Adelaide, la strana creatura alata del Signor Ungerer

Adelaide - Tomi UngererNon appena ho incominciato a leggere la storia di Adelaide, cangurina alata, ho subito pensato a the Artist di Michel Hazanavicius. Qual è il legame tra un albo illustrato (uno strampalato albo come sempre, magnificamente, è per Tomi Ungerer) per bambini del 1959 e un film fresco fresco di Oscar del 2012? Beh, la storia di Adelaide procede proprio come se la cangurina in questione fosse una star di Hollywood e la pellicola delle sue avventure virato seppia scorre proprio di pagina in pagina come se si trattasse dei fotogrammi della pellicola biografica e spettacolare della vita di una star del cinema o di un eroico aviatore dall’aura magica alla Saint-Exupéry.

Adelaide non è solo alata, è anche intraprendente e affascinata dal volo, quindi non esita a salutare mamma e papà e spiccare il volo alla ricerca di avventura. Si aggrega a un aviatore e assieme visitano paesi esotici; poi approda a Parigi e decide di stabilirsi lì. Per un caso fortuito incontra un gentile signore che le mostra la città. Monsieur Murius ricorda il Signor Racine di matrice sempre ungereriana, rimane intenerito e subito s’affeziona ad Adelaide e alle sue belle ali. Insieme visitano Parigi e Adelaide scopre come siano tante le creature alate che, esattamente come lei, hanno le ali sebbene non siano uccelli. La Nike di Samotracia, i Tori alati di Khorsabad al Louvre, i gargoyle e gli angeli di Notre Dame, inquietanti i primi, paciosi gli altri.

Adelaide si sente creatura meno sola all’idea che le ali rendano così originali da meritare splendide statue; paga dell’essere se stessa le mancava solo l’amore di un canguro come lei, giacché d’amore verso gli altri e di generosità il suo cuore da cangurina era ricolmo: non esita a mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella di due bimbi da un incendio e proprio quest’atto eroico le varrà l’incontro tanto atteso con il canguro della sua vita, Leon, con il quale darà vita alla famiglia di canguri più straordinaria mai vista al mondo.

Adelaide - Tomi UngererAdelaide - Tomi UngererAdelaide - Tomi Ungerer

Essere differenti può rivelarsi un dono e Adelaide, che la sua differenza, l’abbraccia e adora, ce lo mostra con dolcezza. Il tratto di Ungerer semplice ed elegante è terso proprio come se attingesse all’aria nitida e alla brezza fresca in cui si libra Adelaide: l’acquerello si stende con morbidezza e si compiace di tinte mai urlate, piuttosto tenui: seppia, ocra, azzurro carta da zucchero, grigio e tortora conferiscono alle tavole una tale densità da non far sentire mai la mancanza dei colori più accesi, nemmeno il giallo di quel sole che, tra il perplesso e lo stupefatto, assiste dalla prima fila al primo volo di Adelaide.

Titolo: Adelaideadelaide copertina
Autore: Tomi Ungerer
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 38 pp., 17,50 €

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Ancora un volo per Cipì

Quella che mi lega a Cipì è una storia lunga una vita, la mia. Incomincia da piccola. Ascoltavo la storia e Cipì mi conquistava ad ogni nuovo battito d’ali (ed essendo un passero di battiti d’ali c’era abbondanza); l’aria smossa dai suoi frullii vivaci e mai stanchi mi sfiorava e avvolgeva di una morbida sensazione di sicurezza. Posso farlo anch’io: anch’io posso essere talmente coraggiosa e forte, pensavo. Quando ho iniziato a frequentare le scuole elementari, ricordo che era un’infusione di sicurezza scorgere sulle importanti pagine di un libro stampato dei disegni proprio come i miei: altrettanto buffi e con qualche sbaffo, qualche prospettiva forzata e sbilenca. Poi all’università una mattinata di primavera, a Siena, su via Duprè, ero in compagnia di alcuni cari amici e sullo scalino impolverato di un portone scorsi un passerotto ancora non pronto al volo, agitato, molto agitato. All’improvviso il ricordo del passerotto eroico protagonista di fiaba divenne tutt’uno con quell’uccelletto spaurito. Cipì! Lo raccolsi e gli organizzai un nido nel giardino della mia casa da studentessa. Per giorni l’ho nutrito (non ingozzato, memore della prima disavventura del primo Cipì!), poi è volato via verso per raggiungere Passerì oppure è finito tra gli artigli, invisibili, del gatto.

L’anno scorso Cipì, la favola di Mario Lodi e dei suoi ragazzi, ha compiuto 50 anni. E se li porta davvero bene.Io ancora mi riconosco in quell’uccellino e penso che questo sia il primo valore di questa “favola vera”: riuscire a fare in modo che i bambini, così come gli adulti, possano riconoscersi nei semplici accidenti di un passerotto, possano riconoscere nei diversi protagonisti quei sentimenti universali che tutto muovono e reggono. La mamma Mamì, la compagna Passerì, la margherita poetessa radicata al suolo, in cerca di compagnia, mai sola per il suo essere capace di guardare il mondo che la circonda con curiosità, il gatto sornione dagli artigli invisibili ma pronti a scattare. Il vento, le nuvole, l’immenso cielo (quanto può essere enorme il cielo per un bambino?), il sole. Tutto ha un’anima, tutto convive in armonia o, come naturale, con qualche scontro, a volte addirittura scendendo in guerra.

Questa storia è nata in una piccola scuola di campagna di Vho di Piadena. Mario Lodi allora era maestro e i bimbi appena giunti in prima elementare; difficile far digerire loro il fatto che la scuola fosse un luogo deputato al lavoro e alla responsabilità piuttosto che al gioco. Mario Lodi decise, coraggiosamente, e assecondando da una parte il desiderio dei bambini, dall’altra una casualità che volle un passerotto assiduo frequentatore del davanzale della finestra della classe, di abbandonare il sentiero segnato dalla tradizione e dalla consuetudine, per scoprire quanto possa essere efficace (per la crescita e per l’apprendimento) dare sfogo all’immaginazione che, assieme all’osservazione della realtà e alla guida di un maestro davvero tale, diviene capacità narrativa, scrittura creativa. I ragazzi osservarono il passerotto e il suo essere tra gli uomini e nel tempo e ne annotarono le vere avventure dando vita alla sua favola, la favola vera di Cipì.

Cipì è un passerotto intraprendente; all’inizio la sua è più imprudenza che coraggio, ma crescendo Cipì matura: imparerà a volare, a combattere per i propri ideali, per amore; imparerà ad ascoltare le poetiche parole di una margherita e a farsi amico il vento. Un vento forte e impetuoso capace di piccoli dispetti ma anche di importanti, e sincere, promesse. La promessa che mi sento di fare io, in questo momento, a pochi minuti dalla mia rilettura di Cipì in questa bella edizione speciale in occasione dei suoi cinquanta anni è che nessuno, né grande né piccino, rimarrà indifferente dinanzi a questa favola, anzi, quasi certamente in essa troverà tutti i mezzi per scoprire il valore della libertà.

Titolo: Cipì
Autori: Mario Lodi e i suoi ragazzi
Editore: Einaudi ragazzi
Dati: 2011, 87 pp., 14,00 €

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Divorare i libri provoca indigestione, meglio gustarli lentamente

Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libriPivelli coloro che dichiarano a cuor leggero di essere divoratori di libri! Grazie a Oliver Jeffers e Zoolibri qui ci troviamo tra le mani raccontata e illustrata nei minimi dettagli la storia de L’incredibile bimbo mangia libri. E non si tratta di un superficiale e, come scopriremo più tardi, vuoto modo di affermare un proprio piacere, tra queste pagine alberga infatti Enrico. Enrico, come tutti noi, ama i libri, ma non come lo facciamo noi giacché lui i libri ama… mangiarli! Prima a piccoli bocconi, parola dopo parola, qualche congiunzione e qualche accento sulle prime rimane tra i denti, ma prendendoci gusto e con la pratica, dalle parole Enrico passa a sbocconcellare distrattamente le pagine per poi ingoiare, quasi senza masticare, libri interi, anche più d’uno alla volta, specie se si tratta di libri rossi, i suoi preferiti, ché stimolano il metabolismo e rinforzano le difese immunitarie. Sebbene Enrico ami mangiare libri di tutti i generi, vuole sapere tutto, perchè, sì: diretta conseguenza del divorare i libri è diventare più intelligenti, e sempre più intelligenti.

Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libriA Enrico piace mangiare i libri e anche essere intelligente, fino a quando comincia a star male e il suo colorito verdognolo mette in allarme chi lo tiene a cuore. Peraltro ingollare di fretta, senza gustare, senza masticare a lungo limita l’assimilazione, le informazioni, le storie e la dolcezza di certe immagini rischiano di restare sullo stomaco e di non essere digerite. Insomma, long story short, Enrico per puro caso, così come aveva incominciato a mangiare i libri, si ritrova a sfogliarne uno e a leggerlo. E ad amarlo. E a diventare, questa volta davvero, intelligente.

Questa de L’incredibile bimbo mangia libri è una storia divertente, adatta anche ai bimbi più piccoli illustrata, sempre da Oliver Jeffers, in maniera originale e allestita deliziosamente: un fustellato in fondo alla storia e al libro indica, tra le risate dei bambini lettori/ascoltatori che troveranno proprio in questa parte del testo il momento più divertente, che certe abitudini sono dure a morire. È un libro sui libri fatto coi libri e infatti Enrico e i suoi pasti a base di carta stampata s’adagiano e spiccano su sfondi anch’essi stampati: stralci di pagine di libri, cartoline, dizionari, carte geografiche. Le tinte predominanti sono quelle brune, specie del rosso. Non avevamo dubbi e gradiamo molto giacché anche a noi piace il rosso!

La prima edizione, del 2009, dalla cui lettura è nata questa recensione, è stata rinnovata in una variante con pop-up nel 2011.

 

Titolo: L’incredibile bimbo mangia libri
Autori: Oliver Jeffers
Editore: Zoolibri
Dati: 2011, 40 pp., 20,00 €

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Il fatto è che si è pronti quando si è pronti!

Gek Tessaro, il fatto èIl fatto è che raramente ci si imbatte in libri per la prima infanzia (3 anni) che diano per scontate l’intelligenza e la sensibilità dei piccoli, piuttosto accade di frequente il contrario e allora il genitore consapevole, o in generale, l’adulto consapevole, si ritrova a fare le vocette e le smorfiette a causa dei vari e urticanti “…ini”, delle illustrazioni dai colori sgargianti quando non sciatte e dalle linee didascaliche e banali.

Il fatto è che questo quadrotto dalle pagine rigide e robuste è essenziale e ricco, e rientra proprio in quella fortunata categoria di libri che rispettano i piccoli e offrono loro stimoli che dall’illustrazione colorata e semplice si stendono a macchia d’olio e coinvolgono il testo diretto (niente smorfiette!) e in maiuscolo per giungere alle citazioni colte che non sfuggono al narratore adulto e che si arricchiscono di quanto invece i bimbi scorgono e partecipano.Il ritmo è quello tipico delle fiabe popolari, il collage è la tecnica con la quale lo colora Gek Tessaro, tra i più raffinati autori e illustratori europei.

Una paperetta se ne sta tranquilla sulla sponda di uno stagno ma l’anatra ritiene che sia il momento che si tuffi; quando nonostante l’anatra abbia ben spiegato tutti i vantaggi del nuoto, la paperetta rimane ben ferma sulle sue zampette palmate, prova a spingerla, senza risultato; chiama quindi il gatto, e poi il cane e quindi il tacchino. Senza risultato, la paperetta non si muove nemmeno di un millimetro, fino a quando non sarà il momento giusto. Che è quello per la paperetta e non per l’anatra, non per il gatto, non per il cane, non per il tacchino e nemmeno per il lupo! Ops! Ho detto “lupo”?! Eh, sì…, ci sono anche dei colpi di scena, e il fatto è che il risultato è dolce e divertente, specie se il vostro piccolo lettore/ascoltatore sfogliando intonerà: “e venne il gatto che spinse l’anatra, che spinse la paperetta…”.

Titolo: Il fatto èGek Tessaro, il fatto è
Autore: Jek Tessaro
Editore: Lapis
Dati: 2010, 24 pp., 8,50 €

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Il dono, che sempre scorre, dei ricordi

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloQuando, nei momenti di tristezza, cerco un’immagine che mi rassicuri e rinforzi, mi capita spesso di ricordare le mani di mio nonno che racchiudono tra le pieghe di rughe profonde, solchi direi meglio, tutto quello che cerco: forza, serenità, sicurezza.

Il mio nonno mi ha donato la gioia del raccontare e ascoltare le fiabe, della sua entusiastica passione ho fatto la mia. Mi sembrava e sembra un dono meraviglioso, perché lo è, sebbene non evocativo e immaginifico come potrebbe essere stato un ruscello.

Perché c’è stato un bambino il cui nonno un giorno gli ha donato proprio un ruscello. E di come questa meraviglia sia potuta accadere ce lo raccontano in uno splendido e coloratissimo albo Gaëlle Perret e Aurélia Fronty (di cui abbiamo già parlato qui). “Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello/Lo teneva stretto in mano/All’orecchio, gorgogliava dolcemente/Un fremito leggero d’ali di libellula”.

I pennelli morbidi e i colori pastosi, dai toni sempre onirici sebbene straordinariamente naturali, accompagnano con leggerezza le parole che compongono i versi di quella che è una lunga poesia in forma di prosa. Nessuna immagine è sfuggente, nessuna retorica si cela dietro alle parole misurate e belle che parlano di uccelli che s’abbeverano, dello sciabordio dell’acqua, del suo gorgogliare, dei ciottoli colorati e delle risate di un bambino, complici, divertite.

Il ruscello è un ricordo, una dolce immagine che il nonno regala al proprio nipotino, una forza fresca e scintillante che lo accompagnerà sin dai momenti di gioco spensierato e di paura dell’infanzia, fino ai fremiti e alle insicurezze dell’adolescenza, fino alla maturità consapevole dell’essere adulti. La vita scorre senza sosta, esattamente come un ruscello, ora borbottante, ora luccicante del riverbero del sole; si blocca un po’, rallenta nelle anse naturali e spigolose per poi liberarsi escivolare lieve su ciottoli levigati e brillanti.

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello

Una sera, aprendo la porta della sua camera, il ragazzo si trova ad essere investito da una montagna di spruzzi, vede gabbiani impauriti e pesci sconvolti, c’è da combattere contro la tempesta montante; il letto diviene navicella in balia delle onde. Ma il nonno spuntato dal nulla prende il timone e appare ben deciso e saldo. Riporta la tranquillità. Rasserena fino al sonno.

Ecco, a tutti i bambini che hanno avuto la fortuna di ricevere un dono meraviglioso dai propri nonni, così come a quelli che ancora non l’hanno ricevuto, io consiglio la lettura di questo albo, e chissà che non sia esattamente questo il dono atteso capace di conforto e sorrisi.

Titolo: Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello
Autori: Gaëlle Perret e Aurélia Fronty
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 24,00 €

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Storie innamorate dell'amore

Dreams Reallity, Ana Ventura, Nove storie sull'amoreLe certezze che animano caparbie i giorni dei bambini s’indeboliscono nel divenire adulti. Le buffe convinzioni che nessuno potrebbe scardinare, le verità inquiete che nessuno potrebbe (o osa) mettere in discussione perché proprio vere, persino i sentimenti si radicano al cuore e alla mente dei bambini e molto di rado virano verso altre direzioni da quella originariamente presa. Soprattutto l’amore. Da adulti così spaventoso giacché denso e zeppo di una meraviglia e un tumulto disabituati a gestire, da bambini meraviglioso incanto di cui nutrire, di cui nutrirsi.

Difficile il compito di scrivere da adulta ben Nove storie sull’amore (più una) destinate ai bambini con l’intento di spiegarlo, ardimentosa impresa!, come sentimento vivo, mai scontato, soprattutto da condividere. Ci riesce (e chissà quanto a lungo ha provato prima di farlo così bene!) Giovanna Zoboli e lo fa con una voce il cui pregio principale è l’incanto. Difficili da dimenticare “quel silenzio tutto azzurro e l’odore dell’aria gelida [dell’inverno]” o il gesto di un’erba matta che trattiene un uomo “in mezzo al chiaro del mondo, quando nel buio dei fatti tuoi saresti finito nel gran deserto del chissà dove”.

Love, Ana Ventura, Nove storie sull'amore

Le illustrazioni di Ana Ventura, tutte digitali, sono così lievi da sembrare non esserlo e, per me che non stravedo per questa tecnica, sembra che per infondere tanta tenera vitalità e tanto calore in illustrazioni di questo tipo oltre al talento sia necessario senza dubbio l’amore. E l’amore vibra nei tenui colori della terra, nell’opposizione tra vuoto e pieno che si fa contorno netto e conferisce profondità e danzante movimento.

I piedi si fanno radici, i pensieri rami e l’uomo diviene pianta radicandosi saldamente e con grazia alla terra, al suo humus nutriente, al cielo, alla sua limpida aria vivificante. E l’amore si fa seme, con la consapevolezza di poter attecchire o di non riuscire a farlo, si germogliare o di rimanere dormiente per lungo tempo, per sempre.

Ogni storia ha un proprio carattere e un proprio colore: c’è il rosso tondo di una bambina che aveva trovato un uccello, c’è l’azzurro tutto grazie del signore che si sentiva pieno di pioggia. E in ciascuna c’è l’ardimentoso intento di comunicare senza filtro alcuno se non quello della poesia che si fa prosa illuminando lacrime, sorrisi, testardaggini e saltelli d’amore fino a rendere chiaro e manifesto come amare sia necessario e come farlo ci renda capaci anche di ridere con le mani. “Ho le mani che ridono”, pensò una volta un uomo grazie al sogno dell’amore, ed era un pensiero che non aveva mai avuto prima.

Titolo: Nove storie sull’amore (più una)
Autore: Giovanna Zoboli, Ana Ventura
Editore: Topipittori
Dati: 2011, 32 pp., 14,00 €

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L'autobus di Rosa

“C’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Tu tieni gli occhi aperti, non perdere il tuo”

Illustrazione di Maurizio QuarelloCi sono dei libri che mettono alla prova. Mettono alla prova in diversi momenti e per svariati motivi. Saggiano il nostro coraggio, constatano la nostra pavidità, considerano la nostra attenzione e soppesano la nostra empatia. Si presentano così chiaramente da indurre (condurre, direi meglio) a imboccare vie battute, sentieri sicuri nel giudicarne il valore, quando invece la loro fortissima e pregnante bellezza non ristà in ciò che manifestamente palesano, o perlomeno non tutta.

L’autobus di Rosa si presenta qual è: un bellissimo scrigno. Siamo a Detroit, un nonno afroamericano accompagna il nipote in visita allo Henry Ford Museum. Il ragazzino è riottoso, l’idea di trascorrere la mattinata in un museo non lo esalta ma molto presto la visita si trasforma in un vero e proprio viaggio a ritroso nella storia, andando a illuminare senza alcuna pietà i suoi angoli bui durante i quali nelle scuole c’erano classi per i bianchi e classi per i neri,  le persone di colore, così come gli ispanici, non potevano entrare nei locali pubblici,  i neri potevano sedere sull’autobus solo nei posti loro riservati e solo se nessun bianco restava in piedi. I due, nonno e bambino, salgono su un vecchio autobus esposto in una grande sala e il nonno racconta; è l’autobus di Rosa, Rosa Parks, lo stesso sul quale in Alabama il primo dicembre del 1955 ella si rifiutò di cedere il proprio posto a un bianco. Questo lo scrigno; con la sua drammatica e struggente verità ci ha toccati, commossi.

Illustrazione di Maurizio QuarelloIllustrazione di Maurizio QuarelloIllustrazione di Maurizio QuarelloIllustrazione di Maurizio Quarello

Il tesoro, però, e quello ci ha abbagliati, l’abbiamo scoperto nelle parole del nonno, nel suo dichiarare la propria pavidità, nel suo rimpiangere la mancata occasione: “la storia mi passò a fianco ed era un autobus, mi sfiorò e io non seppi salirvi”; lo dice, ne soffre affermandolo. Ciò che racconta per lungo tempo l’ha tormentato. Sull’autobus di Rosa c’era anche lui; furono anche sue le parole, dettate dalla paura, che cercarono di distogliere la gracile donna di colore che fermamente si ostinava a rispondere di no a quanti le ordinavano di alzarsi. Sempre la paura di essere percosso, arrestato, lo indusse ad alzarsi e cedere il posto; poi la vergogna si occupò, dopo l’arresto di Rosa, di maturare il rimorso e lo spinse a non parlarne. Non parlarne nemmeno coi colleghi che a lavoro lo esortavano a unirsi al boicottaggio e a non prendere più l’autobus proprio in seguito al gesto, al rimaner ferma, di Rosa Parks.

Illustrazione di Maurizio Quarello“la paura è il nostro primo tiranno e l’arma prediletta di tutti i tiranni […]; la paura ci isola, ci allontana da chi è colpito dall’ingiustizia e da chi all’ingiustizia tenta di ribellarsi”. Così scrive Christine Weise, Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International che ha sostenuto la pubblicazione di questo albo.

Quando l’eroismo di qualcuno, quando la forza di un unico individuo induce al movimento e all’unione di tanti, però, si può parlare di coraggio collettivo. Il fallimento del nonno che, coraggiosamente, non ha remore a raccontare al nipote la propria egoistica codardia, lo rende più simile a tanti fra noi di quanto non lo sia Rosa. Rosa ha messo in moto l’autobus e l’autobus s’è fatto mezzo, simbolo, strumento di ribellione. Nel 1956 grazie all’azione singola di Rosa e all’anno di boicottaggio collettivo di tutta la popolazione afroamericana, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sui mezzi di trasporto.

Le illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello ricompongono il presente e il passato. Illuminano il presente della luce giallognola e pastello degli anni Cinquanta e ripropongono quegli stessi anni in virato seppia riducendo la distanza tra la memoria e il racconto.

Titolo: L’autobus di Rosa
Autore: Fabrizio Silei, illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 40 pp., 15,00 €

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