3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

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  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

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  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

Smettetela di dire che Lou Reed è morto

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Lou Reed era brutto, aveva una brutta voce e ha cantato le brutture della New York underground come nessun altro. E allora perché adesso che è morto – i media ce l’hanno ripetuto fino alla nausea – ci sentiamo tutti un po’ orfani e andiamo frugare nel hard disk in cerca del nostro brano preferito, del disco che ascoltavamo e riascoltavamo da adolescenti o della copertina di Andy Warhol che battezzò i Velvet Underground?

Cominciò così, la storia è nota. I Velvet Underground erano formati da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker. Andy Warhol, che aveva un discreto orecchio nel recepire lo spirito del tempo, produsse il disco d’esordio, impose la partecipazione di Nico – la siderale cantautrice e modella tedesca –  e visto che si trovava, realizzò la famosa copertina con la banana stilizzata. Le undici tracce di The Velvet Undergroung & Nico cambiarono per sempre la storia del rock. Era il 1967. Cos’altro succedeva intanto nel mondo?

Negli Stati Uniti sta per esplodere la Summer of love, tra i giovani monta la contestazione anti-Vietnam, i Doors esordiscono con l’album omonimo. Di quel disco ricco di gemme il più grande successo – guardando la classifica di fine anno su Billboard – fu, manco a dirlo, Light my fire (You know that it would be untrue / You know that I would be a liar / If I was to say to you / Girl, we couldn’t get much higher): l’amore, seppur maledetto, trascina sempre le masse. Non se la cavano male nemmeno I Turtles con Happy together (I can’t see me lovin’ nobody but you / For all my life / When you’re with me, baby the skies’ll be blue / For all my life), in una variante del tema certo più spensierata. E in Italia? In Italia Orietta Berti arriva quinta nel Sanremo del suicidio di Luigi Tenco cantando Io, tu e le rose (Io, tu e le rose / Io, tu e l’amore / Quando, quando / Tu respiri accanto a me / Solo allora / Io comprendo di essere viva). Tuttavia l’amore melodico inizia a conoscere qualche variante meno edulcorata (Via del campo c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano), se si è disposti a seguire Fabrizio De André lungo Via del campo. Ma non è questo il punto: i Velvet Underground, sul muro di distorsioni di Heroin, disegnano ben altri rapporti viscerali (Heroin, be the death of me / Heroin, it’s my wife and it’s my life), ti trascinano lì sul posto mentre sta succedendo, ti fanno sentire un tossico mentre si buca e non ti importa davvero più di niente, di nient’altro al mondo (‘Couse when the smack begins to flow / Then I really don’t care anymore). È una trasfusione iperrealista di morte in diretta. È vita, vera.

reed-01I Velvet Underground si scioglieranno nel 1973, Lou Reed continuerà a reinventarsi in una lunga carriera solista, segnata da qualche prova incolore – soprattutto in epoca recente – grandi album e dischi memorabili, come Transformer (1972) e New York (1989). È sempre New York, the big city, trasfigurata da uno sguardo marginale e notturno, a dipanare il fil rouge tra la cantilena di NY telephone conversation – I am calling, yes I am calling / Just to speak with you / For I know this night will kill me / If I can’t be with you e il parlato-gospel di Dirty Boulevard – A small kid stands by the Lincoln Tunnel / He’s selling plastic roses for a buck / the traffic’s backed up to 39th street / The TV whores calling the cops out for a suck. La voce apatica di Lou Reed non aveva una grande estensione, ma era fatta apposta per il suo ruolo di storyteller metropolitano – lui che era stato allievo di Delmore Schwartz, lui che avrebbe attualizzato Edgar Allan Poe nei duetti recitati di The raven (2003).

Il resto lo sapete, l’avete letto nei tanti articoli commemorativi di questi giorni, lo conservate nella memoria. Se chiudete gli occhi è facile che rivediate il suo volto emaciato su sfondo nero – il trucco pesante e lo sguardo altrove nella cover di Transformer – l’icona rock e il profeta decadente di tanta musica a venire, dal noise al punk e all’industrial.

Perché in così tanti hanno amato Lou Reed? Una buona risposta la diede Lester Bangs, tra i pochi giornalisti musicali che seppero tener testa al suo storico odio verso la stampa: «Lou Reed is my hero principally because he stands for all the most fucked up things that I could ever possibily conceive of. Which probably only shows the limits of my imagination». Abbiamo bisogno di qualcuno che varchi per noi il limite della notte, di una guida nei territori delle nostre paure – almeno fintanto che gira il vinile, prima di uscire a fare due passi sul lato monotono della strada.

Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

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Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

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Deep through the ages #1 – 1962

Lo scorso anno abbiamo commemorato i venti anni trascorsi dal 1991, annata rivoluzionaria e sorpendentemente prolifica dal punto di vista musicale, con un elenco dei migliori dischi pubblicati in quell’anno; l’articolo accese un po’ di dibattito e arrivò anche una rispota: in una sorta di competizione,  un elenco con il meglio del 1971. Ma perché competere, dico io? Perché piuttosto non assumere un sano approccio di studio e di ricerca? E allora adesso l’idea è questa: cinque articoli, cinque viaggi nel tempo. Cosa si ascoltava 50, 40, 30, 20, 10 anni fa? Sono andato a scartabellare nelle date di pubblicazione di alcuni tra i migliori dischi della storia della musica e ho pensato di condividere con voi un po’ di chicche dal 1962, 72, 82, 92 e 2002. Qualcosa avrò certamente dimenticato, qualcosa non vi piacerà, qualcosa l’avrò omessa di proposito. Sentitevi liberi di attaccarmi furiosamente nei commenti.

Ma adesso basta divagare, andiamo ad iniziare. Si parte dal 1962, anno celebre per la scomparsa di Marilyn Monroe, per l’uscita del primo numero di Diabolik e per la scomunica di Papa Giovanni XXIII a Fidel Castro. Sono passati la bellezza di 50 anni. Lo sa bene Robert Zimmerman che ha da poco pubblicato il suo 35° LP mentre in quell’anno, ventenne, usciva con il suo disco d’esordio intitolato semplicemente Bob Dylan. Lo stesso anno si formavano anche un paio di gruppi inglesi piuttosto importanti, tali Beatles e tali Rolling Stones ma i loro primi LP uscivano solo uno o due anni dopo: see you soon, Beatles and Rolling Stones. Come potrete agilmente constatare, nella mia playlist del 1962 dominano il folk, il country, il blues, il soul: sono usciti dei dischi incredibili, ne ho elencati otto per voi. Ho tenuto fuori il jazz per manifesta incopetenza personale (ci tengo solo a ricordare che tra i nomi c’era gente come Coltrane, Mingus, Miles Davis) e il rock and roll manca invece perché a quanto pare nel 1962 non venne pubblicato niente di sensazionale (c’è un disco di Elvis, Pot Luck, ma non lo conosco e non mi sembra ci siano pezzi memorabili), almeno così mi pare. Ve li elenco qui sotto, nudi e crudi, accompagnati solo da un pezzo estratto dal disco;  vi invito a dargli almeno un ascolto, a parere mio sono otto capolavori.


  • Bob Dylan –  Bob Dylan

Bob Dylan - Bob Dylan (cover)

  • Peter, Paul and Mary – Peter, Paul and Mary

Peter, Paul & Mary - Peter, Paul & Mary (cover)

  • Muddy Waters – You Shook Me

Muddy Waters - You Shook Me (cover)

  • Patsy Cline – Sentimentally Yours

Patsy Cline - Sentimentally Yours (cover)

  • The Fabulous Wailers – At the Castle

The Fabulous Wailers - At the Castle (cover)

  • Howlin’ Wolf – Howlin’ Wolf

Howlin' Wolf - Howlin' Wolf (cover)

  • Ray Charles – Modern Sounds in Country and Western Music

Ray Charles - Modern Sounds in Country and Western Music (cover)

  • Johnny Cash – All Aboard the Blue Train

Johnny Cash - All Aboard the Blue Train (cover)

Andy Warhol e l'essenza dell'apparenza

È proprio vero che gli anni ’60 non passano mai di moda. A riprova di ciò si potrebbero citare un’infinità di esempi estratti da qualsivoglia settore culturale possibile e immaginabile. Giusto una manciata di giorni fa, per dire, Paul McCartney registrava il tutto esaurito sia a Milano che a Bologna. Questo vale anche per l’arte, ovviamente. Basti pensare che, dall’ottobre scorso, l’intera penisola è infestata di mostre dedicate all’Arte povera (e noi non ce le siamo lasciate scappare). Ma se c’è un artistica che, più di tutti gli altri, è sinonimo di quel decennio straordinario, questo è senza alcun dubbio Andy Warhol.

La mostra Dall’apparenza alla trascendenza – fino all’11 marzo 2012 al Centro Saint Benin di Aosta –  ripropone il percorso creativo del padre della Pop art attraverso una collezione di oltre settanta lavori, tra cui spiccano le celeberrime “icone” che, assieme alla serie di opere dedicata alle zuppe Campbell, sono l’essenza stessa dell’arte warholiana. I variopinti ritratti di Mao Tse-Tung, Marylin Monroe e Liza Minnelli – tutti presenti in mostra – sono quasi più riconoscibili dei volti reali degli stessi personaggi e certamente hanno avuto un ruolo fondamentale nello spingerli oltre la semplice fama, ergendoli al rango di icone immortali.

L’allestimento curato da Francesco Nuvolari, però, trova il suo vero punto di forza nel tentativo, riuscito, di andare oltre la mera proposta di opere arcinote a tutti – per quanto geniali e quindi sempre godibili –, inserendo l’artista originario di Pittsburgh all’interno di un contesto più ampio, quello della società dell’immagine, di cui egli stesso fu uno dei più celebri portabandiera. La serie degli Space Fruits, i già citati ritratti delle zuppe Campbell – riprese addirittura su di un sacchetto della spesa di carta, del 1966, e sulla tomaia di un paio di scarpe distribuite al Club 54 di New York, nel 1978 – e, soprattutto, la sorprendente collezione di copertine di dischi – da Sticky Fingers dei Rolling Stones, autografato da Mick Jagger e dallo stesso Warhol, fino alla celeberrima banana dei Velvet Undeground – testimoniano perfettamente di una creatività vulcanica sempre connessa a uno spiccato spirito imprenditoriale e opportunistico.

Perché, se Warhol è Warhol, cioè il nome più famoso dell’arte del secondo dopoguerra, è proprio grazie alla sua geniale trovata di “abbassare” l’arte al livello dei prodotti commerciali, rendendola, in un certo senso, più democratica, perché più facilmente reperibile, acquistabile, e quindi inserendola nel meccanismo della macchina consumistica. Lui che aveva predetto i 15 minuti di fama per ogni essere umano, aveva perfettamente capito come guadagnarsi la gloria immortale.

Andy Warhol - Judy GarlandAndy Warhol - Liz TaylorAndy Warhol - ManRay 1974Andy Warhol - InterviewMagazine Madonna 1985Andy Warhol - Liza Minnelli white ground 1978

 

Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza

Fino all’11 marzo 2012

Centro Saint Benin, Aosta

Il pifferaio magico e la storia del rock

“The first is… there is continuous repetition and propotionally they are a bit boring.
My second point is that they are terribly loud…
My third point is that perhaps I am a little bit too much of a musiciain to appreciate them…
Four, they have an audience. And people who have an audience ought to be heard…”

Hans Keller about Pink Floyd, Look of the week, 1967

 

Lezioni di rock è una scommessa riuscita. Giunta alla sua sesta edizione, la rassegna ha avuto il pregio non da poco di raccontare la musica rock, come un libro. La musica, protagonista indiscussa, è qui messa a nudo, spogliata dalle note e analizzata, non tanto nei suoi tecnicismi, quanto nella sua anima. La rassegna è divenuta celebre nella capitale, tanto da decidere di dedicare due prime serate a due gruppi fondamentali: i Beatles e i Pink Floyd.

Curata dai soliti Ernesto Assante e Gino Castaldo, la serata dei Pink Floyd è durata due ore e mezzo senza interruzioni: trascorse in maniera incredibilmente veloce.
La vita dei Pink Floyd è un grande affresco drammatico (nel senso più antico del termine), estremamente affascinante. Che si muove intorno alla figura ormai epica di Syd Barrett.

Cofondatore e primo leader dei Pink Floyd, Barrett viene estromesso dalla formazione, a causa della sua ormai totale incapacità di comunicare e della progressiva perdita di senso della realtà di cui era preda, in seguito ad un crollo psichico e all’uso massiccio di LSD.

La follia di Barrett e la sua assenza “brillano come un diamante” per tutta la lunga carriera della band. Syd Barrett è stato il maestro, colui che ha “iniziato” e fatto uscire dagli schemi uno dei tanti gruppi di musica pop della Londra anni sessanta. Per stessa ammissione di Roger Waters “I Pink Floyd non sarebbero mai esistiti senza Syd Barrett, ma non sarebbero mai continuati con lui”.

Il senso di colpa e una indefinita angoscia accompagnarono gli altri tre musicisti, cui si aggiunse, come sostituto, proprio un amico di Barrett, il chitarrista David Gilmour.

Castaldo (lui soprattutto, il cui amore per il gruppo si è “sentito” tutto) e Assante ci raccontano lo storia dei Pink Floyd uomini attraverso la loro musica. Da The Piper at the gates of dawn, primo disco, opera quasi completamente di Syd Barret, al capolavoro indiscusso The dark  side of the moon. Fino alla pacificazione, con il più commerciale Wish you where here. La teoria (già confermata dalla Storia) che ci vogliono portare a condividere è infatti proprio legata all’evoluzione musicale della band, inscindibile dal percorso dei singoli membri e dei Pink Floyd come gruppo.

Nati come pop band, che voleva semplicemente scalare le classifiche, si collocano subito al di fuori da ogni genere musicale allora noto.

The piper at the gates of dawn, pubblicato nel 1967, è una dichiarazione di intenti: Barrett dà il meglio di sé, realizzando un disco rudimentale, distorto, pop, rumoroso, primordiale. Astronomy Dominé è la summa delle idee visionarie di Barrett, che lentamente lo stanno portando alla follia. Immaginate i Pink Floyd che suonano Interstellar overdrive, 9:41 minuti di suoni, in uno dei club underground londinesi, senza palco, con un pubblico abituato alla musica facile (da ascoltare) e immediata dei Beatles.

La malattia di Barrett diventa sempre più evidente e il rapporto con gli altri sempre più teso. Un giorno, di partenza per un turnee, nel 1968, semplicemente nessuno passa a prendere Barrett. La scelta, sofferta ma inevitabile, non porta subito alla rottura. Waters e compagni tentano in tutti i modi di aiutare Barrett. Gli producono qualche brano e 2 album: The madcap laugh e Barrett. Il suono è sempre più distorto, le parole, a volte angoscianti a volte grottesche, sono sfilacciate ed ermetiche.

Barrett non c’è più. Si ritira a Cambridge, sua città natale, lontano da tutto e tutti. Non muore giovane come suoi illustri colleghi, resta un mito nascosto.

Intanto la carriera dei Pink Floyd continua tra le sperimentazioni. Nell’epoca in cui sempre più la musica si confonde con i volti dei protagonisti che l’hanno resa celebre (John Lennon, Jim Morrison, Lou Reed, …), i Pink Floyd scompaiono, divengono una entità indistinguibile. Pochi riconoscono Waters, Mason, Gilmour e Wright. Grazie anche all’immagine visionaria che i grafici di Hipgnosis, con le loro copertine psichedeliche, contribuiscono a creare. Scompaiono, per un lungo periodo, anche le parole: tracce come Set the Controls for the Heart of the Sun o Careful with that axe, Eugene, da A Saucerful of Secrets (1968) Ummagumma (1969) riproducono suoni e rumori. E ossessivamente sussurrano il ritornello: “stai attento con quell’ascia, Eugene”, “stai attento con quell’ascia, Eugene”, … L’influenza di Barret è qui tangibile. È un lutto non elaborato.

Le parole tornano invece prepotenti con The Dark side of the moon, pubblicato nel 1973, a pochi anni dall’esplorazione del lato oscuro della luna. Fino ad allora i Pink Floyd restano un gruppo di nicchia, definitivamente underground. Il 1973 è l’anno di svolta: il disco vende milioni di copie e scala le classiche, pur essendo sempre più lontano dalla musica pop. Parla del lato oscuro dell’uomo, quello che c’è in ognuno di noi, forse la parte più autentica. E’ l’album della maturità. Waters, quello che più ha sofferto per l’assenza di Syd Barret, si scopre poeta. E comunica con lui.

Ed eccoci a Wish you where here. L’uscita, nel 1975, è preceduta da un evento che ormai è diventato legenda. I Pink Floyd erano nelle fasi conclusive del disco, nei famosi studi di Abbey Road. Un signore calvo, grasso, si presenta a studio con le buste della spesa. E nessuno lo riconosce. Era Syd Barrett, che va via all’improvviso, senza un saluto: fu l’ultima volta che si incontrarono. Un’apparizione profetica, che getta nell’angoscia  soprattutto Roger Waters. Shine on you crazy diamond, canzone di apertura e chiusura dell’album è un omaggio esplicito – questa volta – a Barrett. La prima parte descrive il genio di Syd, che si è bruciato, perché ha scoperto troppo presto la verità. Non era tempo. La parte seconda sembra quasi dire “ehi, ora ho scoperto anche io la verità, portami con te amico”. Desolante, profondo, angosciante.

Il successo commerciale di Wish you where here è dovuto soprattutto alla canzone omonima: l’unica il cui ritornello resta in testa ed è canticchiabile. Gli affezionati ai primi Pink Floyd storcono il naso, ma la canzone segna davvero la fine si un tormento. Il riferimento a Barrett è evidente, ma la canzone non parla di lui, parla dell’assenza in generale e della sofferenza che essa genera. Barrett non c’è più, di nuovo.

Il viaggio, meravigliosamente guidato da Castaldo e Assante, ci porta ad esplorare, rivivire, rielaborare la musica, le parole, le visioni dei Pink Floyd. Le loro performance dal vivo (in primis l’epico Live at Pompei), monumenti all’arte visiva. Le interviste, le immagini di repertorio, le foto rubate.

Divertente e appropriata l’introduzione comica di Riccardo Rossi. Bellissima la versione di Shine on you crazy diamond, di Raiz e della pianista Marcotulli.

Wish You Where Here

Lezioni di Rock. Viaggio al centro della musica
a cura di Ernesto Assante e Gino Castaldo
Auditorium Parco della Musica
Roma, 13 febbraio 2011

 

 

Hello everybody. This is Radio Caroline broadcasting on 199, your all day music station

Lo studio di Radio Caroline Sabato 28 marzo 1964 una voce irrompe nell’etere inglese: sui 199 metri in onde medie Simon Dee annuncia la nascita di Radio Caroline, passando poi la parola al dj Cristopher Moore che lancia la prima canzone: “Not fade away” singolo dei Rolling Stones uscito un paio d’anni prima.

Radio Caroline trasmette da una nave ancorata in acque internazionali davanti alle coste dell’Essex. Per la prima volta il rigido monopolio della BBC viene apertamente sfidato da una programmazione imprevedibile fatta di ingredienti che la radio di stato fino a quel momento ha censurato: il rock’n’roll, declinato in tutte le sue forme, voci e schitarrate, e il disc jockey, un amico che fa compagnia e manda in onda la musica migliore.

Pur con tutte le variazioni di contesti e mezzi utilizzati, le radio pirata offshore hanno alcuni tratti comuni. Le navi utilizzate sono vecchi mercantili o navi militari, ancorate nel Mare del Nord, al largo nelle acque internazionali tra l’Olanda e la Gran Bretagna e trasmettono in onde medie (AM) o in modulazione di frequenza (FM). I motori vengono sostituiti da potenti generatori di corrente e sul ponte della nave viene installata un’antenna, che può arrivare a 40 metri di altezza e che, in balia del forte  vento e delle tempeste, sbilancia di frequente la nave. Sottocoperta, ben insonorizzato, vi è lo studio per la trasmissione. A bordo generalmente, vivono i disc jockey e i membri dell’equipaggio. Una lancia fa la spola con la terra ferma, portando a bordo rifornimenti, dischi e la corrispondenza degli ascoltatori.

Il fenomeno delle emittenti offshore nasce ufficialmente il 2 agosto 1958 con Radio Merkur, che trasmette in FM su una nave battente bandiera panamense, la Cheeta I, ormeggiata davanti alle coste danesi. Il successo è immediato: inserzionisti pubblicitari del calibro di Ford e American Tobacco fanno lievitare gli introiti commerciali e il pubblico abbandona in massa la monotona radio di stato per sintonizzarsi sulle frizzanti frequenze di Radio Merkur. Nel 1962 il governo danese promulga una legge che proibisce le emissioni di radio pirata in zone limitrofe alle acque territoriali. Il 12 giugno di quell’anno un abbordaggio delle forze speciali danesi pone fine a questa pionieristica avventura radiofonica.

Ma il seme della libertà d’espressione e dei bucanieri dell’etere è stato oramai gettato. Il 21 aprile 1960 comincia le trasmissioni Radio Veronica, che trasmette da una vecchia nave faro tedesca, la Borkum Riff, ancorata davanti alle coste olandesi. Utilizzando un ricevitore a onde medie da 10 kilowatt, Veronica riesce a trasmettere in tutto il nord Europa. Gli studi non sono a bordo, i programmi vengono registrati a terra in una località segreta e portati a bordo su una piccola lancia.

Ascolta il Podcast della puntata del La cantina del rock andata in onda su Radio Popolare il 16/10/2010

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Tra il 1964 e il 1967 le acque internazionali prospicienti l’Inghilterra si popolano di vecchie navi e di radio che trasmettono rock’n’roll, rhythm’n’blues, soul, ma soprattutto che ottengono un seguito vastissimo a scapito della BBC. Il 9 maggio 1964 Radio Atlanta comincia a trasmettere sulla stessa frequenza di Caroline a partire dalle 18, garantendo sui 199 metri 24 ore di musica. Successivamente le due emittenti si fonderanno in Radio Caroline, trasmettendo dalla motonave Mi Amigo. Alla fine dell’anno, a bordo del Galaxy, un possente dragamine americano registrato in Honduras, partono le trasmissioni di “The Big L”, ovvero Radio London. Si trattava della più grande stazione radio offshore: 780 tonnellate, 24 uomini di equipaggio, quattro studi di registrazione per trasmettere in diretta su 4 frequenze diverse. Sarà la radio più ascoltata nella capitale inglese e tra i disc jockey ci saranno personalità del calibro di John Peel, con il programma di punta “The perfumed garden”.

Se queste sono le esperienze di maggior spessore, vanno consegnate alla storia almeno un altra decina di radio pirata offshore tra cui: Radio Nord e Radio Syd dalla Svezia, Radio Red Rose dalle acque internazionali vicino l’Irlanda del Nord, Radio Shannon, Radio Scotland, Radio 270, Radio North See, Radio Essex davanti all’estuario del Tamigi. Altre emittenti, tra cui Radio Sutch e Radio Invicta, vengono installate non su navi, bensì su forti abbandonati nel canale della Manica. Queste postazioni erano state costruite dall’esercito inglese durante la seconda guerra mondiale come avamposto marino per fermare la flotta tedesca e con la loro forma circolare si prestavano bene ad essere utilizzati come stazioni radio.

La diffusione del rock’n’roll in Europa e il successo di gruppi, come Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks – solo per citarne alcuni – è dovuta alle radio pirata, che, assieme a Radio Luxembourg, per prime hanno mandato in onda suoni che la radio pubblica ignorava e censurava. E proprio quest’ultima, interesse precipuo di paludati governi, non sarebbe rimasta alla finestra.

to be continued…