La vita è sogno? Non chiedetelo a Danny Boyle

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In Trance, ultima fatica di Danny Boyle, è costruito su un modello di sceneggiatura che suonerà arcinoto anche alle orecchie dello spettatore più sciatto e svagato. Questione di mode. Occorre, si sa, tenere vivo l’interesse. Purché qualcosa accada: che al cinema (che è spettacolo nella essenza) vuole dire niente. Gli ingredienti: trame intricatissime, delle quali non si riesce proprio a venire a capo (è probabile che gli stessi sceneggiatori, rapiti dal turbine della scrittura, perdano ad un certo punto le fila del discorso); personaggi monolitici, troppo candidi o troppo sofisticati, traviati dall’unico, ingombrante desiderio di individuare il bandolo di una matassa in via di irrefrenabile espansione; realtà e finzione sovrapposte in un assurdo gioco di ritorni eterni della storia; sangue; armi; cuori infranti; mani levate troppo in fretta pur di tenere la tensione congelata, arrancante, per tutto il tempo della pellicola. La somma di queste parti rende ragione di un prodotto che conoscerete troppo bene, nel quale lo stesso Boyle (a cui  non sappiamo non guardare con occhi colmi di gratitudine), da qualche trama a questa parte, è incappato.

Confesso di avere qualche difficoltà a individuare il vero protagonista della vicenda (ve ne è uno, siatene certi). A detta del regista stesso, al centro della storia dovrebbe esservi per la prima volta (quote rosa?) una donna, la conturbante Rosario Dawson (il cui nudo frontale troverebbe ispirazione, bontà del regista, nella pittura di Goya) nella parte della ipnoterapeuta Elisabeth Lamb. Abbiamo riserve sul merito: la complessità della trama è tale da impedire anche al più meticoloso degli osservatori esterni di stabilire un centro di equilibrio (sempre necessario, nella struttura di un film di genere, al fine di reggere, rassegnate le digressioni, le sorti complessive della storia). Poniamo quindi, per opportunità, che il protagonista sia il pur bravo James McAvoy (forse poco azzeccata l’aria da bravo ragazzo data al personaggio) nel ruolo di Simon, giovane banditore d’asta, giocatore d’azzardo, ricoperto di debiti, e per questo costretto ad aiutare il delinquente Franck, interpretato da un ingessatissimo Vincent Cassel (del tutto fuori parte e, probabilmente, fuori di ogni luogo e tempo massimo) a rubare un dipinto di Goya per risollevare la sua precaria situazione economica. Ma durante il colpo sorge un problema: Simon si ribella (ha un piano per tenere il dipinto tutto per sé), Franck lo colpisce alla testa, procurandogli una amnesia. Nella borsa (in cui avrebbe dovuto trovarsi il dipinto), passatagli da Simon durante il furto, Franck non trova nulla. Così, assieme ai suoi scagnozzi, mette sotto torchio Simon stesso al fine di ritrovare il malloppo. Ma Simon, preda dell’amnesia, non riesce a ricordare. Spetta quindi all’ipnoterapetuta Rosario Dawson aiutare l’impacciato Simon/McAvoy a recuperare la memoria. Da questo punto di non ritorno in poi la storia si misura con l’incongruo gioco di rimandi di cui dicevamo.

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Da questo punto in poi la densità degli stratagemmi narrativi è tale da ridurre la trama a un mero esercizio di stile, gioco compiaciuto, il cui carattere di autoreferenzialità grava pesantemente sull’inesorabile dissolversi di ogni verosimiglianza. Allo spettatore non resta che abbandonarsi al vorticare della giostra, coltivando con pervicace ottimismo la speranza di scendere il prima possibile, di capirci qualcosa, di trovare la luce. Pure, l’invocato spiegone finale non arriva mai.

La regia di Boyle asseconda l’impeto da maniaci del “nulla è come sembra” degli sceneggiatori, prestando alla causa tutto il suo impegno di regista dal cuore grande e appassionato, sprezzante delle regole e fiero seguace delle approssimazioni, degli sguardi sghembi, delle tensioni affettate. Pare che al regista importi solo di portare a casa l’ennesimo dramma umano.

La fotografia patinata di Anthony Dod Mantle fissa il suo occhio complice su una Londra troppo raffinata; non si cura del degrado delle periferie (cui guarda sprezzante); mira solo a soddisfar se stessa, perentoria, ignara di tutto.

Un film modesto: aggrovigliato, ammiccante, ruffiano, interamente telefonato.

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In Trance 
Gran Bretagna, 2012
di Danny Boyle
con James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dawson
101 minuti

L'America trova rifugio sotto il peso delle sue stesse angosce

Take Shelter di Jeff Nichols

Pare sia già capitato che, per il tramite di queste pagine, si parlasse di pellicole già uscite nelle sale italiane, mal distribuite, e assolutamente da recuperare. Si è detto in tutte le salse della miopia della distribuzione nostrana, del suo batter cassa a tutti i costi, in un cinico gioco delle parti e insensibile, come fosse una misura (e una promanazione) del cieco vento di tramontana che spira sulle splendide rovine del nostro cinema. La distribuzione di questo film nelle sale italiane si direbbe una eccezione alle linee di tendenza che mirano a privilegiare i blockbuster, specie nella programmazione estiva.

Take Shelter, seconda prova del giovane regista americano (classe 1978), Jeff Nichols, si inserisce di diritto nella tradizione del Grande Cinema Americano, capace di raccontare, con prodigiosa concisione e nessuna partecipazione emotiva, i drammi insoluti di una nazione. A tratti pare di trovarsi in un romanzo di Steinbeck: lo stile di vita americano, i suoi rigori, i suoi punti di forza e i suoi limiti, sono il terreno in cui affondano paura e malattia, quali caratteri insondabili, inguaribili.

Il protagonista, Curtis LaForche è un operaio, che vive in una piccola comunità dell’Ohio assieme alla moglie e alla figlia di sei anni, affetta da sordità. La pace familiare è violata da una serie di strani sogni premonitori che sconvolgono l’uomo a tal punto da spingerlo a costruire con le sue mani un rifugio contro una immaginaria prossima catastrofe. Il dubbio sulla sanità mentale di Curtis attraversa tutta la pellicola, e si insinua nello spettatore.

Take Shelter di Jeff Nichols

Nella costruzione della suspance, Nichols si ispira chiaramente al nobile modello hitchockiano, di una tensione palpabile mossa dall’espediente narrativo del non visto e del non detto, ma ne rielabora le strutture, le rinnova. Potremmo dire che americanizza i suoi modelli d’ispirazione, mira a realizzare la perfetta simbiosi di racconto, fotografia e musica (stupenda e efficacissima la colonna sonora di David Wingo). Ha la mano ferma del regista d’esperienza, muove le fila (è anche autore della sceneggiatura) profondamente consapevole delle possibilità del mezzo, inchiodando lo spettatore alle ragioni della sua storia. Le immagini icastiche (lo stormo di uccelli neri, la pioggia giallo ocra, il cielo nero di pece), i rumori della tempesta imminente, le paranoie di Curtis, caduto nelle spire della malattia mentale e le smanie per vincerla, tengono il passo del racconto di momenti di quotidiana difficoltà di una media famiglia americana (le questioni per la polizza sanitaria, i debiti contratti con una banca).

Immensa la prova dell’attore protagonista, Michael Shannon, anche qui come altrove alle prese con un personaggio disturbato, ma capace di infondergli una profonda fragilità che costantemente spiazza, mozza il fiato, e fa riflettere sulle ragioni e sulle cause della malattia mentale nel solco lieve che la separa dal sano, dal fisiologico. Le sue paranoie risuonano dei sussulti dell’America tutta, presa essa stessa dall’ansia della sicurezza e del controllo. Curtis si macchia di colpe che non avrebbe mai pensato di conoscere, e ne è consapevole. E dire che è solo mosso dal desiderio di sapere sua moglie e sua figlia al sicuro. L’attrice Jessica Chastain, che veste i panni di Samantha, moglie di Curtis, già stupenda in The Tree of Life, tiene il gioco: è una donna premurosa e paziente che mai abbandona la mano del marito. Entrambi ci conducono al finale con imprevista e imprevedibile commozione.

Take Shelter di Jeff Nichols (poster)Take Shelter – USA, 2011
di Jeff Nichols
con Michael Shannon, Jessica Chastain, Katy Mixon, Shea Whigham, Kathy Baker
120 min.

Leggere per sopravvivere all'ansia

Pablo Picasso- La LectureTony e Susan sono i due protagonisti di due rispettivi romanzi: di un romanzo di introspezione, insidioso, ricco di flashback, intimo, Susan, e di un thriller avvincente e  crudo, Tony. Due diversi protagonisti tenuti assieme dal medesimo titolo giacché Tony & Susan è un libro nel libro, la qual cosa, come spesso ci accade in letture di questo tipo quando l’espediente è così esplicito, inizialmente ci ha fatto un po’ storcere il naso: che la metà di un volume sia affidata alla penna di un principiante, Edward, l’ex marito di Susan, ci pare scelta narrativa comoda. Ci sembra che l’autore della storia primaria cerchi una scusa per rilassarsi, abbassare la guardia, trascurare lo stile. Ma andiamo con ordine e cominciamo col ricrederci.

Austin Wright ha scritto, oltre a sette romanzi, numerosi saggi dedicati alle forme della letteratura e per gran parte della sua vita ha tenuto corsi di tecniche della narrazione. E la maestria in questo campo è palese dopo poche pagine. Tony & Susan è del 1993: un ex marito, Edward, invia a una donna con la quale ha condiviso diversi anni in diversi momenti della sua vita, Susan, un manoscritto, Animali notturni, chiedendole di leggerlo e di dargli un parere. Susan, sposata a un medico e madre di tre figli, docente universitaria, è avvezza alla lettura, è propriamente una lettrice, ma l’idea di leggere il manoscritto del suo ex marito la investe di una patina di inquietudine che raramente si dissolve, contagiando il lettore (sia quello che legge il romanzo che quello che legge il romanzo nel romanzo).

Perché i lettori sono effettivamente due giacché l’approccio è doppio, i livelli di tensione diversi, l’affinità coi due protagonisti differentemente empatica. D’altra parte il desiderio di lettura si intensifica unilateralmente sia quando a colpirci sono l’insondabile insicurezza e la serpeggiante insoddisfazione di Susan sia che si tratti della pavida rabbia di Edward.

Pablo Picasso Marie ThereseSusan, dopo una radicata e protratta diffidenza, si lascia coinvolgere dal thriller e noi con lei. La vicenda di Tony, sulla strada per il Maine con la moglie e la figlia, si carica di tensione e raggiunge in diverse occasioni apici considerevoli, fin troppo per quello che dovrebbe essere il manoscritto di un principiante. Effettivamente un talentuoso principiante, e la cosa sorprende noi come la lettrice prescelta dall’autore, Susan. La compulsione alla lettura che caratterizza Susan ci accomuna a lei e ci induce a leggere avidamente alla ricerca di risposte che valicano il limite della semplice curiosità per spingersi nel piacere dell’introspezione. Quello che Tony & Susan ci offre è essenzialmente l’opportunità di confrontarsi col piacere della lettura e con la capacità di essere effettivamente un buon lettore, capace di vincere i pregiudizi (conseguenza del passato, della formazione, dei gusti e del tempo di ciascuno), lasciarsi coinvolgere, trascorrere con un libro momenti intensi e intimi.

“Ancora una volta rimanda il romanzo di Edward. Legge cose brevi, il giornale, gli editoriali, fa il cruciverba. Il manoscritto offre resistenza, o è lei a offrirgliela; ha paura di cominciare a leggerlo, a meno che non abbia il potere di farle dimenticare il pericolo, qualunque esso sia. Il manoscritto è pesantissimo e lunghissimo. I libri la respingono sempre all’inizio perché prendono così tanto tempo. Poi però riescono a eclissare le sue ansie, a volte per sempre. Arrivata alla fine del libro a volte può capitare addirittura che lei sia un’altra persona. Ma stavolta è peggio del solito perché la resurrezione di Edward introduce nuovi turbamenti, oltre ai timori che Susan ha già”.

Titolo: Tony & Susan
Autore: Austin Wright
Editore: Adelphi
Dati: 2011, 408 pp., 19,50 €

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21 ricette pratiche di morte violenta: suicidarsi è un’arte

“Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito”, scrisse  il filosofo e scrittore Emil Cioran.  E in un’intervista raccontò: “Credo che l’idea del suicidio sia l’unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze”. Ora qui non si scrive di Cioran, anche se il tema è pertinente  e il filosofo è un ottimo apripista.

Ha la stessa impostazione concettuale, una stravagante consolazione filosofica, paradossale come i suoi ragionamenti: 21 ricette pratiche di morte violenta, guida per aspiranti suicidi con sottotitolo (tanto per capire di che pasta è fatta) “a uso delle persone scoraggiate o disgustate dalla vita per motivi che, tutto sommato, non ci riguardano”. Chissà se Cioran abbia mai letto questo formidabile e dissacrante libello, introdotto da un Piccolo manuale del perfetto suicida,  scritto e disegnato nel 1926 da Vercors, pseudonimo di Jean Bruller, poi rivisto e aggiornato a distanza di molti anni, nel 1977, dallo stesso autore. Chi più di un umorista può rendere sopportabile la vita consigliando la morte? Chi è più filosofo di un umorista noir? Uno che ti suggerisce tra l’altro, un suicidio per eccesso idraulico, laminazione, immersione prolungata parziale o totale, harakiri, o per eccesso di longevità spiegando con precisione come si realizzano; uno che si prende cura di portare il suo gioco mentale fino all’assurdo. Freud ha evidenziato che “il contrario del gioco non è ciò che è serio bensì ciò che è reale’” E Bruller ‘sabota’ il reale, la morte a favore del gioco, con serietà estrema.

In grande anticipo sull’era nostra dei prontuari, a tal punto pronti che in poche mosse ti risolvono persino questioni di vita e di morte (alla lettera), della manualistica e dei ricettari concernenti qualsiasi cosa, Vercors si comporta in questo album umoristico sui generis da ‘chef’ atipico, capace di elargire con piglio scientifico e professorale, ricette suicidarie per tutti i gusti, le esigenze, i caratteri e i fisici. Così, il tipo filosofo, ma filosofo pesante, l’uomo del disinganno, proprio come Cioran, che cerca un’indicazione non sul delitto perfetto, ma sul suicidio perfetto per poi tornare alla vita libero e affrancato, trova quel che cerca. Trovano la soluzione adatta a loro anche il tipo stanco della vita tutto a un tratto, fulmine a ciel sereno, per una delusione d’amore, proprio come accadde allo stesso Bruller; il suicida attivo e quello passivo, l’introverso e l’audace.  Ogni ricetta è corredata da illustrazione dell’autore, a scanso di equivoci e per favorire l’esecuzione manuale. Più che una questione di coraggio, infatti, il suicidio nella canzonatura lieve di Vercors, richiede di superare un grave pregiudizio, sembra essere un fatto di movente e concernere un problema esecutivo a cui porre rimedio. Il risultato è un capolavoro di leggerezza e paradosso niente affatto segnato dal passare del tempo. Finora sconosciuto in Italia, a pubblicarlo ci ha pensato la casa editrice Portaparole (la cura e la traduzione sono di Flavia Conti che per la casa editrice ha già tradotto dello stesso autore, Le commandant du Prométhée). Portaparole si distingue nel panorama italiano perché è specializzata nella pubblicazione di testi proustiani e di cultori di Proust, oltre a essere bilingue (pubblica in italiano e in francese), e capace di scovare  classici irriverenti.

All’epoca della prima stesura, Vercors era un disegnatore e illustratore; solo dopo la partecipazione alla Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale diventerà uno scrittore di fama mondiale per aver scritto Il silenzio del mare e fondato in clandestinità Le Editions de Minuit. La guida all’aspirante suicida nasce da un gioco con Yvonne Paraf, responsabile del rifiuto d’amore,  (diventerà la futura factotum delle Editions de Minuit). Vercors le consegna un disegno di suicida per essere stato respinto; lei,  per nulla affranta, risponde con un altro disegno: nasce l’idea di comporre un album, vignette e testo. Che è un’immersione in una realtà governata dall’umorismo nero, prendere o lasciare; un salvavita per maitre a penser che vi trovano soluzioni di liberazione possibile (anche se non le applicano), modo di riconciliarsi con l’esistenza e persino di apprezzarla di più. Tra la prima e la seconda edizione con aggiunta di un’avvertenza al lettore, il riso beffardo di Bruller (l’opera gli ha portato fortuna; è vissuto fino a 90 anni) fa il verso all’autore giovane. La portata ludica e iperbolica del testo raggiunge i risultati più divertenti nel capitolo Suicidio per contagio volontario in cui l’operato di medici e chirurghi è annoverato come strumento di fine, in alternativa al contatto con un malato contagioso. O il suicidio per ingestione da parte animale, un tempo molto pratico: “bastava abbracciare la fede cristiana”, mentre oggi basta una visita al presidente dell’Uganda, scrive Vercors, “una parola ben detta e il processo è avviato in modo generalmente irreversibile”, tramite uso di coccodrillo. L’autore dice di esser rimasto vivo per troppo attaccamento alla vita, eccesso di precauzioni nei preparativi del suo trapasso. Suggerisce dunque, per un suicidio ben riuscito, prudenza, modestia, soprattutto combinare diverse ricette per un risultato sicuro. L’importante è approfittare “di un così meraviglioso vantaggio” dato all’uomo: “poter morire, se vuole, quando, dove e come preferisce”, organizzare al meglio la “grande esperienza”. Studiare bene il manuale così da organizzare una fine elegante. Riuscitissima.

 

Titolo: Ventuno ricette pratiche di morte violenta
Autore: Vercors
Editore:Portaparole
Dati: 2011, 132 pp., 18,50 €

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Attorno a un tavolo a digerire orrori

La cena di H. Kock, edito da Neri Pozza, è, forse suo malgrado, un chiaro esempio di quanto gli interessi del lettore siano ormai molto relativi su più fronti ma specie nel complesso rapporto di compravendita di un prodotto quanto mai originale come può essere un libro.

Non siamo i primi a dirlo e tantomeno a pensarlo ma che il valore della lettura (e non entriamo nel contesto del “piacere”, troppo personale per qualsivoglia giudizio) sia svalutato è un fatto. Fatto altresì che si mostra bellamente in quarte di copertine e risvolti assolutamente fuorvianti, del tutto infedeli al testo, esplicitamente didascaliche, o, e questo è il caso, tutte volte al raggiungimento di uno scopo ultimo molto diverso da quello ideale di guidare il lettore all’acquisto consapevole di un prodotto.

Vero è che ciascun lettore riesce a trovare tra le pagine, anche nei testi per i quali è stato già tutto svelato, sorprese e rivelazioni ed è vero altresì che per alcuni libri, per alcuni thriller, ben raccontati e costruiti si può dire davvero ogni cosa, anche il crimine e il colpevole.

Anche perché il colpevole svelato, quello che tutti condanniamo e respingiamo con orrore, non è il ragazzo violento che istiga alla violenza i suoi cugini coinvolgendoli nel crudele assassinio di una barbona, quanto piuttosto la risacca di ossessioni parentali e gesti d’amore sviati e fuorvianti che trascina con sé ogni pudore, ogni stato oggettivo della mente umana, ogni istante di lucidità e comprensione.

Due ragazzi uccidono una barbona, colpevole di occupare con la sua ingombrante presenza e la sua puzza il gabbiotto di un bancomat, dandole fuoco; l’atto in sé è inconcepibile (ma quanto poi nel nostro contemporaneo?) e chiaro sarebbe il dovere alla condanna. Durante una cena in cui si incontrano i quattro genitori, però, quello che gradualmente trova la via per la superficie è un corale senso di sociopatia che li induce, chi per un motivo, chi per un altro, a coprire i propri figli e a giustificare l’atto da essi compiuto.

Giustificazioni molto potenti in diversi sensi: per il loro essere inconcepibili per un animo normale e scevro di condiscendenza, per il loro essere prive di scrupoli, per la loro crudeltà primitiva e feroce. E per l’eleganza con cui si insinuano negli anfratti della nostra mente a convincerci della possibilità che in una situazione così univoca possano esserci anche delle prospettive e dei punti di vista diversi.

La potenza e l’eleganza di questo impianto narrativo volto a scoprire e rivelare il marcio e a farcene comprendere il senso è minata e sminuita dal ricorso a un’ipotetica malattia mentale del padre che da quest’ultimo sarebbe stata trasmessa al figlio. Un’impronta genetica che smonta l’impianto della premeditazione e dell’incuria di genitori e società nei confronti dei ragazzi adolescenti, riducendolo a predestinazione scontata e “clinica”.

Queste quattro persone, questi quattro genitori, che si ritrovano a cenare in un ristorante di lusso, nel tempo che va dall’aperitivo alla mancia (dilatato da numerosi flashback che ancora una volta non narrano, solo raccontano per stuzzicare un appetito curioso che invece sfamano troppo rapidamente) decidono del futuro dei propri figli e del proprio, svelando un marcio putrescente, di atti e  pensieri, che ben si sposa con il cibo e i pasti raccontati con disgustato distacco e rappresentati come contaminati dal tocco del maitre, dal rumoroso divorare dei commensali, dal prezzo esorbitante che è necessario pagare per sopire certi istinti primordiali.

Una narrazione che incrocia passato e futuro ma che perde il contatto con l’atto colpevole e bestiale che dovrebbe invece ancorarli al presente.  E ci trascina sapientemente in questo gorgo egomaniaco che, a breve termine, ci appiccica addosso un senso di inadeguatezza che ci sorprende e smarrisce, e per questo tanto di cappello a Koch.

Per il resto francamente non comprendiamo (o forse comprendiamo appieno) il motivo del successo di questo romanzo (un caso internazionale che vale 250.000 copie vendute in pochi mesi) che dal ricorrere alla cena e al cliché narrativo del confronto attorno al desco, all’uso e abuso di riferimenti televisivi e webbiani  furbetti ci sembra davvero tanto, troppo, simile a molti altri prodotti, che, come quest’ultimo, complicano la digestione.

Titolo: La cena
Autore: Herman Koch
Editore: Neri Pozza
Dati: 2010, 286 pp., 16,00 €

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Lo sguardo di una vittima sulle colpe e i segreti del suo carnefice

Non riesco a ipotizzare fino a quando durerà, ma certo è che anche per la marea nera (che per fortuna per il resto nulla a che vedere col Golfo del Messico) dei gialli di matrice scandinava un tappo che funzioni ancora non si trova. E non perché ce ne sia un effettivo bisogno, intendiamoci, in effetti ne abbiamo letto molti e alcuni veramente notevoli, solo ci angustiano le tendenze e questa dei gialli del Nord sta diventando pericolosamente una moda.

Una moda molto reclamizzata che si alimenta di un passaparola che (almeno di questa portata) non ricordiamo dai tempi di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire (libro pessimo, peraltro, di quella razza ingenua e furba al contempo che a distanza di anni ancora irrita).

Ebbene il rischio che nel calderone ribollente della moda vengano inglobati veri pezzi di narrativa ci impensierisce. Ed è per questo che ci avviciniamo alle novità scandinave sui banchi delle librerie con una certa riluttanza mista a sospetto: sarà un buon libro o un escamotage per vendite facili?

Finché sarà passata la tua ira di Åsa Larsson è un buon libro. E tiriamo un sospiro di sollievo.

Ma non è semplicemente un buon libro. Ha diverse sfaccettature che di concerto generano una mistura che avvince sin dal momento in cui ci si imbatte nella giovane protagonista (e vittima) di questa vicenda corale e lo rendono un noir, un thriller, un romanzo psicologico.

Circondati da un paesaggio di straordinaria bellezza, Wilma e Simon stanno per affrontare l’avventura che attendevano da mesi. Sono giovani, innamorati, entusiasti. Il gelo attorno a loro ricopre tutto: acqua e terra; ghiacciando la superficie del lago Vittangijärvi, in cui i due ragazzi stanno per immergersi alla ricerca del relitto di un aereo precipitato molto tempo prima. Mentre nuotano sul fondo del lago, però, Wilma, risalendo la segola di sicurezza divenuta d’improvviso molle, prende amaramente coscienza del fatto che qualcuno li ha intrappolati sotto alla coltre di ghiaccio posando sopra al foro d’uscita una porta di legno. Non avranno scampo. Quando molti mesi dopo il corpo di Wilma viene finalmente alla luce, Rebecka Martinsson, procuratore a Kiruna, intuisce che dietro a quella morte non c’è solo una terribile disgrazia. Comincia per lei una nuova indagine nella sua amata terra lappone tra le meraviglie di una natura ancora primitiva come la durezza e il sospetto di certa parte dei suoi abitanti. Assieme all’ispettrice Anna-Maria Mella (entrambe le donne hanno alle spalle delle storie difficili e intense) intuiscono che è nel passato che vanno cercate le origini di un gesto tanto spietato, e sfidano il silenzio di una famiglia che da lunghi anni si prende cura un segreto crudele e di due fratelli, novelli Caino e Abele, che lo coltivano come se da quest’ultimo dipendesse il presente e il futuro dei suoi custodi.

Molti i protagonisti di questo romanzo, alcuni struggenti (Wilma, per esempio che, come accade in altri romanzi della Larsson, ormai fantasma, ci racconta la propria morte e osserva con un tenero distacco la sua vita da lontano) altri che ci impongono un’empatia che fino alla fine rifiutiamo ma che, nostro malgrado, non possiamo evitare, coinvolgendoci in una storia familiare dal profilo epico-simbolico i cui protagonisti subiscono gli eventi pur guidandoli. E altri ancora che vorremmo scuotere, che ci infastidiscono. Tutti resi con un’estrema forza espressiva e un’esperta tensione narrativa che non scende mai anche se talvolta s’appaga della sua stessa accuratezza fornendo informazioni che il lettore avrebbe potuto intuire godendo altrettanto a fondo di questa appassionante vicenda.

Titolo: Finchè sarà passata la tua ira
Autore: Åsa Larsson
Editore: Marsilio
Dati: 2010, 307 pp., 17,00 €

L'altra faccia della Svezia immacolata

È uno specchio perfetto della società moderna (non solo di quella svedese) questo primo capitolo della serie di Camilla Läckberg (La principessa di ghiaccio) edito da Marsilio.

Una società Ipocrita. L’ipocrisia troneggia spavalda tra le pagine e tutto guida, tutto muove.

Tutto deve essere perfetto (perlomeno sembrarlo) e una volta ottenuta la perfezione, o la parvenza della perfezione, ci si deve sforzare di mantenerne l’immagine viva, fresca, intoccabile.
Anche a costo di sacrificare le nostre aspirazioni, i nostri ideali, anche a costo di sacrificare noi stessi.

Un poliziesco che possiede tutti gli elementi del suo genere e che nella letteratura di genere si inserisce alla perfezione, rivelando, ancora una volta, come probabilmente la Svezia sia la ben promettente discepola della tradizione giallistica inglese. E che Camilla Läckberg possa essere la nuova Agatha Christie di Svezia non è solo questione di strilli da quarta di copertina.

Il registro è sempre attento, nessuna caduta di stile, rarissimi i luoghi comuni.
La società svedese è tratteggiata nei dettagli e impietosamente messa a nudo.
C’è il capo della polizia arrogante e incapace; ci sono i servizi sociali incapaci di evitare le tragedie perché schiavi della burocrazia; c’è la violenza tra le mura domestiche; c’è una sottile patina di perbenismo che tutto avviluppa, tutto indora. E tutto appiattisce.

Alla trama centrale si alternano ritmicamente alcune brevissime, ma efficaci, pause narrative volte a dipingere le immagini, a fermarle, a contestualizzare e rendere uniche le scene, quasi familiari, quasi alla nostra portata.
Intensi tratti di colore che ricordano le pennellate sulle tele di uno dei più ambivalenti personaggi della vicenda.
Un matita rosicchiata mentre sovrapensiero si rimesta tra carte vecchie d’anni; dei dolci fatti a mano che emanano un profumo di cannella che sembra accarezzare le narici di chi legge; vecchie fotografie disposte su tavoli come se a guardare fossimo invitati, come se fosse richiesto il nostro parere.

Scrittrice, donna intelligente, dinamica, Erica, il personaggio principale, risente del modello della sua eroina Bridget Jones, è quasi una variante di quel personaggio. Una ragazza pienotta e ciononostante (!) bella. Peccato che da questo simpatico modello rifugga sottoponendosi a diete dimagranti e ossessioni weithg watchers, vivendo un po’ troppo spesso se stessa con rammarico e senso di colpa.
Erica è, per motivi contingenti, tornata da Stoccolma al suo paese natio. Lì ritrova gli amici e gli amori di un tempo, ritrova la casa della sua infanzia e lì perde, ritrovandola morta assassinata, una bellissima e misteriosa amica.

La vicenda si evolve con naturale concitazione, nulla è lasciato al caso in questa storia in cui pagina dopo pagina si concedono al lettore degli elementi di valutazione grazie ai quali può arrivare a delle proprie conclusioni (non senza aver fatto decine di congetture) anche prima che lo facciano i personaggi protagonisti. Questo naturalmente crea un legame empatico tra narrazione e lettore. Il narratore lascia, per qualche momento, che sia proprio quest’ultimo ad assumere il controllo e l’impressione è di esserne non solo partecipi ma quasi artefici.

A quel punto dall’ipocrisia toccata con mano per quasi tutto il tempo si passa con sgomento alla vergogna. Forse quest’ultima ne è figlia, certo è che per quanto scomoda essa sia è palpabile, vera, sicuramente capace di smuovere animi e intenti.

Assieme alla storia prende forma anche il romanzo scritto da Erica, una sorta di mise en abîme che permette agli eventi di trovare ordine e alla protagonista di trovare ispirazione. Di trovare se stessa.

Una lettura splendida e impossibile da tenere in sospeso. Un romanzo compiuto che, caso raro tra i cloni di qualche ben riuscito caso di marketing che incessantemente ci propinano in libreria, semina impazienza a piene mani per l’annunciato sequel. E speriamo che non ci disilluda come, purtroppo, è stato con La regina dei castelli di carta del suo conterraneo  Larsson.

Titolo: La principessa di ghiaccio
Autore: Camilla Läckberg
Editore: Marsilio, le farfalle
Dati: 2010, pp. 464
prezzo:  € 18,50

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