Smettetela di dire che Lou Reed è morto

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Lou Reed era brutto, aveva una brutta voce e ha cantato le brutture della New York underground come nessun altro. E allora perché adesso che è morto – i media ce l’hanno ripetuto fino alla nausea – ci sentiamo tutti un po’ orfani e andiamo frugare nel hard disk in cerca del nostro brano preferito, del disco che ascoltavamo e riascoltavamo da adolescenti o della copertina di Andy Warhol che battezzò i Velvet Underground?

Cominciò così, la storia è nota. I Velvet Underground erano formati da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker. Andy Warhol, che aveva un discreto orecchio nel recepire lo spirito del tempo, produsse il disco d’esordio, impose la partecipazione di Nico – la siderale cantautrice e modella tedesca –  e visto che si trovava, realizzò la famosa copertina con la banana stilizzata. Le undici tracce di The Velvet Undergroung & Nico cambiarono per sempre la storia del rock. Era il 1967. Cos’altro succedeva intanto nel mondo?

Negli Stati Uniti sta per esplodere la Summer of love, tra i giovani monta la contestazione anti-Vietnam, i Doors esordiscono con l’album omonimo. Di quel disco ricco di gemme il più grande successo – guardando la classifica di fine anno su Billboard – fu, manco a dirlo, Light my fire (You know that it would be untrue / You know that I would be a liar / If I was to say to you / Girl, we couldn’t get much higher): l’amore, seppur maledetto, trascina sempre le masse. Non se la cavano male nemmeno I Turtles con Happy together (I can’t see me lovin’ nobody but you / For all my life / When you’re with me, baby the skies’ll be blue / For all my life), in una variante del tema certo più spensierata. E in Italia? In Italia Orietta Berti arriva quinta nel Sanremo del suicidio di Luigi Tenco cantando Io, tu e le rose (Io, tu e le rose / Io, tu e l’amore / Quando, quando / Tu respiri accanto a me / Solo allora / Io comprendo di essere viva). Tuttavia l’amore melodico inizia a conoscere qualche variante meno edulcorata (Via del campo c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano), se si è disposti a seguire Fabrizio De André lungo Via del campo. Ma non è questo il punto: i Velvet Underground, sul muro di distorsioni di Heroin, disegnano ben altri rapporti viscerali (Heroin, be the death of me / Heroin, it’s my wife and it’s my life), ti trascinano lì sul posto mentre sta succedendo, ti fanno sentire un tossico mentre si buca e non ti importa davvero più di niente, di nient’altro al mondo (‘Couse when the smack begins to flow / Then I really don’t care anymore). È una trasfusione iperrealista di morte in diretta. È vita, vera.

reed-01I Velvet Underground si scioglieranno nel 1973, Lou Reed continuerà a reinventarsi in una lunga carriera solista, segnata da qualche prova incolore – soprattutto in epoca recente – grandi album e dischi memorabili, come Transformer (1972) e New York (1989). È sempre New York, the big city, trasfigurata da uno sguardo marginale e notturno, a dipanare il fil rouge tra la cantilena di NY telephone conversation – I am calling, yes I am calling / Just to speak with you / For I know this night will kill me / If I can’t be with you e il parlato-gospel di Dirty Boulevard – A small kid stands by the Lincoln Tunnel / He’s selling plastic roses for a buck / the traffic’s backed up to 39th street / The TV whores calling the cops out for a suck. La voce apatica di Lou Reed non aveva una grande estensione, ma era fatta apposta per il suo ruolo di storyteller metropolitano – lui che era stato allievo di Delmore Schwartz, lui che avrebbe attualizzato Edgar Allan Poe nei duetti recitati di The raven (2003).

Il resto lo sapete, l’avete letto nei tanti articoli commemorativi di questi giorni, lo conservate nella memoria. Se chiudete gli occhi è facile che rivediate il suo volto emaciato su sfondo nero – il trucco pesante e lo sguardo altrove nella cover di Transformer – l’icona rock e il profeta decadente di tanta musica a venire, dal noise al punk e all’industrial.

Perché in così tanti hanno amato Lou Reed? Una buona risposta la diede Lester Bangs, tra i pochi giornalisti musicali che seppero tener testa al suo storico odio verso la stampa: «Lou Reed is my hero principally because he stands for all the most fucked up things that I could ever possibily conceive of. Which probably only shows the limits of my imagination». Abbiamo bisogno di qualcuno che varchi per noi il limite della notte, di una guida nei territori delle nostre paure – almeno fintanto che gira il vinile, prima di uscire a fare due passi sul lato monotono della strada.

RIP Franca Rame

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Questa mattina, all’età di 84 anni, è scomparsa Franca Rame, lutto enorme per il teatro e per l’Italia tutta. La ricordiamo riproponendovi uno dei momenti più nazional-popolare, ma anche più coraggioso, della sua attività teatrale: il monologo sullo stupro tenuto in televisione nel 1988 durante una puntata dell’edizione di Fantastico condotta da Adriano Celentano.

Addio Franca Rame, per te e per noi ci auguriamo che qualcuno sia in grado di raccogliere la tua eredità culturale.

RIP Ray Manzarek – break on through to the other side, Ray

È scomparso la scorsa notte in un ospedale a Rosenheim, in Germania, Ray Manzarek, storico tastierista e fondatore nel 1965 con Jim Morrison dei The Doors. Aveva 74 anni, è venuto a mancare dopo una lunga e sofferta battaglia contro il cancro. [the indipendent]

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La sua influenza sulla storia della musica pop come compositore e performer è incalcolabile. Il  nostro piccolo omaggio in due video che raccontano molto di lui e della sua musica.

Ray racconta la genesi di Riders on the Storm

When the music is over, turn off the lights

Federer in controtempo

Federer - Wimbledon 2012Non ricordo esattamente il momento preciso, ma era di sicuro il terzo set della finale di Wimbledon, dopo che Federer aveva fatto il break che lo ha portato a condurre per due set a uno in quel game decisivo durato più di quindici minuti. A quel punto, Roger si sentiva più sicuro, e quando ci si sente più sicuri inevitabilmente si gioca meglio, e si osa di più. Insomma, Federer serve, inizia a dominare lo scambio e ad un certo punto cambia l’impugnatura della racchetta, apre il telaio e tutti, compreso Andy Murray, si aspettano che stia per giocare una palla corta. Murray addirittura inizia a correre verso la rete, ma Federer, con la stessa impugnatura, gioca un dritto tagliato profondo che finisce nel mezzo dell’incrocio delle righe di fondocampo, nel lato sinistro. A parte il fatto che nessuno nel circuito gioca dritti vincenti tagliati – è praticamente un colpo in via d’estinzione, che probabilmente si estinguerà proprio con il ritiro dello svizzero – l’inversione che mette in scena è importante. Di solito i giocatori fintano di giocare un colpo profondo e poi eseguono una palla corta, cambiando impugnatura all’ultimo momento. Federer ha fatto il contrario, ha fintato di fare una smorzata per mascherare un colpo old fashion che è praticamente scomparso dai campi da tennis.

federer-wimbledon-2012Non solo Federer corre sulle punte, fluttua nell’aria, colpisce la pallina con grande potenza senza perdere compostezza ed eleganza e ha un tocco che proprio nessuno può avergli insegnato, ma ciò che lo fa amare, o meglio ammirare, è il fatto che va in direzione contraria a quella in cui va il tennis. Intendiamoci, non è che sia il custode di un tennis d’altri tempi: personalmente sono convinto che abbia beneficiato come gli altri degli sviluppi della tecnologia di racchette, corde, palline, superfici e preparazione atletica. Ma nello stesso tempo gioca colpi che gli altri hanno dimenticato. Insomma, Federer è come una sintesi ambulante del gioco attuale e di quello passato, una composizione di contrari, ed è proprio questa contraddizione ad affascinare tutti gli spettatori di tutti i campi da tennis del mondo.

Roger Federer - Championships - Wimbledon 2012Come giustamente Gianni Clerici ricorda da anni, non ha senso dire che si tratta del tennista migliore di ogni tempo. Anche in questo campo, vale il detto “storicizzare sempre”. Lo stesso Federer ha dichiarato il giorno dopo la vittoria di domenica che “non ha senso paragonare tra loro epoche totalmente differenti”. Da quando il tennis moderno ha assunto la sua forma attuale, all’incirca dagli anni ’70, Federer è il giocatore che ha vinto più tornei del Grande Slam. Certo, i record e le statistiche nello sport sono importanti e interessanti, ma l’ossessione per le classifiche e le gerarchie transtoriche dovrebbe essere ridimensionata. In fondo, basta ricordarci che in genere i giocatori così talentuosi e che prendono il presente del gioco “in contropelo” non vincono mai così tanto. E soprattutto, certamente complici le tante sconfitte contro Nadal (per cui ha versato anche lui lacrime copiose), il suo modo di giocare e di stare in campo riesce a far sì che non si riesca a odiarlo. Chi vince troppo non è mai molto amato, eppure, nonostante avesse vinto questo torneo già sei volte, e abbia sconfitto il giocatore di casa, domenica anche gli inglesi lo hanno applaudito e celebrato ancora, per la settima volta.

La grandezza di Federer è quella di aprire squarci di possibilità nello scorrere apparentemente necessario e irreversibile del tempo. Almeno nel tempo del tennis.

Stamattina ho messo le tue scarpe: ho scoperto di avere piedi e mente piatti

In un paese offeso da terremoti geologici, misteri e complotti, continui smottamenti socio-politici, l’assurdo è racconto quotidiano in ogni contesto. La  recessione non solo economica, ma anche culturale, civile, etica, porta con sé un inquietante e contagioso fenomeno: l’azzeramento di faticate conquiste civili. Ultima preoccupante notizia in tal senso riguarda la sorte dei malati psichici: qualche giorno fa in commissione Affari sociali alla Camera l’ex maggioranza (Pdl e Lega) ha approvato una proposta di riforma della legge Basaglia che punta a ripristinare realtà manicomiali e internamenti obbligati proprio quando la seconda grande rivoluzione psichiatrica, quella dei manicomi giudiziari, sembrerebbe in atto. La loro chiusura è fissata al 31 marzo del 2013. Invece di favorire l’attuazione della legge Basaglia nel senso del potenziamento di strutture territoriali su scala nazionale, alcuni dei nostri rappresentanti istituzionali vorrebbero catapultarci indietro nella storia quando malattia mentale significava segregazione a vita, negazione dei diritti civili fondamentali come se chi si fosse ammalato avesse smesso di essere un cittadino. Assume allora ancor più rilievo un’iniziativa che  avremmo segnalato comunque, al di là di fatti destabilizzanti della cronaca politica. Stamattina ho messo le tue scarpe è infatti un progetto illuminato che vuole favorire l’incontro tra  cittadini che vivono in comunità terapeutiche e noi, i restanti altri.

È promosso dall’associazione Alpha e dal Dipartimento di salute mentale di Urbino: propone un’esperienza da vivere in prima persona, per entrare in contatto con il disagio psichico. Un percorso dentro e fuori la città di Urbino della durata di un giorno (sarà possibile compierlo a scelta il 16 o il 17 giugno), a contatto con chi, quotidianamente, vive la malattia mentale. Ma è anche un racconto per immagini: quelle del video-documentario Sigarette e Sigarette, (girato all’interno del centro residenziale e diurno Varea Dini) che sarà proiettato in sette punti diversi della città,  e quello della storia illustrata di Yuri, che viene pubblicata a puntate sul sito web: www.homessoletuescarpe.it/projects/le-mie-scarpe. Chi vuole fare questa esperienza, (gratuita) può iscriversi entro il 4 giugno (per informazioni, contatti e prenotazioni: 349/4046683,  oppure via mail: info@homessoletue scarpe.it). Abbiamo interpellato Elena Mattioli e Flavio Perazzini, ideatori del progetto per saperne di più.

Da cosa nasce questa iniziativa? Come è sorta l’idea? E che urgenza svela?

L’iniziativa nasce da una richiesta molto semplice: mostrare a più persone possibile una realtà che esiste ma è defilata. Possibilmente, a persone che della malattia mentale sanno poco o niente. Noi avevamo uno strumento preciso per farlo, il documentario che abbiamo girato all’interno della SRR Varea Dini. Per raccontare però la realtà della malattia mentale a persone che non ne conoscono il contesto, un documentario e una conferenza lasciano poco, perché sono confronti sulla base di parole e non hanno una contropartita vera, tangibile, e partono poi dal presupposto che tutti sappiano qualcosa. D’altronde la malattia mentale non la si avvicina facilmente. Allora abbiamo pensato di creare un evento che fosse più coinvolgente, e che potesse dare una forma ai luoghi e alle persone, prima di parlarne insieme. Perché della malattia mentale si parlerà ma solo alla fine del percorso, per confrontarsi, tutti, su ciò che si è visto e percepito; e speriamo che nel corso della giornata nascano molte domande, magari semplici e naturali, così da riuscire a raccontare una quotidianità che esiste ed è complicata, ma che non può però permettersi di essere aggravata dall’ignoranza e dal timore.

Visto da vicino nessuno è normale sosteneva Basaglia, eppure ancora tanti steccati separano i ‘normali’ da quelli che un tempo erano definiti ‘gli alienati’. Come fare in modo che queste iniziative non restino casi più unici che rari?
Ieri camminavamo per le strade di Urbino per controllare i punti proiezione. Abbiamo chiesto informazioni a un ragazzo che fumava una sigaretta sull’uscio di casa. Ci ha risposto che aveva sentito parlare di Stamattina ho messo le tue scarpe e che lui soffriva di un disagio, profondo: “Non ci credo che qualcuno vorrà mai indossare le mie scarpe, io le darei volentieri, ma a nessuno può interessare, a nessuno”. Noi non avevamo parole per rispondere. Quello che vorremmo accadesse con Stamattina ho messo le tue scarpe è proprio che qualcuno le sue scarpe le indossasse, almeno per un giorno. Quella sarebbe una piccola risposta. I manicomi in passato sono serviti per delimitare le persone malate, e anche se sono stati aboliti la stessa sorte non è toccata alla malattia mentale. Gli steccati ci sono, eccome, e a volte servono anche per proteggere le persone, e non i “normali”. Le iniziative per ora servono a questo, per portare a poco a poco le notizie ad entrambe le parti, per abituarsi alla mutua convivenza. Perché, come ha scritto il direttore del dipartimento di salute mentale di Urbino, Leonardo Badioli, nella presentazione di Stamattina ho messo le tue scarpe  “conoscere sta alla base del comprendere e comprendere porta inevitabilmente a condividere. E condividere e curare hanno la stessa valenza.”

Come si svolgerà l’iniziativa? Perché proprio a Urbino, città esemplare per servizi e qualità della vita?

Urbino perché il documentario Sigarette e Sigarette è stato girato nella SRR Varea Dini di Gadana di Urbino. Gli utenti della struttura sono tutti della provincia di Urbino. La cooperativa sociale Alpha lavora nella provincia di Pesaro e Urbino. Urbino forse non è mai stata in questione, ci è sembrato da subito lo spazio naturale per Stamattina ho messo le tue scarpe. Comincerà il 16 giugno e si ripeterà anche il 17; è un percorso diviso in tre momenti, dove l’ultimo è un confronto collettivo di restituzione sulla giornata trascorsa. I gruppi saranno composti di 6 persone circa, e ogni gruppo comincerà con un viaggio verso la struttura di Varea.  Singolarmente, i partecipanti entreranno a Varea e potranno muoversi liberamente per un tempo limitato, esplorando lo spazio e gli oggetti e l’edificio. Poi, il gruppo sarà riaccompagnato nel centro di Urbino, dal quale comincerà il cammino del secondo momento del percorso, che prevede la scoperta – accompagnati! – di una serie di estratti video proiettati in punti defilati nelle vie secondario del centro città. A chiudere il tutto, la restituzione, ovvero l’incontro collettivo di confronto e dibattito e discussione su quanto vissuto durante le prime due fasi. Chi comincerà la mattina avrà più tempo a disposizione prima della restituzione, e per questo libri e fumetti per approfondire la tematica in libera consultazione nel parco cittadino così come ingressi gratuiti ai musei urbinati.

Non c’è il rischio che si scambi un’iniziativa ad alto impatto emotivo volta a educare le coscienze e superare preconcetti  per una gita, o un nuova modalità di turismo  ‘sui generis’?

Sì, questo rischio c’è ed è un aspetto di questo evento che ci ha fatto riflettere molto sul come presentarlo e comunicarlo. Siamo però convinti che le scelte che abbiamo fatto siano funzionali all’obbiettivo che ci siamo posti, cioè far scoprire con onestà la realtà della malattia mentale a chi partecipa. Per questo motivo rispondere alla domanda chi sono gli ospiti di Varea è difficile: ci occupiamo della percezione della malattia e della sua accezione culturale, ma non possiamo e non vogliamo parlare di diagnosi o riportare sintomi perché non è un campo di nostra competenza. Però li conosciamo, gli ospiti di Varea, e vivono in un ambiente che vuole offrire loro quante più possibilità ci sono, sia per cercare di avere una vita autonoma sia per non rimanere schiacciati dalla loro malattia.

Siete in contatto con altri centri diurni per estendere l’iniziativa altrove? Magari in realtà più problematiche?

Non ancora, perché Stamattina ho messo le tue scarpe è partito da un input legato al documentario. Ma è una cosa che ci piacerebbe fare in futuro, modulando questa modalità partecipativa su altre realtà interessanti.

Ci sarà anche Marco Cavallo ad accompagnare chi aderisce all’iniziativa?

No, purtroppo Marco Cavallo non accompagnerà i partecipanti di Stamattina ho messo le tue scarpe. Dell’esistenza di questa statua ormai quarantenne abbiamo scoperto da poco, in realtà, e ci siamo stupiti di non averne ancora sentito parlare; la sua storia ci ha affascinato molto, anche se siamo rimasti un po’ perplessi, come ci succede spesso, quando percepiamo l’eterno ritorno di simboli di lotta che vanno bene sia per descrivere una situazione passata che una presente. Di primo acchito, pensiamo che se ancora ce ne è il bisogno, allora non è cambiato nulla dal momento del primo utilizzo. E allora non vorremmo che Marco Cavallo da simbolo di liberazione diventasse un simbolo di immobilismo. Qua non c’è bisogno di liberare i matti, ma di creare conoscenza e condivisione. Comunque, sarebbe stata dura, sui saliscendi urbinati.

Come e quando è stato girato il documentario? Che realtà racconta? Dove si può vedere?

Il documentario, che si chiama Sigarette e Sigarette, è stato girato nel 2009 nella struttura residenziale e riabilitativa psichiatrica Varea Dini, a Gadana di Urbino (PU). Racconta le storie di chi vive la malattia mentale, ma non è stato concepito per dare un punto di vista informativo sul disagio psichico, piuttosto si concentra sul racconto di sé e delle proprie esperienze. Sigarette e Sigarette ha diversi set al suo interno, raccordati da una partita a scacchi che detta il ritmo dei racconti; la scelta del come girarlo è stata dettata dalla volontà di non rubare nulla, perciò tre camere fisse e niente camera a mano, e dal bisogno di rendere il documentario un’attività nella quale eravamo coinvolti noi, così come i ragazzi. I set erano allestiti e lasciati aperti per giorni e giorni, chi voleva entrarci, sedersi e raccontare, poteva farlo liberamente. In fase di montaggio poi, le storie sono state rispettate non tagliando i discorsi ma lasciandoli integrali. Sigarette e Sigarette è un’autoproduzione, e tuttora stiamo cercando una distribuzione.

Stamattina ho messo le tue scarpe
Un percorso induttivo sulla malattia mentale
16-17 giugno 2012
Urbino (PU), diversi luoghi

Vittorio Giacopini e B. Traven: l'inganno del mistero

“La cosa importante di uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”. Parole di B. Traven, scrittore-fantasma maestro di una generazione di reclusi – da Salinger a Pynchon –, di cui non sappiamo nulla di certo, nemmeno il significato di quella B. Ne L’arte dell’inganno (Fandango 2011), Vittorio Giacopini prova a penetrare il “mistero Traven”. Il risultato? Una macchietta noir ipersatura fatta di parole e la sensazione dell’ennesimo testamento tradito.

B. Traven – qualunque sia il significato di quella B. – è un nome che oggi nessuno più ha a portata di mano sugli scaffali della propria biblioteca: eppure, tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, a quel nome (e a molti altri) rispondeva uno dei più grandi casi letterari del Novecento. Autore di romanzi tradotti e diffusi nelle principali lingue del mondo (da uno di essi John Huston trasse un film con Humphrey Bogart), di Traven non si conosce nulla di certo se non, per ironia, la data della morte, avvenuta il 26 marzo del 1969 a Città del Messico. Là, tra indios, foreste, ribelli e puttane Traven aveva deciso di seppellirsi almeno quarant’anni prima, sbattendo la porta in faccia al mondo e chiudendola per sempre a chiave alle proprie spalle. Che a farsi conoscere fossero i suoi libri, non la sua faccia.

Fu il pioniere del rifiuto di sé. Personalità immateriali come Salinger, Pynchon, Pessoa, con la loro individualità rinnegata e il riquadro vuoto con cui decisero di sostituire la propria concreta esistenza, proprio in lui hanno trovato un maestro di ineguagliabili e quasi soprannaturali capacità di autoannullamento, trasformismo ed evanescenza. Editore, a Monaco di Baviera, della rivista anarchica Der Ziegelbrenner, attore di cabaret satirico-politico, forse marinaio, certamente esule, esploratore, interprete e, su tutto, scrittore. Negli anni alcuni videro in lui persino Jack London redivivo, o Esperanza Lopez Mateos, traduttrice, agente letteraria e sorella del presidente messicano Adolfo. Una maestria nel confondere le acque, costruire sempre nuove finzioni intorno a sé (a tutti quei molteplici sé), che quasi sconfina nell’arte: un’arte, a sua volta, parallela e inesorabilmente contigua a quella di creatore di finzioni letterarie. Ad ogni nuova manovra intesa a scassinare il segreto della sua esistenza, Traven risponde come un’Idra, facendosi crescere una nuova identità. L’elenco dei nomi di cui si serve per depistare i giornalisti sembra il curriculum di un agente segreto: Ret Marut e Hal Croves prima di tutti, ma anche Otto Feige, Anton Raderscheidt, Jacob Torice, Traven Torsvan, Bruno Traven… Senza contare le infinite variazioni su ognuno (Red, Rex o Fred Marut, per dirne uno).

venus rising from the sea - a deceptionProtetto dal mantello delle sue infinite falsificazioni, per tutta la vita Traven riesce a sottrarsi all’invadenza di pubblico e giornalisti che non si accontentano di leggerlo, ma ambiscono a trascinarlo al centro di quell’arena (oggi la definiremmo mediatica) a cui lui ha deciso di dire no. Del resto, perché il pubblico dovrebbe interessarsi più a vivisezionare il privato di uno scrittore che non a comprenderne la produzione letteraria? In Messico Traven – come già, con altri mezzi, Marut a Monaco – aveva deciso di raccontare con asprezza, senza concessioni retoriche l’esistenza degli oppressi, dei proletari, di chi si ribellava per migliorare le proprie condizioni di vita contro lo schiacciante predominio del sistema. Su di loro voleva che il mondo aprisse gli occhi; per tutta risposta, il mondo voleva invece sapere di lui. “Non c’è nessun mistero in Traven” – dichiarò lo scrittore al giornalista Luis Suarez – “Dozzine di giornalisti tedeschi hanno costruito le loro carriere intorno all’uomo del mistero, al mistero di Traven. Sono loro gli unici ad aver creato il mistero, lasciando che esso nutrisse le loro carriere giornalistiche. Io non contribuirò mai né ad accrescerlo né a diminuirlo, questo mistero. La cosa importante riguardo a uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”.

A penetrare questo repulsivo schermo di nebbia e simulazione ci prova Vittorio Giacopini con L’arte dell’inganno: ricostruzione – per quanto possibile – della biografia di Traven sulla base degli scarsi dati disponibili, ma soprattutto indagine sullo spazio mentale di uno scrittore in fuga dal mondo e da se stesso, lungo la strada di battaglie, ideologie e disillusioni che dalla Monaco rivoluzionaria di Ret Marut conduce alla Città del Messico dei ribelli e di Hal Croves. Per uno che già aveva affrontato di petto la storia di un altro “latitante dell’esistenza”, lo scacchista Bobby Fischer, la sfida si presentava senz’altro affascinante, difficile, certo, ma ricca e suggestiva. Il risultato però delude. Ripercorrendo la ridda di identità di cui già si era fornito Traven, Giacopini – miscelando e rimodulando materiali e indizi – finisce per plasmarne un’ennesima, che vorrebbe comprenderle tutte in un’unica visione sintetica, ma che riesce invece soltanto a porsi come una sorta di macchietta dell’esule dannato con la faccia di Humphrey Bogart e i trucchi illusionistici di Houdini.

Il tutto condito da una scrittura da racconto noir-hard boiled, intessuta e sorretta da un carosello a volte frastornante, più spesso cantilenante di aggettivi (tantissimi, interminabili aggettivi), frasi nominali, brevi e sincopate, dal ritmo spezzato e teso, ammiccante, affettatamente enigmatico. Ma se avessimo voluto Marlowe, avremmo letto Chandler. Giacopini fa a braccio di ferro con il suo protagonista per fargli indossare, in mancanza di un volto concreto, una sorta di maschera di scena fatta – si ha l’impressione – non di ipotesi (che è inevitabile), ma di parole. E quando lo stile di una narrazione rischia di predominare sulla storia del protagonista, allora l’obiettivo è mancato. Anche quando il racconto non si propone di essere un saggio, ma una miscela di “immaginazione e ricostruzione storica, arbitraria”.

L’arte dell’inganno finisce insomma per ingannare soprattutto B. Traven: e gli assesta il colpo di grazia, a tradimento, proprio in ciò a cui lo scrittore più teneva, la diffusione delle sue opere. Nel cantuccio riparato dell’Appendice, Giacopini liquida la conoscenza dei romanzi di Traven come non essenziale per leggere il proprio; tanto più che si tratta di “libri introvabili, comunque piuttosto difficili da reperire”. In realtà basta fare un giro su eBay, o su qualunque motore di ricerca specializzato in antiquariato librario, per trovarli quasi tutti, anche nelle prime edizioni Longanesi, a cifre che vanno dai due ai dieci euro. Perciò, fate un favore a Traven: lasciate perdere la sua vita e leggete i suoi romanzi. Almeno La nave morta e Il tesoro della Sierra Madre. Non è quello che avrebbe voluto lui?

Titolo: L’arte dell’inganno
Autore: Vittorio Giacopini
Editore: Fandango
Dati: 2011, pp. 281, € 16,00

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Farewell Levon Helm, dirt farmer and midnight rambler

LevonPochi giorni fa sono stato colpito come da una botta in testa dal comunicato che annunciava che Levon Helm stava vivendo le ultime ore della sua vita; poco più di 24 ore dopo, un altro comunicato: dopo aver combattuto un cancro alla gola per oltre dieci anni, vincendo diverse battaglie che lo avevano portato a tornare a cantare (e a vincere 3 Grammys), Levon se ne è andato, sereno e circondato da familiari, amici e dai membri della sua band. Da allora non riesco a staccarmi da Youtube passando da un pezzo della The Band a Woodstock ad un estratto da The Last Waltz, da un video di Levon che racconta aneddoti, a un grande pezzo live degli ultimi anni fino alle rarità, le interviste e anche i suoi flash da attore negli anni ’80.

Non sono in grado di esprimere quanto enorme  sia la mia ammirazione e il mio affetto (sì, affetto) per Levon Helm e da quello che, commosso, vedo su Internet in questi giorni, la cosa è molto molto diffusa: chiunque abbia conosciuto il grande talento e il grande cuore di Levon Helm attraverso la sua musica non ha potuto fare a meno di amarlo. 

Levon Helm, The Last Waltz

Il mio attaccamento alla sua voce e alla sue canzoni ha radici profonde. Negli anni ’80 mio padre, che onestamente non è mai stato un grande appassionato di musica, in macchina teneva mescolata insieme a certe cassette di Fausto Papetti una compilation di rock classico americano: c’era Pat Boone con Love Letters in the sand, Little Richards con Tutti Frutti, Ritchie Valens con La Bamba ma, soprattutto, c’era The Band con The Night They Drove Old Dixie Down. Ricordo che ero bambino (avrò avuto 8 anni) ma quella voce e quella canzone già mi colpivano forte e profondamente, come qualcosa fuori dal tempo e fuori dal mondo, sublime. Poi nei primi anni ’90 La Repubblica, nel periodo in cui gli allegati in edicola cominciavano a muovere i loro primi passi, pubblicò una collana di CD che per me fu seminale e che forse alcuni di voi ricordano: L’America del Rock. Nella collana, a un certo punto, fa la sua comparsa la The Band con The Weight e, ancora, con The Night They Drove Old Dixie Down: non avevo mai sentito delle canzoni con quello spessore e quella profondità; e poi ogni volta, non appena entrava la voce, quella voce, la voce di Levon Helm, ogni volta era (ed è) un tuffo al cuore, un’emozione forte. A quei tempi non esisteva Napster, non esisteva eMule, non esisteva Torrent, i CD costavano tanto e i pochi soldi che avevo li spendevo per rincorrere le uscite di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Soundgarden e  compagnia; e poi nessuno che conoscessi aveva un CD o una cassetta della The Band, quindi passarono anni prima che riuscissi ad ascoltare un altro loro pezzo, finché un giorno (credo fosse il 2000) non incappai, sempre in edicola, in un Best of a poco prezzo e sempre in quel periodo scoprì The Last Waltz, il film di Martin Scorsese sull’ultimo concerto della The Band. Wow. Non ci sono parole per dire quanto peso quel CD e quel film abbiano avuto nella mia vita.

Levon Helm playing with The Band

E se in un primo momento uno quando guarda alla The Band pensa a Robbie Robertson, poco dopo si rende conto che, seppur si trattasse di cinque grandissimi e talentuosi musicisti (se non geni, come nel caso di Garth Hudson), l’anima e il cuore della band era Levon. Levon Helm è stato un grande uomo, uno dei più grandi e talentuosi batteristi della storia del rock, una voce straordinaria e inconfondibile, un eccezionale songwriter: come qualcuno ha scritto, rappresenta la quintessenza del musicista rock americano, uno dei vertici che la cultura musicale statunitense abbia mai raggiunto. Ma, oltre allo straripante talento, la dote rara che Levon possedeva era l’attitudine: umile, generoso, brillante, appassionato, semplice, spontaneo, rilassato.

Levon (2009)La sua epopea musicale ha origine negli anni ’50 nel Sud degli USA, in Arkansas, per incrociarsi poi con molti dei più grandi talenti della storia della musica contemporanea: Sonny Boy Williamson, i suoi compagni della The Band, Johnny Cash, Bob Dylan e la generazione di Woodstock; fino a un mese fa, nelle sue Midnight Rambles, ha continuato a suonare e cantare insieme ai migliori musicisti e alle migliori band in circolazione. Non voglio qui approfondire la vita e la formidabile carriera di Levon Helm, i primi passi suonando con Ronnie Hawkins, la nascita della The Band in Canada, Woodstock, gli anni con Bob Dylan, the Last Waltz, la spaccatura con Robbie Robertson (forse risolta in punto di morte) e la reunion della The Band, il suicidio di Richard Manuel, l’overdose di Rick Danko e la lotta al cancro fino ad arrivare alla rinascita degli ultimi anni, i due bellissimi dischi (Dirt Farmer e Electric Dirt) e i concerti, le Midnight Rambles. Per questo vi rimando a questi due articoli, i migliori che finora abbia letto online: The Atlantic, Exclaim.ca, Pop Matters. [un piccolo sfogo, ho letto solo cose in inglese perché come sempre i titoli delle testate italiane sono imbarazzanti (fatevi un giro su Google News per farvi un’idea) mentre una testata come Repubblica.it ha semplicemente ignorato la notizia]

Il mio piccolo tributo a Levon è semplicemente una playlist di Youtube con cui cerco di mettere insieme qualche pezzo, lunga ma spettacolare. Vi invito a guardarla come vi invito a vedere (o rivedere) The Last Waltz e magari a leggere This Wheel is on Fire. Ecco la playlist.

Un ultimo pensiero: con Levon se ne va l’ultima voce della The Band, dopo Richard Manuel e Rick Danko. Riposate in pace ragazzi, le vostre voci e la vostra musica vivranno per sempre.