Doppia coppia al Torino Film Festival

L’anno scorso, in occasione del Torino Film Festival, Atantidezine, non unica – bisogna ammetterlo –, aveva puntato i riflettori su Sette opere di misericordia, eterea opera prima di Gianluca e Massimiliano De Serio, incensandone il riuscitissimo connubio tra un immaginario visivo di derivazione pittorica e una storia silenziosa e forte al tempo stesso. Oggi, purtroppo, il film dei due fratelli torinesi, prosegue il suo percorso da amatissima opera da festival, ampiamente snobbato dal pubblico italiano.

Dato che la formula del duo di registi ci piace, anche quest’anno abbiamo deciso di puntare su di una coppia all’esordio, che si cela sotto l’ermetica sigla di {movimentomilc}. Il duo di origine calabrese proviene anch’esso dall’avanguardistico mondo della video-arte – settore sicuramente complicato, spesso a tal punto da risultare esoterico, ma che risulta essere un’ottima palestra per i registi di domani, quantomeno dal punto di vista formale, data l’assoluta libertà espressiva che lo caratterizza. Abbiamo incontrato Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio, i nomi che si celano sotto la maschera del {movimentomilc}, in occasione della mostra Young at Art(issima), che ha visto quattro loro lavori esposti in due sedi torinesi in concomitanza con Artissima, assieme a quelli di altri cinque artisti di origine calabrese selezionati dal MACA (Museo Arte Contemporanea Acri) e successivamente portati in tournée a Torino. 

Cosa vi ha spinto a decidere di collaborare e a dare vita a {movimentomilc}?

Il cinema. È stato il primo passo a farci conoscere e a collaborare insieme. L’esigenza di essere in due ci ha aiutato molto, sia nel continuare a portare avanti le idee che avevamo, sia a confermare quell’idea che il cinema e il video si possono fare anche senza grandi produzioni né ambizioni.  Da li in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi e progetti nati inconsapevolmente che ci hanno portato a definire il nostro percorso nelle arti visive. Il {movimentomilc} è nato esigenze legate al cinema, ma poi è diventato semplicemente un appellativo che ora utilizziamo per definire la nostra identità artistica. 

In quali direzioni si muove la vostra ricerca? 

Nelle immagini in movimento e in tutto quello che gli sta intorno. Ci piace lavorare moltissimo con il video, e ogni volta che si lavora ad una nuova opera c’è qualcosa di speciale nel modo in cui quel video prende forma e si sviluppa. La nostra ricerca attualmente si focalizza su vari punti. Quelle che noi definiamo immagini di frontiera, che fanno parte del nostro presente, con cui analizziamo il significato di spazio, migrazione, viaggio, vite possibili. Il corpo umano, che per noi è mero strumento-oggetto, di cui indaghiamo le forme plastiche, senza nessuna prerogativa di sorta se non quella puramente estetica. E poi c’è la ricerca sul linguaggio alfanumerico, vera sperimentazione del video, oggi. Videoermetica 0 è un manifesto d’intenti su quello che è la Videoermetica, un confluire in video di linguaggi scientifici applicati ad una ricerca artistica.  Vogliamo destrutturare il linguaggio verbale con quello alfanumerico, in una sorta di decadente ricerca sul linguaggio contemporaneo dell’uomo. 

Ritratti, la vostra opera in concorso al Torino Film Festival nella sezione Italiana.Corti tratta il tema della migrazione, che avevate già toccato, in precedenza, nel video Méduses. Quanto è importante questa tematica per voi e quali differenze ci sono tra le due opere? 

In Méduses parlavamo dell’immigrazione. Abbiamo espresso un concetto molto importante, quello della differenza tra essere immigrati ed essere clandestini. Ancora oggi molte persone non riescono a capire questa linea che separa i due termini. E purtroppo usando queste due parole impropriamente, si sono causate parecchie vittime. L’opera in concorso al TFF, Ritratti, esprime un concetto diverso, quello dell’emigrazione, della ricerca di una vita possibile, della speranza di una vita migliore. Abbiamo costruito il video secondo un concetto fondamentale: il viaggio. Il viaggio inteso come una costante interazione e collegamento immaginario tra luoghi differenti, ma uguali nel loro isolamento, sia esso una scelta o una costrizione e dato voce alla figura della donna, come interlocutrice principale per una vita possibile. Le immagini di frontiera sono fondamentali per noi e sentiamo la necessità di esporci per far si che il mondo occidentale resti in silenzio ad ascoltare, almeno per una volta, la voce degli altri popoli.

Assieme ad altri artisti calabresi avete vinto la prima edizione del concorso Young at Art del MACA di Acri. Quanto è importante questo tipo di concorsi per i giovani artisti? 

Per noi è stato fondamentale. È stata quella risposta che cercavamo da tempo, che ci ha permesso di continuare sulla strada giusta. Grazie al progetto Young at Art siamo riusciti ad andare avanti senza fermarci davanti a nessuno, e nel giro di pochi mesi abbiamo tirato fuori parecchi idee interessanti, tra cui VideoErmetica 0, che non sarebbe mai nata senza la tappa del progetto YaA sulla retrospettiva dedicata ad Hans Richter (tra i fondatori del movimento dadaista e uno dei primi e ppiù importanti sperimentatori del mezzo cinematografico in ambito artistico). Riteniamo che questi progetti siano importanti opportunità per i giovani artisti, soprattutto in un paese come l’Italia che da tempo sottovaluta sistematicamente la cultura. Sono i concorsi e i festival che ci permettono di andare avanti e soprattutto di fare rete con altre realtà.

State lavorando a dei nuovi progetti? 

Per ora ci godiamo il Festival di Torino, ma stiamo comunque lavorando al progetto sulla VideoErmetica.

E mercoledì 28 novembre, alle 22.15, andremo anche noi al cinema Reposi a goderci l’interessante esordio di {movimentomilc} al Torino Film Festival. Vi consigliamo di fare altrettanto.

Racconto d'inverno

Winter’s bone (in italiano Un gelido inverno) è un film piccolo ma incredibilmente forte e tenace, proprio come la sua protagonista.
La pellicola della regista americana Debra Granik ha suscitato ottime impressioni in tutti i festival in cui ha fatto la sua comparsa, ricevendo il premio della giuria al Sundance Film Festival e, pochi giorni fa, anche numerosi riconoscimenti al Torino Film Festival (miglior film, miglior sceneggiatura, miglior attrice protagonista).

Il film è un adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Daniel Woodrell (pubblicato in Italia da Fanucci Editore) e racconta una storia americana piuttosto atipica. La protagonista è Ree, una diciassettenne che vive in un luogo freddo e desolato come l’altopiano di Ozark nel Missouri, prendendosi cura di una madre non più presente a se stessa e di due fratellini minori. Ma la vita, niente affatto facile, di questa ragazza viene sconvolta dalla notizia che suo padre, uno spacciatore di metamfetamine, ha ipotecato la casa per pagarsi la cauzione ma poi si è reso latitante. Se l’uomo non si presenterà alla polizia entro pochi giorni, lo Stato confischerà la sua casa e tutti i suoi beni.

Ree non possiede altro se non quella casa e, se dovesse perderla, non riesce a immaginare nessun modo per proseguire dignitosamente la propria vita continuando a prendersi cura delle persone che ama. Così, armata solo della sua disperazione, la ragazza parte alla ricerca del padre, sfidando la violenza e l’omertà di una comunità chiusa e retrograda che basa la propria sopravvivenza sulla raffinazione e lo spaccio di stupefacenti.

Winter’s Bone è un film sorprendente nella sua semplicità e rarefatta bellezza.
Nei paesaggi gelati e silenziosi brillano delicate scintille di umanità.
Troppo facile sarebbe stato raccontare una storia in cui si mostra come anche le persone apparentemente mosse dalle migliori intenzioni sono in realtà ciniche e meschine. Troppo facile sarebbe stato anche indulgere in scene di brutale violenza che l’ambiente in cui la vicenda si svolge rende più che plausibili. Ma agli autori di questo film va tutta la mia gratitudine per aver scelto la strada meno ovvia e più difficile; per aver raccontato come, al contrario, anche nei posti più spaventosi, anche negli animi più abbrutiti dalla povertà e dal crimine sopravviva un’umanità che è più forte della bestialità.

Forse è proprio il freddo ad averli educati involontariamente alla solidarietà. Perché tra i ghiacci, come nel deserto, non puoi ignorare una richiesta di aiuto giacché la prossima volta a gridare inascoltato potresti essere tu. Forse è un istinto umano primitivo che, in questa storia, fa comparire anche sui volti più sinistri e sgradevoli, lampi di pietà, empatia, affetto.
Non è una bella favola in cui l’orco si scopre amabile. Ma è, al contrario, una di quelle feroci favole dei Grimm in cui i piccoli protagonisti devono dimostrare di saper sopravvivere in un mondo di mostri per potersi guadagnare il proprio diritto a esistere e poi, magari, anche quello di essere felici.
Difficile non rimanere affascinati dal volto ostinato e coraggioso di Jennifer Lawrence, dalla luce che sprigiona da un’anima indomita.
Winter’s Bone è il film che non ci aspettavamo. Lento, come l’inverno che sembra non finire mai, crudele, a volte, come chi uccide per sopravvivere. Ma pieno di una bellezza nascosta, che dorme sotto una coltre di neve.

Un gelido inverno (Winter’s bone), USA 2010
di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes
100 minuti