Frida Kahlo a Roma alle Scuderie del Quirinale

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La mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale è molto interessante. Si tratta della prima retrospettiva dedicata interamente a Frida Kahlo a Roma, a distanza di più di dieci anni da quella di Milano. Parlare della Kahlo come artista non è un’operazione semplice, poiché è difficile considerarne la produzione a prescindere dalla sua vita, anzi, spesso si fa l’errore di interessarsi solo alla sua biografia, al suo essere personaggio. Come era per Frida, nel considerarla non si hanno mezze misure: la si ama o la si odia; i suoi quadri, dal forte impatto emotivo, esplicano un repertorio sui generis, fatto di omicidi, aborti, sangue. Autoritratti di un realismo brutale e violento, talmente potenti da suscitare fastidio, intimidire il fruitore.

Da appassionata della Kahlo, mi aspettavo di veder esposti i suoi quadri più celebri, come Le due Frida e La Colonna Spezzata; questi in realtà non ci sono, in compenso possiamo ammirare un’opera eccezionale, Il Mosè o Nucleo Solare. Il percorso espositivo segue un criterio affascinante; si passa dai primi interessi della studentessa Kahlo, quando i suoi studi erano rivolti prevalentemente alla medicina e alla biologia, ai primi approcci propriamente artistici in cui si notano dipinti dal chiaro rimando accademico, fino a giungere alle opere più intimiste e personali, che seguono gli anni dell’incidente del 1926 quando, immobile a letto, l’artista prese coscienza del suo essere, dei suoi tormenti, dei suoi demoni, contro i quali si troverà a combattere tutta la vita.

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943
Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943

Sono rimasta soprattutto colpita dalla sezione dedicata agli aspetti più intimistici della Kahlo: le fotografie inedite, del colombiano Leo Matiz, contrapposte a quelle più conosciute di Nickolas Muray, che hanno immortalato aspetti diversi, evidenziati non solo dalla scelta della stampa delle foto (in bianco e nero quelle del fotografo colombiano, prevalentemente a colori quelli di Muray) ma anche dal punto di vista di scelta fotografica, luce, inquadrature, che ne evidenziano la differenza “sociale” che vogliono rappresentare. Da una parte la Frida pubblica, dall’altra la Frida privata. Infine, e questo è stato straordinario, la serie dedicata ai disegni “terapeutici” della pittrice: un aspetto veramente intimo, che va oltre il famoso diario dell’artista, un tentativo di entrare nello stato d’animo di una donna, innamorata e abbandonata, che cerca di superare il dolore con una terapia basata sulla creazione artistica attraverso la pittura. Amore e odio nei confronti di Diego Rivera che nel 1942 le aveva chiesto il divorzio. Queste “Emozioni” sono il frutto dell’amicizia con la giovane studentessa di psicologia, Olga Campos. Per la prima volta, e questa è la particolarità della mostra, possiamo “capire” la donna Kahlo. Immagini intricate, complicate, espliciti riferimenti sessuali, opere che non sono state realizzate per il pubblico, ma per se stessa.

29 - Frida KahFrida Kahlo - Bozzetto per Henry Ford Hospitallo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospital
29 – Frida KahFrida Kahlo – Bozzetto per Henry Ford Hospitallo – Bozzetto per l’Hery Ford Hospital

Ho apprezzato anche i riferimenti storici: in mostra opere di De Chirico, Maria Izquierdo, Severini, Rivera e altri artisti contemporanei; intreccio di colori, di riferimenti culturali e simbolici. Di certo il percorso espositivo si rivolge ad un pubblico preparato e appassionato, probabilmente lo spettatore che conosce superficialmente la pittrice rimarrà deluso dal non trovare i quadri più famosi. Chiude l’esposizione, com’è giusto che sia, la sezione dedicata al genere della Natura morta, intesa anche questa come autoritratto. Si va anche qui dal 1938 fino alla morte, avvenuta nel 1954, in cui le pennellate sono meno curate e definite, i contorni meno precisi. Mi aspettavo una maggiore cura nelle descrizioni, invece la curatrice ha preferito lavorare sui rimandi storici e biografici, senza approfondire gli aspetti folcloristici del mondo messicano, che pure hanno segnato fortemente la pittura di Frida. Nessun riferimento alla simbologia mesoamericana, nessuna scultura azteca, nessuna foto del “mondo messicano”, quel popolo, quella cultura, di cui la Kahlo era fiera. Se dovessi fare un paragone tra la mostra milanese del 2003 e questa posso sicuramente dire che da un lato, come impatto emotivo ed emozionale, preferisco quella del 2003, dall’altro però, per i contenuti simbolici, intimistici, ho amato anche questa di Roma, che mette finalmente a nudo la figura di una pittrice straordinaria, colta ed estremamente complessa.

Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939
Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939

Frida Kahlo, Roma – Scuderie del Quirinale
20 marzo – 31 agosto 2014 a cura di Helga Prignitz-Poda

Una spiaggia magica che sfugge alla marea

“Che Spiaggia magica [di Crockett Johnson] sia riemerso e veda nuovamente la luce, è un vero miracolo.” (Dalla prefazione di Maurice Sendak)

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

È stato necessario che molto tempo passasse dal 1965 affinché editori capaci di vivere con levità sia nella realtà che nell’irrazionalità, raggiungendo un equilibrio che è sana attitudine, pubblicassero Spiaggia magica (che allora era Castle in the sand) con le tavole originali del suo autore. Orecchio acerbo ha avuto l’equilibrio, la sana attitudine, di munirsi di sabbia e dita e soprattutto della capacità di scrivere sulla sabbia “tavole autentiche e dall’indiscussa genialità”: ed ecco apparire la bellissima edizione italiana di Magic Beach di Crockett Johnson. Certo, il mio incedere potrebbe dar adito a un sospetto surrealismo. Non lo nego, faccio molta fatica in questo caso a distinguere le varie facce e i vari protagonisti di quest’opera: Crockett Johnson, l’autore; la storia narrata e i suoi due (tre, quattro) protagonisti; la casa editrice; Maurice Sendak che ne introduce la lettura; Elena Fantasia, che lo traduce; Philip Nel che ne firma la postfazione.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Crockett Johnson è l’autore di Harold e la matita viola, Maurice Sendak fu uno dei suoi più grandi sostenitori, nonché collaboratori. Partirei da qui, mi sembra sufficiente, per passare direttamente alla storia che è quella di un bambino e una bambina che su una spiaggia incantata (magia che potremmo ritrovare anche nella nostra, di spiaggia, quella familiare) scoprono il potere delle parole; si cimentano con la scrittura, creandole e associando ad esse una carica fortemente magica. In inglese il parallelo è molto più intuitivo e immediato Ann e Ben giocano e imparano a usare lo spell-ing e lo spell: ortografia e incantesimo.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

“Non mi dispiacerebbe se fossimo in una storia” disse Ann. “Perché nelle storie le persone non vanno in giro tutto il giorno in cerca di una vecchia conchiglia. Succedono cose interessanti”.

“Nulla accade realmente in una storia” disse Ben “le storie sono parole. E le parole sono lettere. E le lettere sono diversi tipi di segni”.

Ann è portatrice di magia, la storia per lei è la possibilità di evadere da una realtà semplice e forse un po’ noiosa. Le parole che compongono la storia sono incantesimi. Ben è portatore, invece, della tecnica, della razionalità per cui la storia non è che un insieme di parole e via via all’indietro fino ai segni, semplici e lineari che le compongono. Entrambi, con i diversi approcci che li caratterizzano, hanno una qualità comune: il coraggio, lo stesso che ho tirato in ballo all’inizio di queste mie considerazioni, di vivere nel reale e nell’irreale allo stesso tempo. Lo sottolinea lo stesso Sendak che attribuisce a questo libro, così come alle altre opere di Crockett Johnson, l’aver “contribuito a cambiare il volto imbalsamato dell’editoria per ragazzi”.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Ben e Ann sono sulla spiaggia. Ann ha fame e anche Ben, considerato che scrive sulla sabbia “marmellata”. Un’onda leggera arriva a coprire e cancellare la scritta di Ben. Al suo posto però, non la luminescenza del sole sullo strato trasparente della risacca, non lo schiarirsi della sabbia mano a mano che l’acqua ritorna al suo mare, piuttosto un bel vassoio pieno di marmellata. Ben e Ann lo fissano perplessi: certe cose succedono solo nelle storie e nemmeno in tutti i tipi di storie… Ben allora scrive “pane”, la marmellata è piuttosto buona, e dopo aver ottenuto il pane, scrive anche latte, ed esso appare in due calici di cristallo.

Dopo un pic nic all’ombra di una quercia (meglio scrivere “quercia” piuttosto che “ombrellone”, l’ombra è più profumata), Ann suggerisce di scrivere “re”, e il re effettivamente compare. È un re malinconico, incompleto: non ha un regno, di conseguenza non regna su villaggi e foreste: ma i bambini sono capaci di evocare anch’esse. Il re si allontana a cavallo: “dovete lasciare questo regno”. I bambini non sono affatto d’accordo ma interviene la realtà. Interviene la marea a ricondurli, per mezzo di un breve viaggio, nei pressi di casa. La magia è scomparsa, ma c’è stata. Con essa sono scomparsi il re e il suo regno; rimane la consapevolezza di poter ricreare un’altra storia, rimangono le parole e la possibilità di scriverle sulla sabbia confondendo in maniera creativa incantesimi e ortografia.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Le illustrazioni raccontano sfruttando lo stesso processo: non spiegano, non indugiano in sterili suggerimenti. Si limitano, nella loro linearità d’inchiostro, a vivere nei segni con semplicità e coerenza, sfruttando la carica magica dell’immaginazione.

copertinaTitolo: Spiaggia magica
Autore: Crockett Johnson
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 16,00

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Melisenda e altre storie da non credere

 Lidsey Yankey - Melisenda e altre storie da non credere 2012 L'eccentrico usurparore in abiti di flanella
Lidsey Yankey – Melisenda e altre storie da non credere, 2012 – L’eccentrico usurparore in abiti di flanella

Che cosa c’è di più stuzzicante del dare un ordine inverso alle cose uscendo dagli schemi, lasciando saltellando sentieri già battuti e lanciarsi di corsa su altri, mai o poco percorsi in cui incrociare stravaganze, umorismo, creazioni surreali, tradizioni rivisitate e bizzarrie?

E cosa piace molto fare ai bambini se non cercare percorsi alternativi in cui sentirsi liberi di cercare altri punti di vista, altre conclusioni, magari non conservatrici o e reazionarie?

Se questi nove racconti di Edith Nesbit si incontrano da adulti bisogna superare la barriera della stravaganza, mentre se si propongono ai ragazzi e ai bambini essi non avranno alcuna difficoltà a divertirsi e a cogliere quel genio e sregolatezza che è la forza di questa autrice che Bianca Pitzorno (che tra i suoi 100 libri per navigare nel mare della letteratura della Nesbit consiglia Cinque bambini e la cosa) definisce “profonda conoscitrice della psicologia infantile”. Refrattaria alle morali, allergica agli intenti educativi, Edith Nesbit è straordinaria nel divertire e nel farlo raccontando.

Per questi nove racconti, scritti immediatamente prima dei suoi più celebri romanzi, ormai classici in Inghilterra, Rita Valentino Merletti ha scritto una succosa introduzione in cui, tra le altre cose interessanti, opera un intelligente parallelo tra uno dei racconti (Le conseguenze dell’aritmetica) e Lewis Carrol e il suo Gioco della logica.

Melisenda  ci è piaciuto per il suo essere stravagante e per le belle illustrazioni di Lindsey Yankey. mentre invece la resa delle illustrazioni ci sembra non perfetta, l’effetto è un po’ sbiadito.

raccomandato: agli amanti delle storie divertenti e non convenzionali

Titolo: Melisenda e altre storie da non credere
Autore: Edith Nesbit, Lidsey Yankey
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 258 pp., 25,00 €

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Mirò e Dalì. Due geni catalani in mostra a Roma

Quando succede che, nel breve arco di un quarto di secolo, nell’ancor più ristretto spazio della regione autonoma della Catalunya, nascano e successivamente operino tre geni incontrastati dell’arte del Novecento, viene da credere alle congiunture astrali e all’influenza di stelle e pianeti sulle umane fortune e disgrazie.  Che Pablo Picasso, originario di Malaga, ma che a Barcellona ha vissuto negli anni della formazione pittorica, Joan Miró, natio della capitale catalana, e Salvador Dalì, il quale, pur conquistando le capitali mondiali dell’arte, non si è mai mosso dalla sua provinciale Figueres – regalandole un visitatissimo mausoleo surrealista –  si siano incrociati, o anche solo seguiti a distanza di pochi anni e pochi passi, sulle Ramblas o ai tavoli intrisi d’assenzio del bar Marsella, è un pensiero di poco meno sconvolgente di quello di Leonardo e Michelangelo che passeggiano nel centro di Firenze.

Joan Mirò, OiseauxA Roma, mentre l’economia catalana, come quella spagnola – e non solo -, è al collasso e le strade di Barcellona si fanno sempre più  povere e pericolose, si è deciso di prorogare fino al 23 agosto la bella mostra Poesie di luce, che raccoglie 80 lavori di Mirò, allungando di una altro mese la coabitazione capitolina tra il grande maestro del colore e quel terzo surreale polo della triade sopracitata, che, in perfetto e trionfante stile daliniano, si presenta con ben 130 opere. Manca Picasso per vestire interamente l’urbe eterna di “blaugrana”, ma  bastano l’incisivo Oiseaux (1973) o il Senza titolo del 1978, presenti al Chiostro del Bramante, o i celeberrimi Angelus architettonico di Millet (1933) e la Madonna di Port Lligat (1950) – emblematici di due fasi distinte della carriera di Dalì – che dominano con altri capolavori al Complesso del Vittoriano, a colmare il vuoto cubista.

Salvador Dalì, Angelus architettonico di MilletEntrambi gli artisti erano assenti da Roma da molto tempo, Dalì addirittura da sessant’anni, e allora si può anche concedere qualche mancanza e qualche leggera approssimazione alle due rassegne, che, nel complesso, risultano assolutamente godibili. Miró, in Italia, non è mai stato compreso fino in fondo, e Poesie di Luce si aggiunge alle tante mostre che, negli ultimi due anni, stanno segnando, finalmente, una tarda infatuazione del pubblico italiano per il grande artista, dalla Valle d’Aosta alla Toscana, nel tentativo di rimediare a questa immensa lacuna. Dalì è sempre stato amato e conosciuto. Lo è stato, anzi, a tal punto, che dedicargli una grande mostra appariva un’operazione eccessivamente commerciale e dozzinale, svilendo le sue reali, immense doti artistiche dietro quell’eccesso di maestria comunicativa che ha fatto del suo volto un’icona popolare, come quello di pochi altri artisti prima e dopo di lui.

Cogliere la possibilità di godere consecutivamente dell’arte del fanciullesco Miró, che Jacques Prévert aveva definito come «un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni», e della mastodontica personalità dell’istrionico Dalì, tradotta in dipinti tecnicamente perfetti e immaginativamente incomparabili, è un’occasione da non perdere per immergersi nel cuore della creatività catalana. Caro Picasso, sarà per la prossima volta.

Joan Miró. Poesie di Luce
Fino al 23 agosto 2012
Chiostro del Bramante, Roma
www.mostramiro.it

Salvador Dalì. Un artista, un genio
Fino al 1° luglio 2012
Complesso del Vittoriano, Roma
www.comunicareorganizzando.it

Sogni da guardare

Dulcis in fundo, LuzzatiScenografo e illustratore il primo, regista il secondo, accomunati l’uno all’altro da una delle esperienze più feconde del teatro italiano di fine Novecento. Nel 1975, infatti, Emanuele Luzzati e Tonino Conte decisero di dare vita a una compagnia teatrale che producesse degli spettacoli allo stesso tempo divertenti e in grado di arricchire culturalmente il pubblico, nella più ampia libertà di scelta artistica da parte dei direttori della compagnia stessa, che firmavano la maggior parte delle produzioni, né legati all’avanguardia, né, tantomeno, al teatro ufficiale. Il Teatro della Tosse di Genova, inaugurato con la produzione di Ubu Re di Alfred Jarry, che diventò una sorta di manifesto artistico della compagnia, segue ancora oggi lo spirito dei suoi due fondatori – quello stesso spirito di divertimento, stravaganza e diversione rispetto al quotidiano che traspare come caratteristica prima dalle opere esposte in questa doppia personale alla Galleria Davico di Torino.

Le quarantacinque opere che compongono la mostra Sogni da guardare sono fiabesche e maliziose sul lato dei variopinti bozzetti di Luzzati, ironicamente pop e surreali, invece, da quello dei collage di Tonino Conte. Le opere di quest’ultimo sono creazioni recenti, come spiega lui stesso in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. «Tutto è cominciato per gioco, come passatempo e senza grandi ambizioni.» Proprio il loro spirito ludico rende le opere estremamente godibili e fresche, e sopperisce al fatto che esse non siano particolarmente originali. In un certo qual modo, i collage di Conte sanno anche essere dissacranti, nel momento in cui presentano un affascinante volto femminile dalle labbra rosso fuoco che spunta dal famigerato orinatoio di Duchamp – dissacrano il simbolo stesso della provocazione e della dissacrazione artistica.

I personaggi di Luzzati, invece, nulla hanno a che fare con questo mondo. Sono protagonisti incantati di racconti aerei e sognanti. Regine dai volti gentili, re di castelli di carta dalle ampie gote rosse, arlecchini che si stagliano su sfondi tenui. Tra le opere in mostra, sono presenti anche i bozzetti delle scenografie di quel primo Ubu Re che inaugurò la fortunata avventura del Teatro della Tosse. L’opera, però, che domina su tutte le altre è il grande olio su legno intitolato Dulcis in fundo, che, raffigurando il finale del Re Bischerone di Domenico Batacchi, è anch’esso un ricordo dei primi spettacoli ideati assieme al regista.

Un collage di Tonino ConteSe per Conte l’approccio alle arti figurative è recente e nei suoi collage traspare l’entusiasmo di questa nuova forma espressiva, Luzzati è un maestro di lunga data, scomparso nel 2007 all’età di 85 anni. Entrambi, però, sono accomunati dalla dimensione onirica che domina le rispettive opere. Seppur declinati con accenti diversi, sempre di sogni si tratta, fughe da guardare per sottrarsi al peso della realtà, come una bella commedia teatrale.

Il mondo è sottosopra: a testa in giù si libera l'anima e si sfugge al male, anche di vivere

Assenza di gravità, violinisti e coppie volanti; uomini, cose e animali sospesi o appesi, fluttuanti; rabbini, angeli, animali della stalla e madri con la testa all’ingiù; acrobati e animali antropomorfi che attraversano il cielo; un mondo capovolto, ovunque esplosione di colori, azzeramento della logica, dei criteri spazio-temporali consueti. La cifra stilistica è esattamente la sua, ma è dilatata nell’estensione di una vita, e si realizza in disegni, dipinti, incisioni, illustrazioni per libri, bozzetti per opere teatrali. Il mondo sottosopra di Marc Chagall in mostra al museo dell’Ara Pacis, è un omaggio al pittore ebreo-russo a venticinque anni dalla sua morte.

Le 140 opere esposte arrivano sia da collezioni private che dal Centro Pompidou di Parigi e dal Museo Marc Chagall di Nizza e sono divise in cinque sezioni: gli autoritratti (come Il pittore con la testa rovesciata); il paesaggio, che contiene quadri come Uomo giallo sopra a Vitebski del 1925 e La battaglia di fiori in cielo del 1967; il mondo dello spettacolo, con i dipinti sul circo; la Bibbia, con la celebre serie di incisioni, e Chagall surrealista, sui rapporti del pittore con il movimento artistico francese. Troverete l’universo sognante del pittore così come è rimasto nella memoria, quella mescolanza di avanguardia e tradizione ebraica chassidica fino ai richiami al Mediterraneo (sua patria adottiva) e al suo cromatismo, modernismo e folclore popolare russo; riferimenti alla rivoluzione russa e citazioni bibliche, però lo troverete raffigurato in opere meno conosciute, alcune persino mai viste.

“Non vorrei essere simile agli altri, voglio vedere un mondo nuovo”: anche le frasi di Chagall, si librano nello spazio espositivo e questa sembra condensare e raccontare oltre a una precisa poetica, un progetto esistenziale. L’artista è il creatore e la sua via d’accesso alla vita è l’invenzione. Chagall è il demiurgo, l’artefice di un altro mondo che, pur contenendo continuamente riferimenti al nostro mondo e ai fatti che l’hanno personalmente sconvolto, riesce a digerirlo e a tramutarlo in universo magico, fatto di altra materia, la materia dei sogni, dei simboli, della potenza visionaria.

Scrive Umberto Broccoli, Sovraintendente ai Beni Culturali di Roma Capitale, nell’introduzione al catalogo: “Chi conosce i tarocchi conosce l’appeso. Colui che guarda il mondo a testa in giù. Legato alla realtà solo da un filo attorno alla caviglia che gli impedisce di precipitare, di rovinare a terra. Così è l’artista. La realtà lo tiene legato a sé da un filo sottile, ma poi la sua personale realtà è un’altra, i valori sono sovvertiti, quello che gli interessa è rappresentare il mondo secondo la sua personale visione e creare valori alternativi o meglio sottolineare i valori fondamentali dell’esistenza nascosti dalla falsità della vita pratica. La convenzione non interessa all’arte, ma piuttosto le interessa l’autenticità e l’andare oltre l’apparenza”. Chagall vede l’invisibile ad ogni istante, squarcia la falsità della visione corrotta dall’adesione alle apparenze, e la visione onirica crea l’opera. Ha a tal punto il suo mondo in testa che non può fondersi e confondersi con nessun movimento, non può appartenere a niente e a nessuno, solo ispirare altri; neanche può confondersi con gli spiriti a lui più affini e congeniali, i surrealisti. Invano lo solleciteranno più e più volte ad unirsi al gruppo. Anche se Marc Chagall è vicino alla ricerca surrealista e condivide gli obiettivi e i mezzi per raggiungerla, (il sogno e i suoi simboli, la loro trascrizione nei dipinti), fa coppia solo con sé stesso, rifiuta di aderire a precisi precetti teorici che limitino la portata poetica e l’individuale forza inventiva.

Se mai ha avuto una poetica, la si può condensare in una sua frase: “Mi tuffo nelle mie riflessioni e volo al di sopra del mondo”. Ciononostante André Breton ha riconosciuto ufficialmente in lui l’iniziatore dello spirito surrealista: “La sua esplosione lirica – scriveva Breton ne Il surrealismo e la pittura – è datata 1911. A partire da quel momento la metafora, con lui solo, segna il suo ingresso trionfale nella pittura moderna. Per attuare il ribaltamento dei piani spaziali preparato molto tempo prima di Rimbaud e, al tempo stesso, per liberare gli oggetti dalle leggi della pesantezza e abbattere le barriere che separano gli elementi e i regni, la metafora suddetta nell’opera di Chagall si rivela improvvisamente, su un supporto plastico, nell’immagine ipnagogica e in quella eidetica (o estetica) che sarà scritta solo più tardi con tutte le caratteristiche che Chagall ha saputo conferirgli”.

D’obbligo un riferimento all’autoritratto, L’uomo con la testa rovesciata, del 1919 che sintetizza la poetica del mondo tramutato. È il primo di una serie di autoritratti con la testa rovesciata. Il quadro è sottosopra perché è firmato in alto e a sinistra e all’incontrario.

Chagall stesso voleva che fosse appeso così, a evidenziare un capovolgimento dinamico, che con la sua forza onirica attirò subito l’attenzione di altri pittori, espressionisti tedeschi e del gruppo surrealista nascente. Sintetizza quella “filosofia dell’appeso” che si respira in tutte le opere. “Il corpo dell’appeso – scrive ancora Broccoli – penzola nel vuoto, perché l’anima liberata sfugge la realtà della materia. Ha scoperto che il segreto per penetrare le cose sta nel loro capovolgimento. Si può conoscere se stessi solo abbandonando gli schemi mentali comuni. Così sono anche i giochi dei bambini, guidati dalla fantasia che prende spunto dalla realtà, ma poi costruisce mondi paralleli dove le cose del mondo hanno una gerarchia tutta loro e vivono di vita propria”.

Chagall ci coinvolge nella “deriva sognante”. Peccato che, quando per un attimo quasi ci illudiamo di esser sfuggiti alla terrestrità pesante, alla gravità della legge medesima e di noi stessi, ci pensano suonerie d’allarme che si destano ogni istante secondo a se ti avvicini troppo all’opera a riportarci all’ordine quadro e dozzinale di un mondo pavido e riaffondarci nelle nevrosi e nel delirio panico privo di vertigini poetiche. Non resta che tenersi strette le immagini ipnagogiche di quest’altro mondo e correre a casa, tra altri allarmi e allarmismi.

Di Chagall abbiamo parlato anche in occasione della pubblicazione delle sue illustrazioni per le fiabe di La Fontaine

22 Dicembre 2010 – 27 Marzo 2011
Chagall. Il mondo sottosopra – Museo dell’Ara Pacis Roma

In tempo di crisi chiamate Dalì

Venere di Milo con tiretti, 1936-1964 Scultura Salvador Dalí - © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, by SIAE 2010

Salvador Dalì è una sicurezza per gli organizzatori di mostre, una garanzia di successo e di guadagno. Oltre ad essere un grande artista, infatti, è stato talmente capace di promuovere se stesso che, anche oggi, a trentuno anni dalla sua morte, il suo è uno di quei nomi che si possono definire di “pubblico dominio”, e non sono poi così tanti gli artisti del Novecento che possono vantare la stessa sorte. L’artista catalano, nella sua giustificata megalomania, non ha mai desiderato altro, se non di essere considerato un “classico” alla stregua dei grandi del Rinascimento, e le decine di metri di coda che separano lo spettatore incauto – che non si è preventivamente munito di biglietti d’ingresso su internet – dalla scalinata interna di Palazzo Reale a Milano, salendo la quale il sogno si avvicina – come recita il titolo della mostra –, sono testimonianza di questa classicità conquistata e del richiamo assicurato che ad essa è inevitabilmente associata. Alla fine di questa stagione espositiva, troveremo certamente questa mostra ai primi posti delle classifiche delle più visitate, assieme a Van Gogh e Cèzanne.

Che Dalì sia un artista affascinante è innegabile, e, per di più, durante la sua carriera ha sfornato dipinti e sculture a un ritmo talmente febbricitante, mantenendo una qualità costante, che dovrebbe risultare difficile sbagliare un allestimento. Eppure, sembra che gli organizzatori della mostra di Palazzo Reale ce l’abbiamo messa proprio tutta per riuscire in questa ardua impresa. Per fortuna non hanno centrato appieno il biasimevole obiettivo, e solo le prime tre buie, strette e affollate sale, in cui una disgraziatissima illuminazione rende difficile ammirare appieno le opere e quasi impossibile leggerne i titoli, danno l’impressione di una mostra allestita con pochi mezzi e in estrema fretta.

Idilio atomico e uranico melanconico, 1945 Olio su tela Salvador Dalí - © Madrid Museo Nacional Reina Sofia (c) Siae 2010

In realtà, i capolavori non mancano, e oltre all’Idillio atomico e uranico melanconico, protagonista della locandina della mostra, che ha infestato migliaia di siti internet nei giorni adiacenti all’inaugurazione, è possibile godere della simmetria classica della Smaterializzazione del naso di Nerone, del metafisico Cammino dell’enigma, o dell’angosciante costernazione de Il viso della guerra. Sono proprio questi due ultimi quadri citati che riescono a restituire altrettanti aspetti particolarmente profondi dell’arte di Dalì che, probabilmente, sono meno conosciuti al grande pubblico, nascosti dai geniali inganni percettivi di quella che lo stesso artista definiva la sua tecnica “creativo-paranoica”.  La Guerra Civile Spagnola lo sconvolse, e da quella tragica esperienza nacquero questi visi distorti dal dolore, tumefatti e sconvolti. L’esplosione atomica di Hiroshima lasciò un segno indelebile nella sua arte, ed egli si ritrovò sempre più spesso alle prese con delle inquietanti fantasie atomiche che, volendo, si possono anche rintracciare nella sempre più intensa desertificazione dei suoi paesaggi, un vuoto metafisico abitato da figure simboliche quali le famose  giraffe infuocate, sottili figure dall’aspetto cadaverico, e tozzi di pane iper-realistici.

A scagionare completamente la mostra dall’accusa di approssimazione, ci pensa poi lo splendido filmato Destino – una collaborazione tra il genio surrealista e Walt Disney cominciata nel 1945, abbandonata dopo otto mesi di lavoro e riportata in vita nel 2003 dall’animatore francese Dominique Monfrey. In questo breve cartone animato c’è tutto il delicato romanticismo metafisico di Dalì, dispiegato in immagini sinuose e vorticose, intervallate dai motivi ricorrenti della sua pittura.

Questa mostra potrebbe essere letta come un suggerimento a tutte le istituzioni museali e agli spazi espositivi d’Italia che si trovano costrette a improvvisare allestimenti low cost: “in tempo di crisi, chiamate Dalì”.

“Salvador Dalì. Il sogno si avvicina” a cura di Vincenzo Trione dal 22 settembre 2010 al 30 gennaio 2011 a Palazzo Reale di Milano