in soldoni, credo sia un adattamento che avrebbe potrebbe fare una classe di scuola di cinema.
  • John Ridley (12 Years a Slave) – un buon lavoro basato sul rigore e la ricerca storica, encomiabile ma forse non da premio.
  • Terence Winter (The Wolf of Wall Street) – personaggi, dialoghi, situazioni: tutto perfetto. Instant classic.

And – per AtlantideZine –  the winner is… Terence Winter (The Wolf of Wall Street), come dicevo sopra un lavoro perfetto: non ho letto l’autobiografia di Jordan Belfort ma sono certo che chiamare questa sceneggiatura “adattamento” sia estremamamente riduttivo.

ALTRI PREMI

Anche se il film non ci piace saremmo contenti per puro spirito patriottico se La Grande Bellezza vincesse l’oscar come Miglior Film Straniero per il resto sugli altri premi (documentari, cortometraggi, colonne sonore, costumi, effetti speciali ecc.) siamo o impreparati oppure poco interessati, magari ne riparliamo la prossima settimana dopo le assegnazioni, che indubbiamente saranno tutte diverse dalle nostre!

3 cose su: Nebraska

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Nebraska” di Alexander Payne.

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  1. Bianco e nero. Non basta il bianco e nero per fare un film d’autore e francamente di solito questi piccoli artifici formali mi fanno storcere il naso, ma in questo caso devo dire che la scelta del bianco e nero ci sta tutta e contribuisce a conferire al film quel sapore vissuto e lo-fi come una ballata folk ascoltata su un vecchio 45 giri. Non solo, la sottrazione dei colori, a parere mio, spoglia un po’ luoghi e personaggi dei loro aspetti più superficiali e contribuisce a conferirgli un po’ più di spessore, profondità e universalità e, attraverso il processo di astrazione, ci aiuta ad identificarci con i personaggi (come insegna McCloud). Approvo.
  2. Road Movie. Se anche a voi la parola Nebraska fa subito venire in mente (dopo il disco di Springsteen) l’iconica immagine di una strada che attraversa praterie sterminate perdendosi all’orizzonte questo film non vi deluderà: si tratta infatti di un road movie in cui David Gant (Will Forte) accompagna il suo anziano e ormai non più tanto lucido padre Woody in un viaggio insensato dal Montana, dove vivono, a Lincoln in Nebraska all’inseguimento di una fantomatica vincita di 1 milione di dollari che l’anziano Woody non accetta di  riconoscere quale la fraudolenta trovata di marketing che chiaramente è. Il Nebraska però è anche lo stato dove Woody è nato e cresciuto e lungo il viaggio si fermeranno per un weekend nel suo anonimo paese nativo; qui David avrà modo di scoprire gli angoli nascosti del passato e del carattere del suo taciturno padre e, in questo modo, di comprenderlo e amarlo fino in fondo (nonché forse di capire e amare di più di anche sé stesso).

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  1. US Folk. Se la settimana scorsa su queste pagine si parlava di musica folk con Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, questa settimana continuiamo a parlare di folk con Nebraska di Alexander Payne: due percorsi molto diversi, forse diametralmente opposti per arrivare però alla stessa destinazione. Laddove il film dei Coen affronta direttamente il soggetto e scava nel tema attraverso le parole e la musica di un personaggio che negli anni ’60 tenta di costruire la sua strada nella sofisticata scena musicale newyorkese, Nebraska ci racconta invece in modo indiretto ma sobrio, delicato, lineare, la storia dal vecchio Woody Grant (uno strepitoso Bruce Dern) che negli anni ’60 ha faticosamente costruito la sua semplice vita e la sua famiglia nella rustica provincia americana: una ballata folk. I personaggi sono comuni, le storie non hanno nulla di particolarmente straordinario, lo sviluppo è prevedibile ma, se il pezzo è scritto bene e interpretato con onestà e passione, non c’è niente di meglio che fermarsi e assaporarne ogni dettaglio. E questo film è costruito con grande maestria da Payne e interpretato in modo fantastico da tutti e non mi dispiacerebbe se con personaggio di Woody Grant, dopo Cannes,  Bruce Dern dovesse portare a casa anche l’Oscar. Intanto Woody Grant si è ritagliato un posticino tra i grandi personaggi folk del Nebraska, proprio vicino a quelli del disco di Springsteen.

Nebraska_posterNebraska – USA, 2013
di Alexander Payne
Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Lucky Red – 115 min.

3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

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  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

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  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

3 cose su: Dallas Buyers Club

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Dallas Buyers Club” di  Jean-Marc Vallée.

Dallas Buyers Club

  1. Tesoro sommerso. La trama di Dallas Buyers Club è tratta da una drammatica storia vera non priva di rischi di derive gentiste: Ron Woodroof (McConaughey) è un rustico texano appassionato di rodeo, sesso e droga cui negli anni ’80 viene diagnosticato l’AIDS in stato avanzato, pronosticati solo altri 30 giorni di vita e negate le cure con il farmaco sperimentale AZT. Da lì inizia un lungo percorso che lo porterà a superare i suoi pregiudizi nei confronti degli omosessuali (specie attraverso l’amicizia con Rayon – Jared Leto), a sperimentare metodi di cura alternativi e a mettersi in lotta contro l’industria farmaceutica e gli organismi pubblici che la proteggono. Questo è il primo film che vedo di Jean-Marc Vallée ed è stata una bella scoperta: l’autore canadese entra da subito nella lista di quei registi di cui aspetto il prossimo film.
  2. Reinvenzioni. Mattew McConaughey e Jared Leto sono entrambi personaggi pop che vengono da lontano che Dallas Buyers Club stanno dando una decisiva svolta alla propria carriera. Entrambi sono sulla scena dagli anni ’90: il primo frequentemente relegato al ruolo di belloccio in trascurabili commedie romantiche, il secondo alle prese con ruoli secondari nel cinema e una carriera musicale buona ma non esplosiva con i Thirty Seconds to Mars; questo film gli ha offerto l’occasione di due ruoli memorabili e loro hanno risposto con due ottime interpretazioni grazie alle quali stanno adesso facendo incetta di premi. Se è vero che con personaggi sopra le righe e malati terminali può essere relativamente semplice per gli attori conquistare la simpatia e l’affetto del pubblico, è anche vero che entrambi sono stati chiamati a fare qualcosa che in 20 anni di carriera non avevano mai fatto e hanno risposto in modo sorprendente. Ah, e entrambi hanno perso tantissimo peso e fatto enormi sforzi dal punto di vista fisico per interpretare al meglio i loro ruoli, se anche voi ancora attribuite un valore a questo genere di cose.

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  1. Storie vere. Sembra che l’industria cinematografica stia attraversando un momento di infatuazione per i film tratti da storie vere: dei nove candidati all’Oscar 2014 come miglior film ben cinque appartengono a questa categoria: oltre a Dallas Buyers Club ci sono The Wolf of Wall Street, 12 years a slave, Capitan Phllips e Philomena. Il fenomeno mi pare interessante ma, da appassionato cultore del cinema neorealista devo precisare che, di suo, il fatto che il soggetto provenga da una storia vera non è particolarmente significativo: si possono prendere persone e situazioni realmente accadute e impregnarli di retorica e sensazionalismo in modo strumentale così come si possono costruire personaggi di finzione e dargli spessore e verosimiglianza utilizzando un approccio sincero e onesto. Nel caso di Dallas Buyers Club il film non è privo di retorica e sensazionalismo ma credo che siano componenti già insite nella storia vera di Ron Woodroof, quindi direi che l’approccio degli autori è sufficientemente sincero e onesto, non strumentale. Bravi tutti.

Dallas_Buyers_ClubposterDallas Buyers Club – USA, 2013
di Jean-Marc Vallée
Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn
Good Films – 117 min.

3 cose su: The Wolf of Wall Street

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

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  1. Prima di vederlo era chiara la trappola in cui The Wolf of Wall Street rischiava di cadere: un altro Goodfellas, questa volta in chiave Wall Street, in cui Scorsese avrebbe di nuovo dato sfoggio delle sue grandi doti registiche, Di Caprio avrebbe offerto un’altra bella prova di recitazione (pur essendo un po’ fuori parte) ma alla fine si sarebbe trattato di ben 3 ore di film con qualche scena memorabile ma anche tanta inconsistenza. Sbagliato: se è vero che il parallelo con Quei bravi ragazzi ci può stare come parabola della ascesa e caduta dei valori di un’intera generazione attraverso la storia (vera) di un singolo (Jordan Belfort) e della sua gang senza scrupoli, è anche vero che il film cammina con le proprie gambe lungo la sua strada, è solido sotto ogni aspetto e in particolare i personaggi  e i temi sono profondi e ben costruiti. Arrivano forti e chiari.
  2. Per come la vedo io la carriera di Martin Scorsese ha avuto un lungo periodo di appannamento che è iniziato subito dopo Casinò (o forse proprio con Casinò?) ed è passato attraverso grandi fallimenti come Gangs of New York e The Aviator (due dei più grandi progetti in cui il regista si sia imbarcato ma che alla fine sono stati profondamente deludenti) ed è continuato con film come The Departed o Shutter Island che (per quanto sempre splendidamente confezionati) non avevano assolutamente lo spessore e la profondità del giovane Scorsese. Il periodo di crisi ai miei occhi è ufficialmente finito con Hugo Cabret e adesso, con The Wolf of Wall Street, mi sento di dire che l’autore stia vivendo una seconda giovinezza e che, accanto alle sempre eccelse doti formali, i suoi film hanno ritrovato profondità e spessore, quella consistenza che sembravano aver perso. E finalmente anche l’ottimo Leonardo Di Caprio ha il suo film indimenticabile (e il personaggio larger than life) diretto da Martin Scorsese.

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  1. Dicevamo che quella raccontata nel film è una storia vera, tratta dall’autobiografia di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street, certamente con qualche piccola variazione. Il paragone con il film Wall Street di Oliver Stone e il Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas è stato automatico, ma è stato lo stesso Jordan Belfort a sottolineare la differenza di fondo: se Gordon Gekko era un personaggio di finzione di cui lo spettatore non vede mai davvero il declino, nel film di Scorsese è evidente che Jordan perda tutto e come questo succeda, quindi in questo caso si tratta di un racconto di ammonimento, una lezione morale per tutti. Sì, a chiacchiere. Perché a quanto pare Jordan Belfort non sembra aver imparato nulla dalla sua stessa storia, che del suo libro e di questo film quello che gli importa sia vendere per riempirsi le tasche e che per raggiungere il suo obiettivo di guadagnare una barca di soldi ancora oggi non si faccia tanti scrupoli a mentire. Pensa un po’.

The Wolf of Wall StreetThe Wolf of Wall Street – USA, 2013
di Martin Scorsese
Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler
01 Distribution – 180 min.

I used to be a little boy – Smashing Pumpkins + Mark Lanegan live a Rock in Roma 2013

Attenzione!
Questo articolo potrebbe rivelarsi eccessivamente lungo e troppo personale.

Smashing Pumpkins - Rock in Roma 14/07/2013 (fonte: http://www.onstageweb.com/)

14/07/2013: suonano a Rock in Roma, a Capannelle, gli Smashing Pumpkins. Ad aprire il concerto Mr. Mark Lanegan. Come possa uno come Mark Lanegan essere uno che suona quando ancora c’è la luce del sole aprendo concerti altrui è uno sconcertante mistero ed una delle desolanti anomalie che, senza controllare, sono certo possano sussitere solo in Italia. Ma tant’è, nella stessa serata noi beceri ma fortunati italiani abbiamo l’occasione di vedere sia Mark Lanegan che gli Smashing Pumpkins. Amen.

Comunque sia, qui servono un po’ di premesse per dare il giusto contesto a questo articolo e farvi capire di cosa effettivamente stiamo parlando. Chi scrive nella sua adolescenza è stato fan sfegatato, stupido, degli Smashing Pumpkins. A partire dal 1994, sedicenne, ascoltavo ossessivamente Siamese Dream (ricordo che promisi a me stesso che avrei ascoltato almeno un po’ di Siamese Dream ogni giorno della mia vita, per sempre), acquistavo immediatamente senza badare al prezzo qualsiasi cosa pubblicasse Corgan o avesse sopra il marchio SP: album, singoli, vhs, cofanetti, bootleg, compilations, vinili anche se non avevo il piatto, la colonna sonora di Batman & Robin, libri, t-shirts, stickers, spillette. A Londra in gita scolastica setacciai Virgin Store et similia a caccia di chicche e rarità, tornai con un orrido cd con un’intervista in inglese.

Gli Smashing Pumpkins nel 1994

Quello che mancava per soddisfare la mia esuberante passione adolescenziale era lo spettacolo live, il concertone. Obiettivo non facile da raggiungere per un teenager barese: da quello che sapevo gli SP avevano suonato una volta in Emilia prima che li conoscessi (tipo ad una festa dell’Unità, se non ricordo male) e poi nulla fino all’aprile 1996, Palatrussardi di Milano. Non ancora diciottenne ero pronto al grande viaggio in treno ma non riuscì a trovare un compagno di viaggio; mandarmi da solo in treno da Bari a Milano a 17 anni era troppo per i miei genitori: occasione persa. Finalmente il mio sogno di vedere Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins dal vivo si concretizzò il 7 giugno del 1998 alla scalinata dell’EUR a Roma (se volete sentirlo sta qui). Per vicessitudini che non ricordo non ero riuscito a procurarmi il biglietto, dovetti comprarlo da un bagarino a cifre astronomiche. Ovviamente ne valse la pena: a 20 anni, il viaggio con amici vecchi e nuovi, il concerto in una location fuori dal comune, il mio gruppo preferito (benché senza il prodigioso batterista Jimmy Chamberlin) in un momento di grazia, il tour di un disco che avevo amato visceralmente (Adore), la notte passata per strada. Un pietra miliare della mia crescita.

Adesso siamo nel 2013, da quel 1998 sono passati 15 anni e gli Smashing Pumpkins nel frattempo si sono sciolti ed erano un po’ finiti nell’oblio; poi Billy Corgan, dopo vari progetti fallimentari e momenti in cui sembrava avesse davvero perso completamente la testa, ha ricostituito la band e tirato fuori un album inaccettabile (Zeitgeist), il fidato batterista Jimmy Chamberlin lo ha abbandonato, ha trovato un nuovo batterista (Mike Byrne) e poi riformato la band selezionando i membri con pubblica audizione, poi ha sbroccato con un disco pubblicato gratuitamente solo su Internet un pezzo alla volta, poi finalmente si è rimesso in tour suonando scorpacciate di pezzi dei bei vecchi tempi e tutto si è risolto. Infine nel 2012 ha pubblicato Oceania che, diciamoci la verità, non è questo granché ma non è neanche una cosa imbarazzante e dimostra che Billy si è finalmente rimesso in carreggiata per fare quello che ha sempre voluto fare: scrivere canzoni, pubblicare dischi, girare il mondo suonando di fronte a grandi platee osannanti. Dategli torto.

Dal canto mio invece in questi 15 anni sono successe un sacco di cose, oltre ad aver rivisto gli Smashing Pumpkins in altre due occasioni: sono cresciuto. L’appassionato romantico teenager superfan di allora è diventato un trentacinquenne lavoratore e padre di famiglia e durante il tragitto ha avuto modo di scoprire ed approfondire un sacco di altra musica, ampiamente coadiuvato dalla rivoluzione digitale. Tra le tante cose scoperte e approfondite spicca la figura di un cantante che viene dalla stessa era e dalla stessa scena musicale di Billy Corgan ma la cui attitudine (e la cui voce) è agli antipodi di quella del leader degli Smashing Pumpkins. Sto parlando di Mark Lanegan. Lanegan è un mito, già ve ne ho parlato. Ma quando dico ‘mito’ non lo intendo in senso gergale, proprio nel senso che per me è una sorta di figura mitologica, una leggenda, la summa di quanto di meglio la musica rock sia riuscita a produrre negli ultimi 20 anni. Lanegan è tra i padri della scena di Seattle con gli Screaming Trees già negli anni ’80, amico fraterno e partner musicale di chiunque da Kurt Cobain a Greg Dulli, da Layne Staley a Josh Homme, è un filologo del blues, del folk, del garage, del rock and roll. E poi possiede una delle voci più profonde e magnetiche che potrete mai ascoltare. Se Billy Corgan è un hall of famer del gigioneggiamento sul palco, del cazzeggiare con la chitarra e stravolgere i pezzi, dilatarli, masticarli e risputarli, strillare, sorprendere e sfidare i fans ecc, Lanegan invece viene fuori e canta. Basta, niente pose, niente divagazioni: solo lui, la band, la musica e la sua voce da un altro mondo, freddo, immobile, profondo, sincero. La rockstar e il bluesman.

Mark Lanegan

Crescendo ho imparato ad amare l’attitudine di Lanegan e a diffidare di quella di Corgan, così come diffido di appariscenti imbonitori mentre ho una predilezione per i tipi burberi e taciturni. E per un periodo ho avuto un vero e proprio rifiuto per la musica di Billy Corgan che disperatamente cercava di ritagliarsi una presenza nel panorama musicale prima con gli Zwan, poi col suo disco solista The Future Embrace, poi con Zeitgeist e l’altra robaccia che pubblicava infangando il buon nome degli Smashing Pumpkins e la mia adolescenza. Ero deluso, tradito.

Poi nel novembre 2011 sono venuti a suonare in Italia, ho visto la setlist e mi sono detto che, cavolo, sarebbe stato fantastico essere ancora una volta sotto quel palco mentre gli Smashing Pumpkins suonano Cherub Rock o Zero. E poi è uscito Oceania, l’ho ascoltato timoroso e mi sono detto che, al diavolo, è vero che Billy dev’essere certamente stato una carogna con Jimmy Chamberlin, James Iha e D’Arcy, è vero che nessuno di quei pezzi di Oceania sarebbe neanche stato una b-side negli anni ’90, è vero che Corgan sta facendo tutto questo per i soldi e la celebrità, però cavolo, se lo è guadagnato. In fondo non è forse stato lui a scrivere e suonare Gish, Siamese Dream, Mellon Collie and the Infinite Sadness, Adore, Machina? Billy Corgan è uno dei più grandi musicisti rock della sua generazione. Si merita tutto, anche se l’ispirazione che con lui era stata così generosa (quanti pezzi ha pubblicato tra il ’95 e il ’96, tra Mellon Collie e The Aeroplane Flies High? 60? Di più?) lo ha ormai abbandonato.

Smashing Pumpkins + Lanegan - Rock in Roma, 14/07/2103

E dopo questo brevissimo preambolo, se state ancora leggendo, arriviamo a bomba al 14 luglio 2013, Smashing Pumpkins + Mark Lanegan Band live a Capannelle, a 10 minuti da casa. Non potevo mancare. Arrivo al concerto trafelatissimo nel mezzo di mille cose da fare (fatemi gli auguri, tra una settimana nasce il mio secondo figlio) senza aver pensato a nulla tranne che recuperare nel fondo di una scatola la vecchia maglietta che avevo 15 anni fa alla scalinata dell’EUR. Arrivo a Capannelle in perfetto orario, attraverso l’impressionante corridoio di stands e sponsors e arrivo davanti al palco. Tanta gente, quasi tutti over 30 naturalmente, eccetto qualche under 10 figlio di fans di vecchia data che si aggira sereno tra la folla. Bella atmosfera. Per primi, per farci ingannare un po’ l’attesa, escono i californiani Beware of Darkness di cui non so nulla ma che si fanno ascoltare volentieri nella loro mezz’oretta di rock alternativo dal sapore anni ’60, non privi di una certa personalità.

Dopo di loro, quando luce in cielo ancora ce n’è tanta, arriva Mark Lanegan con la sua band. Sono in posizione pressoché perfetta, centrale a 10 metri dal palco. La setlist di Lanegan è asciutta e favolosa come da programma: si inzia con la spettacolare The Gravedigger’s Song e si va avanti con pezzi fantastici vecchi e nuovi come I hit the City, One Way Street, Metanphetamine Blues, la meravigliosa Harbourview Hospital, la cover dei Leaving Trains Creepin Coastline of Lights e l’immancabile pezzo degli Screaming Trees, che questa volta è Black Rose Way dal disco ‘fantasma’ Last Words. Dopo mezz’ora o poco più Mark e la sua band lasciano il palco: nessun bis, nessuna concessione al pubblico, come nel suo stile. Solo una breve frase tipo “lasciamo il palco agli straordinari Smashing Pumpkins” o qualcosa del genere. Sembra ironico, forse lo è, forse no. Ciao Mark, ci rivedremo e non vedo l’ora di ascoltare a settembre Imitations.

Mark Lanegan live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Il sole è tramontato, ancora una mezz’ora di attesa, e finalmente Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins escono sul palco a fare i conti con la mia adolescenza. Il concerto si apre nello stesso modo in cui si apre Oceania: Quasar e Panopticon. La prima è buona, adeguata per iniziare a scaldare il pubblico, sulla seconda non mi pronuncio. I ragazzi suonano bene comunque: il batterista Mike Byrne è potente come dev’essere un batterista degli SP, Nicole Fiornentino e Jeff Schroeder non fanno rimpiangere di certo le loro controparti D’Arcy e James Iha, almeno dal punto di vista tecnico. Il terzo pezzo è Starz da Zeitgeist e su questo invece mi pronuncio: orribile e venuto anche maluccio. Qua va a finire male, penso. Dopo questo preoccupante inizio arriva Rocket a rinfrancarmi un po’, anche se il pubblico rimane ancora troppo immobile per i miei gusti; dai Billy, “the moon is out the stars invite”, iniziamo ‘sto concerto! E invece nulla, dopo Rocket ancora non si decolla, Corgan si imbarca in una prescindibilissima versione di Space Oddity di David Bowie; Billy, con la discografia che hai a disposizione Bowie francamente potevi lasciarlo in pace: Pumpkin Oddity. Il pubblico sembra apprezzare però, io invece, dopo cinque pezzi, comincio a sentirmi un po’ frustrato. Per fortuna arriva X.Y.U., uno dei capitoli più tirati della discografia degli SP e mio vecchio pallino. In più il pubblico inizia a muoversi: mi butto nel pogo e finalmente posso sfogare la mia insoddisfazione (e arrivare sotto il palco). “And in the eyes of the jackal I say KA-BOOM!”. La verità è che sotto il palco si sente malissimo e Corgan per il momento pare che si stia davvero risparmiando la voce, ma almeno mi sto divertendo nel gruppetto di pogatori.

2nite

Ormai lo spettacolo è entrato nel vivo e arrivano momenti più intensi con Disarm e Tonight, Tonight. I pezzi sono quelli che sono quindi arrivano, non posso negarlo, ma la delusione è tanta. Forse Billy non le sente più come una volta, forse è stanco di cantarle da quasi 20 anni, ma le tira davvero via senza passione. Disarm la suonano persino con la base di archi registrata. Per me è davvero un momento di grossa malinconia e i testi dei due brani contribuiscono a rendere più profonda la mia riflessione su quanti anni siano passati e quanto siamo cambiati tutti quanti. “I used to be a little boy”, “You can never ever leave without leaving a piece of youth – We’re not the same, we’re different tonight”.

Ho l’occasione di metabolizzare il mio momento epifanico in cui rifletto sui bei tempi andati e su cosa oggi, 15 anni dopo, siamo diventati io, Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins perché arrivano altri due trascurabili brani tratti da Oceania e perché Corgan pensa bene di fermare il concerto per buoni dieci minuti passati a chiacchierare mettendo in imbarazzo i ragazzi della band, raccontando delle sue origini italiane (salta fuori che ha un quarto di sangue siciliano), la cognata italiana, i nipotini rumorosi, gli italiani che gesticolano, lui che ama l’Italia e la cucina italiana ecc. Ovviamente il pubblico è in visibilio mentre la mia crisi interiore si infittisce. Mi sfogo un po’ su twitter.

Per fortuna il concerto riparte e arriva un brano che mi riconcilia un po’ con Billy Corgan: Thirty-Tree. Speak to me in a language I can hear Billy, you can make it last forever. Sarà che la chiacchierata lo ha caricato ma Corgan sembra cominciare a dare qualcosa di più dal punto di vista di energia ed intensità e poi, con due pezzi come Ava Adore e Bullet With Butterfly Wings il pogo diventa sostenuto. Ora si comincia a ragionare ragazzi: eccoli qui, sul palco ci sono gli Smashing Pumpkins! Arriva un’altra doppietta da OceaniaOne Diamond, One HeartPale Horse, due pezzi orecchiabili senza infamia e senza lode che però questa volta accolgo con benevolenza perché fermano un attimo il pubblico: grondiamo sudore. La pausa è gradita anche perché ci aspetta una chiusura da paura con Today, Zero, Stand Inside Your Love e una United States da Zeitgeist che non sarà una grande canzone ma Billy la suona con passione, forse quella suonata meglio in tutta la serata. Ormai tutti i muri sono caduti, sono bastate una manciata di canzoni suonate con passione e posso dirmi ufficialmente riconciliato con Billy Corgan e la mia adolescenza.

Smashing Pumpkins live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Ma il meglio deve ancora venire. Il primo bis è clamoroso, ritorno alle origini con i primi tre meravigliosi brani di Gish: I am one, Siva e Rhinoceros. Sotto il palco siamo in visibilio; in particolare Siva ci manda in estasi, con la parte psichedelica virata a Breathe dei Pink Floyd. Il mio appagamento ormai è totale. La band lascia di nuovo il palco, un secondo bis è nell’aria ma io sono a pezzi: dopo un paio d’ore di pogo la mia preziosa t-shirt è fradicia e le gambe mi reggono a stento. Mi allontano 20/30 metri dal palco e un po’ me ne pento perché gli Smashing Pumpkins rientrano con Immigrant Song dei Led Zeppelin (e con questa sono ben tre cover, tutte dagli anni ’70 inglesi) e chiudono con una fantastica Cherub Rock, fresca, veloce e potente.

Se devo fare un bilancio sulla setlist dico che 6 pezzi da Oceania più 2 da Zeitgeist sono davvero troppi, specie se pensiamo che Adore e Machina hanno avuto solo un brano ciascuno; la stessa Space Oddity poteva essere risparmiata mentre non sarebbe stato male inserire qualche pezzo soft come To Sheila o Try Try Try. Ma in fondo tutto è bene quello che finisce bene: quasi due ore e mezza di concerto in cui, nell’ultima ora, Corgan è riuscito prima a recuperami e alla fine a riconquistami completamente. Chissà, forse tra 15 anni tornerò a vedere un concerto degli Smashing Pumpkins, magari con i miei figli adolescenti.

Chi ha vinto Cannes 2013?

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Si è conclusa ieri l’edizione 66 del Festival di Cannes, quello che senza ombra di dubbio è il più prestigioso festival cinematografico al mondo, presieduto per quest’anno da Steven Spielberg.

La Palma d’Oro 2013, assegnata da Spielberg e la sua giuria, è andata a La Vie d’Adele del regista tunisino Abdellatif Kechiche: film su un amore omosessuale che è stato accostato a Brokeback Mountain di Ang Lee (che era in giuria) con protagoniste Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos. Da quello che abbiamo avuto modo di leggere il premio è ampiamente meritato.

Questi gli altri premi assegnati:

Sarete curiosi di sapere cosa abbia raccolto il cinema italiano: La grande bellezza di Sorrentino, nonostante in tv sia un continuo di paragoni con Fellini e di gridare al capolavoro, torna a bocca asciutta. Ha ricevuto invece una menzione speciale  il corto 37 4s di Adriano Valerio mentre Salvo di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia ha vinto il Gran Prix della Semaine de la Critique e il premio come Film Rivelazione della Semaine. Tesori nascosti che, nonostante i premi, scommettiamo non sarà facile riuscire a vedere.

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