Prevenire il suicidio al tempo della crisi: le domande senza risposta

quint2Ricominciare dalla salute mentale. Poiché il nostro paese soffre di una grave patologia, la recessione, morale soprattutto, prima che economica, al di là della crisi finanziaria, subìta ma spesso usata come alibi a coprire altro, si dovrebbe lavorare a livello politico e istituzionale a “costruire una gigantesca riserva psichica mentale”, un serbatoio di benessere disponibile, oltreché potenziare servizi territoriali di cui avremo sempre più bisogno. Il tema della salute mentale ci riguarda da vicino tutti, nessuno si senta escluso, perché è in ascesa la vulnerabilità psichica: i parametri di riferimento delle nostre società occidentali sono saltati o stanno saltando uno dopo l’altro; l’individuo è smarrito se non perso in assenza d’identità sociale che era data dal lavoro, tra il venir meno della rete di ‘contenimento’ familiare e dei nuclei tradizionali di aggregazione. I modelli di riferimento culturali invece restano rigidi e la risposta individuale sta  spesso nell’incapacità di adattamento alla perdita di ogni certezza e di accettazione di un presente polverizzato dal venir meno di velleità di progresso storico lineare; d’altra parte il divario tra costo della vita e capacità di sussistenza si accentua rendendo spesso impossibile una dignitosa esistenza.

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La crisi economica (espressione vaga e svaporata perché sottintende una tale complessità di circostanze) allora si traduce nel migliore dei casi in profondo disagio mentale che implica aumento delle richieste di interventi ospedalieri e territoriali; nel peggiore, quando la sofferenza mentale è insopportabile e ingestibile, in suicidi: 4 mila l’anno secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. È come se ogni anno un comune italiano fosse spazzato via da una calamità naturale. L’idea di realizzare una gigantesca riserva psichica mentale, l’ha lanciata lo psichiatra Massimo di Giannantonio, professore ordinario di Psichiatria presso l’università degli studi D’Annunzio di Chieti e dirigente di II livello del Centro di salute Mentale della Asl di Chieti. Pare corrispondere in ambito psichico a una memorabile frase delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che  da molti indizi, mio malgrado  vedo venire”.  Se le riserve mancano e ci si accanisce con una politica di tagli sulla sanità, nell’inverno spirituale italiano da troppo tempo avanzante, come si potrà rispondere a una domanda crescente di salute mentale?  Di Giannantonio ha trattato questa complessa problematica nel corso del forum dedicato a La prevenzione del suicidio in tempi di crisi economica svolto nell’ambito del congresso della Società italiana di Psicopatologia (Roma, 13-16 febbraio, Psichiatria clinica: rigore e creatività), di ritorno da una conferenza stampa volutamente organizzata presso la sala stampa della Camera dei deputati in cui la Società italiana di Psichiatria ha presentato ai candidati alla premiership del paese domande cruciali per conoscere quali saranno le intenzioni del prossimo governo in tema di salute mentale. Domande rimaste senza risposta. La Società italiana di Psichiatria ha portato all’attenzione istituzionale “un dato di partenza epidemiologico inequivocabile e oggettivo: a ogni riduzione di punto di Pil per aziende che chiudono a seguito della crisi economica, il tasso di suicidi registrato epidemiologicamente è dello 0,97. Come va giù l’economia sale il tasso suicidario”, ha riferito di Giannantonio. A partire da questo dato incontrovertibile, gli psichiatri chiedono ai candidati di assumere precise responsabilità sul tema della salute mentale in Italia. Le domande poste riguardano i seguenti temi: investire nella salute mentale e attuare riforme con particolare attenzione al territorio; avviare programmi di supporto per i lavoratori disoccupati; potenziare i servizi sociali per offrire supporto alle famiglie; controllare prezzi e disponibilità degli alcolici;  sensibilizzare al tema delle ‘agenzie di debito’ che significano vertiginoso aumento di ludopatie e game patologico; evitare ‘l’effetto Werther’ dei media per il modo in cui si spettacolarizzano le notizie di suicidi. Sul tema dell’organizzazione della salute mentale e dei servizi, ci sono insegnamenti molto chiari che vengono da altri paesi: “In Spagna – ha detto di Giannantonio – sono stati tagliati i fondi e c’è stato il picco epidemiologico. Mentre gli stati europei che hanno affrontato l’onda della crisi economica e investito sul tema della salute mentale, arricchito la rete dei dipartimenti di salute mentale sul terreno della prevenzione, hanno avuto tassi di suicidio dimezzati, abbattuti”.

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Prevenire il suicidio si può, anche in un periodo di crisi economica: parola dello psichiatra Maurizio Pompili, responsabile del servizio di prevenzione del suicidio dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, centro unico in Italia e a livello mondiale. Il suicidio è un grave problema di salute pubblica, pesa sulla collettività, ha conseguenze su chi resta. A detta di Pompili, aggrava il quadro  l’informazione o meglio la ‘mala-informazione’ dilagante: “di nuovo  il web si è popolato di scenari che inneggiano al ruolo delle istituzioni come responsabili del suicidio di imprenditori”. Il fatto è che viviamo nella bolla di un presente scollegato dal passato e non proteso verso alcun futuro, immemori di fasi storiche non meno cruciali: “A fare un salto indietro – ha detto Pompili – nel 1880 l’Italia era stata toccata da una crisi economica simile all’attuale. Quando ci fu la grande crisi del ’29 diminuirono tutte le cause di mortalità, mentre aumentò quella per suicidio. La letteratura ci dice che c’è una forte associazione tra disoccupazione e rischio suicidio”. I dati italiani su tentativi di suicidio e suicidi avvenuti riferiti al periodo 2008-10 si basano su calcoli Istat e sono incompleti. “I nuovi dati saranno disponibili tra un mese circa e riguardano il 2010, una popolazione tra i 25 e i 69 anni, cioè coloro che lavorano o vorrebbero lavorare, mentre  c’è stata una diminuzione dopo i 70 anni”. La prevenzione del suicidio si pratica in molte forme: “educando i mass media a un nuovo modo di dare le notizie, dando riferimenti chiari e precisi su dove essere aiutati e come, dando speranza e riducendo l’odio di sé; facendo una valutazione corretta del rischio suicidio. L’elemento nuovo quando non ci sono i soldi è: conoscere e riconoscere i segnali di allarme”. C’è un film d’animazione uscito qualche mese fa nelle sale, La bottega dei suicidi del regista Patrice Leconte che è parabola di speranza: un negozio offre agli abitanti di una città triste, inquinata e depressa tutti i metodi per suicidarsi. Ma proprio quando alla proprietaria nasce un bambino, la vita torna a trionfare più forte di prima. “Noi siamo l’elemento nuovo e non c’è bisogno di soldi. Abbiamo la responsabilità di mostrare altre opzioni, suggerire metodi per fronteggiare la sofferenza. Abbiamo avuto imprenditori che avevano debiti, si volevano suicidare, ora non ci pensano più”, ha concluso Pompili.

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Servizio per la prevenzione del suicidio Ospedale Sant’Andrea – Roma – Help line lun-ven dalle ore 9.30 alle ore 16.30 al numero 06 33 77 77 40. È possibile prenotare visite presso il Centro telefonando dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 13.30 al numero 06/33775675. Il Centro è coordinato dal prof. Maurizio Pompili, Dipartimento di Psichiatria, Ospedale Sant’Andrea – Via di Grottarossa, 1035 – 00189 Roma – Email: maurizio.pompili@uniroma1.it

Suicidio: 'possibile categoria antropologica' di cui si straparla e mai si dice

La versione che risuona come un disco rotto è che sia tutta colpa della crisi: parola caricata di responsabilità gigantesche quanto generiche tra sottintesi e ambiguità. Invece il suicidio, perché di questo si tratta, è solo  uno dei tanti comportamenti possibili nella storia umana, non sempre facilmente ascrivibile a una causa unica, a fattori esterni o patologici né spiegabile a posteriori in base a un criterio di causa ed effetto magari applicando una tesi precostituita. Nei telegiornali, sul web  e “sulle pagine dei nostri giornali si susseguono notizie relative a condotte suicidarie. Ogni nuovo drammatico suicidio spiazza la tragedia poco prima annunciata”. Il continuo avvicendarsi di tali drammatiche notizie non dà modo di risalire dal caso singolo al fenomeno nel suo complesso. Né permette di andare oltre l’immediata risposta emotiva per avviare una riflessione non riduttiva. Intende affrontare le domande connesse al tema, introdurre elementi di chiarezza e individuare percorsi di senso il libro Il suicidio (Carocci editore, 2012, collana Bussole) scritto da Mario Rossi Monti, psichiatra e psicoanalista, con la psicologa Alessandra D’Agostino (il precedente, sempre pubblicato da Carocci, è stato L’autolesionismo).

Lo studio indaga il fenomeno secondo varie prospettive:  storica, antropologica, sociologica, culturale, clinica.  Il dato fondamentale d’avvio azzera credenze diffuse: “ogni anno circa un milione di persone muore per suicidio e un numero venti volte superiore tenta di uccidersi. Questo è il quadro che emerge da una rapida scorsa ai dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2009”. Probabilmente se si leggessero i dati Istat sul caso italiano, si dovrebbero perlomeno rivedere i comuni criteri di valutazione del fenomeno, rimodulare il taglio che viene dato a questo genere di tragiche notizie. Scrivono gli autori: “Nel nostro paese il suicidio è tra le prime dieci cause di morte; ogni anno si muore più per suicidio che per Hiv e per omicidio”. Allora forse si deve prendere atto della profonda complessità di un comportamento “trasversale e globale, che interessa l’Occidente come l’Oriente, la psicopatologia come la cultura e la società intera”. Di fatto è un gesto che trasforma un corpo vivo in un corpo morto e tronca ogni comunicazione. L’unico che potrebbe dare una qualche spiegazione, e non è detto, perché si dà il caso che i motivi del gesto possano rimanere in parte oscuri anche a chi lo compie, è il suicida che diventato però corpo morto, non ha più parola.

Anche dal punto di vista clinico le cose non sono così facili. “Ogni manuale di psichiatria o psicologia clinica dedica un capitolo al suicidio. Un capitolo che occupa una posizione anomala”. Perché? Perché “il suicidio non è una malattia, una sindrome, un disturbo”. Invece è soltanto un comportamento sia pure complesso e pluri-determinato: un punto d’arrivo di storie anche diverse che, nella maggior parte dei casi, riguarda persone che non presentano disturbi mentali. Uno dei più noti suicidologi della scena internazionale, Shneidman ha infatti ‘liberato’ il suicidio dalla coincidenza obbligata con la patologia mentale. E se anche abbia a che vedere con la patologia mentale non è detto che sia quella depressiva a cui viene ricondotto. Jaspers ce l’ha detto oltre a evidenziare che il suicidio può essere “una forma di protesta e di sfida contro una potenza sopraffattrice: in questi casi diventa il modo estremo d’esprimere la più decisa autonomia”. Emblematici in tal senso i casi del grande intellettuale belga Jean Améry, vittima della Shoah, come dello scrittore ebreo Primo Levi. O la vicenda del detenuto irlandese Bobby Sands che si lasciò morire in carcere.

Il suicidio può essere studiato sia come fatto oggettivo (cercando la ricorrenza di variabili) che soggettivo. Può avviare fenomeni di
emulazione come fu dopo la pubblicazione de I dolori del giovane Werther di Goethe nel 1774 e forse anche oggi per altre ragioni. Di interpretazioni del suicidio secondo variabili date a partire da un classico della sociologia quale è lo studio di Durkheim in poi, ce ne sono tante. Resta il fatto che “il suicidio non risponde ad alcuna legge. Siamo comunque condannati a lavorare con ricostruzioni imperfette”. Sempre Jaspers ha dato l’allerta: si può al limite solo ricostruire alcune delle circostanze che lo hanno reso possibile. Può essere dettato dall’esigenza non tanto di abbracciare la morte quanto di sbarazzarsi di un’insostenibile sofferenza psichica che rende la vita insopportabile. E il dolore mentale, di per sé, non è sinonimo di disturbo psichico. Quando “lo stato cognitivo è uno stato di chiusura a imbuto: una visione a tunnel che si accompagna a un brutale restringimento del campo di opzioni possibili”, allora togliersi la vita diventa via di fuga, unica uscita possibile. Ci sono suicidi legati alla cosiddetta new economy: così è stato ad esempio nei casi interni ad aziende come France Telecom (45 suicidi tra il 2008 e il 2010) o Disneyland Paris (3 suicidi di dipendenti nel 2010) a seguito di declassamenti o licenziamenti del personale. A farne le spese soprattutto chi si è identificato con la cultura manageriale dell’azienda al punto di non saper scoprire o riscoprire una propria identità altra e arrivare al grado zero dell’essere. Ogni cultura attribuisce poi un senso diverso al suicidio. Condannato nella nostra società di matrice cattolica, ha invece un significato rituale in altri contesti. Sacrificio in nome di Allah come hanno dimostrato i terribili attacchi terroristici del settembre 2001; dovere coniugale della sposa virtuosa casta e fedele, nel caso del suicidio delle vedove in India; modalità di espiare colpe e ritrovare la purezza per i samurai giapponesi. Diversa la vicenda dei giovani in Giappone che dalla fine degli anni ’90 hanno dato il via a catene di suicidi di gruppo contattandosi e accordandosi via Internet.

A fine volume è ricostruita la storia di suicidi celebri: la scrittrice Virginia Woolf, la poetessa Sylvia Plath, lo scrittore Cesare Pavese, ognuno contraddistinto da una tensione emotiva prevalente. Il senso di vergogna per la Woolf (a cui fu diagnostico postumo un disturbo bipolare); di vuoto per la Plath (che fu invece ricoverata per disturbo bipolare); mancanza di speranza e senso di inadeguatezza totale alla vita per Pavese. Nell’impossibilità di arrivare a una qualche conclusione che valga come spiegazione unica e tantomeno definitiva, per gli autori “è nella libertà che pare risiedere l’origine ultima del desiderio di morte. La libertà di poter scegliere se stessi”. Darsi la morte come possibilità di esercitare la propria libertà. Certo resta incomprensibile nella sua essenza, inaccettabile per chi resta e sconta l’assenza dell’altro a vita. Eppure, malgrado l’incredulità e il dolore seguendo la lezione di Bruno Callieri, dobbiamo mentalmente accogliere l’idea che sia anche “una possibile, seppure estrema, categoria antropologica”.

Titolo: Il suicidio
Autori: Mario Rossi Monti, Alessandra D’Agostino
Editore: Carocci
Dati: 2012, 124 pp., 11,00 €

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