Un po' di rock DOC dalla nostra Cantina

Quattro piccole gemme selezionate per voi dalla cantina. Enjoy!


Movie Star Junkies
A Poison Tree
www.myspace.com/moviestarjunkies
Voodoo Rhythm Records
(LP/CD 2010)

Da qualche anno i Movie Star Junkies spandono in lungo e in largo i fiori malsani della propria musica, in un ritmo vertiginoso di kilometri in tour e nuove uscite discografiche. A poco più di un anno dall’ottimo Melville è ora la volta di A Poison Tree, nuovo album in cui il gruppo conferma un sound ormai maturo e personale. L’iniziale Under the marble Faun getta un ponte di continutà rispetto al disco precedente, ma qui le atmosfere sembrano delinearsi verso un mood più cupo e intimista, dal sapore di perdita e lontananza (Wallnut Tree). Abbondano riferimenti letterari, da Hawthorne a Blake (la splendida titletrack A poison tree) fino al poeta italiano Emanuel Carnevali (Almost a God), trionfo di dubbio e incertezza. Dopo la cupa e notturna Leggenda nera, Hail è una bella boccata di ossigeno prima di rituffare la testa sott’acqua con Saddest smile e All winter long, drammatica ballata che con l’amaro in bocca va esaurendosi fino alla conclusione di un disco che viaggia su livelli notevoli di scrittura e produzione.

Duke Garwood
The sand that falls
www.myspace.com/dukegarwood
Fire Records
(LP/CD 2009)

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F9126965

Duke Garwood “Jesus Got A Gun” by FIRE RECORDS

Più che di canzoni si dovrebbe parlare di affreschi. La mano che tratteggia, dirige, concepisce l’insieme è quella di Duke Garwood, eclettico musicista inglese. Per intenderci uno che è possibile trovare agli opening act dei concerti di Mark Lanegan, a suonare il clarinetto negli Archie Bronson Outfit, o ad accarezzare le corde di una chitarra in un piccolo club all’angolo. La sua musica è una visione personale del blues, intimista, a volte lirica. Ma comunque sempre pronta ad affrontare spazi sconfinati, viaggiando sui binari di una minimale psichedelia. Proprio come accade in The sand that falls, secondo album solista di Garwood: una carrellata di episodi tenuti insieme da una voce straordinariamente potente, ammaliante e lontana, e da una chitarra suonata in modo del tutto originale. Il sound è completato da un tappeto di percussioni e rumori concreti, accenni di pianoforte di tanto in tanto, un basso essenziale. Produce la storica label britannica Fire Records (www.firerecords.com).

Nerve City
Nerve City – Sleepwalker
www.myspace.com/nervecity
Sweet Riot – Sacred Bones
(LP 2010)

Che dire di questo oscuro personaggio proveniente dalla florida? Dopo le prime cassette e 7″ ormai esauriti ecco uscire nel 2010, NERVE CITY LP (Sweet Riot) e SLEEPWALKER EP (Sacred Bones). Michael compone i suoi pezzi basandosi su linee guida di chitarra psichedelica minimale che fanno venire in mente i Velvet Underground degli esordi ma anche band molto più oscure e lo-fi. Alle basi chitarristiche aggiunge, con meticolosità maniacale,  sovraincisioni psichedeliche di batteria e tastiere. Il risultato è immaginifico. Nerve City crea visioni, scenari di mondi passati e futuri ben radicati nello spirito blues e pieni di influenze che da qui si irradiano. Canzoni per disadattati cronici, r’n’r’ allucinato drogato. O lo si ama o lo si odia. Non ci sono vie di mezzo. Lui ha scelto da che parte stare. Ora fatelo anche voi e cercatevi i dischi prima che sia troppo tardi.

Moonhearts
S/T
Tic Tac Totally
www.myspace.com/charlieandthemoonhearts
(LP 2010)

E’ da poco uscito un album destinato a lasciare il segno. I giovanissimi Moonhearts sono attualmente il miglior gruppo in circolazione che sappia miscelare con grande naturalezza beach punk anni ‘80, melodia surfica e tutto quello che c’è stato di meglio di r’n’r e garage dagli anni 50 a oggi. La loro prime uscite per la canadese Telephone Explosion e la Bubca Records non era certo passata inosservata. Con il loro primo 12″ uscito per la Tic Tac Totally non solo si confermano ma vanno oltre ogni aspettativa. Un disco pesante che sprizza leggerezza e divertimento a gogo! Oltre alle canzoni si fanno apprezzare i suoni, che denotano quanto questi giovani californiani abbiano le idee chiare e abbiano sviluppato nel tempo un proprio sound. Speriamo di vederli presto in italia!


La Cantina del Rock va in onda ogni sabato pomeriggio alle ore 18.30 su Radio Popolare Roma – FM 103.3 mhz, Roma e provincia – e ovunque in streaming: www.radiopopolareroma.it

Underground New York 1974 – 1978 [podcast]

La cantina del rock - Underground New York 1974/1978La cantina del rock in un’ora di trasmissione, in compagnia del giornalista musicale Roberto Calabrò, ripercorre la nascita a New York del punk e di una scena i cui semi malati sarebbero fioriti creando un vero terremoto musicale e culturale. Buon ascolto!

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/16rp.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

Il punk prima del punk. La scena underground di New York alla metà degli anni Settanta fu la culla di trasgressioni, poesia rock e band irresistibili. Cinque anni che condensano il rock’n’roll a venire, cinque anni come ventata di aria nuova nella musica e nella cultura in generale. Prima del 1977 e dei Sex Pistols, i germi del punk avevano già attecchito altrove. Negli enormi spazi metropolitani di New York, dall’inizio degli anni ’70, l’underground musicale e culturale è in pieno fermento.

Lo storico locale Max's Kansas City in NYCSi parla di una scena all’inizio molto piccola, gravitante attorno a pochi locali, oggi entrati nella mitologia del rock’n’roll: CBGB’s, Max’s Kansas City, Mercer Arts Center. Oltraggiosi apripista del proto punk newyorchese sono le New York Dolls,  decadenti nella musica e trasgressivi nell’immagine, che riportano il rock’n’roll alla sua selvaggia primogenitura. Il vaso di Pandora è stato aperto. In pochi anni, alla metà degli anni Settanta, vengono fuori molte band dallo stile talvolta molto diverso, ma dal sound e dall’estetica terribilmente punk. E Punk è anche il nome di una fanzine creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeill ed uscita per la prima volta nel gennaio del 1976.

Da Wayne County ai Dictators, a Johnny Thunders che dopo le New York Dolls forma gli Heartbreakers e regala l’inno Born to Lose. La miccia è stata innescata e di lì a poco esploderà in mille rivoli musicali. Si spazia dal blitzkrieg rock’n’roll dei “Fast Four” Ramones alla sacerdotessa del punk Patti Smith, dal pop raffinato dei Blondie alle visioni acide e innovative dei Television. E poi la new wave che arriva con il canto disarticolato di David Byrne e dei Talking Heads e lo choc sonoro metropolitano dei Suicide. Fino al party rock’n’roll dei Fleshtones e alla loro travolgente carriera che li porta ancora oggi sui palchi di tutto il mondo.

Ramones (live)

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AtlantideVintage: Chuck Berry is on Top

Chuck Berry ha inventato il rock’n’roll.

Se si può discutere su questa affermazione sul piano musicale (non fu l’unico e forse non il primo a fondere la country music e il rhythm’n blues) non ci sono invece dubbi sullo stile di vita, sempre al limite e a volte ben oltre la legge. In breve: sex, drugs & rockn’roll.

La leggenda prende corpo il 21 maggio del 1955. Berry, originario di Saint Louis, dove si era fatto le ossa suonando nel gruppo del pianista Johnnie Johnson, arriva a Chicago presentandosi agli uffici della Chess Records. Muddy Waters, che all’epoca lavora per la celebre etichetta, ne ha parlato col boss Leonard Chess: bisogna fare un’audizione a questo ragazzo del Missouri e magari fargli registrare qualche buon singolo blues.

I partecipanti, personaggi oggi leggendari, erano tra i migliori session men degli studi di Chicago: accanto a Chuck e al pianista Johnnie Johnson, che suonerà con Berry nel periodo d’oro e che probabilmente ha scritto gran parte delle canzoni, prendono parte Willie Dixon al contrabbasso (forse il più prolifico e imitato autore di blues) e Jerome Green, sodale di Bo Diddley, alle maracas. Alla batteria siede Jasper Thomas.

Le cose vanno diversamente da quanto Chuck avesse potuto pensare. Scartati da subito i suoi blues, la band si concentra su Ida Red, un vecchio classico country di Bob Wills, che nella session di Chuck diviene Maybellene, un infuocato rhythm’n blues che scala le classifiche americane e lancia il chitarrista verso un successo presto consolidato dall’uscita torrenziale di singoli destinati a diventare delle hit: Roll Over Beethoven, School Days, Rock and Roll Music, Sweet Little Sixteen, Johnny B. Goode, Too Much Monkey Business, You can’t catch me, Carol. Solo per citarne alcuni.

Dal vivo Chuck è irresistibile. Inventa il “duck walk”, il passo dell’anatra con cui percorre i palchi di mezza America in lungo e in largo, incita il pubblico facendolo letteralmente impazzire. In anni di segregazione razziale, spezza la corda che  separa bianchi e neri suonando per tutti e mescolandosi al suo pubblico. La legge gliela avrebbe fatta pagare, anche perché Berry ha un talento innato nel cacciarsi nei guai, un’attitudine sviluppata già da ragazzo rapinando banche nel Missouri, dove aveva già scontato tre anni di carcere.

Alla fine degli anni Cinquanta Chuck Berry è sulla cresta dell’onda. I suoi singoli sono ai vertici delle classifiche di vendita, la sua fama percorre non solo le polverose strade americane ma comincia a filtrare anche all’estero, significativamente in Inghilterra, dove il Chicago Style avrebbe influenzato notevolmente il rhythm’n blues bianco e il rock’n’roll per i successivi decenni.

Nel dicembre del 1959 il chitarrista viene arrestato con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali con una minorenne. Sarà condannato a cinque anni di carcere e a una multa di 5.000 dollari. Suonerà fino al 1961, facendo uscire l’ultimo singolo Come on, dopo del quale finirà in carcere fino al 1963. L’arresto e la condanna costituiranno un brutto colpo per la sua carriera che, seppur continuerà arrivando ai giorni nostri (Berry a 84 anni continua a calcare i palchi di mezzo mondo), perderà la sua carica innovativa trasformandosi in show sempre ottimamente retribuiti, ma dal sapore più che altro revivalistico.

Non è facile individuare un album indicativo per la carriera di Chuck Berry. Si tratta di raccolte di singoli usciti nel tempo e poi compilati insieme all’interno di un LP. Tuttavia nel 1959 esce Chuck Berry is on Top, un titolo quantomai appropriato per un disco che raccoglie al suo interno alcune gemme immortali, dallla prima Maybellene a Johnnie B. Goode, da Carol a Roll Over Beethoven. Altre canzoni che molto avrebbero influenzato le band bianche di rhythm’n blues (Little Queenie diventerà un cavallo di battaglia dei Rolling Stones), passaggi latineggianti, quasi calypso (Hey Pedro) e la calda ballad Blues for Hawaiians, unico brano inedito della raccolta. Prendono parte alle sessioni, tra gli altri, Bo Diddley e Willie Dixon.

Chuck Berry is on Top
Chess Record – 1959

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Chuck Berry – Maybellene by user7463463

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Chuck Berry by Hail2rocknroll

Burn my eye: Australia e Rock’n’roll [podcast]

La cantina del rock in un’ora di trasmissione, in compagnia del giornalista musicale Roberto Calabrò, ripercorre la straordinaria epopea del rock’n’roll made in Australia. Buon ascolto!

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/09rp.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

Sydney 1975. Dopo i favolosi Sixties e le vicende di bands come Easybeats e Missing Links, l’onda del rock’n’roll sembra essersi ritirata, lasciando sulle spiagge australiane qualche ottimo disco del passato e alcuni pallidi cloni di hard rock annacquato.

L’underground è morto, o almeno così pare.

La calma è piatta, il vento fermo, il mare una tavola.

Tutti prodromi di una imminente tempesta. A cavalcarla, costruirla, provocarla sarà uno studente di medicina nato e cresciuto a Detroit ascoltando Stooges e MC5. Si chiama Denniz Tek e ha il demone del rock’n’roll a fargli costantemente compagnia. L’anno prima, insieme a Rob Younger, ha formato i Radio Birdman, un gruppo che nessun gestore di locali dell’aria di Sydney vorrebbe nel proprio locale, tanto turba la quiete delle serate in città.

Al fuoco incrociato dei Birdman, rispondono da Brisbane i Saints, autori di “I’m Stranded”, primo singolo proto punk. L’anno di grazia è il 1976 e il punk inglese ancora non arriva. I Radio Birdman registrano il loro primo EP, “Burn my Eye” ai Trafalgar Studios di Sydney.

Da quel momento cambia tutto.

Si formano decine di band, esplode il punk e in Australia la scena è talmente frizzante che si comincerà ad etichettare come Aussie Rock tutta la grande musica che si suona nella terra dei canguri.

Da Sydney a Perth, passando per Brisbane, tra la fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 le bands australiane lasciano il segno, con tonnellate di ottimi dischi e tour in tutti gli angoli del pianeta. I gruppi si chiamano Victims, Scientists, Sunny Boys, New Christs, Lime Spiders, Stems, Hoodoo Gurus, Celibate Rifles per citarne alcuni. C’è anche un certo Nick Cave a tormentare gli animi coi suoi Birthday Party.

In un’ora di trasmissione, in compagnia del giornalista musicale Roberto Calabrò,  ripercorriamo, sulle frequenze di Radio Popolare Roma, le vicende di questa straordinaria epopea, ascoltando i suoni di una insuperata stagione di rock’n’roll.

La Cantina del Rock va in onda ogni sabato pomeriggio alle ore 18.30 su Radio Popolare Roma in FM: Radio Popolare Roma FM 103.3 mhz, dovunque in streaming: www.radiopopolareroma.it

Detroit Sound: Motor city is still burning [podcast]

La cantina del rock dedica una puntata tematica alla Motown. Buon ascolto.

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/105puntata.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

C’era una volta Detroit: due milioni di abitanti, cuore dell’industria automobilistica, culla del sogno americano a prezzi popolari. Una città che al suo massimo splendore occupava un territorio più vasto di Manhattan, Boston e San Francisco sommate assieme.

Il primo miracolo lo aveva fatto Mr. Henry Ford quando, nel 1914, aveva aumentato il salario degli operai a 5 dollari al giorno, una cifra record, per permettere ai lavoratori di comprare la Ford-T. E a migliaia arrivarono dal sud, dall’Europa, dai paesi arabi, a lavorare nella immensa industria d’auto, targata Ford, Chrysler, General Motors. In prevalenza afroamericani in cerca di benessere e di diritti. Di una vita migliore.

L’alleanza tra l’industria automobilistica e il sindacato, lo United Auto Workers, garantiva uno stipendio tale da condurre una vita agiata e non priva di lussi. Detroit era la terza città USA per yacht immatricolati, vetrina del contratto sociale chiamato Fordismo.

Nel frattempo il coacervo etnico, a prevalenza nera, gettava le basi per una esplosione musicale che avrebbe portato la città a diventare capitale del soul, del rhythm’n blues e della black music, con gli studi della Motown e della Fortune e una produzione discografica sterminata. Ma non solo. Dal blues al jazz, passando per il gospel, fino alla techno e all’hardcore, inestimabile è stato il contributo del Detroit Sound alla musica mondiale.

Nel variegato universo del rock’n’roll le prime tracce risalgono alla metà degli anni ’50 quando con Hank Ballard & The Midnighters, autori di Work with me Annie, un rhythm’n’blues entra in classifica. Una loro b-side The Twist, sarà portata al successo da Chubby Checker, diventando un ballo piuttosto conosciuto. Della Motor City sono originari anche Bill Haley e la sua Rock Around the clock, Jack Scott, chitarrista rockabilly tra i primi a fondere il country con i suoni sporchi del primo rock’n’roll, Del Shannon, autore della hit da classifica Runaway.

All’inizio degli anni ’60 alcuni clubs diventano il punto di riferimento per una nuova generazione di teenager amanti del rock’n’roll. Sono il 5th Dimension di Ann Arbor e  l’Hideout, che fanno da incubatore per la nascita del nuovo sound, finito poi su singoli e full lenght e un decennio più tardi su compilation quali Nuggets e Pebbles. I gruppi si chiamano Underdogs, Woolies, Mitch Ryder & The Detroit Wheels Question Mark & the Mysterians, Pleasure Seekers (con al basso Suzy Quatro, poi in “Happy Days”), Bob Seger, i Rationals di Scott Morgan, gli Amboy Dukes di Ted Nugent, il primo nucleo degli MC5, gli Iguanas di Iggy Pop.

Intanto in città esplodono tensioni razziali, scontri e omicidi che nel 1967 faranno 43 morti. I bianchi si rifugiano nell’area periferica, in quartieri bunker inviolabili per gli afroamericani. In riferimento a queste zone pare che un sindaco una volta abbia affermato: “Se un nero prova a traslocare qui interveniamo più rapidamente che per spegnere un incendio”.

Alla fine degli anni Sessanta Detroit diventa l’epicentro di un nuovo modo di fare musica. Mentre nel resto della scena si celebra l’amore psichedelico, con il suo corollario di droghe lisergiche, nella Motor City si parla di violenza, di una musica sporca, suonata ad alto volume, senza compromessi.

Il posto simbolo di questi anni è la Grande Ballroom da cui Rob Tyner e i suoi MC5 gridano: “I wanna hear some revolution out there, brothers. I wanna hear a little revolution”. Manager della band è John Sinclair, leader del “White Panther Party” e il messaggio del gruppo viaggia su una potenza sonora mai sentita prima, con le chitarre di Wayne Kramer e Fred “Sonic” Smith perennemente in distorsione, una sezione ritmica che picchia duro, canzoni oltraggiose dai testi espliciti.

Assieme a loro, su un versante più nichilista e torbido, ci pensano gli Stooges a  sconvolgere l’America e i buoni pensieri. Iggy Pop e i fratelli Asheton daranno alla luce tre dischi che all’epoca non si filerà nessuno, per poi diventare opere di riferimento assoluto solo più tardi. Il tutto in un orgia di droga, sbandamento ed energia che qualcuno poco dopo chiamerà punk, e che si ascolta deragliante su “Metallic K.O.” album bootleg del loro ultimo concerto.

E pare che a parlare di punk rock per primi siano stati proprio i redattori del magazine Creem, stampato a Detroit da Barry Kramer e Tony Reay, con collaboratori come Rob Tyner, Patti Smith, Cameron Crowe e Lester Bangs.

Sul fronte cittadino, nel 1973 viene eletto il primo sindaco nero. Si chiama Coleman Young e ama definirsi “Motherfucker in charge”, figlio di puttana al potere. E al potere ci rimarrà vent’anni con l’idea fissa di vendicarsi dei bianchi, mentre la sua città diviene la capitale del traffico di droga, con un numero impressionante di omicidi.

Sono gli anni del mainstream, di Alice Cooper e Ted Nugent. Ma anche di un gruppo che, nella migliore tradizione della musica, rimarrà poco noto per essere riscoperto successivamente. Sono la “Sonic Rendezvous Band” di Scott Morgan, Fred Sonic Smith, Scott Asheton e Gary Rasmussen. Un solo 7 pollici all’attivo, City Slang, e una miriade di registrazioni postume.

Tra gli anni Settanta e Ottanta le auto giapponesi invadono il mercato, la crisi energetica comincia a mordere, ma il sistema regge grazie all’alleanza corporativa tra l’industria automobilistica e il sindacato, che premono e ottengono barriere protezionistiche per salvare il mercato dell’auto. Sono gli anni dei “Bad Boys”: Isiah Thomas, Vinnie Johnson, Bill Laimbeer, Joe Dumars, Dennis Rodman e coach Chuck Daly, al titolo NBA nel 1989 e 1990.

Nel mondo underground i Gories di Mick Collins, Dan Kroha (poi con le Demolition Doll Rods) e Peggy O’Neill gettano semi di blues punk che verranno raccolti dai losers di mezzo mondo negli anni successivi. Tra gli anni Novanta e i Duemila Detroit torna a essere fulcro del rock’n’roll con il successo di White Stripes e Dirtbombs. A livello underground  si segnalano altre band di ottimo livello come Paybacks, Detroit Cobras e, più recentemente, Human Eye.

Intanto la crisi del mercato automobilistico, seguita da quella immobiliare, ha messo in ginocchio la Motor City. Il numero degli abitanti, dai 2 milioni degli anni Cinquanta, è sceso ai 790.000 odierni, la disoccupazione imperversa, insieme al fenomeno delle gang che occupano quartieri disabitati. Mentre sembra calare il sipario per sempre su quella che fu la capitale dell’auto e della musica, il sindaco Dave Bing sta conducendo una coraggiosa battaglia per restituire un futuro ai suoi abitanti.

La città viene ristretta drasticamente, abbattendo quartieri e costruendo orti, giardini e boschi a ridosso dei grattacieli, recuperando e bonificando intere aree, creando prospettive per una rivoluzione verde che salvi Detroit dal declino e crei un nuovo sviluppo nel segno della sostenibilità ambientale.

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Gun Club, una pistola calda [podcast]

Nel 2009 La cantina del rock dedicò una puntata tematica ai Gun Club; ve la riproponiamo come atto d’amore incondizionato verso Jeffrey Lee e la band californiana. Buon ascolto.

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/105puntata.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

Di molti dei gruppi che amo non vedrò mai un concerto, non avrò la percezione dei suoni che si scaricano sul mio corpo o di una scarica di chitarra elettrica che mi scoppia nel cervello, non sarò tra il pubblico travolto da una bolgia di emozioni…  Non ho vissuto musicalmente gli anni ’80 e non ero neanche nato quando uscì Fire of Love, mentre Miami è stato registrato che avevo pochi mesi. 
Eppure ascolto i Gun Club come se fossero un gruppo che registra e suona adesso, non 25 anni fa. Forse perché il loro sound mi suona recente, mi suona attuale.  Contemporaneo.

I Gun Club nascono a Los Angeles alla fine degli anni ’70 da quella mente folle di Jeffrey Lee Pierce che, radunando periodicamente e non senza difficoltà compagni di viaggio che puntualmente lo avrebbero poi abbandonato o che lui avrebbe allontanato senza una ragione, intraprende una folle e deragliante corsa, fatta di concerti, sbandate, cadute, kilometri, contraddizioni insanabili e melodie lancinanti. Jeffrey Lee era annientato dalla bellezza del blues, dal delta del Mississippi e da quella che viene chiamata in genere tradizione musicale americana. A chi lo accompagnò nel viaggio per le autostrade della musica, aggiunse lo spirito punk che andava chiarendosi da qualche anno come un’istanza necessaria per approdare a qualcosa di nuovo e nello stesso tempo quanto mai vivo.

Lo hanno chiamato spesso punk blues: forse sarebbe meglio parlare di suono americano. Avere un repertorio, una tradizione che si è tramandata prima oralmente e poi su disco e viverla quotidianamente filtrandola attraverso il proprio vissuto e la propria esperienza.  Il blues, il country, il rock’n’roll, la psichedelia e altre mille rivoli centrifugati nel punk e ritrasmessi nel presente, come se fosse la cosà più semplice e la strada maestra da seguire.

Si narra che Jeffrey Lee abbia ereditato il rapporto con il diavolo da ben noti bluesman prima di loro e che assieme a Kid Congo Powers (Cramps, Nick Cave and Bad Seeds tra gli altri), abbia scritto le più belle pagine di blues bianco, sta di fatto che il cantante dei Gun Club è stato per lungo periodo l’erede e il propiziatore di questo fiume in piena che è il suono americano. Non facendo niente per esserlo, anzi sbagliando sempre tutto ciò che poteva sbagliare, senza redenzione nè prospettiva, ma capace di rinascere e mettere in musica tutto il suo tormento.

Ripercorriamo la storia dei Gun Club attraverso la loro musica, ascoltabile e percorribile senza nessuna pretesa di esaustività attraverso canzoni che non ne vogliono sapere di invecchiare.

 

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Il rock'n'roll italiano degli anni '80 raccontato in un libro

primo demo dei Primeteens“Esisteva un mondo tanti anni fa.” Così comincia una vecchia canzone tratta dal primo album degli Avvoltoi datata 1988. Di anni ne sono passati tanti e finalmente arriva un libro a fare un po’ di luce su quello che fu l’underground italiano degli anni ’80.

Non è il primo e speriamo non sia l’ultimo, ma Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta (Coniglio Editore) si colloca già come un capitolo irrinunciabile sia per chi c’era ma anche per chi non ha vissuto in prima persona quegli anni. L’autore è Roberto Calabrò, giornalista per “Repubblica”, “L’Espresso”, “il Venerdì” e soprattutto grande esperto di musica e dei suoni del periodo in questione.

Un periodo molto più sfaccettato rispetto a quanto si vuol fare credere. Dal punto di vista musicale ci fu chi, e non furono pochi, si rituffò nella musica degli anni ’60, ricercandone lo spirito, la freschezza e l’ingenuità. Ma non solo. Ne recuperò suoni e strumenti – all’epoca il vintage non esisteva e una chitarra Fender di vent’anni prima aveva ancora un prezzo più che accessibile – e cominciò a suonare.

Non c’era internet né i viaggi low cost, ma quei ragazzi – Not Moving, No Strange, Sick Rose, Birdmen of Alkatraz, Pikes in Panic per citarne alcuni – riuscirono a formare bands, ad andare a Londra in treno, tornando con pile di vinili o strumenti, a registrare dischi e organizzare concerti, a mettere in piedi una fanzine e a far circolare informazioni. La chiamarono neopsichedelia. Fu sicuramente una ventata di aria fresca, qualcosa di nuovo per uscire dall’asfittico grigiore del decennio. Ma fu soprattutto una fucina di grandi gruppi e di dischi imprescindibili.

Proprio a loro è dedicato Eighties Colours: un prezioso volume corredato di un sontuoso apparato fotografico, di interviste ai protagonisti, della discografia completa del periodo 1985 – 1990,  frutto di un accurato lavoro di ricerca durato due anni.

L’autore presenterà il libro venerdì 12 nei locali dell’associazione Oblomov, in via Macerata 58, al Pigneto e il giorno successivo dai microfoni di Radio Popolare Roma 103.3, ospite de “La cantina del rock”.

Titolo: Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta
Autore: Roberto Calabrò
Editore: Coniglio Editore
Dati: 2010, 221 pp., 34,00 €

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