Urban Country – urbano vs. rurale in mostra

Urban Country, Poggibonsi

L’eterno contrasto tra città e campagna, tra l’immaginario urbano e quello rurale,  si declina nelle opere di quattro giovani artisti emergenti nella mostra collettiva Urban Country a Poggibonsi (Siena), curata da Marina Giorgini e coordinata da Paolo Massarelli, che ospita le opere di Romina Farris, Nadia Medda, Giulia Raponi e Giovanni Senatore.

Il contrasto tra spazio urbano e spazio rurale ha un ruolo centrale nella cultura contemporanea: se da una parte lo spazio urbano della metropoli si impone come luogo di incontro, di scambio e di sperimentazione, dall’altra l’aggressione all’ambiente ha per ineluttabile esito cieli oscuri di smog rischiarati soltanto dalla fioca luce di un sole che sembra piuttosto una lampadina offuscata. Questa mostra non intende dare delle risposte a quesiti di tale complessità ma proporre spunti di riflessione e di ricerca.

La mostra si è inaugurata lo scorso weekend presso lo studio fotografico Modoluce in Piazza Emilia Romagna nella zona industriale dei Fosci a Poggibonsi, struttura di 600 metri quadrati, allestita con set e macchinari per le riprese foto – cinematografiche e il finissage sarà il prossimo sabato 8 febbraio dalle 18 alle 22 e vale una visita.

URBAN_COUNTRY-LOCANDINA

Studio fotografico Modoluce
Piazza Emilia Romagna, 13
Poggibonsi (Siena)
fino al 08/02

500 Vite. Un anno di eventi per Giorgio Vasari

Vasari - Vite

Manca poco meno di un mese alla scadenza esatta del quinto centenario vasariano e già in Toscana si fa fatica a contare le innumerevoli manifestazioni incentrate sul poliedrico personaggio rinascimentale. Giorgio Vasari, nato ad Arezzo il 30 luglio 1511, è conosciuto ai più per aver pubblicato nel 1550, e poi nel 1568 in versione rieditata e ampliata, il trattato sulle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, vera e propria pietra miliare della storiografia italiana che, ancora oggi, risulta un punto di partenza imprescindibile per lo studio dei centosessanta artisti in essa descritti.

Non tutti sanno, però, che il Vasari era lui stesso un pittore, uno scultore e uno dei più importanti “architettori” della corte di Cosimo I de’ Medici, tanto che fu proprio l’aretino a realizzare il progetto di un’altra opera fondamentale per la storia dell’arte italiana, anch’essa, come le Vite, intesa, in un secondo momento, a raccogliere in un solo luogo molti dei suoi più illustri predecessori: gli Uffizi di Firenze.

Gli UffiziLa mostra Vasari, gli Uffizi e il Duca si pone l’obiettivo di ripercorrere proprio il rapporto tra Cosimo I e il Vasari e come questo sia sfociato nella realizzazione architettonica dell’idea di accentramento politico della corte medicea. L’edificio infatti è un vero e proprio frammento di città, che salda in un unico organismo le due residenze ducali di Palazzo Vecchio, sede del governo, e di Palazzo Pitti, al di là dell’Arno, imprimendo su Firenze la presenza fisica del Potere, sotto forma di architettura e custodendo, prima di trasformarsi in uno dei più importanti e famosi musei del mondo, l’intero apparato governativo del Granducato di Toscana. Attraverso un’ampia serie di testimonianze e carteggi d’epoca, la mostra – alla Galleria degli Uffizi fino al 30 ottobre 2011 – ripercorre la realizzazione del più imponente cantiere architettonico del Cinquecento italiano e il modo in cui esso ha radicalmente cambiato l’assetto urbano della città.

Il Vasari pittore, invece, è celebrato nella nativa Arezzo con ben due mostre. La prima, Giorgio Vasari, pittore e disegnatore, raccoglie una serie di opere estrapolate dalle collezioni di alcuni dei più importanti musei europei, tra i quali il Louvre e il British Museum, e l’altra, dall’infelice titolo Vasari: santo è bello, ma dal ricco allestimento, presenta, accanto ad alcuni dei più importanti dipinti dal tema religioso dell’artista toscano, tra cui il Cristo nell’orto, anche delle opere scelte dalla collezione del museo diocesano di Arezzo, utili a contestualizzare la produzione pittorica vasariana, che lo stesso aretino considerava la principale delle sue numerose attività, nonostante il suo stile, spesso confuso e oscillante tra richiami michelangioleschi e raffaelleschi, non riuscisse a sollevarsi molto al di sopra di un’oratoria magniloquente.

Giorgio Vasari - AutoritrattoIntanto, il nostro, nonostante i cinquecento anni, è capace di risultare ancora enormemente attuale e al passo con i tempi. Nella primavera scorsa, infatti, gli studenti dell’Istituto “Giorgio Vasari” di Figline Valdarno hanno creato un blog dedicato proprio all’illustre personaggio che da il nome alla loro scuola, mentre la Regione Toscana sta progettando una banca dati che raccolga le voluminose Vite. La stessa imponente opera storiografica, sin dal 3 marzo scorso, da Firenze a Pisa e, ovviamente ad Arezzo, è il centro di una serie di letture pubbliche che si protrarranno per l’intero anno e che daranno vita alle centosessanta storie che il Vasari aveva ideato sul modello classico di Plutarco, scrivendo con efficacia letteraria, sceneggiando i fatti che era andato raccogliendo nei suoi viaggi di ricerca, interpretandoli e attraendo il lettore con aneddoti curiosi e a volte divertenti, seguendo l’antico principio dell’Ars poëtica oraziana di insegnare dilettando, conscio del fatto che «ottiene ogni voto colui che mescola l’utile al piacevole, dilettando il lettore e al tempo stesso ammaestrandolo».

Forse, il cinqucentenario Vasari non sarà stato un pittore abile quanto lui stesso credeva di essere, ma, senza alcun dubbio è stato un notevole “architettore” e un abilissimo scrittore e sono state proprio queste due ultime attività, da lui ritenute secondarie, a consegnarlo alla storia e a far sì che la Toscana e l’Italia intera si ricordino ancora di lui e che il suo anniversario non risulti “di troppo” in un anno decisamente colmo di importanti ricorrenze.

Parco letterario Carducci, abbuffate sotto il maestrale

C’è un tempo per vivere e uno per morire, qualche volta si muore in vita anche più di una volta al giorno: che caduta di stile! C’è un tempo per la poesia e uno per la prosa: ma se poi diventa tutto sempre e solo prosa?  Prosa mangereccia e Pantagruele non ne ha colpa. C’era un tempo in cui l’Italia vantava un vate a stagione, c’erano talmente tanti di quei vati in circolazione che quasi te li tiravano appresso; oggi è il tempo disimpegnato del water nudo e crudo, dell’inconsistenza urlata a ogni caso pseudo istituzionale, pseudo politico e pseudo culturale tirato in ballo dall’occhiuto di turno, caso  che subito si sbriciola come wafer, nel water.

Vate d’Italia è stato il gran toscano Giosué Carducci, arruffato, scomposto, indignato, un po’ appesantito, prima dell’avvento di quel vate adrenalinico e bighellone che fu D’Annunzio. Il vate Carducci,  guida e punto di riferimento della cultura italiana e della nazione per un cinquantennio, sembra oggi guidare più che altro le papille gustative del disunito paese, mai desto, pacificato forse solo a tavola. E così Carducci, o se ne sta sfibrato, dimesso come fiore secco e dismesso nelle pagine di letterature e antologie, perché fu professore di eloquenza a Bologna, perché maestro di Pascoli, perché primo italiano a ricevere il Nobel per la letteratura nel 1906 (attenzione: è domanda d’ammissione ai concorsi pubblici, persino alle nobili scuole di giornalismo), perché autore dell’Inno a Satana prima dei satanassi e dei satanisti, del Pianto Antico, di San Martino (che non è una canzone di Fiorello) di Davanti San Guido, di Odi barbare vecchie e nuove e di poesie declamate ai tempi in cui a scuola si faceva esercizio di memoria, o vive pretestuosamente nelle invitanti  mangiatoie site nel parco letterario a lui dedicato. I cultori della materia, il cibo, ne fanno questione di gastronomia e cucina letteraria per legittimare abbuffate nel nome di un poeta . Un po’ come quando certe ostentazioni di carne umana vengono definite “nudi artistici”. Si nobilita quel che si può nobilitare.

Andiamo per gradi. Gustiamo il menù di casa nostra. Vate intanto perché? Figlio di un ardente carbonaro e mazziniano, anticlericale, mangia preti e mangia duchi (quelli del granducato di Toscana), salato e pepato in zucca e di lingua, Giosué perseguì l’ideale dell’Italia unita e pur di vederlo realizzato, fece atto di realismo politico fino a rivedere le sue posizioni giovanili: accolse la soluzione monarchica, affascinato dalla regina Margherita più che dalla pizza stessa, tanto che le dedicò un ode (alla Regina) e dal 1890 fu senatore del Regno. Castagneto e Bolgheri (siamo in provincia di Livorno, terra incantevole e benedetta, definita alta Maremma o maremma pisana) sono il cuore del parco letterario a lui intitolato. L’Italia accoglie parchi letterari in mezzo a parchi divertimenti, outlet, e acquapark. L’idea di Stanislao Nievo, scrittore (purtroppo scomparso nel 2006), nipote di Ippolito Nievo, si è realizzata a partire  dagli anni ’90, talvolta con prerogative più mangerecce che letterarie. A Castagneto c’è la casa dell’adolescenza di Carducci, dove il poeta visse almeno un anno all’indomani delle fucilate che costrinsero il padre, medico condotto, e come già accennato, scalmanato militante repubblicano a fuggire da Donoratico per rifugiarsi a Castagneto. Il paese ospita anche il nuovo museo archivio che conserva documenti, lettere, materiale autografo, fotografie, libri e vecchi giornali, persino caricature del poeta.  A Bolgheri, ci sono gli stranoti cipressi in duplice filare lungo il viale di 5 chilometri, promosso a monumento nazionale, della poesia Davanti San Guido, e c’è anche la tomba di nonna Lucia, nonna di Giosué a lui molto cara, e la statua a lei dedicata con quel tanto di kitch a rafforzare un simbolo evanescente. Di cipressi in codeste belle contrade ne troverete riprodotti in tutti i modi ma garbati e bellini, per dirla alla toscana. C’è un vero e proprio arsenale del souvenir in paese, dove tutte le variazioni sul tema sono declinate.

Per il resto, in nome di Carducci si mangia. Che dobbiamo farci, siamo italiani, ci tiene insieme  la cosiddetta “cultura del cibo” e dunque perché meravigliarsi se tutto è finalizzato al mangiare? Carducci, chi era costui? Importa, davvero saperlo, ricordarlo? Mangia preti? Mangia duchi? Mangia arci duchi? Mangia granduchi? Chi mangia cosa? È tutto un mangia mangia. Carducci era un forte mangiatore, lui per primo, e questo assolve tutti. Bella la poesia! “Oh quel che amai, quel che sognai, fu in vano: e sempre corsi, e mai non giunsi il fine: e dimani cadrò. Ma di lontano pace dicon al cuor le tue colline con le nebbie sfumanti e il verde piano ridente ne le piogge mattutine”, canta il poeta nella poesia “Traversando la Maremma toscana”. Apprezziamo un declamatore (del poeta), che non c’è; apprezziamo un’iniziativa in suo nome o una visita organizzata nei suoi luoghi, che non c’è! Vige il fai da te. Apprezziamo questo Carducci, ma la prosa ci garba di più. E così, bandito l’aulico, riposto il vate nella teca che svela la sua appartenenza alla massoneria (niente a che vedere con l’odierna P3 e a seguire),  sopra la casa di Carducci a Castagneto, due stanzette modeste ma intrise di presenza, può succedere di vedere sventolare non bandiere ma gocciolanti panni stesi. Bucato dei nostri tempi di ammorbidente:  “Al piano di sopra lo si affitta ai turisti”, vi sentirete rispondere con pacatezza, se chiederete spiegazioni. Oppure, secondo la fenomenologia dei tempi, può capitare d’imbattersi nel turista di Fratta Maggiore che vi dichiara candidamente di essere stato in gita a Bolghèri e non già a Bòlgheri, che vi fa capire che questo posto non gli suscita nulla, neanche un ricordo, ma ha solo stuzzicato il suo palato; o trovate chi fa la foto ai tre monelli che scalano la statua kitch di nonna Lucia dicendo altrettanto candidamente: ma la nonna del poeta chi? Carducci o D’annunzio? Non sono caricature, ma personaggi veri. Come è vero che i comuni del parco letterario in estate si visitano che è una bellezza, in tutta quiete assaporando la perfetta congiunzione di natura e storia umana. Ma nulla di più facile che dalle 19 ci sia una netta inversione di tendenza. L’armonia dei colli sia rotta da che si veda arrampicarsi lungo la strada che porta alla “sacra” meta una processione di macchine: sono i cultori della materia, il mangia mangia. Vengono a rendere onore al vate, chiunque egli sia.  Amò mangiare e questo basta e avanza.

L’istigazione mangereccia viene data ai turisti dagli stessi responsabili del parco, dai comuni  che per favorire il “turismo enogastronomico” tengono viva l’immagine di Carducci non forcaiolo ma ottima forchetta. “Carducci e il territorio castagnetano” è il titolo del catalogo che si vende al museo archivio o alla casa accarezzata dai panni stesi. Nel catalogo si parla del poeta, delle sue appassionate “ribotte”, alias mangiate. Si legge, tra l’altro: “La frequentazione di Castagneto va dal 1879 al 1894, alla ricerca dei vecchi amici e della loro compagnia fatta di sgambate e di ribotte alla Torre di Donoratico”.  E ancora: “Le ribotte tante volte menzionate dal Carducci nella corrispondenza con la moglie e con Giuseppe Chiarini, sono grandi pranzi a base di specialità maremmane e di vino locale in cui il piatto principale è rappresentato dalla selvaggina tipica di queste colline, i tordi e i cinghiali”. E più avanti: “Quasi sempre la ribotta procede sino al tramonto, in un susseguirsi festoso di specialità gastronomiche e abbondanti libagioni. La ribotta più famosa che fece Carducci alla Torre di Donoratico il 17 settembre 1885, di cui si conserva anche una foto di gruppo, il poeta è al centro, barbuto e felicemente sazio, aveva siffatta sequenza di portate: sopracappellini cotti nel brodo di quaglia, vassoiata di cervello fritto con contorno di prezzemolino croccante, specialità maremmane, tre piramidi di cento tordi l’una, ballotte fumanti e fragranti. Se le sue poesie risultassero “indigeste” ora sappiamo a chi o cosa dare eventualmente una colpa. Il poeta per primo, dunque, ha fomentato la fama di sé come poeta ghiottone e ispirato il filone turistico prevalente in suo nome. Difatti, tra i libri in vendita a Bolgheri, salta all’occhio “Viaggio del ghiottone. A Bolgheri e Castagneto”, di Aldo Santini (Maria Pacini fazzi editore). L’autore non fa mistero: “Diciamolo: oggi Bolgheri pensa solo ad apparecchiare i tavoli per i visitatori italiani e stranieri. Trattorie, enoteche, rivendite di leccornie lo hanno trasformato in un borgo della pappatoria e del bere bene. Oggi il paese del Carducci, ombelico del Parco letterario legato al nome del grande poeta, ha poco di artistico…”. E se l’offerta culinaria non prevede più teste di cinghiali, colombacci inteneriti né crostini di coglionella, (amati dal vate), ricette irrealizzabili, ormai, né ci sono le “ribotte” di un tempo gli “enogastronauti” (perché così oggi si chiamano i ghiottoni) trovano di che “abbottarsi” per poi scendere a valle. A Bolghéri ci sono cipressi? A sì? Dove? Non ci ho fatto caso…

Un sorprendente parco sculture nel cuore del Chianti senese

Coniugare arte e natura non è affatto operazione semplice. Tanto per cominciare si rischia di cadere in trappole ben tese di “già visto” o di immagini scontate; per proseguire, il contesto in cui l’arte trova spazio dovrebbe essere realmente naturale e non artificioso. Il sapore sarebbe stantio e il retrogusto stucchevole.

Proprio perché non è un’operazione semplice, quando riesce il risultato è sorprendente.

Cosa potrebbe esserci di più sorprendente se, percorrendo strade protette dalle morbide colline del Chianti senese, ci imbattessimo in monumentali opere d’arte contemporanea? Poco altro.

C’è un luogo preciso in cui vivere questa sensazione (reiterata) di meraviglia: Il Parco Sculture del Chianti, a Pievasciata, alle porte di Siena.

Il Parco nasce dal felice connubio di sogni e idee: Piero Giadrossi e sua moglie Rosalba (che peraltro gestisce un’incantevole azienda agrituristica, L’Aiolina), entrambi appassionati dell’arte contemporanea, hanno dedicato a questo progetto sette ettari di un mistico bosco di querce e lecci adiacente a La Fornace, galleria d’arte contemporanea.

Dopo cinque anni di lavoro, nel maggio del 2004, il Parco è  stato inaugurato ufficialmente. E oggi, a distanza di sei anni, è anche teatro di manifestazioni culturali e musicali grazie all’installazione di un'”anfiscultura”: un anfiteatro posto all’ingresso del Parco, le cui quinte in marmo bianco di Carrara e in granito nero dello Zimbabwe ospitano da maggio a settembre suggestivi eventi.

Passeggiando lungo il percorso che si snoda lieve attraverso il Parco, sculture imponenti si stagliano in contesti che sembrano essere stati creati assieme alle opere, tanto sono tutt’uno con esse. E infatti ogni artista ha fatto diversi sopralluoghi prima di scegliere il sito in cui installare la propria creazione. Ogni opera quindi è site-specific Infatti qui l’opera dell’uomo non tende a prevaricare la natura, ma a integrarla ed esaltarla.

La materia plasmata dall’uomo, il vetro, il marmo, il ferro, il granito si amalgamano e confondono con la materia grezza della natura circostante fatta di suoni, di profumi, del verde degli alberi e di luce. Tutto è complementare. L’integrazione è perfetta.

Procedendo e lasciandosi alle spalle la biglietteria (che è essa stessa un’opera in travertino e fibra di vetro dell’artista giapponese Kei Nakamura) ci si imbatte nel ponte di vetro blu (della danese Ursula Reuter) la cui limpidezza riflette le ombre dei rami dei lecci e delle querce e, al contempo, filtra e restituisce la luce del sole; quindi, superato l’anfiteatro, la lucente Isola in bronzo di Kim Hae Won, coreano, e l’Energia in vetro del greco Varotsos, ci si rende conto di come questo Parco abbia aperto le proprie porte a scultori provenienti da tutto il mondo e infatti fa della multiculturalità degli artisti uno dei suoi punti di forza.

Il cammino d’arte e natura sarebbe ancora molto lungo ma non voglio anticipare troppo a chi, approfittando delle lunghe giornate d’estate, voglia percorrerlo di persona. Tra l’altro, per sua natura, il Parco è in continua e creativa trasformazione: passeggiare tra le sculture col sole del mattino è un’esperienza unica e diversa dal farlo con la luce dorata e morbida dei pomeriggi toscani, e ugualmente intense ma al contempo differenti sono le sensazioni. A ciascuno la propria.

Il Parco è gestito dall’associazione culturale non profit “Amici del Parco”; tutti i proventi sono destinati alle spese di manutenzione e promozione.

Parco Sculture del Chianti
S.P. 9, Loc. La Fornace 48/49
53010 Pievasciata (Siena) Italy

Tel. +39 0577 357151

info@chiantisculpturepark.it