Fijodor Benzo. Street art, psichedelia e rivoluzione

SAM 2012 MrfijodorC’è voluto del tempo perché la Street art venisse definitivamente sdoganata, ma ora, nelle grandi città come Torino, la scena urbana è vivace e apprezzata. Qui, capita di imbattersi in murales che rivitalizzano intere facciate grigie, come quelle di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università, realizzate nel 2010 in occasione del festival d’arte urbana Picturn.

Culture colors your life TORINO 2010  Mrfijodor Corn79 Wens Piove Reser Truly Design«Quella prima edizione è stata importante – spiega Fijodor Benzo artista e anima dell’associazione Il Cerchio e le gocce, che del Picturin è la principale promotrice –. Abbiamo portato a Torino dei nomi importanti, anche dall’estero». Eppure, uno dei lavori che rimangono più impressi l’ha ideato lui, torinese d’adozione dal 2004. Culture colors life è un esempio delle capacità dell’artista, che coniuga una figurazione ironica e onirica, debitrice dei fumetti e dei cartoni animati, a una spiccata sensibilità cromatica. Se l’arte urbana non è più ghettizzata, è merito di artisti come lui, che vivono i muri come un luogo di sperimentazione. «Rispetto a prima si sono capite meglio le potenzialità dell’arte urbana e si sono sviluppate le capacità per rendere dei prodotti che fossero interessanti sulle grandi dimensioni. Sono aumentati il confronto e la competizione e gli artisti hanno dovuto sviluppare delle tecniche nuove per emergere».

Mrfijodor for WEEW Smart Design DIEFFE ART GALLERYL’arte di Fijodor, però, va oltre il muro, come testimoniano le opere il mostra alla galleria Dieffe di Torino, fino al 31 maggio 2013. Per tale occasione, l’artista ha decorato tre orologi creati da WEEW Smart Design. «L’uomo è un essere che rincorre il tempo e non può fare a meno di misurarlo – racconta l’artista delle tre opere –. La clessidra è stato il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. La clessidra, calcola un tempo approssimativo e variabile. Nel nostro quotidiano abbiamo molti mezzi che scandiscono il nostro tempo. Orologi inconsapevoli della nostra vita: dalla pausa caffè alla sigaretta, fino alle telefonate. Gli elefanti rosa nascono dal film Dumbo, realizzato dalla Disney nel 1941. Il piccolo elefantino ha una deformità alle orecchie, che gli provoca la derisione da parte dei personaggi del Circo nel quale vive. Una sera durante un allucinazione alcolica e psichedelica, dalla sua fantasia effervescente nascono gli elefanti rosa. Il giorno dopo, arriva l’idea di usare le sue grandi orecchie come ali per volare. Il suo difetto diventa il suo punto di forza. Nel mio immaginario gli elefantini rosa sono un simbolo di fantasia, psichedelica e di riscatto nei confronti della vita».

Natura Morta, il necessario per la sommossa- San Pietrini, molotov, limoni e tanta fantasia - 100x100cm - Mrfijodor 2013Oltre ai tre orologi, il cui ricavato dalla vendita sarà totalmente devoluto all’associazione UGI, che si occupa di bambini affetti da tumore e delle loro famiglie, la mostra presenta anche alcune tele realizzate da Fijodor. «Ultimamente, amo di più i miei lavori su tela. Sto lavorando con le ossidazioni e i giochi di trasparenze. Prima lavoro sul fondo astratto, poi nascono le figure, spesso ricorrenti, come gli elefantini rosa, che rappresentano la capacità di trasformare i propri difetti in punti di forza, oltre che la parte psichedelica e onirica». Questo è solo uno degli aspetti di gioiosa rivoluzione che traspare dalle sue opere. «Ora sto lavorando a una serie sulle rivolte popolari, trattandole sotto forma di natura morta. Sulle tele appaiono sampietrini e molotov che, esteticamente, devono molo a Morandi. Ho voluto rappresentare qualcosa di dinamico, come i moti di rivolta, attraverso una forma che fosse molto statica, come la natura morta».

Fino al 31 maggio 2013
Dieffe Arte Contemporanea
Via Porta Palatina 9, Torino
Info: www.galleriadieffe.com; www.mrfijodor.it

Contatti ravvicinati del terzo tipo – la storia e la musica di Jim Sullivan

La storia di Jim Sullivan, cantautore originario del Nebraska, vale la pena di essere raccontata a prescindere delle valenze artistiche della sua opera, che pure ci sono, e sono molte;  la storia di Jim Sullivan va raccontata anche perché è una bella storia, piena di avventura e mistero, iniziata come un sogno e terminata nel deserto del New Mexico con un punto interrogativo. La macchina aperta, la chitarra abbandonata nel motel insieme agli effetti personali. E lui? Dove si era cacciato Jim? Dove era finito? Niente, nessuna traccia. Di lui non si è saputo più nulla.

Jim era un ragazzone alto e robusto, settimo figlio di un fattore del Nebraska trasferitosi a San Diego a causa del Dust Bowl, un insieme di tempeste di sabbia che in quegli anni spazzavano gli Stati Uniti centrali, rendendo la vita difficile ad agricoltori e allevatori. Jim, grazie alla sua prestanza fisica, durante l’high school, si mise subito in mostra come quarterback,  attirandosi le attenzioni di Barbara, la reginetta del ballo, che poco dopo sposò e da cui ebbe un figlio, Chris.
Fin qui tutto normale, Jim si arrabattava con qualche lavoretto, suonicchiava, così, in giro, mentre Barbara aveva un buon impiego presso il giornale locale. Ma tutto questo al nostro eroe stava stretto, la sua passione era la musica e prima di diventare troppo vecchio aveva deciso di provarci seriamente. Insieme alla moglie e al figlio si trasferì a Los Angeles, per provare a inseguire il suo personalissimo sogno americano.
Nel 1969 ecco che U.F.O., disco d’esordio, esce per i tipi della Century City. I pezzi ruotano tutti intorno a un folk psichedelico carico di misticismo, un album al contempo delicato e caldo. Ma ci torneremo dopo, ora continuiamo con la storia.

Sembrava andare tutto per il verso giusto  insomma.  Jim suonava in giro, il suo talento e le sue canzoni iniziavano a circolare ma la scarsa capacità del nostro di autopromuoversi o di seguire i canonici percorsi dello show biz lo portarono poco lontano: il successo che sperava di raggiungere e che credeva di meritare, spinto anche da chi gli voleva bene, non arrivò mai. Ecco che allora comparve la bottiglia.
Barbara e Chris, insieme alla nuova figlioletta Jamie ritornarono a San Diego. Jim raccattò i pochi spiccioli rimasti e decise di intraprendere un lungo viaggio verso Nashville: Los Angeles non aveva funzionato, era tempo di provare una nuova città.
Ma durante la traversata qualcosa andò storto. Intorno a metà Marzo del 1975 la polizia chiamò il fratello di Jim e gli comunicò di aver trovato la sua macchina abbandonata nel deserto, vicino Santa Rosa, nel New Mexico. Di lui nessuna traccia. Che l’avessero rapito quegli U.F.O a cui aveva intitolato il suo primo disco?

Le cose per un certo verso potrebbero stare proprio così, anzi sarebbe stato bello fossero andate così. Barbara ricordava la fascinazione che Jim subiva nei confronti dell’ignoto e con chiarezza raccontava di come alcune notti scendessero in spiaggia con l’unico intento di stare a guardare, per ore, le stelle. Sarebbe stato bello, rapito dagli alieni.
Ma la dura realtà spingeva verso un’altra direzione: il fatto che avesse abbandonato la sua amata chitarra nella camera di motel nella quale alloggiava non faceva sperare in nulla di buono. E quello che probabilmente successe, stando alla confessione dello sceriffo della zona che in seguito a questa dovette rassegnare le proprie dimissioni, fu quanto segue.

Jim quella sera aveva comprato al liquor store una bottiglia di vodka e, salito sulla macchina, si era allontanato nel deserto, finendo nella proprietà privata della famiglia Genetti, imparentata, a quanto si dice, con la mafia di Chicago. Questi accortesi dell’intruso si precipitarono a “chiarire” la situazione e probabilmente Jim era troppo sbronzo per rispondere tranquillamente o rendersi conto in che pasticci si fosse cacciato. Fatto sta che il suo corpo non è stato mai più trovato e i Genetti, un mese dopo l’accaduto, chiusero baracca e burattini per trasferirsi alle Hawaii.

Nel 2010 la meravigliosa etichetta Light In The Attic, attraverso un certosino lavoro di recupero dovuto all’introvabilità del master, ristampa U.F.O e dona al mondo questo piccolo gioiello di cui si erano perse le tracce. Il disco, come già accennato, è fatto di 10 ottime canzoni folk, tutte scritte con la chitarra acustica, in cui la voce calda e pastosa di Jim Sullivan viene ben messa in evidenza dagli arrangiamenti della produzione.  Le atmosfere si alternano tra l’euforia di alcuni pezzi e l’intimità di altri, ma tutte sono ugualmente pervase da un certo misticismo, o senso di mistero, proprio come l’artwork sta a sottolineare (sul retro un uomo avvolto in un mantello – Jim – attraversa a piedi il deserto: profezia?). Canzoni come Jerome, Whistel Stop, U.F.O (coverizzata recentemente dagli Okkervil River) e So Natural difficilmente potranno restare indifferenti per la bellezza delle melodie e il trasporto emotivo che sono capaci di suscitare.
Jim pensava di non esserci riuscito, che aveva fatto troppo poco perché il suo nome venisse ricordato, e invece no, per fortuna non è così. Per fortuna, quella notte di marzo, oltre a macchina, chitarra e qualche effetto personale, Jim si era lasciato alle spalle anche un disco, U.F.O., che da queste parti ascolteremo ancora per lungo tempo.

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2011 Reloaded – Golden Opportunities 2 e (together)

Visione romantica:
Ci sono band che da questo 2011 hanno avuto tanto ed evidentemente non vogliono abbandonarlo; sono uscite con un disco significativo, sono state in tour tutto il tempo, hanno suonato in decine di città, incontrato centinaia di fan. E adesso arrivati in fondo forse si rendono conto quanto quest’anno sia stato importante per loro, tanto da non volersene sbarazzare.
Visione cinica:
Oppure la digitalizzazione e la velocità con cui la musica viene fruita e cannibalizzata costringono alcune band, per esigenze di promozione, a pubblicare a fine album ep che fungano da richiamino al disco, uscito ormai mesi prima (che per il mercato musicale odierno equivale quasi ad ere geologiche).
Compromesso:
Ciò non implica però che queste uscite siano di basso livello, anche se si tratta di cover o di riproposizioni di brani, magari remixati, ri-arrangiati o “collaborati”. Anzi, se le cose sono fatte bene, l’effetto è sicuramente positivo.
Nel marasma ne ho pescati due che mi hanno, diciamo così, particolarmente colpito.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F29255243 Okkervil River – It Is So Nice To Get Stoned (Ted Lucas cover) by ciaciod

Okkervil River - Golden Opportunities 2 (cover)Il primo è Golden Opportunities 2 degli Okkervil River, un regalo che la band di Austin ha voluto fare ai suoi fan poco prima delle feste, un ep in free download che si può scaricare direttamente qui, dal loro sito ufficiale. Questo ep segue, in linea teorica, quello che gli stessi OR avevano regalato nel 2007, anche lì prima delle vacanze di natale. Quello però era un disco vero e proprio, con cover e live (constava infatti di nove pezzi), mentre qui ci troviamo di fronte a un concept leggermente diverso. Ciò che sembra aver animato Will e soci è una sorta di spirito revivalistico, spinto a far conoscere ai fan della band canzoni o artisti perduti o semi-dimenticati (very far, appunto). Cinque pezzi in cui l’unico vero filo conduttore sembra appunto il voler consigliare, il far conoscere: quattro cover e un tradizionale, reinterpretate dagli OR e registrate live ad Austin da Danny Reisch (qui lo storify in cui Will Sheff spiega il disco, pezzo dopo pezzo). E le canzoni proposte sono una più bella dell’altra, iscrivendosi in quella tradizione pop-folk-soul che tanto piace a Will Sheff e soci. Lasciano il segno questi pezzi, tanto da spingerti a cercare gli originali, ascoltarli e convincerti che sono anche meglio di ciò che gli OR ti hanno regalato. Qui sotto potete anche voi dare un’ascoltata agli originali e, spero, goderne come ho fatto io.

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Il secondo ep è (together) degli Antlers. Anche qui di roba nuova ce n’è ben poca se si esclude l’ottima Tongue Tied, ballata eterea e psichedelica che sposta ancora un po’ più in là la poetica già espressa dal gruppo in Burst Apart (più cantato, meno chitarre, più piani e più loop – in generale più sospensione). Ad accompagnarla un remix (quello di Parenthesis firmato PVT), due nuove versioni (quella di French Exit, decisamente più elettronica; e quella di I Don’t Wont Love, più allungata e dilatata rispetto al disco), una cover (VCR degli XX, rielaborata così bene da sembrare una canzone degli Antlers stessti) e tre collaborazioni: la purtroppo deludente Hounds con Nicole Atkins, e le lunghissime Rolled Together, eseguita insieme ai Neon Indian, e Parenthesis (ancora lei!) suonata con i Bear In Heaven , in un continuum fatto di rumori, loop e, pare, improvvisazioni. Come si può notare, e come si era già sottolineato, di nuovo non c’è nulla ma l’ep evidenzia la grande capacità della band di lavorare sulla struttura delle canzoni, di trasformarle dall’interno in modo anche profondo: la melodia vocale rimane sostanzialmente uguale, è tutto il resto che cambia. E questo “resto” plasma e crea una forma nuova, una canzone altra rispetto all’originale.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15098626 The antlers, tongue tied by Daniyrselfclean

Feel the lazy hit of the summer

L’estate. Il momento dell’anno che tanto si brama, a cui ognuno di noi aspira. Giornate lunghe e oziose in cui si aspetta  la sera su una spiaggia o semplicemente sonnecchiando all’ombra di un pino italico. Il caldo, il frinire delle cicale, il placido sciabordio delle onde. E poi la sera prepararsi per andare chissà dove, un cocktail ghiacciato in mano, il contagioso fragore delle risate e il cielo limpido pieno di stelle. Quanta poesia. Troppa.

E allora cambiamo scenario, e la musica, quella con i bpm troppo incalzanti, lasciamola ad altri. Ritorniamo indietro, dove fino a poco tempo prima passavamo le nostre giornate. Lontano dalla natura, il mare e la campagna remoti ricordi di stagioni che furono. Torniamo in città, da soli, in un primo pomeriggio d’estate dove i rumori sono assorbiti dal pesante silenzio della controra. Usciamo di casa, spalanchiamo il portone della palazzina anni’70 di edilizia popolare nella quale viviamo e cominciamo a camminare. Il cielo è un tassello azzuro striato di bianco nel mosaico che insieme ai palazzi ci compare davanti agli occhi, la luce è accecante e il contrasto con l’ombra appare inconsistente. Nessuno per strada, qualche macchina isolata, un cane abbaia da un balcone una paio di isolati più in là. Allora inforchi le cuffie, la selezione cade su gli Arches e sul loro Wide Awake e ti accorgi che forse quella è l’unica scelta possibile. L’unica scelta possibile della mia estate. Schiacci play e continui ad andare.

Non è così che ho ascoltato la prima volta gli Arches, assolutamente, ma è quello che, al di là dei proclami della band, immediatamente si è costruito nel mio cervello associando la musica alla copertina dell’album. Canzoni lunghe, dilatate, pigre e figlie di una psichedelia che vede le sue radici nel Live at Pompei dei Pink Floyd. Una musica ambientale quella degli Arches, come anche il loro nome sembra stare ad indicare.

I proclami dicevamo. Nel bandcamp del gruppo si legge: This is a concept album about a character who lives alone in a city. Mundane routines drive the character to flee the city and become a drifter. The character’s perspective of reality becomes convoluted with memories and current travels to the point where the character becomes unable to decipher past and present experiences. Ed in effetti la solitudine e l’inclinazione al cammino sono due caratteristiche che vengono fuori ina maniera decisa fin dal primo ascolto.

Il disco si apre su This isn’t a good night for walking, la più lunga canzone dell’album, la prima, stando a quanto dicono Julien Rossow Greenberg e Tom Herman Jr – i due membri della band, che gli Arches abbiano scritto in assoluto. Lo scroscio iniziale sembra quello di un acquazzone estivo, poi dopo una breve intro di chitarra in riverbero la canzone parte, piano, voci e chitarre che si intrecciano in una melodia malinconica, poi ancora riposo e poi ancora una partenza, un moto ondivago che si propaga nello spazio per sei minuti e rotti. Every Moment of the day, il pezzo seguente, vive con due anime, la prima figlia dei Pink Floyd di Echoes, la seconda più folk e legata alle correnti del momento (leggi Wild Nothing, Ducktails e Julian Lynch ma più dilatati, stirati), doppia anima che si diffonde poi per tutto il disco. Alla morbida Behind Closed Blinds, seguono Cobblestone, lunga ballata acustica, e Headlight, più vivace nel suo “ritornello” montante. Ma il disco non perde tono anzi ne acquista: l’armonica iniziale di Over the Hill ti apre il cuore che continua ad essere messo sotto assedio quando il duo di Philly attacca a cantare. La canzone, gemma tra le gemme,  sale e a ogni angolo, a ogni cambio sorprende con una diversa trovata. Wide Awake è il pezzo più spiccatamente psichedelico mentre Spinning Around ricorda i Real Estate più nostalgici. Il disco si chiude su un brano speculare al primo: intro ambientale e sei minuti di durata,  It Won’t Take Long ci congeda da Wide Awake esattamente come eravamo stati accolti.

Un disco coerente fin nei minimi dettagli, nove pezzi per un totale di una quarantina di minuti che, in fin dei conti, stanno stretti, ne vorremmo ancora e ancora,  esattamente la sensazione che ogni buon disco dovrebbe lasciare. Wide Awake è uscito a febbraio di quest’anno ma io me ne sono accorto solo adesso, poco male, va benissimo così. Il vinile però è stato realizzato a maggio dopo una campagna che i due ragazzi hanno lanciato su Kikcstart portandola a termine anche in breve tempo, piccole gioie delle autoproduzioni. Ora però dovete scusarmi, il sole è alto e qualcosa di selvaggio là fuori mi chiama, metto giù il laptop per un po’. Lettore e Arches, l’estate è arrivata, finalmente.

 

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=2754953252/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Il pifferaio magico e la storia del rock

“The first is… there is continuous repetition and propotionally they are a bit boring.
My second point is that they are terribly loud…
My third point is that perhaps I am a little bit too much of a musiciain to appreciate them…
Four, they have an audience. And people who have an audience ought to be heard…”

Hans Keller about Pink Floyd, Look of the week, 1967

 

Lezioni di rock è una scommessa riuscita. Giunta alla sua sesta edizione, la rassegna ha avuto il pregio non da poco di raccontare la musica rock, come un libro. La musica, protagonista indiscussa, è qui messa a nudo, spogliata dalle note e analizzata, non tanto nei suoi tecnicismi, quanto nella sua anima. La rassegna è divenuta celebre nella capitale, tanto da decidere di dedicare due prime serate a due gruppi fondamentali: i Beatles e i Pink Floyd.

Curata dai soliti Ernesto Assante e Gino Castaldo, la serata dei Pink Floyd è durata due ore e mezzo senza interruzioni: trascorse in maniera incredibilmente veloce.
La vita dei Pink Floyd è un grande affresco drammatico (nel senso più antico del termine), estremamente affascinante. Che si muove intorno alla figura ormai epica di Syd Barrett.

Cofondatore e primo leader dei Pink Floyd, Barrett viene estromesso dalla formazione, a causa della sua ormai totale incapacità di comunicare e della progressiva perdita di senso della realtà di cui era preda, in seguito ad un crollo psichico e all’uso massiccio di LSD.

La follia di Barrett e la sua assenza “brillano come un diamante” per tutta la lunga carriera della band. Syd Barrett è stato il maestro, colui che ha “iniziato” e fatto uscire dagli schemi uno dei tanti gruppi di musica pop della Londra anni sessanta. Per stessa ammissione di Roger Waters “I Pink Floyd non sarebbero mai esistiti senza Syd Barrett, ma non sarebbero mai continuati con lui”.

Il senso di colpa e una indefinita angoscia accompagnarono gli altri tre musicisti, cui si aggiunse, come sostituto, proprio un amico di Barrett, il chitarrista David Gilmour.

Castaldo (lui soprattutto, il cui amore per il gruppo si è “sentito” tutto) e Assante ci raccontano lo storia dei Pink Floyd uomini attraverso la loro musica. Da The Piper at the gates of dawn, primo disco, opera quasi completamente di Syd Barret, al capolavoro indiscusso The dark  side of the moon. Fino alla pacificazione, con il più commerciale Wish you where here. La teoria (già confermata dalla Storia) che ci vogliono portare a condividere è infatti proprio legata all’evoluzione musicale della band, inscindibile dal percorso dei singoli membri e dei Pink Floyd come gruppo.

Nati come pop band, che voleva semplicemente scalare le classifiche, si collocano subito al di fuori da ogni genere musicale allora noto.

The piper at the gates of dawn, pubblicato nel 1967, è una dichiarazione di intenti: Barrett dà il meglio di sé, realizzando un disco rudimentale, distorto, pop, rumoroso, primordiale. Astronomy Dominé è la summa delle idee visionarie di Barrett, che lentamente lo stanno portando alla follia. Immaginate i Pink Floyd che suonano Interstellar overdrive, 9:41 minuti di suoni, in uno dei club underground londinesi, senza palco, con un pubblico abituato alla musica facile (da ascoltare) e immediata dei Beatles.

La malattia di Barrett diventa sempre più evidente e il rapporto con gli altri sempre più teso. Un giorno, di partenza per un turnee, nel 1968, semplicemente nessuno passa a prendere Barrett. La scelta, sofferta ma inevitabile, non porta subito alla rottura. Waters e compagni tentano in tutti i modi di aiutare Barrett. Gli producono qualche brano e 2 album: The madcap laugh e Barrett. Il suono è sempre più distorto, le parole, a volte angoscianti a volte grottesche, sono sfilacciate ed ermetiche.

Barrett non c’è più. Si ritira a Cambridge, sua città natale, lontano da tutto e tutti. Non muore giovane come suoi illustri colleghi, resta un mito nascosto.

Intanto la carriera dei Pink Floyd continua tra le sperimentazioni. Nell’epoca in cui sempre più la musica si confonde con i volti dei protagonisti che l’hanno resa celebre (John Lennon, Jim Morrison, Lou Reed, …), i Pink Floyd scompaiono, divengono una entità indistinguibile. Pochi riconoscono Waters, Mason, Gilmour e Wright. Grazie anche all’immagine visionaria che i grafici di Hipgnosis, con le loro copertine psichedeliche, contribuiscono a creare. Scompaiono, per un lungo periodo, anche le parole: tracce come Set the Controls for the Heart of the Sun o Careful with that axe, Eugene, da A Saucerful of Secrets (1968) Ummagumma (1969) riproducono suoni e rumori. E ossessivamente sussurrano il ritornello: “stai attento con quell’ascia, Eugene”, “stai attento con quell’ascia, Eugene”, … L’influenza di Barret è qui tangibile. È un lutto non elaborato.

Le parole tornano invece prepotenti con The Dark side of the moon, pubblicato nel 1973, a pochi anni dall’esplorazione del lato oscuro della luna. Fino ad allora i Pink Floyd restano un gruppo di nicchia, definitivamente underground. Il 1973 è l’anno di svolta: il disco vende milioni di copie e scala le classiche, pur essendo sempre più lontano dalla musica pop. Parla del lato oscuro dell’uomo, quello che c’è in ognuno di noi, forse la parte più autentica. E’ l’album della maturità. Waters, quello che più ha sofferto per l’assenza di Syd Barret, si scopre poeta. E comunica con lui.

Ed eccoci a Wish you where here. L’uscita, nel 1975, è preceduta da un evento che ormai è diventato legenda. I Pink Floyd erano nelle fasi conclusive del disco, nei famosi studi di Abbey Road. Un signore calvo, grasso, si presenta a studio con le buste della spesa. E nessuno lo riconosce. Era Syd Barrett, che va via all’improvviso, senza un saluto: fu l’ultima volta che si incontrarono. Un’apparizione profetica, che getta nell’angoscia  soprattutto Roger Waters. Shine on you crazy diamond, canzone di apertura e chiusura dell’album è un omaggio esplicito – questa volta – a Barrett. La prima parte descrive il genio di Syd, che si è bruciato, perché ha scoperto troppo presto la verità. Non era tempo. La parte seconda sembra quasi dire “ehi, ora ho scoperto anche io la verità, portami con te amico”. Desolante, profondo, angosciante.

Il successo commerciale di Wish you where here è dovuto soprattutto alla canzone omonima: l’unica il cui ritornello resta in testa ed è canticchiabile. Gli affezionati ai primi Pink Floyd storcono il naso, ma la canzone segna davvero la fine si un tormento. Il riferimento a Barrett è evidente, ma la canzone non parla di lui, parla dell’assenza in generale e della sofferenza che essa genera. Barrett non c’è più, di nuovo.

Il viaggio, meravigliosamente guidato da Castaldo e Assante, ci porta ad esplorare, rivivire, rielaborare la musica, le parole, le visioni dei Pink Floyd. Le loro performance dal vivo (in primis l’epico Live at Pompei), monumenti all’arte visiva. Le interviste, le immagini di repertorio, le foto rubate.

Divertente e appropriata l’introduzione comica di Riccardo Rossi. Bellissima la versione di Shine on you crazy diamond, di Raiz e della pianista Marcotulli.

Wish You Where Here

Lezioni di Rock. Viaggio al centro della musica
a cura di Ernesto Assante e Gino Castaldo
Auditorium Parco della Musica
Roma, 13 febbraio 2011

 

 

Un po' di rock DOC dalla nostra Cantina

Quattro piccole gemme selezionate per voi dalla cantina. Enjoy!


Movie Star Junkies
A Poison Tree
www.myspace.com/moviestarjunkies
Voodoo Rhythm Records
(LP/CD 2010)

Da qualche anno i Movie Star Junkies spandono in lungo e in largo i fiori malsani della propria musica, in un ritmo vertiginoso di kilometri in tour e nuove uscite discografiche. A poco più di un anno dall’ottimo Melville è ora la volta di A Poison Tree, nuovo album in cui il gruppo conferma un sound ormai maturo e personale. L’iniziale Under the marble Faun getta un ponte di continutà rispetto al disco precedente, ma qui le atmosfere sembrano delinearsi verso un mood più cupo e intimista, dal sapore di perdita e lontananza (Wallnut Tree). Abbondano riferimenti letterari, da Hawthorne a Blake (la splendida titletrack A poison tree) fino al poeta italiano Emanuel Carnevali (Almost a God), trionfo di dubbio e incertezza. Dopo la cupa e notturna Leggenda nera, Hail è una bella boccata di ossigeno prima di rituffare la testa sott’acqua con Saddest smile e All winter long, drammatica ballata che con l’amaro in bocca va esaurendosi fino alla conclusione di un disco che viaggia su livelli notevoli di scrittura e produzione.

Duke Garwood
The sand that falls
www.myspace.com/dukegarwood
Fire Records
(LP/CD 2009)

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Duke Garwood “Jesus Got A Gun” by FIRE RECORDS

Più che di canzoni si dovrebbe parlare di affreschi. La mano che tratteggia, dirige, concepisce l’insieme è quella di Duke Garwood, eclettico musicista inglese. Per intenderci uno che è possibile trovare agli opening act dei concerti di Mark Lanegan, a suonare il clarinetto negli Archie Bronson Outfit, o ad accarezzare le corde di una chitarra in un piccolo club all’angolo. La sua musica è una visione personale del blues, intimista, a volte lirica. Ma comunque sempre pronta ad affrontare spazi sconfinati, viaggiando sui binari di una minimale psichedelia. Proprio come accade in The sand that falls, secondo album solista di Garwood: una carrellata di episodi tenuti insieme da una voce straordinariamente potente, ammaliante e lontana, e da una chitarra suonata in modo del tutto originale. Il sound è completato da un tappeto di percussioni e rumori concreti, accenni di pianoforte di tanto in tanto, un basso essenziale. Produce la storica label britannica Fire Records (www.firerecords.com).

Nerve City
Nerve City – Sleepwalker
www.myspace.com/nervecity
Sweet Riot – Sacred Bones
(LP 2010)

Che dire di questo oscuro personaggio proveniente dalla florida? Dopo le prime cassette e 7″ ormai esauriti ecco uscire nel 2010, NERVE CITY LP (Sweet Riot) e SLEEPWALKER EP (Sacred Bones). Michael compone i suoi pezzi basandosi su linee guida di chitarra psichedelica minimale che fanno venire in mente i Velvet Underground degli esordi ma anche band molto più oscure e lo-fi. Alle basi chitarristiche aggiunge, con meticolosità maniacale,  sovraincisioni psichedeliche di batteria e tastiere. Il risultato è immaginifico. Nerve City crea visioni, scenari di mondi passati e futuri ben radicati nello spirito blues e pieni di influenze che da qui si irradiano. Canzoni per disadattati cronici, r’n’r’ allucinato drogato. O lo si ama o lo si odia. Non ci sono vie di mezzo. Lui ha scelto da che parte stare. Ora fatelo anche voi e cercatevi i dischi prima che sia troppo tardi.

Moonhearts
S/T
Tic Tac Totally
www.myspace.com/charlieandthemoonhearts
(LP 2010)

E’ da poco uscito un album destinato a lasciare il segno. I giovanissimi Moonhearts sono attualmente il miglior gruppo in circolazione che sappia miscelare con grande naturalezza beach punk anni ‘80, melodia surfica e tutto quello che c’è stato di meglio di r’n’r e garage dagli anni 50 a oggi. La loro prime uscite per la canadese Telephone Explosion e la Bubca Records non era certo passata inosservata. Con il loro primo 12″ uscito per la Tic Tac Totally non solo si confermano ma vanno oltre ogni aspettativa. Un disco pesante che sprizza leggerezza e divertimento a gogo! Oltre alle canzoni si fanno apprezzare i suoni, che denotano quanto questi giovani californiani abbiano le idee chiare e abbiano sviluppato nel tempo un proprio sound. Speriamo di vederli presto in italia!


La Cantina del Rock va in onda ogni sabato pomeriggio alle ore 18.30 su Radio Popolare Roma – FM 103.3 mhz, Roma e provincia – e ovunque in streaming: www.radiopopolareroma.it

A Chicago va di moda il britpop

Di questi tempi in cui si rivisita a piene mani la scena californiana tra i ’50 e i ’60 c’è una band che, in qualche modo, si allontana dalla mischia e va esplicitamente ad attingere in Europa e, precisamente, in Inghilterra. Questo sarà l’anno in cui si segnerà il ritorno del rock anni ’90, dice qualcuno. Molti pensavano al grunge ma bisogna subito ricredersi: si inizia da sonorità più facili, quelle del britpop appunto.

Questa band, sfacciatamente giovane, risponde al nome di Smith Westerns ed è originaria di Chicago. Li avevamo incontrati già un anno e mezzo fa quando si erano fatti un discreto nome con il loro autoprodotto disco d’esordio (s/t, Hozac Records, 2009). Ora, invece, sono andati a registrare in uno studio vero, con un produttore vero e una signora etichetta discografica (la ottima Fat Possum, quella di Dinosaur Jr, The Walkmen e Adam Green giusto per fare alcuni nomi). E la differenza infatti si sente. Se nel primo disco le atmosfere erano in principal modo lo-fi, ispirate al garage e alla psichedelia nonché al glam di T-Rex e Bowie, questo nuovo lavoro, Dye it Blonde, si caratterizza per una ritrovata dimensione della melodia, che, insieme al suono fuzzy della chitarra, crea un mix sorprendente e rarefatto, quasi, mi azzardo a dire, nuovo.

Smith Westerns ‘Weekend’ from Spunk Records on Vimeo.

Già dal brano d’apertura, Weekend, si capisce che qualcosa è cambiato nel suono del trio di Chicago. Si parte con una tastiera dreamy in sottofondo, ma subito la palla passa alla chitarra che con un riff semplice e incalzante (il ritorno al riff è un’altra caratteristica fondamentale di questo disco) introduce la cristallina melodia vocale ispirata, come detto, alla grande tradizione inglese: da John Lennon, subito riconoscibile, agli Oasis passando per i Supergrass e la buona vecchia psichedelia.

Ma mica finisce qui, il disco continua e si mantiene su livelli più che buoni: Still new, Imagine pt 3 (chiaro omaggio al nume tutelare), la decadente All die Young, con i suoi cori angelici, la beatlesiana (periodo Revolver) Fallen in Love fino a End of the night la cui apertura, lasciatemelo dire senza impasse, ricorda i gloriosi Hellacopter e il loro rock’n’roll svedese. E poi ancora la psichedelia di Only One e l’eterea bellezza di Smile a chiudere. Sì, perché le ultime due tracce, Dance Away (il cui riferimento è esplicitamente la roba inglese più hype e danzereccia) e Dye the world, sono forse quelle più fiacche del disco e che peggio si inseriscono in una scaletta di buon livello.

Alla fine, dopo tanta dolcezza, lascia un po’ l’amaro in bocca questo LP. È che forse ci saremmo aspettati un finale più pomposo, più in tema con le sonorità generali. È anche vero però che quest’opera segna un cambiamento stilistico netto rispetto al passato e va apprezzata la ricerca sonora che il trio sta portando avanti. Forse non sono ancora giunti a casa, alla fine sono giovani e ai giovani, si sa, si perdona tutto.

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Smith Westerns – “All Die Young” by forcefieldpr