Viva l'Italia! di Roberto Rossellini (1961) [streaming]

50 anni fa, per i 100 anni di Unità di Italia, Roberto Rossellini (siamo grandi fan da queste parti) realizzò Viva l’Italia!, film che non celebra ma racconta la Spedizione dei Mille e lo spirito del Risorgimento senza la solita retorica  ma con la consueta, amabile, onestà rosselliniana. Fortuna vuole che il film sia stato caricato integralmente su youtube da qualche anima gentile e sia incorporabile: siamo quindi orgogliosi di ospitarlo su queste pagine nel giorno dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Nella speranza che lo spirito del Risorgomento, che è lo stesso spirito della Resistenza che animava anche Rossellini, torni presto ad ardere!

http://www.youtube.com/p/464C609D4636B09D?hl=it_IT&fs=1

Viva l'Italia, presa a tradimento

Quando sento la parola “Risorgimento” la mia memoria opera un collegamento immediato e inevitabile: torno bambina sui banchi di scuola mentre ascolto perplessa il mio maestro elementare che racconta la storia di Mazzini e dei giovani Carbonari e mi accorgo che la voce gli trema dall’emozione e che sta per mettersi a piangere.
Patetici strascichi di un’educazione fascista? Forse sì.
Ma quello che mi colpisce ancora oggi, se ripenso a quel momento della storia italiana, è lo stesso aspetto che, stando alle interviste, pare abbia colpito anche Giancarlo De Cataldo (e forse persino il mio maestro): la potenzialità epica.

È quasi sorprendente, da questo punto di vista, rendersi conto di come, da anni, questa occasione vada sprecata. E non intendo aprire un discorso politico, ma restare in un ambito strettamente narrativo: il Risorgimento italiano è, potenzialmente, una bella storia; una storia intensa, eroica, disperata. Vi compaiono esplicitamente numerosi archetipi narrativi: la forza dell’ideale, figli che lottano contro i padri, cospirazioni, alleanze e tradimenti fino alla soppressione del sogno a favore di quello che poi, freddamente, viene considerato il bene comune (o spacciato per tale).

L’unità d’Italia è stato un processo controverso e chi venga dal Sud Italia lo sa, probabilmente, meglio di chiunque altro. E, in questo anno di celebrazioni, è facile sentirsi sommersi dalla retorica così come dall’antiretorica.
Credo che, a questo punto, l’unico antidoto sia informarsi, ascoltare voci diverse e provare, per quanto sia possibile, a elaborare una propria opinione.

Per questo mi ha fatto piacere scoprire che uno degli autori più in auge del momento come De Cataldo ha dedicato la sua ultima fatica all’Unità d’Italia.
Ma, lasciando da parte il valore dell’operazione culturale, il romanzo I Traditori è innanzitutto un’opera letteraria e in quanto tale va considerata.
Se lo scopo dell’autore era quello di esporre delle notizie storiche in forma narrativa o divulgativa, l’intento mi sembra ampiamente fallito. La storia vera, quella documentata, si intravede appena, e la commistione tra personaggi storici e creazioni letterarie è talmente stretta e sbilanciata a favore di questi ultimi da togliere ogni traccia di credibilità o affidabilità al racconto.
De Cataldo afferma di aver studiato a fondo diari, lettere, cronache dell’epoca. In tutta sincerità nelle pagine di questo romanzo ne resta poca traccia, se non come sfondo agli eventi narrati, quasi la scenografia di un film in costume.

Qualcosa di buono ne I Traditori sicuramente c’è. Innanzitutto l’idea di fondo che anche il più idealista e disinteressato dei rivoluzionari possa ritrovarsi ad essere una pedina ignara di ben altri giochi politici. In secondo luogo il ritratto di Mazzini – l’unico personaggio interessante di tutto il romanzo – figura enigmatica per metà affascinante e per metà inquietante. Infine il vero valore aggiunto mi sembra la scelta di inserire, come attori politici dell’Unità d’Italia, anche le Mafie e le loro strutture consolidate, mostrando come, sin dall’inizio, il potere in questa nazione abbia considerato la criminalità organizzata un interlocutore imprescindibile.
Per il resto, anche se spiace dirlo, siamo di fronte a personaggi vuoti, che appaiono poco più che figurini di cartone ritagliati da qualche illustrazione dozzinale.

Mi piace pensare che De Cataldo si sia divertito a scrivere questo romanzo, come potrebbe divertirsi un ragazzino infervorato. Il problema è che, purtroppo, I Traditori sembra davvero scritto da un adolescente, e risulta caratterizzato da una triste e quasi ridicola prevedibilità delle azioni e dall’abuso dilettantistico di frasi fatte e luoghi comuni.

Si potrebbe sperare che questo effetto da romanzo d’appendice di seconda scelta sia voluto, che sia una trovata stilistica. Se non fosse che, in ogni singola pagina, l’autore si prende irrimediabilmente sul serio, privando di qualsiasi appiglio il lettore, che pure lo ha in simpatia e vorrebbe giustificarlo.
Dal punto di vista della qualità letteraria, I Traditori è un romanzo semplicemente imbarazzante. Peccato. Ancora una volta il nostro Risorgimento è andato sprecato.

 

TITOLO: I Traditori
AUTORE: Giancarlo De Cataldo
EDITORE: Eiunaudi
DATI: 2010, pp 582, € 21,00
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Piccoli protagonisti alla corte di Napoleone III

Il romanzo per bambini La scala dorata di Lia Levi celebra l’Unità d’Italia e lo fa raccontando una storia i cui protagonisti, due bambini gemelli, Doriana e Alessandro, vivono ingenuamente alcuni tra i giorni più importanti della nostra storia e sono, spesso loro malgrado, coinvolti nei segreti e nei meccanismi dell’alta società.

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo immaginavo qualcosa di diverso, forse più banalmente celebrativo, appunto, invece mi sono ritrovata immersa in una Parigi tinteggiata con freschezza e realismo in cui i due piani, quello pubblico (della politica, della società) e quello privato (la crescita intima e personale dei due bambini) proseguono prima parallelamente per poi intrecciarsi. Siamo nel 1858. Doriana e Alessandro sono figli di un diplomatico del regno di Sardegna convinto della necessità che Napoleone III appoggi la causa italiana contro gli austriaci; affinché questa ipotesi si concretizzi si trasferisce con tutta la famiglia nella capitale francese e comincia a intessere quella fitta ragnatela di rapporti che è sempre stata premessa necessaria ai fatti politici.

La moglie, donna molto bella, si occupa delle relazioni sociali con le dame parigine, lui, nominato primo segretario d’Ambasciata, di quelli prettamente politici; e i bambini? Beh, anche loro faranno la propria parte, una parte ben consistente, considerato che ai fatti già succosi di quegli anni si aggiungerà la fantasia e il gusto per il mistero dei due ragazzini.

Perché gli intrighi in questo romanzo non sono solo politici, anzi, direi che lo sono in minima parte, la densità e l’interesse degli eventi sono dati proprio dall’attitudine dei due ragazzini che di fatto assistono alla storia con quel protagonismo drammatico che è straordinario negli adolescenti  e quindi diventandone parte attiva. Sembra quasi che vivano quegli eventi come se fossero i personaggi di un quadro vivente, come era tanto di moda all’epoca: ognuno ha un suo ruolo simbolico e rappresenta qualcosa.

A due bambini intelligenti in quegli anni, in quella città, tutto può succedere, dallo scoprire che anche la mamma, così bella e perfetta, può essere fragile o addirittura nasconda un importante segreto; che anche così piccoli si possono fare promesse importanti (di sposarsi per esempio!), che la speranza che Torino diventi capitale del Regno d’Italia non è cosa così improbabile e che, anzi, questa ipotesi sia abbastanza fondata da resistere anche alle bombe (e alla strage) lanciate da Felice Orsini contro la carrozza di Napoleone III.

Lia Levi è stata a lungo giornalista prima di diventare una scrittrice e in questo suo romanzo si percepisce un tono immediato e esplicativo che probabilmente è dovuto proprio alle sue passate esperienze. Una lettura piacevole e densa di riferimenti alla storia, riferimenti che divengono delle vere e proprie informazioni, dei dati, in appendice al romanzo. La scheda storica di Luciano Tas racconta, infatti, del percorso del nostro paese verso l’unità, ci spiega chi fosse Napoleone III e anche come un’unica, avventata, azione da parte di un piccolo gruppetto di uomini capeggiati da Felice Orsini avrebbe potuto essere pericolosa per l’Italia intera.

Le illustrazioni di Barbara Bongini lineari e immediate sono assolutamente utili a ricondurre il lettore, distratto dalla contemporaneità dei pensieri dei bambini, in un mondo affascinante di pizzi, cuffiette e carrozze.

Titolo: La scala dorata
Autore: Lia Levi
Editore: Piemme
Dati: 2010, 218 pp., 8,00 €

Allegri figlioli, è arrivata la repubblica!

Francesco Jovine appartiene al numero di quegli scrittori italiani arbitrariamente, e talvolta ingiustamente, definiti «minori». L’oblio in cui è caduto il suo romanzo Signora Ava appare ancora più inspiegabile se si pensa che da esso Antonio Calenda trasse, a suo tempo, uno sceneggiato televisivo con Amedeo Nazzari che ebbe un discreto successo.
Dobbiamo probabilmente ringraziare le celebrazioni per l’Unità d’Italia (e l’editore Donzelli) se questo romanzo viene di nuovo riscaldato dalle luci della ribalta.

Signora Ava è un romanzo che colpisce fin dalle prime pagine. In primo luogo per ragioni linguistiche: la struttura è semplice e immediata ma la scelta delle parole ricca e poetica. Mi ricorda, dal punto di vista espressivo, alcuni visi ritratti da Carlo Levi che, in poche pennellate, racchiudono intere storie.
In secondo luogo mi colpisce la vividezza con cui sono descritti i personaggi, anche quelli minori. Alcuni sono figure eterne, di quelle tramandate dalla letteratura verista o, forse, addirittura dalla commedia dell’arte: il ricco che rischia di morire perché ha mangiato troppo, il medico incapace di cui nessuno si fida, il prete avido.
Sia i galantuomini che i contadini sono tratteggiati con tale efficacia che, leggendo, è quasi impossibile non attribuirgli mentalmente un volto, una voce, un modo di muoversi.
Jovine riesce nel tentativo ambizioso di rendere questi personaggi e queste storie, potenzialmente uguali a mille altri, unici, avvincenti e interessanti per il lettore. A questo scopo contribuisce egregiamente un personaggio che, al contrario di quasi tutti gli altri, si rivela decisamente originale. Si tratta di don Matteo, prete di second’ordine di Guardialfiera, piccolo paese del Molise di cui Jovine è originario e in cui si svolge la maggior parte della vicenda.

Nel paese ci sono a stento duemila abitanti ma almeno dieci preti che lottano ferocemente tra di loro per la conquista del maggior numero di fedeli. Ma non è nemmeno un insano orgoglio a guidarli quanto la necessità di sopravvivere: più fedeli significano più offerte e quindi più cibo e più denaro.
Don Matteo, marginalizzato dai colleghi canonici più influenti, è una figura davvero lontana dalla spiritualità e sicuramente antipodica rispetto all’ascetismo. Pensa troppo alla gola, ai beni materiali e a non ben precisati altri peccati citati in una lettera anonima. Inoltre è collerico e non ha abbastanza rispetto per l’autorità. La sua imperfezione e la sua incoerenza lo rendono irrimediabilmente simpatico al lettore che, proprio attraverso di lui, segue le vicende degli altri personaggi.

La prima parte del romanzo racconta la vita quotidiana nella piccola cittadina molisana e mostra una società rigidamente divisa in classi in cui la separazione di casta appare tanto più ridicola se si considera che anche i notabili di Guardialfiera sarebbero considerati dei poveracci in una città appena più importante.
Qui il lettore scopre, o riscopre, il mondo dei contadini, legato ai tempi e alle regole della terra, e governato da una saggezza popolare che si fonda su credenze magiche e sugli insegnamenti di creature mitiche, come la stessa signora Ava che dà il titolo al romanzo; storie e leggende che sempre si sono raccontate e sempre si racconteranno.
Per questa ragione il giovane Pietro Veleno – ragazzo intelligente e onesto, pupillo di Don Matteo – quando si accorge di provare attrazione per la sua coetanea e padrona Antonietta Di Risio, ricaccia indietro quel sentimento. Pur essendo consapevole che esso è ricambiato, un legame tra loro due appare, al ragazzo, semplicemente impossibile.

Ma le cose cambiano profondamente quando anche a Guardialfiera arrivano gli echi della rivoluzione. Un “re straniero” pare abbia tolto dal trono Francesco di Borbone. Non ha a caso si parla di echi. In quel piccolo paesino all’estrema periferia del Regno di Napoli, è difficile comprendere, e comprendere tempestivamente, cosa stia accadendo. Le voci parlano dell’esercito di un certo Gariobaldo che porta più benessere e giustizia per i contadini. Inizialmente il paese gioisce, considerando l’insediamento del nuovo re cosa fatta. Ma poi arrivano le truppe borboniche per reprimere le rivolte e i nobili, spaventati, denunciano i contadini.
Pietro è costretto a scappare per unirsi alle camicie rosse. Ma, per una pura casualità, si ritroverà invece a combattere con i borbonici.
Se la prima parte del romanzo è volutamente statica, la seconda segue la vita selvaggia e violenta a cui Pietro è costretto per sopravvivere, prima da soldato e poi da brigante.

Il Risorgimento raccontato da Jovine è un Risorgimento cieco, disperato, imposto; una lotta smitizzata in cui spesso chi combatte non ha la minima idea di quale sia “la sua parte” e, di sicuro, non ha in cuore altro ideale che non sia uccidere per non morire.
Abbrutiti e disillusi dalla guerra, alcuni dei personaggi di questa storia breve e intensa riscoprono una necessità di purezza e di riscatto. Persino don Matteo sembra, infine, crescere e trovare il modo per essere davvero strumento di Dio e per aiutare gli uomini a guadagnare un po’ di pace sulla terra.
Il finale asciutto e drammatico consacra, a mio parere, Jovine tra i grandi scrittori italiani contemporanei.
Un libro da leggere, assolutamente. Un’altra voce per raccontare una delle tante verità sulla nascita della nostra nazione.

 

TITOLO: Signora Ava
AUTORE: Francesco Jovine
EDITORE: Donzelli
DATI: 2010; pp XIV-223; € 23,00
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Riapre Villa Fogazzaro: riemerge dall’oblio il piccolo mondo antico “dietro l’angolo di casa”

Diciamoci la verità, senza infingimenti. Di Antonio Fogazzaro ricordiamo poco e niente, sappiamo poco e niente. Ammesso già che un lampo di vita possa affiorare in noi se qualcuno a raffica ci chieda di parlargli di Fogazzaro, stretti nella morsa della domanda secca, a metà strada tra un test di cultura generale per concorso pubblico e un quiz televisivo, con o senza cuffie, in un soffio potremmo profferire incerti e con tono tra il supplichevole e l’interrogativo, quel poco, pochissimo che sappiamo, parole emerse da una qualche sacca melmosa della memoria: Malombra, Piccolo mondo antico. I più preparati si spingerebbero a citare anche Piccolo mondo moderno. Chi saprebbe addirittura dire cosa sono? A che categoria merceologica appartengono? Forse qualcuno tra i più anziani citerebbe lo sceneggiato di una tv in bianco e nero a monopolio Rai. Poi, silenzio grave. Diciamoci la verità, la scuola ha segnato la nostra visione della letteratura italiana dell’Ottocento e non solo di quella. Per sommi capi: Foscolo troppi sepolcri; Manzoni indigesto e allineato a un’ideologia cattolica; Leopardi, cupo, però lo si riabilita perché ghiotto di gelati di cui faceva scorpacciate con l’amico Antonio Ranieri a passeggio per Napoli. Poi una folla di militi ignoti, tra cui Fogazzaro, rimasti senza se e senza ma, affolla la storia letteraria italiana.

A questo punto entra in gioco il Fai, Fondo italiano per l’Ambiente, ente che si dedica alla tutela e valorizzazione del patrimonio nazionale e che ha come obiettivo proteggere, restaurare e restituire alla collettività beni monumentali, ambientali e paesaggistici. Cosa c’entra il Fai con la letteratura italiana? Il Fai ci offre lo spunto per ricordare o conoscere ex novo lo scrittore Antonio Fogazzaro. Ha appena riaperto ed è visitabile la casa, (trasformata dopo la catalogazione e l’adeguamento funzionale dei beni in casa museo), di Fogazzaro, villa Fogazzaro Roi, che si trova sulla sponda italiana del lago di Lugano, a Oria di Valsolda (provincia di Como), non lontano dalla sempre indaffaratissima Milano. La villa è stata donata al Fai dal pronipote dello scrittore, il marchese Giuseppe Roi, scomparso lo scorso anno.

Bene, ma cosa ha a che vedere tutto questo con i problemi dell’Italia attuale? A chi interessa? Cosa ha a che vedere con i mali del nostro tempo, uno scrittore cattolico, ben educato, di famiglia agiata che ebbe una vita appartata e all’insegna di una signorile eleganza? Cosa c’entra con noi uno scrittore, per alcuni versi datato, inchiodato al suo tempo, che come ci raccontano i manuali di storia della letteratura, si caratterizza per aver tentato nei suoi romanzi, non sempre con risultati eccelsi, un accordo tra elementi realistici, psicologici e parapsicologici; tra erotismo e spiritualità; tra pittoresco naturale e ambientale e descrizione sociale. C’entra perché il lascito da parte del suo erede al Fai della sua villa di altro tempo e altro mondo, permette di esercitare la memoria nazionale o rianimarla. Oltre a rendere pubblico un bene che fu di uno scrittore trascurato, bene rimasto finora nascosto e sconosciuto, il lascito è un atto di civile, consapevole attenzione per l’Italia tutta e per il nostro patrimonio culturale comune. Patrimonio collettivo che il Fai intende salvaguardare, gestendolo e facendolo vivere.

Villa Fogazzaro.Villa Fogazzaro.

E così, aprire al pubblico la villa sconosciuta di un letterato dimenticato ha una duplice valenza: permette di scoprire un paesaggio tipico dell’Italia, e incuriosirsi di Fogazzaro. Per di più, c’è una piena corrispondenza tra i luoghi geografici e quelli letterari: il piccolo mondo antico davvero esiste, il paesaggio lombardo lacustre e montano, carico di suggestioni romantiche è nei luoghi appena aperti al pubblico come nelle pagine di Fogazzaro. Perfetta corrispondenza. La villa dove Fogazzaro soggiornò spesso, sul versante orientale del lago di Lugano si diceva, località che era la terra d’origine della madre, apparteneva alla famiglia materna. L’edificio fu realizzato su una preesistente costruzione che risaliva al XVI secolo e conserva tuttora l’originario giardino. La dimora attuale presenta tratti tipicamente ottocenteschi. Lavori di adeguamento sono stati fatti dal pronipote secondo un criterio di rispetto dei luoghi. Agli arredi propri dello scrittore, Giuseppe Roi ha aggiunto mobili provenienti da altre dimore fogazzariane e di famiglia. D’interesse la camera da letto e lo studio dello scrittore. Nel cassetto sono rimaste incise le invocazioni al figlio, morto di tifo in giovane età, e non mancano poesie scritte dietro le porte o in cassetti e scrivanie. I visitatori troveranno oggetti dello scrittore, manoscritti; ambienti quali le stanze, la loggia, la darsena, il giardino, le terrazze, che fecero da sfondo alla vita reale di Fogazzaro e sono i luoghi del romanzo Piccolo mondo antico, ambientato nella fase del risorgimento lombardo. Luoghi rimasti intatti da allora e che il Fai ha la responsabilità di custodire e far conoscere, assecondando la volontà dell’ultimo erede di Fogazzaro.

Mentre l’anteprima delle celebrazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia è stata accompagnata da forti polemiche e disunioni esasperate, il Fai ci ricorda che l’attenzione al paesaggio significa attenzione al paese e alla sua storia. Una villa di un aristocratico veneto che fu scrittore, è uno spicchio della nostra identità, nella complessità geografica, ambientale, storico-politica che ci contraddistingue. Anche un piccolo mondo antico ha il suo perché. Non infeltrisce a qualunque latitudine si trovi. Anche nel profondo Nord.

La villa ha aperto al pubblico dal 26 giugno, è visitabile ogni sabato dalle 10 alle 18 previa prenotazione. per info da lun al ven al numero 02/467615296 oppure proprieta@fondoambiente.it