Identità: cercala, trovala e poi disfatene secondo la ricetta di Nietzsche e Pirandello

maschere pompeiPer trovarsi occorre saper morire. “L’identità è un’esperienza di morte, un’esperienza melanconica, di perdita, di lutto. Non è mai trionfante”. L’identità cercata, quella mancata, mancante se non impossibile, l’identità conquistata a fatica sapendo di doverla perdere; la parabola della vita come incessante ricerca di equilibrio tra affermazione e negazione, essere e non essere: temi affrontati da Lucio Russo, psicoanalista ordinario della Società psicoanalitica italiana, al convegno di psichiatria e psicoanalisi su Le maschere dell’identità, dissociazione e isteria organizzato tempo fa a Roma dall’associazione culturale Dialogos. Di identità negate, soppresse, trucidate, è tramata la storia: si pensi al mare nostro, il Mediterraneo, purtroppo al centro di cronache orrende, sempre più cimitero di identità. Le tante tragedie qui consumate sono tragedie di identità , oltre che “di corpi senza nome, persone venute nella nostra terra per cercare accoglienza, riconoscimento, invece negati”, secondo lo psichiatra Pietro Bria che ha introdotto la relazione. Un abisso separa queste catastrofi collettive dal comune senso, non del pudore né dell’individualità che sarebbe già un traguardo, ma dell’individualismo; senso calato in realtà comunque privilegiate, che porta a una difesa a oltranza spesso di un simulacro vuoto esibito e spacciato per essere. “L’ipseità è il più grande inganno come difesa maniacale, onnipotente. Io sono l’altro? Certo per rompere lo schema narcisistico”, dice Russo.

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Il cuore dell’identità sta proprio nell’esperienza della morte, “della perdita dell’oggetto narcisistico di base”. E il sentimento dell’identità si fonda necessariamente “da una parte sull’assenza originaria da cui veniamo, dall’altra sulla maschera. Tutto il campo sociale è un ballo in maschera”. Grande teorico della maschera è stato il filosofo Friedrich Nietzsche. Si ricordi un suo celebre passo: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio. (…) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

NietzschejpgIn Ecce Homo l’invito del filosofo è a diventare ciò che si è. “Indicazione da tenere presente come analisti al lavoro, diventare ciò che si è e non ciò che si sarà: il livello di collegamento necessario e continuo  è tra il divenire la maschera necessaria e l’essere che siamo e saremo”. Il ‘sé di base’ in prossimità del vuoto e della morte, molto più dell’io, ce lo portiamo dentro: “non c’è crescita che tenga a farci superare la mancanza da cui proveniamo”. La maschera è indispensabile purché si mantenga vitale “non perda il contatto con l’essere per la morte, la caducità da cui proveniamo e verso cui andiamo”. Anche l’esperienza del doppio diventa una grande maschera che il soggetto usa per vivere: “Freud, Rank, Bion, con il gemello immaginario hanno inteso in comune che il doppio nasca come meccanismo di difesa del riconoscimento dello straniero, il perturbante, quando l’io transita tra il narcisismo e il riconoscimento dell’altro da sé”. Secondo la psicoanalista Marion Milner citata da Russo la maschera compie una danza simile a quella del delfino che si tuffa nelle profondità del mare per poi riaffiorare in superficie. Il che sta a dire che le maschere non sono criminali “se mantengono un collegamento profondo con l’Essere, con la nostra autenticità, il sé autentico che è in prossimità della morte, sa morire, sa cosa è la morte propria e dell’altro”. L’essere  è tale in virtù della propria mancanza originaria; trionfa quando si emancipa da tutti i legami e da tutte le maschere usate, sia pure in nome di Eros. Che razza di essere è mai questo? “Chi riesce a vedere il Sé autentico e a far cadere tutte le maschere è il morente. Morire è esperienza drammatica ma salvifica quando si è attrezzati a vedere tutte le maschere”.

C’è una straordinaria novella di Luigipirandello 3 Pirandello citata da Russo a conclusione della sua abile e concentrata rassegna fatta a braccio, si intitola Una giornata e fu scritta nel 1935 in prossimità della morte dello scrittore siciliano. Tra l’altro in piena sintonia con quanto fin qui esposto sono le ultime volontà di Pirandello che i figli scoprirono manifestate su un foglietto di carta spiegazzato: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cinerari portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.

Una giornata è la metafora della vita: il protagonista che coincide con l’autore, “strappato dal sonno” si scopre “espulso” da un treno e sentendosi come un bambino, racconta la caduta di tutte le maschere e la riconduzione di sé allo stato di corpo e viso nudi. La vita trascorre sotto i suoi occhi come fosse sogno, l’Eros in forma di donna bellissima lo abbandona, già i figli nati appena ieri hanno i capelli bianchi. Espulso da un treno si ritrova in una stanza dove l’essere è ricongiunto a sé, il vecchio al bambino. “Se noi come soggetti in identità riusciamo a mantenere il contatto con le maschere siamo nell’autenticità che prende il posto del vuoto al centro, se no siamo nel simulacro di identità. Pirandello ha felicemente sintetizzato la maschera nuda”. Fino alla sua esplosione di senso nell’oltrepassare ogni genere e categoria dei viventi: “…perché muoio ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, a in ogni cosa fuori”.

esperienze russoLucio Russo, psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana, vive e lavora a Roma.

È autore, oltre che di diversi articoli e saggi, dei libri Nietzsche, Freud e il paradosso della rappresentazione (Roma, 1986), L’indifferenza dell’anima (Borla, Roma, 20022), Le illusioni del pensiero (Borla, Roma, 20062) e I destini delle identità (Borla, Roma, 2009).

Per le Edizioni Borla ha inoltre curato il volume Del genere sessuale (Roma, 1988, con M. Vigneri) e l’edizione italiana de La scorza e il nocciolo, di N. Abraham e M. Torok (Roma, 1993).  Sempre per Borla ha pubblicato il più recente lavoro (2013)  Esperienze – Corpo, visione, parola nel lavoro psicoanalitico.

Maggiori nformazioni qui e qui

I nostri 13 articoli più letti del 2013

Prima di tuffarci (con molta calma) nel 2014 abbiamo voluto fare un ultimo, piccolo, autoreferenziale bilancio del 2013 andando a ravanare tra le statistiche della nostra beneamata webzine. Questi sono i 13 articoli dell’anno che sono stati più letti (o meglio, visulizzati) dai nostri amati lettori. “Embé?”, direte voi. Non avete tutti i torti, ma lo fanno tutti allora abbiamo deciso di farlo anche noi. Date un’occhiata se vi pare e buon 2014 a tutti.i.chzbgr

– La grande bellezza e la piccola morte – la nostra recensione de La Grande Bellezza di Sorrentino

– Quali sono le serie tv in onda in quest’autunno 2013? Pt. III: Le serie europee #fall13tv

– A caccia dell’orso – la recensione dell’albo illustrato di Michael Rosen, Helen Oxenbury, edito da Mondadori

– Umorismo, Pastiche letterario ed Emarginati – Gli ingredienti di Dieci Dicembre di George Saunders

– Smettetela di dire che Lou Reed è morto

– La profondità del suo sguardo – gli scatti di Steve McCurry raccolti nella mostra Viaggio intorno all’uomo a Genova

– A year in music. Il nostro 2013 in 20 dischi

– Le figure del vuoto: i nuovi sintomi di un mondo niente affatto zen

– Borgata Gordiani, un inedito ritratto dei ragazzi di vita – la recensione del libro di Aldo Colonna

– I used to be a little boy – Smashing Pumpkins + Mark Lanegan live a Rock in Roma 2013

– Fijodor Benzo. Street art, psichedelia e rivoluzione

– Django e l’iper-western tarantiniano

– Potere ai timidi! – la recensione del saggio Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare di Susan Cain

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In più, i nostri piccoli regali in free dowload del 2013:

– Propositi per il nuovo anno [eBook – Free Download]

– Summer 2013 compilation [free download]

– A year in music 2013 compilation [free download – 3 vol.]

Archeologia e psiche: più che scavare occorre scovare la narrazione giusta!

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Sempreverde e allettante è la metafora del sottosuolo: che si riferisca alla psiche, che rinvii all’archeologia, che connetta saperi distinti, comunque allude a simboli reconditi e memorie accantonate. Metafora da cui è perciò naturale esser tentati  per fare il punto sullo stato dell’arte, che sia psicologica o archeologica: idea avuta dal Secondo centro di terapia interpersonale di Roma che ha organizzato sul tema una conferenza e a seguire persino esplorazioni guidate nel sottosuolo della città eterna. Memorie del sottosuolo, la stratigrafia come metafora psichica è il titolo dell’incontro introdotta dalla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, direttrice del centro di psicologia, e svolto in tandem da Bianca Crocamo, psicologa e psicoterapeuta, e Luca Giovanetti, archeologo dell’associazione Artefacto. Il sottosuolo di riferimento per l’avvio d’ogni ricognizione di meandri inesplorati è stato quello letterario di Dostoevskij. Rendiamo grazie alla letteratura sempre perché illumina il percorso umano, esistenziale nonché scientifico. “Come è noto, tornato dall’esperienza della reclusione, Fedor Dostoevskij scrisse Memorie del sottosuolo a cui ci siamo rifatti – così Beatrice Toro –  perché nel sottosuolo c’è tutto e come psicologi siamo interessati a portare alla luce ogni simbolo psichico e anche artistico”. Con un preciso intento: aggiornare la metafora che lega psicologia e archeologia o meglio che la psicoanalisi, anzi il suo padre fondatore, Sigmund Freud ha ‘scippato’, ed è stato un furto con destrezza, alla tanto amata archeologia, per trovare nuove connessioni nella contemporaneità. “La metafora nasce con Freud – ha spiegato Bianca Criocamo –  che per descrivere il metodo psicoanalitico la utilizzò abbondantemente. La psicoanalisi freudiana immaginava il lavoro psicologico come processo indiziario, scavo nell’inconscio per fare affiorare fatti che potevano essere occultati da meccanismi difensivi”. Tanta operosità per recuperare la memoria, disseppellire il cruciale reperto nascosto nei recessi della mente, far emergere il trauma d’origine dimenticato “così da generare l’evento catartico” e la guarigione. Oggi questo è uno stereotipo obsoleto, sia pure ancora diffuso tra esperti di psiche. Cent’anni e oltre, passati da alcuni sotto i ponti e nel sottoscala dell’anima ma da tanti altri sopra i lettini psicoanalitici, hanno modificato forma e sostanza della prassi psicoterapeutica grazie anche alle teorie costruttiviste e relazionali della mente, all’impostazione epistemologica più complessa che ha contagiato le scienze umane: “Le nuove acquisizioni della psicologia cognitiva – ha spiegato Crocamo – hanno arricchito il concetto di memoria. Diceva Giovanni Jervis che l’identità è memoria ovvero rintracciare costanti che definiscono nel tempo l’uomo sia per quel che è che per quel che non è”.

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 Stando così le cose, che ne è di tanto affannoso scavare? Come la psicologia cognitiva ha arricchito il senso della memoria? Dove è la differenza con Freud? “La memoria non è più intesa come fotografia statica di un passato, ma è un processo cumulativo. C’è un’attività soggettiva di rielaborazione degli eventi: continuamente li rievochiamo e trasferiamo, tutto ciò si sedimenta stratificandosi e generando condizionamenti. Il lavoro psicologico diventa una possibilità narrativa. Lo strato di sotto dipende dallo strato di sopra. Si può raccontare narrativamente. La psicologia diventa la possibilità di co-costruire un nuovo racconto decostruendo quello passato per raccontarsi una nuova storia”: questa la mirabile sintesi di Bianca Crocamo. Prioritario non è più riportare alla luce ricordi dimenticati ma ricostruirli narrativamente nel rapporto terapeuta-paziente integrando aspetti emotivi e cognitivi.

E a questo punto l’archeologia a sua volta cosa è o cosa è diventata oggi?: “È la scienza non troppo esatta che studia la cultura del passato in relazione all’ambiente  – così Luca Giovannetti –   e questo studio avviene attraverso la raccolta e l’interpretazione di reperti per creare una storia quanto più possibile verosimile, non la fotografia esatta del passato”.  La stratigrafia in questo ambito è più che metafora ma dai tempi di Schliemann e della scoperta di Troia molto è cambiato anche in questa scienza. “Il mio maestro, Andrea Carandini diceva che l’archeologo è artigiano della memoria. Posto che tutto è aleatorio e dipende dal punto di vista soggettivo, è stata introdotta una metodologia scientifica dello scavo per cui oggi gli strati che si sono formati nel sottosuolo si rimuovono in ordine inverso: dal più recente al più antico”.  Un po’ come si fa nell’attuale prassi psicoterapeutica.

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“Anche la psicologia – ha ricordato Bianca Crocamo –  raccoglie strati e ciò perché nel processo diagnostico facciamo il lavoro di mettere insieme tanti frammenti del comportamento, da quello più visibile, apparente, a quello latente”. In effetti, il nucleo centrale che unisce psicologia e archeologia  è la memoria intesa quale elemento costitutivo dell’identità: ricostruirla in forma di racconto serve a rendere comprensibile come siamo. Entrambe le scienze poi lavorano in stato di privazione: contemplano l’assenza, la mancanza, il vuoto, la lacuna da colmare sia che riguardi la storia personale e come si è edificata la struttura della personalità,  che la mancanza di materia e di tracce umane anche per secoli. “L’incredibile Roma – ha ricordato Giovannetti che con la sua associazione Artefacto composta da archeologi e storici dell’arte organizza visite guidate alla scoperta dei più affascinanti reperti – ha una stratificazione plurimillenaria dal  XII secolo a.C.   E oltre a una stratificazione verticale, c’è anche una compenetrazione perché  alcuni edifici sono stati riutilizzati nel tempo e in questo modo il passato condiziona ancora di più il presente”. Conta l’attualità.  L’appartenenza a un luogo è costitutiva dell’identità secondo una branca della psicologia cognitiva che è la psicologia ambientale che procede da John Bowlby e dalla sua teoria dell’attaccamento: “Recuperare memoria, sottosuolo e passato sia dal punto di vista intrapsichico che interculturale significa non solo riappropriarsi di una parte di noi ma anche dell’identità collettiva, operazione che ci fa sentire più sicuri specie in un mondo globalizzato”.  A ciascuno la sua narrazione; a ogni disciplina la sua modalità narrativa secondo caratteristiche proprie. Suggerirebbe Alberto Savinio, tanto per tornare alla letteratura, come di fatto poi ha scritto:  “Narrate, o uomini, la vostra storia, che nel raccontarla la rivivete doppiamente, soprattutto quando sentite che qualcuno vi ascolta, che qualcuno vi legge, qualcuno partecipa alla vostra vita, meglio: alla vostra storia e vi fa sentire meno soli”.

Per informazioni sull’Associazione culturale Artefacto e su Il secondo centro di terapia interpersonale di Roma, è possibile consultare direttamente i siti dai link sotto indicati.

http://www.artefactoroma.it/

http://www.duetc.it/

Smettetela di dire che Lou Reed è morto

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Lou Reed era brutto, aveva una brutta voce e ha cantato le brutture della New York underground come nessun altro. E allora perché adesso che è morto – i media ce l’hanno ripetuto fino alla nausea – ci sentiamo tutti un po’ orfani e andiamo frugare nel hard disk in cerca del nostro brano preferito, del disco che ascoltavamo e riascoltavamo da adolescenti o della copertina di Andy Warhol che battezzò i Velvet Underground?

Cominciò così, la storia è nota. I Velvet Underground erano formati da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker. Andy Warhol, che aveva un discreto orecchio nel recepire lo spirito del tempo, produsse il disco d’esordio, impose la partecipazione di Nico – la siderale cantautrice e modella tedesca –  e visto che si trovava, realizzò la famosa copertina con la banana stilizzata. Le undici tracce di The Velvet Undergroung & Nico cambiarono per sempre la storia del rock. Era il 1967. Cos’altro succedeva intanto nel mondo?

Negli Stati Uniti sta per esplodere la Summer of love, tra i giovani monta la contestazione anti-Vietnam, i Doors esordiscono con l’album omonimo. Di quel disco ricco di gemme il più grande successo – guardando la classifica di fine anno su Billboard – fu, manco a dirlo, Light my fire (You know that it would be untrue / You know that I would be a liar / If I was to say to you / Girl, we couldn’t get much higher): l’amore, seppur maledetto, trascina sempre le masse. Non se la cavano male nemmeno I Turtles con Happy together (I can’t see me lovin’ nobody but you / For all my life / When you’re with me, baby the skies’ll be blue / For all my life), in una variante del tema certo più spensierata. E in Italia? In Italia Orietta Berti arriva quinta nel Sanremo del suicidio di Luigi Tenco cantando Io, tu e le rose (Io, tu e le rose / Io, tu e l’amore / Quando, quando / Tu respiri accanto a me / Solo allora / Io comprendo di essere viva). Tuttavia l’amore melodico inizia a conoscere qualche variante meno edulcorata (Via del campo c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano), se si è disposti a seguire Fabrizio De André lungo Via del campo. Ma non è questo il punto: i Velvet Underground, sul muro di distorsioni di Heroin, disegnano ben altri rapporti viscerali (Heroin, be the death of me / Heroin, it’s my wife and it’s my life), ti trascinano lì sul posto mentre sta succedendo, ti fanno sentire un tossico mentre si buca e non ti importa davvero più di niente, di nient’altro al mondo (‘Couse when the smack begins to flow / Then I really don’t care anymore). È una trasfusione iperrealista di morte in diretta. È vita, vera.

reed-01I Velvet Underground si scioglieranno nel 1973, Lou Reed continuerà a reinventarsi in una lunga carriera solista, segnata da qualche prova incolore – soprattutto in epoca recente – grandi album e dischi memorabili, come Transformer (1972) e New York (1989). È sempre New York, the big city, trasfigurata da uno sguardo marginale e notturno, a dipanare il fil rouge tra la cantilena di NY telephone conversation – I am calling, yes I am calling / Just to speak with you / For I know this night will kill me / If I can’t be with you e il parlato-gospel di Dirty Boulevard – A small kid stands by the Lincoln Tunnel / He’s selling plastic roses for a buck / the traffic’s backed up to 39th street / The TV whores calling the cops out for a suck. La voce apatica di Lou Reed non aveva una grande estensione, ma era fatta apposta per il suo ruolo di storyteller metropolitano – lui che era stato allievo di Delmore Schwartz, lui che avrebbe attualizzato Edgar Allan Poe nei duetti recitati di The raven (2003).

Il resto lo sapete, l’avete letto nei tanti articoli commemorativi di questi giorni, lo conservate nella memoria. Se chiudete gli occhi è facile che rivediate il suo volto emaciato su sfondo nero – il trucco pesante e lo sguardo altrove nella cover di Transformer – l’icona rock e il profeta decadente di tanta musica a venire, dal noise al punk e all’industrial.

Perché in così tanti hanno amato Lou Reed? Una buona risposta la diede Lester Bangs, tra i pochi giornalisti musicali che seppero tener testa al suo storico odio verso la stampa: «Lou Reed is my hero principally because he stands for all the most fucked up things that I could ever possibily conceive of. Which probably only shows the limits of my imagination». Abbiamo bisogno di qualcuno che varchi per noi il limite della notte, di una guida nei territori delle nostre paure – almeno fintanto che gira il vinile, prima di uscire a fare due passi sul lato monotono della strada.

LEGO e Cultura Pop

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I nostri lettori più affezionati ben sanno della nostra passione per i LEGO, dato che in passato abbiamo avuto occasione di condividere con loro alcune straordinarie creazioni, come il meraviglioso e colossale X-Wing (killer combo per i geek di mezzo mondo: LEGO + Star Wars!), e il fantastico diorama ispirato a The Wizard of Oz (altra combo micidiale: LEGO + superclassico della storia del cinema).

La rete pullula di creative manipolazioni delle costruzioni LEGO, e tra release ufficiali prodotte dalla casa danese (come la recente DeLorean di Back to the Future, o la megaconfezione Architecture Studio), pubblicità che sfruttano gli iconici omini dalla testa gialla, e usi non convenzionali dei famosi mattoncini colorati (come questo calendario realizzato dallo studio Vitamins Design), agli appassionati non mancano certo le occasioni di lustrarsi gli occhi.

BeautifulLEGO_coverPoco meno di due settimane fa è stata pubblicata per i tipi della (a noi ignota, fino ad oggi) NoStarchPress quella che potrebbe benissimo essere la summa di tutte le più belle creazioni LEGO in circolazione, in un volume che farà la gioia di tutti coloro che adorano i LEGO e che potendo passerebbero ore e ore sul tappeto del salotto a smontare e rimontare gli amati mattoncini. Il volume si intitola Beautiful Lego (lo trovate su Amazon), e mai titolo fu più appropriato: il curatore Mike Doyle (uno dei MOCer più talentuosi in circolazione) ha raccolto in quasi 270 pagine uno straordinario repertorio di LEGO Art, mettendo insieme un catalogo di opere (realizzate da una settantina di artisti) in grado di offrire un’esauriente panoramica di questa particolare forma d’arte. Le costruzioni di mattoncini riprodotte nel libro sono, come promette il titolo, davvero bellissime, e non si può non restare a a bocca aperta di fronte a colossali architetture fantasy, immaginifiche navi spaziali, minuziose riproduzioni dei monumenti più famosi e vere e proprie sculture.

E ovviamente non mancano, nel volume fotografico curato da Doyle, alcuni esempi di tributi LEGO ai personaggi più famosi del cinema, delle serie televisive, della musica e dei fumetti, e noi cogliamo al balzo l’occasione offerta dalla pubblicazione del libro per farvi ammirare una manciata di recenti creazioni LEGO ispirate da alcuni tra i fenomeni più noti della cultura pop.

#5 Scene famose tratte da film e serie tv

Vi ricordate la campagna pubblicitaria realizzata tempo fa per LEGO dall’agenzia tedesca Jung von Matt, in cui i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati erano rappresentati solo con pochi mattoncini colorati? Le opere del LEGO artist Nick Desimone sembrano trarre ispirazione da quella campagna, e applicano uno stile minimale molto simile ad alcune tra le scene più famose della storia del cinema e della televisione. Quante riuscite a riconoscerne? Su Flickr le gallerie complete.

via Geekologie

#4 Monthy Python and the Holy Grail

Alcune scene tratte da uno dei film più noti dei Monthy Python, impacchettate dall’utente Flickr Rifiröfi come se fossero dei veri e propri set ufficiali LEGO.

The Black KnightThe Witch TrialThe FrenchThe Trojan Rabbit
Brave Sir RobinThe Knights Who Say NiThe Rabbit of CaerbannogThe Holy Hand Granade of Antioch

via ANIMAL

#3 Game of Thrones custom minifigs

Un set di miniature che riproducono, in modo sorprendentemete fedele, le fattezze di alcuni personaggi del kolossal televisivo targato HBO: Ned Stark (ancora con la testa attaccata al resto del corpo), Arya Stark armata del temibile “Needle”, Daenerys Targaryen accompagnata da un baby-draghetto, Jon Snow (“You know nothing, Jon Snow!”) e Tyrion Lannister, con immancabile calice di vino. Cinque personaggi non vi bastano per placare la vostra astinenza da Game of Thrones? Lego Game of Thrones.com raccoglie tante altre interpretazioni LEGO dei personaggi della serie, per farvi compagnia fino alla prossima primavera.

via Uproxx

#2 Breaking Bad Superlab

Rimaniamo in ambito televisivo, e lo facciamo alla grande con un tributo ad una delle serie più belle di tutti i tempi, recentemente giunta al suo glorioso epilogo. Questa minuziosa riproduzione del superlaboratorio in cui Walt e Jesse, agli ordini di Gus Fring e sotto l’occhio vigile di Mike Ehrmantraut, produssero centinaia di chili della famosa metanfetamina blu è curata nei minimi dettagli (c’è persino la telecamera a circuito chiuso!). Poi sappiamo tutti come è andata a finire… Per chi ha nostalgia della prima stagione e del goffo inizio dell’avventura criminale dell’improbabile insegnante di chimica trasformatosi nel temibile Heisenberg, tempo fa era stato realizzato anche un perfetto camper Winnebago, la prima “cucina” di Walt e Jesse.

Walter WhiteWalter WhiteGus FringMike Ehrmantraut
The SuperlabBreaking Bad Superlab Minifigs

via That Should Be Mine

#1 The Battle of Helm’s Deep

Chiudiamo col botto, con un enorme diorama LEGO realizzato dai MOCers Rich-K e Big-J ispirato all’epica battaglia del Fosso di Helm, tratta dal secondo capitolo della saga cinematografica de Il Signore degli Anelli. 18 mesi di preparazione, 4 mesi per la realizzazione, 150.000 mattoncini e un esercito di 1.700 miniature tra Elfi, Rohirrim e Uruk-hai: questa versione di una delle scene più spettacolari del film di Peter Jackson fa letteralmente impallidire il misero set ufficiale prodotto da LEGO (anche se noi ci accontenteremmo anche di quello). Per ammirare tutti i dettagli della mastodontica struttura su Flickr sono disponibili ulteriori immagini.

via My Modern Metropolis

Il Prepotente Ritorno degli Anni '90


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L’avrete capito, ormai: molti degli abitanti di AtlantideZine hanno una nostalgia pazzesca degli anni della loro spensierata adolescenza, trascorsa negli Anni ’90 a far parte dell’ultima coorte di quella che i sociologi — ma soprattutto gli esperti di marketing — etichettarono convenientemente come Generazione X. Ebbene sì, siamo quelli che si emozionano ancora per i concerti delle vecchie glorie e quelli che non esitano a correre giù in cantina a riscoprire i vecchi nastri in occasione del ritorno (effimero?) delle audiocassette. Quelli che ogni volta che mettono piede in un negozio sportivo si lamentano per ore della scarsissima varietà di calzature per la pallacanestro oggi in commercio, e quelli che, nonostante gli anni passino inesorabili, continuano a dichiarare il proprio amore incondizionato per i prodotti culturali emersi in quel decennio.

Bene, se anche voi siete tra “quelli”, vi sarete accorti di come il 2013 sia un anno che sta provando in ogni modo a farci fare un bel viaggetto nei nostri ricordi. Sembra proprio che l’industria discografica in perenne crisi abbia deciso in blocco di solleticare il gusto agrodolce della nostalgia in tutti quegli ultratrentenni (o giù di lì) irrimediabilmente segnati dall’esplosione del rock alternativo avvenuta nei 90s. Un anno in cui tra anniversari e nuove uscite discografiche ci sentiamo catapultati indietro nel tempo, a riassaporare dischi indimenticabili e a rimuginare sul fatto che, in effetti, è passato un ventennio.

Non ci credete? E allora sentite un po’: all’inizio di Aprile ha dato inizio al tutto la riedizione (ovviamente in formato deluxe: doppio CD con una manciata di bonus tracks del mai concretizzatosi periodo-Lanegan, e obbligatoria testimonianza live in DVD) di “Above“, unica fatica discografica del supergruppo dell’epoca, gli sfortunati Mad Season; pochi giorni dopo, i Mudhoney hanno dato alle stampe “Vanishing Point“, nono capitolo della loro lunga storia discografica; il 17 Settembre è stato il turno di Mark Lanegan e della sua raccolta di cover “Imitations“, e siamo d’accordo che Mr. Lanegan spazi da tempo ben oltre gli stilemi del grunge, ma resta uno dei numi tutelari dell’alt-rock di quei tempi; il 24 Settembre è arrivata la re-release più attesa dell’anno, la colossale versione super-deluxe di “In Utero” dei Nirvana, che celebra il ventennale dell’album con un’edizione in triplo CD/LP (+ DVD, of course) stracarica di bonus tracks, demos, versioni live e mix alternativi (corredati di testimonianza diretta firmata Steve Albini); tra una decina di giorni vedrà la luce “Lightning Bolt”, decima fatica dei Pearl Jam; e infine, il 26 Novembre SubPop riproporrà i primi due EP dei Soundgarden, “Screaming Life” e “Fopp”, le cui edizioni in vinile sono da tempo fuori catalogo e che mai erano stati pubblicati in digitale. Come se non bastasse, la storia si ripete per filo e per segno, e, ora come allora, tutti sono pronti a sciacallare sulla vostra malinconia, per cui ecco Vogue (Vogue!) celebrare il ritorno dell’estetica grunge.

Insomma, un semestre che, a leggere i nomi sui dischi in uscita, sembra preso pari pari dal biennio 1993/94. Ma eccoci giunti al cuore della nostra selezione settimanale: tra agosto e settembre sono stati pubblicati ben cinque videoclip destinati a promuovere le uscite discografiche di cui sopra, e sono questi video ad essere raccolti nella nostra Top5. Vent’anni fa, quando ancora ne valeva la pena, ci saremmo sintonizzati su MTV, l’emittente che di gran lena batteva la grancassa del grunge. Oggi, almeno da quel punto di vista, ci adeguiamo ai tempi, e andiamo a pescare il tutto su YouTube.

#5: Mark Lanegan, “I’m Not the Loving Kind”

La malinconica, ruvida voce di Lanegan al servizio di un pezzo di John Cale, corredata dall’altrettanto malinconico video di un solitario cowboy a disagio tra le luci e gli eccessi di Las Vegas.

(via AlternativeNation)

#4: Soundgarden, “Halfway There”

Il ritorno dei Soundgarden al completo  ha anticipato i tempi rispetto alle altre uscite del 2013: “King Animal” risale, infatti, alle ultime settimane dello scorso anno. Ma per l’uscita del nuovo video Chris Cornell & soci hanno ben pensato di aspettare l’ondata settembrina.

(via Stereogum)

#3: Nirvana, “Heart-Shaped Box” (Director’s Cut)

Probabilmente ha il solo fine di cavalcare l’hype generato dalla riedizione di “In Utero”, e questa versione non si discosta molto da quella che abbiamo imparato ad apprezzare a suo tempo. Resta, tuttavia, una buona scusa per risentire uno degli inni di quegli anni.

(via Rolling Stone)

#2: Pearl Jam, “Sirens”

Avevamo dato notizia del primo singolo tratto dall’imminente “Lightning Bolt”. Ora che la data di uscita si avvicina, è il turno di questo secondo video, diretto da Danny Clinch e accompagnato da un breve documentario curato dallo stesso regista, nel quale i membri della band ci raccontano qualche retroscena sul nuovo album.

(via Billboard / Il Post)

#1: Mudhoney, “The Only Son of the Widow from Nain”

Delirante, oscuro, grottesco: un B-movie di due minuti e mezzo (o poco più). Che i Mudhoney ci abbiano regalato il video dell’anno?

(via Consequence of Sound)

Contro la dittatura dei geni

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Cosa determina il nostro aspetto fisico? Cosa definisce il nostro maggiore o minore livello di intelligenza? Cosa influisce sul nostro comportamento, sui nostri gusti sessuali, sulle nostre probabilità di successo nella società? Secondo molti, la risposta a queste domande è sempre la stessa: i geni.

Il travolgente successo della genetica ha reso il gene un paradigma dominante non solo nella biologia moderna ma anche nell’immaginario collettivo, un paradigma secondo il quale nell’informazione genetica è contenuto tutto ciò che definisce gli esseri viventi – e quindi anche l’uomo – dal punto di vista fisico e comportamentale. Negli ultimi decenni è emerso un pensiero gene-centrico forte, una metafisica determinista alla quale, per dirla con le parole di Bertrand Jordan, biologo molecolare, «non aderiscono solo i giornali e i giornalisti, che quasi ogni giorno ci propongono l’identificazione di un qualche gene che, in modo del tutto improbabile, governerebbe i nostri caratteri più complessi e i nostri comportamenti più personali. A questa metafisica aderiscono, spesso, anche alcuni uomini di scienza. E persino qualche biologo». Jordan scriveva queste parole in un libro dal titolo significativo, Gli impostori della genetica, ma già una decina di anni prima c’era stato chi si era scagliato contro il determinismo genetico. Si tratta del genetista Richard Lewontin, classe 1929, uno dei pionieri della genetica delle popolazioni e dell’evoluzione molecolare, autore di un libro breve e intenso, anch’esso dal titolo estremamente significativo, Biologia come ideologia, edito in Italia da Bollati Boringhieri.

Nel 1990, Lewontin venne invitato a tenere le Massey Lectures, delle lezioni radiofoniche che ogni anno, per una settimana, vengono organizzate in Canada su temi politici, culturali e filosofici. Da quel ciclo di discorsi nacque in seguito questo libro.

Due sono i binari su cui si muove la critica di Lewontin. Il primo è quello scientifico; il genetista americano spiega come il determinismo genetico sia basato su ipotesi deboli, dal momento che già negli anni ‘90 si sapeva che l’informazione contenuta nel genoma non era “il” linguaggio della vita bensì “uno dei” linguaggi della vita. Durante la formazione di un individuo, dall’uovo fecondato all’adulto, i processi di sviluppo embrionale e i fattori ambientali possono infatti interferire con l’attività dei geni, spegnendoli e attivandoli. In più, gli stessi prodotti dei geni, le proteine, possono a loro volta agire sull’espressione genica, modificandola. Risulta dunque chiaro che il gene non è la “molecola capo” che siede in cima a una gerarchia biologica, bensì un elemento integrato in un sistema complesso, che influenza ed è a sua volta influenzato dagli elementi che lo circondano.

R LewontinLewontin prosegue allargando il campo e andando ad affrontare il tema della sociobiologia, una corrente della sociologia secondo la quale esistono geni per ogni forma di comportamento sociale, dalla religiosità all’intraprendenza, dal dominio sessuale alla xenofobia, geni che quindi dovranno passare il filtro della selezione naturale per guadagnarsi un posto al sole nella società. Se i geni determinano gli individui e gli individui determinano la società, ne consegue che i geni determinano la società. Una società la cui fissità e le cui gerarchie sarebbero dunque “giustificate” dalla natura biologica delle sue componenti individuali. E allora, «se tre miliardi di anni di evoluzione ci hanno resi quel che siamo, crediamo davvero che un centinaio di giorni di rivoluzione ci cambieranno?», chiede provocatoriamente Lewontin.

Alla dimensione sociale del determinismo genetico il genetista americano dedica le pagine più polemiche. Secondo lui, il pilastro su cui si regge questa visione distorta della biologia è la falsa distinzione fra individuo e ambiente e, più in generale, fra interno ed esterno. Una distinzione che porta a isolare le singole componenti di un sistema, sia esso biologico o sociale, creando l’illusione che queste unità individuali e autonome determinino con assoluta certezza le proprietà dell’insieme, biologico o sociale, in cui si riuniscono. Una distinzione che non considera come le interazioni reciproche fra le singole componenti possano far sì che proprietà inesistenti a livello individuale emergano poi nel passaggio al livello di gruppo. L’origine di questo riduzionismo esclusivo ed estremo è associata, secondo Lewontin, al passaggio dalla società feudale, priva com’era di libertà individuale, a quella capitalista e iper-competitiva. «Questa concezione individualistica del mondo biologico,» scrive infatti l’autore, «è semplicemente un riflesso delle ideologie rivoluzionarie borghesi del secolo XVIII che collocarono l’individuo al centro di ogni cosa». La scienza non è un’entità superiore e distaccata ma un’istituzione sociale immersa nella realtà del proprio tempo, che influenza e dalla quale è influenzata, secondo quel principio di interattività che è alla base del pensiero del genetista di Harvard.

Dal punto di vista stilistico, Lewontin ha scelto, come lui stesso racconta nell’introduzione, di mantenere i toni discorsivi della radio. Scelta efficace dal punto di vista comunicativo, poiché contribuisce a tenere alto il ritmo e a non smorzare la forza polemica del testo, ma che costituisce anche il suo tallone di Achille. Certi passaggi – come quello sulla tubercolosi e le sue vere cause – vengono infatti affrontati con una rapidità che potrebbe disorientare, e talvolta anche disturbare, più di un lettore. Si potrebbe obiettare che l’importante è dare stimoli e spunti per una discussione critica del problema, il che è vero, ma ciò smaschera il secondo difetto del libro, e cioè la scarsità della sua bibliografia. Un maggior numero di riferimenti aiuterebbe infatti il lettore ad approfondire i temi, tanti, che Lewontin tira in ballo.

Si tratta di due difetti tutto sommato secondari, che non intaccano la forza del pensiero del genetista di Harvard. Che piacciano o no, le sue critiche smascherano questioni reali e attualissime anche a vent’anni di distanza, il che rende questo libro una lettura necessaria, per ricordarci quei problemi che né la società né tantomeno la scienza possono permettersi di trascurare.

31m8AA9mc8LTitolo: Biologia come ideologia. La dottrina del DNA
Autore: Richard Lewontin
Editore: Bollati Boringhieri
Dati: 1998, pp. 98, euro 13,00

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