Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

L’inquietante pistola ad acqua di Brad Pitt

La scorsa settimana, mi è capitato di assistere alla conferenza stampa della mostra Il teatro scolpito, in cui sono raccolte una quarantina di testimonianze dell’attività di scenografo svolta dallo scultore Arnaldo Pomodoro negli ultimi cinquant’anni. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il maestro romagnolo ha insistito molto sul fatto che, nello stato attuale di crisi e di reiterati tagli alla cultura, è impossibile pensare di allestire degli spettacoli teatrali o d’opera con scenografie monumentali quali quelle da lui realizzate e che attualmente sono esposte nelle sale e nella piazza antistante a Palazzo Reale a Torino. Annunciando la morte del monumentale, proprio lui che è forse l’artista italiano più presente nelle piazze e nelle rotonde di tutto il mondo, ha contemporaneamente elogiato quei pochissimi artisti contemporanei capaci di dar vita, con nulla o quasi, armati solo di essenziali effetti di luce, a creazioni sceniche tanto suggestive quanto le sue grandi e ridondanti produzioni scultoree.

Un nome tra tutti ha meritato l’ammirazione di Pomodoro. Quello dell’americano Robert Wilson (Waco, Texas, 1941), che, coincidenza tra le coincidenze, è in mostra con un’importante selezione dei suoi Voom Portraits, nella residenza sabauda appena a fianco a Palazzo Reale. I due potrebbero guardarsi, vicendevolmente incuriositi, dalle rispettive finestre. Uno scultore prestato al teatro, non senza successo, e uno dei personaggio più importanti della scena teatrale del secolo scorso e di questo; un uomo che, per naturale visionarietà, era destinato a imporre il proprio nome anche nel gotha delle arti visive.

La mostra Ritratti, come accennato, porta all’interno delle sale barocche di Palazzo Madama, una ricca selezione degli altrettanto barocchi Voom Portraits realizzati da Wilson a partire dal 2004. Si tratta di ritratti filmati che ricalcano lo stile meccanicamente lento e ripetitivo con il quale il drammaturgo e regista americano ha forzato i limiti tradizionali del teatro. Elegantissimi animali e star di Hollywood riempiono gli schermi disseminati tra i dipinti secenteschi della dimora reale realizzando in pieno quella dimensione di inquietante e perturbante spaesamento teorizzato compiutamente da Freud nei primi anni del Novecento, ma di cui già i filosofi romantici e idealisti avevano colto l’ombra.

La ripetitività, si è detto, è un aspetto fondamentale dell’opera di Robert Wilson ed è palese fino all’estremo quando si ha di fronte Steve Buscemi nelle vesti di un sadico macellaio dietro a un quarto di manzo, in cui si sommano piccoli movimenti ossessivamente ripetuti che sembrano dover sfociare in un crescendo che non arriva mai e che proprio per la sua assenza diventa ancor più inquietante, accompagnato dal sottofondo di organetto e dalle tinte verdi e fredde da obitorio.

È la staticità generale a rendere maggiormente insostenibili le poche azioni che Wilson decide di regalarci. Accostare un filmato in cui il viso impellicciato di Johnny Depp rimane fermo sullo schermo per nove minuti a un altro in cui un’irriconoscibile Isabella Rossellini muove gli occhi senza sosta e sfoggia sorrisi isterici da bimba serial-killer, non fa che accentuare ulteriormente la ripetizione senza soluzione di continuità di questi gesti assurdi e l’atmosfera perturbante dell’intero allestimento.

Con questa personale Robert Wilson si dimostra un maestro dell’uso della luce, del suono, dei colori e dello spazio, dotato di un’innata capacità di creare un personaggio vivo, con una storia, grazie a pochissimi accorgimenti apparentemente semplici. Basta una filastrocca di sottofondo e un paio di calzini bianchi di spugna per tramutare Brad Pitt in un uomo segnato a tal punto da un dolore, un tradimento o un’ossessione amorosa, da farlo diventare vendicativo. Quando, con estrema lentezza, alza la pistola stretta nella mano destra, chiunque tra gli spettatori non può fare a meno di aspettarsi il peggio. Al primo spruzzo d’acqua si sentono i sospiri di sollievo, ma nessuno è riuscito realmente a scrollarsi di dosso quell’avvolgente sensazione di inquietudine.

Fino al 6 gennaio 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Torino
Info: www.palazzomadamatorino.it

Le fiabe di Andersen a teatro per svegliare i dormienti

«Le mie fiabe sono più per gli adulti che per i bambini, che possono solo comprendere le cornici, gli ornamenti. Soltanto un adulto maturo può vedere e percepire i contenuti. La semplicità è solo una parte delle mie fiabe, il resto ha un sapore piccante». (Hans Christian Andersen).

“Andersen 2011: Fiabe che non sono favole”. Se cercate un luogo dove partecipare a una lettura non convenzionale della realtà, fate un atto di coraggio, a costo di scoprirvi più ombrosi della vostra ombra ma in piena sintonia con l’opacità del fuori: spingetevi a teatro. Andate a vedere Fiabe che non sono favole: non vivrete momenti lieti, anzi sarete infastiditi e scossi, proverete disgusto per la vostra esistenza, spesso tramata di automatismi, assopimenti continui, convenzioni, disprezzo per il “diverso” ma anche per il “simile”,  sadismo gratuito. Ma questa è la miglior cosa che possa accadervi: una presa d’arte e coscienza di sé assieme.

Si sa,  il teatro è il luogo per eccellenza dello svelamento, dalla tragedia greca in poi (e qui non si svela niente di nuovo), il luogo che accoglie il mondo non per legittimarlo; è lo spazio drammaturgico che contiene le patologie del mondo, ma non è funzionale a niente che non sia rivelare guasti, brutture, ipocrisie individuali e collettive. Con questi presupposti, c’è chi ha il coraggio di osare, fino a immergersi nell’orrido. E quell’orrido siamo noi.

Figurarsi che binomio incandescente, fiabe di Andersen (di cui oggi si celebra celebra il 205° anniversario della nascita) e teatro militante, e che summa di inquietudini si scatena se queste fiabe sono proposte in una rilettura attuale. Regista e attrice, Emanuela Ponzano lo ha fatto, infischiandosene di leggi dell’audience e tecniche per strappare facile gradimento impiantate anche a teatro: sue l’ideazione e la regia di queste “Fiabe che non sono favole” (i testi tratti dalle fiabe di Andersen sono di Serena Grandicelli e Matteo Festa, la linea drammaturgica è della stessa Emanuela Ponzano). E con lei, compatta e ben collaudata, la compagnia Kaos nella messinscena nella sala studio del teatro Vascello di Roma, sala che è un antro buio, simbolo tra i simboli evocati, custode e specchio buio delle paure declinate in varie forme. Lo spazio teatrale è un guscio, contiene le paure e intanto le rimanda al mittente nella non separatezza, fisica e non, tra attori e spettatori, che piaccia o no, prossimi ai personaggi e alle loro epifanie, compresi i picchi di delirio. Non a caso, il sapiente gioco di luci e ombre, tra zolfanelli della piccola fiammiferaia, accensioni cupe e mortali a scapito del soldatino di piombo, effimeri trionfi di luce dell’imperatore, velleità fiammeggianti di scarpette rosse, volontà incendiare dell’autore-alter ego di Andersen, scandisce tutta la rappresentazione.

Audacia di scelte non convenzionali: i racconti di Hans Christian Andersen, impropriamente chiamati fiabe e relegati nel genere della letteratura edificante o pedagogia per l’infanzia, sono tutt’altra cosa, sono tutt’altro che consolatori, rassicuranti, volti a sedare le paure e scioglierle nel lieto fine. Al contrario, a volte suonano come atti d’accusa contro il genere umano; oppure sono resoconti di sacrifici inauditi a scapito di anime che restano solo abbozzate, schiacciate da destini avversi. Che li si leggano o meno alla luce psicoanalitica, come ci ha insegnato a fare Bruno Bettelheim nel suo libro, un classico del genere, “Il mondo incantato”, o indossando la lente antroposofica secondo la lezione di Rudolf Steiner nel saggio “La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito”, è chiaro che questi potenti simboli ideati da Andersen stanno a raccontare processi di iniziazione, talvolta non riusciti, anzi mancati; l’impatto con la propria ombra, con il male e la morte a cui a volte si soccombe da vivi. Non c’è epilogo in rosa, né contraffazione edulcorata della realtà perché non si dà iniziazione senza prove calate spesso nei regni più brutali della materia. Su questa base, si innesta la trasposizione teatrale che radicalizza la tensione, accettare o scappare, non smorza le nostre paure, casomai le amplifica portando al grado zero la pretesa dello spettatore di essere trastullato e distratto, di essere legittimato a compiere evasioni tutt’altro che innocenti. Sgradevole è la realtà, sgradevole la situazione italiana cui talvolta si allude in scena, e proprio perché si celebra la finzione teatrale nessun camuffamento è permesso. L’antro buio racconta la realtà, altro che favole! Curioso e stridente riconoscere le “fiabe” della nostra infanzia, gli archetipi del nostro percorso umano, persi e ritrovati tante volte o lasciati ai rovi dell’incoscienza, (Il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, Le scarpette rosse, Il vestito nuovo dell’imperatore, L’intrepido soldatino di stagno, La sirenetta, Il marionettista, L’ombra), tornare in forma di personaggi teatrali, più cruenti ancora di quanto non li abbia plasmati Andersen; portatori, di volta in volta, di rovelli e menomazioni interiori, nevrosi, brandelli di mondo scorticato.

Si recita senza rete. La tecnica unita ai molteplici talenti e all’uso sapiente e generoso della fisicità, sorregge gli eccessi e anche i passaggi troppo diluiti e meno riusciti. Intorno all’autore, interpretato da Fabio Sartor, in continuo alterco con il suo doppio, l’ ombra in fuga, si radunano secondo modalità pirandelliana i personaggi scaturiti dalla sua fantasia. L’autore pentito di avergli dato la vita, vorrebbe bruciarli, ma non può:  i personaggi rivendicano il diritto all’immortalità nell’ impermanenza di ogni cosa e nella trama cangiante delle generazioni umane. Ciascuno ha il suo assolo in cui far vivere la propria vicenda in versione aggiornata. La piccola fiammiferaia, Cristina Manni, è una bambina trovata morta di freddo, al termine di una straziante agonia fisica e di un delirio, con in pancia ovuli di cocaina. Questo anatroccolo altro interpretato da Alioscia Viccaro, è uno psicotico che odia il diverso, perché cresciuto in cattività nella paura dell’altro e dell’ignoto, personaggio troppo spesso presente negli scenari metropolitani.  Di sirenette, che poi non sono creazioni disneyane (leggere l’originale per capire), non se ne vedono quaggiù, oggi.  Il corrispettivo della sirenetta è un ragazzo africano sbarcato a Lampedusa, personificazione di un’umanità integra, innocente. Un puro di cuore, nell’interpretazione di Michel Diatta che racconta, come fosse un testimone pescato in un reportage televisivo, delle “sirene” che affiorano sulle coste italiane; centinaia di migliaia di uomini in fuga dall’Africa (è cronaca di questi giorni), ammassati su barconi guidati da stregoni, buttati in mare,  ripescati a volte morti; oppure scampati, la sera appaiono come anomale sirene dirette alla riva in cerca di approdi civili e umani. Un canto africano intonato con dolcezza e malinconia racconta di una dignità spesso perduta sulle nostre rive mediterranee. Il soldatino di stagno, ancora Alioscia Viccaro, è un milite ignoto in missione in Afghanistan, ligio agli ordini, trova la morte senza un perché. Scarpette Rosse,  Emanuela Ponzano, è una fatua e sciapa ragazzetta del presente, mossa da ambizioni di diventare velina, starlette televisiva. Quando porta a compimento il suo sogno strappando il titolo di “miss stagno”, e riuscendo a indossare le scarpe rosse, il suo destino di burattino disarticolato, bambola priva di vita interiore, corpo senza soffio vitale, si compie.

L’imperatore che in scena indossa il nuovo abito è nella interpretazione caricaturale ed esasperata di Riccardo Serventi Longhi, la  personificazione del potere. Se l’invenzione letteraria spesso è profetica e gioca d’anticipo sulla realtà, la storia poi s’incarica di superare  qualsiasi immaginazione. In quest’imperatore tronfio di vanità, maschera distorta di un ego ipertrofico, infantile e narcisista, accecato dal potere di chi può comprare tutto, anche il silenzio, si scorge la nostra realtà ridotta a meschina sceneggiata. L’imperatore ormai è nudo, ma il vero scandalo sta nel fatto che la sua nudità fisica lascia affiorare il vuoto dell’essere che relega al non essere i sudditi; eppure l’imperatore continua a fingere di non essere nudo grazie alla deferenza di chi si incarica di stare al suo gioco. Troverete poi, anatroccoli, una ballerina, marionette, strane figure in abiti militari che munite di fari in testa come fossero minatori o scavatori dell’anima altrui, portano luce o scompiglio, nelle tenebre. Qualche volta tutto si risolve, per modo di dire, in un processo d’individuazione mancato che accomuna i viventi in ogni scala di grandezza  e in cui individuo e società si corrispondono nella corsa al nulla. Le fiabe non cambiano la realtà, rammenta in scena l’autore; al limite cambiano i propri connotati e si aggiornano come in quest’impresa teatrale. Non cambiano la realtà, certo,  ma sempre riescono a strapparci al sonno della coscienza.

 

Emanuela Ponzano – Produzione Kaos
Andersen 2011 – Fiabe che non sono favole

Teatro Vascello sala Studio
Dal 24/03/2011

Il teatro disopprimente

“Bisogna fare uno sforzo per risalire il corso delle cose, e capovolgere gli eventi. Con purezza e sincerità di fronte a noi stessi… perché vivere non è seguire come pecore il corso degli eventi, nel solito tran tran di questo insieme di idee, di gusti, di percezioni, di desideri, di disgusti che confondiamo con il nostro io e dei quali siamo appagati senza cercare oltre, più lontano. Vivere è superare se stessi, mentre l’uomo non sa far altro che lasciarsi andare”. A suo tempo, un uomo straordinario (e perciò, in vita come in arte eccessivo), che rispondeva al nome di Antonin Artaud ideò e praticò il teatro della crudeltà, dove crudeltà non è violenza ma espressione di passioni e delle convulsioni psichiche e fisiche che la realtà provoca. Un teatro che è potente catarsi sia per lo spettatore che per l’attore: liberazione dello spirito dalle prostrazioni del mondo e dagli inganni dell’io. Il riferimento viene da sé nell’annunciare un festival teatrale anomalo, al di fuori di circuiti teatrali ufficiali,  lontano dai riflettori che il più delle volte riflettono il nulla. Il festival del teatro di-sopprimente. Lo organizza il centro diurno di riabilitazione psichiatrica di Cinisello Balsamo gestito dall’associazione culturale Mirmica. Ecco talvolta a che servono i “matti”: a farci da specchio, a darci notizia di chi siamo, scrostata la patina di superficie.  Il centro inizialmente promuoveva un laboratorio teatrale rivolto ai pazienti, uomini e donne contraddistinti da ciò che il gergo della finta benevolenza sociale chiama oggi con lessico asettico disabilità di carattere relazionale, sociale, lavorativo. Un passo alla volta, dopo sette anni di gestazione, il laboratorio composto da pazienti, attori professionisti, educatori con specifiche competenze teatrali, si è trasformato in una compagnia teatrale denominata Imov, movimenti teatrali.  Oggi è la stessa compagnia a promuovere il festival disopprimente che si svolge dal 25 e al 27 marzo a Cinisello Balsamo (presso il cineteatro Marconi, via della Libertà 108)  Se siete in zona, non mancate l’appuntamento. Perdereste un’occasione di trovarvi nel grande mare della disgregazione. Nell’oppressione di questa realtà, ci piace l’invito dritto al cuore a di-sopprimerci, riavvolgere il nastro, o, incapaci di riavvolgerlo, farlo girare in altro modo e con uno spiraglio di senso.  Ci piace partire da Cinisello Balsamo, che non è Arcore con tutto il rispetto per chi ci abita, ma in questo caso è un simbolo opposto, per dare voce a un’Italia altra, attiva di fatto e senza clamori, che non fa sceneggiate di potere e pochezza, ma teatralizza le nostre dinamiche, riabilita i malati riabilitandoci, offrendoci una via di riabilitazione, e non è un gioco di parole; l’Italia di un fare altro, che non è propaganda, è operosità militante, che mira a sviluppare inclusione sociale passando per  il cuore e la psiche degli individui. Le compagnie selezionate per il festival sono di diversa provenienza e origine, così come le associazioni culturali e di promozione sociale invitate all’evento.

Alla rassegna parteciperanno cinque compagnie teatrali: “Lab 121”, “PAT&PAT” e “Maledirezioni”, tutte provenienti da Milano, oltre a “iMOV movimenti teatrali” di Cinisello Balsamo, e infine, come ospite speciale da Marsiglia (Francia), la compagnia di giovani ragazzi tra i 15 e i 18 anni “Cie 2b2B”. Completano il programma la proiezione di video realizzati da associazioni del territorio, workshop e momenti di incontro animati dagli artisti e aperti alla comunità, per intensificare lo scambio artistico, culturale e dunque sociale. Non solo. Intento del festival è utilizzare l’esperienza artistica come strumento di trasformazione culturale; aprire gli spazi del servizio psichiatrico  per combattere ciò che i tecnici chiamano stigma, pregiudizio nei confronti dei malati mentali. Sono previsti anche laboratori aperti e gratuiti con gli artisti del festival.  Siamo parti di uno stesso mondo e il mondo degli altri, anche nell’apparente totale difformità di vita e storie personali, oltre il discrimine labilissimo salute-malattia mentale dietro il quale ci nascondiamo accampando pretese di normalità, è anche il nostro, ci riguarda. Tornando nei nostri luoghi, spazi, ambienti soliti con questa coscienza acquisita, risvegliata o nascente, potremo incidere in piccolo sulla formazione delle idee. Superare  noi stessi, contrastare l’abbandono a noi stessi, come indicava Artaud. La deriva è sempre in agguato, a ogni istante.

Ricco il cartellone. Apre il festival, la rappresentazione “Cercando Volume III, l’epilogo”, per la regia di Wauder Garrambone. Una piece che offre agli spettatori la possibilità di riflettere sulle fratture che tutti abbiamo e che spesso ci fanno essere malati inconsapevoli a vita. Quanto mai pertinente, indicativa del clima che si respira e delle perniciose corrispondenze tra dentro e fuori, è Maledirezioni,  Countdown (uno studio su “il bel paese”) per la Regia di Carlotta Origon. Come possiamo rimpossessarci della storia? “Countdown”  ripercorre la storia Italiana più recente e immediata: quella degli ultimi due anni.  Si tenta di fare la cronaca di una caduta, un conto alla rovescia verso quella che ancora non sappiamo cosa sia, se un’esplosione o un’implosione o semplicemente l’arresto del dispositivo. È un teatro sperimentale e innovativo, gratuito e necessario. “Da tutti prende qualcosa per portarlo da un’altra parte, con la sola missione di contaminare, di creare percorsi invisibili, rotta dopo rotta, che costruiscano reti di comunicazione in questa società disgregata. Perché il teatro sia incontro delle formiche e non il parco giochi dei soliti noti”, avverte il manifesto programmatico dell’associazione. (Tutti gli eventi del festival sono a ingresso gratuito)

E proprio sulle tracce di quest’Italia altra, di operosità artistica ed etica, capace di un’arte non autoreferenziale e narcisista, ma al servizio della comunità, ci piace segnalare un’altra importante esperienza. Anche nei dintorni di Roma c’è chi ha messo il suo talento al servizio di un uso terapeutico e sociale del teatro. A Nazzano Davide Marzattinocci, attore e regista di Metamorfosi Teatro, dal 2010 anche docente in Dramma Terapia presso la scuola di Arti Terapie del centro studi Antigone di Enna, con un curriculum formidabile nelle arti terapie (dramma terapia, musicoterapia, danza terapia), terrà questa domenica un laboratorio aperto (presso il teatro-sala polivalente del museo del fiume, piazza Belvedere, Nazzano). Si intitola “Teatro e disabilità”: il laboratorio vuole far incontrare due gruppi teatrali (Teatro Buffo – cooperativa Spes contro Spem e  Teatro del Lipirone – cooperativa Brutto anatroccolo) che coinvolgono persone con disabilità, i loro operatori e gli attori che ne fanno parte, ma è aperto anche agli altri. La valenza sociale dell’esperienza è confermata dal fatto che non è richiesta alcun tipo di abilità artistica.  I posti sono limitati per cui è necessario prenotare (al numero 340-1486357). Al termine dell’esperienza, si pranza tutti insieme.

Nel pomeriggio, invece, a partire dalle 17 e 30,  stesso luogo, il teatro Ygramul inscenerà le “Fiabe del nero, giro del mondo in riciclo”, mentre il  gruppo Metamorfosi Teatro rappresenterà Pantalone Innamorato, un canovaccio inedito di commedia dell’arte (l’ingresso è libero). A proposito del Teatro Buffo, spiega Davide Marzattinocci: “Il laboratorio teatrale Teatro Buffo nasce nel mese di maggio 2007, come risposta efficace alle esigenze di integrazione, socializzazione e divertimento al di fuori dello spazio domestico, emerse dall’esperienza di servizio alle persone disabili nelle case famiglia gestite dalla cooperativa. Nel progetto vengono coinvolte le case-famiglia Casablu e Casa Salvatore, gestite da Spes contra spem, e Sei come Sei, gestita dalla cooperativa Perla, una realtà nata nel 2007, come nuova iniziativa di cooperazione promossa da Spes contra Spem. Al laboratorio partecipano quindi sei persone, abitanti nelle case, tre operatori dai quali vengono accompagnati, con l’aggiunta di un operatore e due attori volontari. Il gruppo è diretto da me e coordinato da un responsabile. Tutte le persone partecipanti sono parte attiva e integrante del gruppo teatrale. Il teatro si propone come il mezzo attraverso il quale i partecipanti sperimentano la possibilità di sciogliere le proprie tensioni e superare le proprie inibizioni, divertendosi e vivendo le emozioni dell’esperienza teatrale; dalla creazione di una storia, alle prove fino alla rappresentazione per un pubblico”.

Ce ne vorrebbero di iniziative del genere nel fantastico mondo “normodotato” che spesso in dote porta l’incapacità di svelarsi con purezza e sincerità, la contraffazione e la maschera del cattivo buona per ogni stagione. È la maschera di cui parla Bertolt Brecht in una sua poesia: “Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese. La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d’oro. Pieno di compassione vedo le gonfiate vene frontali, segno di quanto è faticoso essere cattivo”. Eppure c’è chi, malgrado la fatica non rinuncia alla cattiveria, intesa anche come cinismo, e non sa vedere altro modo di stare al mondo. Allora, ancora non è chiaro chi sono i veri minorati psichici?

iMOV festival 2011
Cineteatro Marconi
viale Libertà 108 Cinisello Balsamo (Milano)
25 e 26 MARZO 2011

 

Teatro e Disabilità: un laboratorio aperto
Domenica 27 marzo 2011, ore 10-13
Teatro-Sala Polivalente del Museo del Fiume
Piazza Belvedere, Nazzano (Roma)

Nasce a Palermo un piccolo teatro patafisico per combattere la sindrome italiana delle patate lesse

“Merdra!” (Alfred Jarry)

Ubu Re ha stravinto e ce lo dimostra ogni giorno. Non ce ne siamo accorti, facevamo finta di non accorgercene, vittime di schemi mentali abitudinari, in realtà saltati dalla preistoria della coscienza, dunque reati perpetrati invano. Siamo attori e spettatori di una continua messinscena patafisica, cioè assurda, specie dal nostro punto di vista “privilegiato”, l’Italia. La patafisica, sia chiaro, non è scienza culinaria dei tuberi da svelare davanti ai focolari televisivi, ma è scienza delle soluzioni immaginarie e delle eccezioni, per dichiarazione esplicita ed arcinota del suo enunciatore, Alfred Jarry.

La patafisica, prima che scienza è condizione, sostanza; è sempre esistita e sempre esisterà con parossismi epocali. Sono i modi e le forme in cui si manifesta la “patafisicità” a cambiare. Il tempo avanza e talvolta migliora persino le cose: straordinaria evoluzione della specie, privilegio italiano, siamo un paese audacemente patafisico, stiamo diventando materia patafisica al 100 per cento, purissima, non tagliata. La scorza della realtà, la scorza della tv, le scorzette “amare” e le scorie tossiche della nostra politica, della finanza, dell’imprenditoria, e/o tutte quelle acrobazie delle nostre chiese, e poi il pigia pigia di umanità, comunque, ovunque straripante, che soffre di diverticolite e sogna la fama, cosa altro non sono se non grandiosa, incessante manifestazione patafisica? Assurdità, oscenità, non senso.

Ci stanno a mostrare che le eccezioni, solo e soltanto le eccezioni plasmano il nostro sgangherato divenire. Eccezioni che non confermano alcuna regola. Le regole sono saltate, come una dentiera scollata. Siamo in un universo finalmente svelato e che si manifesta per ciò che è, specie quando vuole mettersi in ghingheri, rappresentarsi, imboccando la via della finzione: crudele, fraudolento, involontariamente comico, surreale quanto basta. Esattamente per come lo svelò, lo acchiappò al volo nell’aria concentrata da secoli e millenni, lo codificò e ce lo fece intendere per la prima volta in questo mondo, era il 1896, Alfred Jarry, narratore e drammaturgo. In quella data, Jarry mise in scena per la prima volta il suo Ubu roi, insieme burattino meccanico e disgustosamente umano, meschino, crudele, repellente, avido di potere e denaro, ingordo e insaziabile (ricorda qualcuno?).

La finzione, dal teatro alla vita divenne autentico svelamento. Poi toccò al dottor Faustroll ricordarci che l’uomo che lo sappia o no è “chipster” patafisico. Nipoti e pronipoti del grande bulimico di potere nonché doppio concentrato di vizi, nonno Ubu, avanziamo in tal senso con la nostra pratica del vivere pubblico e privato immersi nello spazio-tempo dedicato al trionfo della razionalità apparente, rapacità evidente, e dell’oggetto. Gli oggetti comandano, persone ed eventi sono agiti da interconnessioni e/o perversioni assurde, qualche volta coincidenze, scontri di atomi spacciati per scontri di civiltà. Se il pupazzo alza la testa è per scandalizzare, oltraggiare, truffare, predare, infamare, diffamare, sfamare  l’ego.

Irriverenza, ironia, gusto del paradosso sono i fondamenti della scienza patafisica, oltre che “anticorpi dell’uomo contemporaneo contro l’oppressione e la massificazione della burocrazia, dei codici fiscali, postali, telefonici, bancomatici, internettici eccetera”, secondo il “patapittore” Enrico Baj. E allora questo nostro paese patafisico non per talento, non poteva non avere un piccolo teatro patafisico. Credete sia un luogo “a vanvera”, un posto di chiacchiere e intellettualismi, di mescita di versi e vezzi a caro prezzo?

Errore. A suo modo questo piccolo teatro patafisico che si inaugura venerdì a Palermo, sarà una scuola di formazione “politica”, patafisica, s’intende. Mettiamola così. Un tempo avemmo le Frattocchie e tutto finì in fratte. La Balena fu arpionata e schegge di ventresca approdarono ai discount istituzionali. Avemmo garofani in via del Corso finché un’alchimia punitiva li convertì in monetine da lancio. Poi ci furono i club azzurri ed altre amenità che sfornarono tanti reucci e replicanti di Ubu roi fino all’oggi dei casini da caccia e delle case aperte al Colosseo. Il piccolo teatro patafisico fa suo il motto di Enrico Baj, “Imago ergo sum”, tra l’assurdità dell’esistenza e quella del potere. La fantasia, facoltà “che può valicare le più alte vette e superare ogni difficoltà”, potrebbe regalarci cittadini patafisici. Forse politici, non più replicanti di Ubu.

E ora qualche informazione, o istruzioni per l’uso del teatro, per dirla con Perec.

Il Piccolo Teatro Patafisico è uno spazio creativo aperto e polivalente.
Scrittori e artisti patafisici di riferimento sono Fulvio Abbate, inventore di Teledurruti, Jean Baudrillard, Dario Fo,  Alda Merini.

Tra le attività previste:  Messa in scena spettacoli teatrali  Esposizione mostre d’arte  Realizzazione e messa in scena spettacoli della compagnia residente  Organizzazione concorsi artistici (teatro e cinema indipendente)  Realizzazione laboratori teatrali per i soci  Realizzazione laboratori teatrali per le scuole  Manifestazioni culturali di vario genere (presentazione libri, seminari, reading)  Organizzazione eventi di scambio tra compagnie  Attività sociali e culturali per il quartiere e la città.

Contatti: info@piccoloteatropatafisico.it

“Lei è un cretino, si informi!” (Totò)

“La morte è il grande giocattolo di Dio” (Alda Merini)

Il teatro alla gente e la gente a teatro

Dimenticate gli spettacoli teatrali, da sorbire comodamente seduti in poltrona, che quasi quasi vi ci potete pure addormentare. Dimenticate i concerti e il coinvolgimento che provate nello stare in mezzo alla mischia a urlare canzoni di cui sapete a memoria i testi, a ballare, pogare, sentirsi parte di qualcosa di grandioso. Dimenticate le mostre e lo sbigottimento che vi coglie nell’imbattervi in un’opera d’arte che per anni avete ammirato su libri scolastici, riviste, cataloghi.

Ora siete dentro lo spettacolo, ma non ci siete arrivati consapevolmente. Vi ci hanno catapultato dentro, con tutte le resistenze e il pudore che caratterizzano anche il più disinibito degli spettatori.

Una decina di euro in cambio di 4 soldi. È il prezzo per entrare nel Bordello. Una casa per appuntamenti senza età, dove uomini e donne in vestaglia, negligé o costumi improbabili, ti accolgono con sguaiata allegria. Il tentativo di adescamento è immediato, sfrontato. Niente lusinghe.

Nel confuso e bellissimo turbinio di emozioni che ti accompagnano mentre cerchi di capire cosa fare, inizia a prenderti la smania: vuoi fare tutto, i soldi sono pochi però. Allora inizi ad ascoltare i commenti degli altri clienti, ad origliare, con ostentata noncuranza, quanto dice questo o quell’attore. Poi cerchi di ingaggiare il tuo personaggio, contratti il prezzo con uno dei “tenutari” e ti accomodi. Ogni attore recita un monologo di solito per pochi intimi, della durata di venti minuti circa: momenti commoventi di altissima interattività, oltre che ti grande teatro.
Quando ho avuto la fortuna di imbattermi per la prima volta in Dignità Autonome di Prostituzione, lo spettacolo era ospitato nel bellissimo e inaspettato scenario del Casale della Cervelletta, nella periferia romana, in occasione della manifestazione “Eclettica”.  Purtroppo non sono riuscita a vedere tutto quello che avrei voluto, un po’ perché entrare nel vivo richiede impegno e partecipazione, un po’ perché il tempo a disposizione era poco.

Fra i personaggi che sono riuscita ad abbordare c’è L’inquisitore, un uomo incappucciato che ti conduce – solo dopo una lunga contrattazione in cui sono riuscita a spendere 1 soldo e mezzo – in una cantina umida, con illuminazione soffusa e delle sedie, poche e poco ospitali. Ti rendi subito conto che non ti puoi rilassare: sei sul palco anche tu. Il monologo scelto, riconoscibile dai toni cupi e solenni tipici di un autore imprescindibile come Dostoevskij, era tratto da I Fratelli Karamazov. L’Inquisitore parla a Cristo, seduto tra noi (uno spettatore scelto a caso) e lo “costringe” a recitare. La tensione tra pubblico e attore diventa altissima e il coinvolgimento non ti abbandona neanche dopo la fine dello spettacolo.

Gli autori, Luciano Melchionna (anche regista) ed Elisabetta Cianchini, sono riusciti nel difficile compito di riportare il teatro alla gente. Complici i bravissimi attori e un’operazione spontanea di passa parola che potrebbe essere inserita come caso di successo nei manuali di Viral Marketing .

Dopo essere approdato in diversi luoghi di culto dell’arte indipendente romana (Il circolo degli artisti e La fonderia delle arti), Dignità autonome di Prostituzione torna al Teatro Quirino, per una seconda edizione da non perdere, dal 27 al 29 Aprile 2010.

Dignità Autonome di Prostituzione

di Luciano Melchionna
dal format Cianchini/Melchionna

luci Camilla Piccioni
costumi Michela Marino
organizzatore Antonio Cappelli

assistenti alla regia Roberta Calderoni, Davide Zurolo

Roma, Teatro Quirino dal 27 al 29 Aprile 2010

tutte le immagine gentilmente fornite da Sofa So Good Project – www.sofasogoodproject.com

Tra drammaterapia e dramma senza terapia c'è di mezzo l'oceano!

Per un attimo si grida al miracolo. Ma è solo un attimo. Non ci sono Madonne che piangono né grumi ematici in liquefazione; il magnetismo terrestre non ha variazioni brusche, le rughe non si appianano con la sola forza del pensiero. Invece si materializza nella sala Odeion, edificio di Lettere, università La Sapienza, tra statue in gesso che ricopiano bellimbusti di classica compostezza, un mito dei tempi moderni, Robert Landy.
Chi è costui? Come, chi è costui? Quest’uomo non è solo un esemplare dell’America che ci piace e ci fa sobbalzare per un’incomparabile militanza civile, un orgoglio nazionale e una forza persuasiva contagiosa, ma è il padre indiscusso della drammaterapia, disciplina da lui stesso forgiata oltreoceano in trent’anni di lavoro, ma che da noi è appena agli albori per merito di un manipolo di pionieri che assomigliano ad abitanti di città d’utopia. Il professor Landy indossa una faccia da eterno ragazzo che però la sa lunga su moventi dell’animo umano e altre nefandezze; cita Bertolt Brecht e Carl Jung senza pose né forzature; indossa pure una professionalità fluida e comunicativa incorniciata in un abbigliamento tanto informale da essere naturalmente chic e, unico vezzo, un brillantino apposto a un orecchio.

Aristotle, dettaglio de "La scuola d'Atene" di Raffalello, 1510 – 1511

È la sua prima volta in Italia, lui che nel suo straordinario paese se l’è vista con storie impegnative e personaggi a tinte forti: carcerati,  emarginati degli innumerevoli ghetti metropolitani, psicotici gravi a cui ha cercato egalitariamente di dare, attraverso quel serissimo gioco di simboli che è il teatro, uno stato di “serendipità”. Il segreto della drammaterapia, dice lui, complice la traduzione simultanea, è semplice, ma proprio semplice: dare benessere mentale ed emozionale alle persone coinvolte nell’esperienza ben sapendo che nella vita come nel teatro, protetto dalla distanza estetica e dal patto tra i partecipanti, vale il principio del tao: lo yin e lo yang si compongono, si fondono, si oppongono, si scompongono e si ricompongono all’infinito, nell’eterno fluire; l’equilibrio è uno stato che si perde e si può ritrovare nello squilibrio riconciliato, tutto sta a non perdere di vista l’integrazione degli opposti.
E il teatro, fatto, visto, vissuto, agito, scortica l’antico trauma, pialla l’anima e perciò cura, purifica. Torna insomma la stranota catarsi aristotelica, sia pure in insalata mista, necessariamente post-moderna ma non posticcia. La psicoanalisi e altre deflagrazioni culturali ci inchiodano al nostro destino di scissi cronici, anime in pena sempre in cerca di riposo, integrazione. Landy è stato invitato lunedì dal dipartimento di Arti e scienze dello spettacolo della Sapienza che ha organizzato una conferenza aperta. L’incontro si è svolto nell’ambito del progetto Teatri in corso. Formazione-lavoro nel campo del teatro sociale, finanziato dalla Provincia di Roma con i fondi dell’FSU – Fondo Sociale Europeo.

Thalia, di Jean-Marc Nattier (1739)

Tanto per chiarirlo, Landy insegna Drammaterapia e Teatro Educativo alla New York University. È  tra i pionieri della teorizzazione e diffusione della drammaterapia in campo internazionale. Direttore della rivista internazionale “The Arts in Psychotherapy” e autore di numerosi testi fondamentali: in italiano, oltre a numerosi saggi pubblicati in riviste di settore, è apparso Drammaterapia: concetti, teoria e pratica (EUR, Edizioni universitarie romane, Roma, 1999). Padroni di casa Silvia Ortolani, docente del dipartimento di Arti e scienze dello spettacolo, e Michele Cavallo, direttore didattico del master in Teatro nel sociale e dramma terapia; i pionieri italiani ancora in cerca di identità: come formare un dramma terapeuta? That’s the question! L’Italia è la patria del teatro sociale, con la commedia dell’arte ha dato inizio al teatro professionale. Ma ora l’orizzonte si allarga. Occorre, dicono i padroni di casa, una doppia formazione anche da noi: attorica e psicologica.

Invece Landy sfoggia con disinvoltura e carisma il proverbiale pragmatismo americano.

Melpomene, Moreau, Gustave, Hésiode et la Muse, 1891

Poca teoria e molta fattualità: per dimostrare come funziona la drammaterapia coinvolge l’uditorio in un esperimento. Ognuno inventa una storia che abbia protagonista, antagonista, ostacoli e guide e la racconta al vicino. Una volontaria a scelta racconta la sua storia, ingaggia nel pubblico i protagonisti  per i ruoli della sua “pièce”, l’immaginazione (junghianamente parlando) si attiva, l’invenzione si fa realtà, il teatro accade in un istante e le combinazioni sono molteplici, così come i risvolti psicologici. La cura ci rincuora. Miracolo e magia.

E se si facesse drammaterapia ovunque, a cominciare dai luoghi istituzionali di questo paese diroccato, abusato? Intanto, quasi a scusarsi, il professore snocciola qualche elemento di teoria, come fosse uno scandalo astrarsi. Niente paura, si torna subito alla prassi. Landy ci mostra un video: documenta il suo intervento da dramma-terapeuta in una scuola elementare di New York all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle. Dalla finestra della scuola i bambini videro la strage attimo per attimo. Per metabolizzare il trauma, lo hanno rappresentato. Un’umanità giovane che fa affiorare le paure invece di tenerle a marcire nel sottoscala e si rende consapevole della propria finitezza dà qualche speranza per l’avvenire. Landy ci racconta che la drammaterapia negli Stati Uniti è diffusa. Là dove ci sono traumi, individuali e collettivi, si pratica, senza vergognarsi di cercare una cura e perciò trovandola. Da noi invece il dramma dilaga nella vita pubblica, in quella istituzionale, nelle derive private, ma la terapia non c’è, non risponde. E non è questione di budget.

Workshop intensivo 16-17 aprile posti limitati, informati qui