Due storie natalizie di Astrid Lindgren

Betta sa fare tutto o quasi - Ilon Wikland Betta sa fare tutto (o quasi), e il passaggio repentino dalla sbruffonaggine tutta bambina dal saper fare tutto al “quasi” è talmente spontaneo da suscitare ammirazione per questi bimbi sempre in movimento e instancabili che hanno una loro dimensione, per quanto stramba e buffa essa possa essere, e ci vivono bene, pienamente e teneramente.

Betta indossa un bel paio di guanti a strisce, un cappello azzurro con pon pon e robusti scarponcini con le stringhe perennemente slacciate. La prima volta che la incontriamo in questa sua avventura natalizia si sta vantando in un candido giardino innevato a braccia aperte e gambette ben puntellate a terra. Ci sono! Lo so fare! Sembra dire, e nel farlo è fulcro e centro di una coloratissima e innevata illustrazione costruita su prospettive sbilenche e forzate che Betta (“Certo che sono proprio speciale io!”) sottolinea con il suo equilibrio, con il suo sorriso pieno e il mento all’insù. L’autrice è Astrid Lindgren (di cui abbiamo già parlato qui e qui), l’illustratore Ilon Wikland e l’equilibrio tra i due autori è esattamente come il sorriso sicuro di sé e gioioso di Betta: perfetto.

Betta sa fare tutto o quasi - Ilon Wikland I contorni sono ben marcati, netti, e sottolineano la prospettiva avvitata. I colori pieni e brillanti. I vestitini di Betta, della sua mamma, degli amici, gli utensili, gli arredi mi riportano agli anni in cui ero bambina, e credo che mi sarei ben specchiata nella semplicità di Betta se, alla fine degli anni Settanta, avessi avuto l’occasione di leggerne la storia (le storie, giacché Betta è protagonista di diverse avventure, alcune tradotte anch’esse ed edite da Il gioco di Leggere). Una storia che, come molte delle storie di Astrid Lindgren, prende il via da un avvenimento semplice che nella sua semplicità nasconde la magia del caso, la fortuna dell’intraprendenza, l’incrociarsi di coincidenze e piccoli contrattempi. Nella cittadina di Betta sono finiti gli alberi di Natale in vendita e Betta e i suoi fratellini sono molto tristi dinanzi alla prospettiva di non poter avere il loro albero. Ma Betta sa fare tutto, o perlomeno ce la mette tutta, e a furia di crederci chissà che non riesca a risolvere la situazione e a volgerla a loro favore?

Albo ideale per questi freddi giorni di preparativi e addobbi natalizi.

Sempre Il gioco di Leggere sceglie di dare alle stampe una storia natalizia di Astrid Lindgred à la Lindgren, con una bella edizione con costola in stoffa: Natale nella stalla che consente anche a genitori atei di raccontare il Natale, la natività, in tutta semplicità. La semplicità della notte di Natale scevra di genuflessioni e di preghiere e altrettanto intensa e profonda. Raccontata con un tono talmente dolce da rapire durante la lettura e l’ascolto, e testimoni di questo dono autoriale non comune saranno gli occhi sgranati dei bambini cui vorrete raccontare ciò che avvenne “una notte di Natale di tanti anni fa. La prima notte di Natale”.

Le illustrazioni sono di Lars Klinting: acquerelli raffinati e tenui.

Natale nella stalla - Lars KlintingNatale nella stalla - Lars Klinting

 

copertina Betta sa fare tutto o quasiTitolo: Betta sa fare tutto (o quasi)
Autori: Astrid Lindgren, Ilon Wikland
Editore: Il Gioco di Leggere
Dati: 2010, 32 pp., 14,10 € 

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copertina Natale nella stallaTitolo: Natale nella stalla
Autori: Astrid Lindgren, Lars Klinting
Editore: Il Gioco di Leggere
Dati: 2011, 28 pp., 15,00 €

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Ridde selvagge, solitudine e amicizia: protagonista lo strano animale del Signor Racine

Tomi Ungerer - Lo strano animale del signor RacineNato e poi cresciuto in Germania  sotto il regime nazista, Tomi Ungerer si spostò in America, a New York, dove raggiunse un eccezionale successo come autore di libri per bambini nel decennio tra gli anni Sessanta e i Settanta per poi trasferirsi in Nuova Scozia nel 1971 e infine tornare in Europa nel 1979.

Il 1971 fu l’anno in cui vide la stampa The Beast of Monsieur Racine (Farrar, Straus and Giroux) edito in Italia da Nord-Sud Edizioni  nella traduzione di Luigina Battistutta nel 2009 (Lo strano animale del Signor Racine).

Dunque, tralasciando il contesto e i riferimenti didascalici, quello che ci si ritrova tra le mani sfogliando questo albo è una storia molto tenera, a tratti disarmante, spesso grottesca e assolutamente nonsense. Il Signor Racine, impiegato dell’ufficio delle imposte in pensione, possiede un giardino in cui cresce un pero che dà frutti deliziosi e profumati di cui il Signor Racine è particolarmente fiero. Un mattino però, scopre che tutte le pere sono sparite dall’albero. Indignato decide di venire a capo del furto e cogliere il ladruncolo sul fatto. Quando Il Signor Racine sorprende il ladro la storia prende quella svolta verso tenerezza di cui sopra. Si tratta di uno strano animale, chiaramente goloso di pere dolci, decisamente informe, difficilmente catalogabile un po’ elefante ma molto più piccolo, un po’ formichiere, ma più grosso, gli occhi nascosti dalla criniera arruffata, lunghe orecchie penzolanti.

Straordinario dunque, e a rendere ancor più straordinario lo strano animale non è tanto l’unicorno che si sporge curioso dallo steccato sullo sfondo quanto piuttosto l’ordinarietà degli altri elementi che compongono e ritraggono questo magnifico momento di scoperta: un merlo dal becco arancione che osserva la scena non tralasciando di mangiucchiare il lombrico appena catturato, un leprotto che salta nella tavola scostando un rospo preso alla sprovvista, una lumachina che approfitta delle gocce d’acqua sulla fontana e un gufo, che nel crepuscolo, è pressoché perplesso della scena che si trova dinanzi al suo risveglio.

Tomi Ungerer - Lo strano animale del signor RacineDimentico dei propositi di vendetta il signor Racine è preda anch’egli della meraviglia. Piuttosto che sgridare e scacciare la bestia, le offre un pasticcino. Offerta molto gradita allo strano animale. Decisone repentina: con qualche leccornia l’animale potrebbe essere addomesticato. Il Signor Racine preferisce senza dubbio una piacevole compagnia alle sue pere. Ma ha mai la curiosità tolto spazio all’affetto? Certamente no, per cui il Signor Racine si adopererà moltissimo per scoprire la specie di appartenenza dello strano animale. Fino a quando la ricerca si concluderà in una sessione d’esame tenuta da illustri scienziati nientemeno che a Parigi. Seduta nella quale si scoprirà che lo strano animale altri non è se non due bambini che, per raggiungere le pere, avevano optato per il travestimento.

Il senso dello humour del Signor Racine è soddisfatto, la curiosità pure, resta, con uno strascico di parapiglia e scandalo per aver scomodato il mondo accademico, l’amicizia coi due bambini.

Ma resta senza dubbio dell’altro. Perché questa è la storia buffa e tenera che consiglio di leggere ai vostri bambini indugiando sulla bontà dell’idea di non lasciarsi smarrire dall’aspetto altrui, e sulle placide scorpacciate dello strano animale. Soprassiederei, invece, sui dettagli che fanno di Ungerer un genio à la Sendak (amico peraltro di Ungerer, cui questo libro è, non a caso, dedicato). Irriverenti, ironici, cruenti: ecco, l’ironia di certi dettagli la lascerei al gusto degli adulti, anche se non escludo che molti ragazzi possano trovare divertenti i particolari cruenti. Tavole dense di elementi eccessivi che minano l’equilibrio così come ugualmente accade quando si osserva nei dettagli un dipinto di Hieronymus Bosch. Un uomo con la testa squarciata che rompe una sedia su quella di una donna, un orologio da taschino che nel parapiglia della sessione d’esame si conficca nella pelata di un irriverente occhialuto rassomigliante moltissimo a Maurice Sendak, un inquietante barbone dagli occhi rossi che si porta appresso un sanguinolento fagotto da cui spunta un alluce e tanti bicchieri colmi di vino nei più disparati e inopportuni contesti: il capotreno brinda, l’autista della piccola gru che sposta la gabbia dello strano animale, che non a caso si rompe e casca addosso a due facchini, beve e tiene la sua bottiglia a portata di mano, i dottoroni si schiariscono la voce non con l’acqua ma col vino. Allusioni licenziose, strade brulicanti di elementi grotteschi. E una rabbia come infetta che si spande e invade ogni angolo delle tavole conclusive del libro e gli occhi di tutti i protagonisti, per lasciare spazio, invece, a una serena armonia in quella conclusiva su cui troneggia soddisfatto il sorriso del Signor Racine e dei due monelli suoi amici.

Tomi Ungerer - Lo strano animale del signor RacineTomi Ungerer - Lo strano animale del signor RacineTomi Ungerer - Lo strano animale del signor Racine

[La mostra Tomi Ungerer and the Masters. Inspiration and Dialogue apre il 18 novembre e chiude a febbraio 2012]

Titolo: Lo strano animale del Signor Racine
Autore: Tomi Ungerer
Editore: Nord-Sud
Dati: 2009, 32 pp., 13,00 €

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di baraqueafritz

Ripariamo noi stessi da chi vuol sottrarci personalità e identità, non dalla pioggia o dal sole

la zampa dell'ombrello Probabilmente Maria Montessori conosceva questo passaggio dimenticato della storia quando suggeriva ai suoi bambini di correre sotto la pioggia senza l’ombrello; certamente la sua raffinata sensibilità l’aveva indotta a rispettare la nobile personalità dell’ombrello e a non scomodarlo per l’uso ormai consueto e consolidato, sebbene nella sua praticità un po’ banale, di parapioggia o parasole.

Potrebbe sembrare un discorso assurdo il mio, ma la premessa è molto valida e peraltro supportata da fatti e storia. Leggendo La zampa dell’ombrello ho infatti scoperto quanto fossi impreparata sulla storia degli ombrelli e quanto quest’ultima esulasse dalla mera diatriba sulla sua origine cinese, indiana o egiziana. Come per molta parte della storia, fuorviata da contingenze e critici superficiali, mi ritrovavo a considerare superficialmente la questione non rendendomi conto di quanto l’ombrello in effetti ricordi, per la sua morfologia, il pipistrello.

Ebbene, focalizzata la specie, o sottospecie, di appartenenza posso finalmente comprendere i corsi e ricorsi della loro storia per cui da esseri dalla voce melodiosa come un’allodola, liberi e armoniosi, gli ombrelli si sono ritrovati appesi negli armadi, imprigionati nei cilindri detti, appunto, portaombrelli, o a languire nel buio delle borse soffocati nella stretta del laccetto con bottoncino tanto pratico per evitare che essi dispieghino le ali quando non richiesto.

La zampa dell'ombrelloErano un tempo liberi di andare per il mondo e cantavano allegramente e insieme, fino a quando gli uomini della stirpe dei Moghnai non decisero di sfruttarne il canto. Li ridussero in schiavitù annullandone con un solo gesto identità e libertà. Gli ombrelli tentarono di ribellarsi ma furono vinti e costretti a restare al servizio degli uomini che da allora come contropartita hanno perso l’opportunità di godere del loro splendido canto.

Di solito non leggo i comunicati stampa ma considerato che questo è di Paolo Cesari e che non conoscevo i nomi degli autori di questa toccante e surreale storia (Alice Umana e Agostino Iacurci) ho ceduto alla curiosità, scoprendo che sono entrambi alla loro prima esperienza editoriale quando invece mi erano sembrati dei navigati cantastorie. Le parole misurate e spiritose conferiscono alla storia la capacità di virare all’improvviso da un registro all’altro con la destrezza dei lupi di mare, le illustrazioni curate in ogni dettaglio tradiscono la tensione emotiva e gratificante di voler restituire l’identità perduta agli ombrelli, i colori mai urlati, in cui la carta da zucchero avvolge raffinati ocra e densi amaranti, conferiscono alla storia narrata ritmo e fluidità e con essa danzano in armonia.

Titolo: La zampa dell’ombrelloCopertina de La zampa dell'ombrello
Autore: Alice Umana, Agostino Iacurci
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 36 pp., 13,00 €

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La realtà è come un gioco buffo e misterioso: prende alla sprovvista, diverte, spaventa, sorprende

Jack è un coniglio, un coniglietto, e riceve in regalo una scatola che di per sé sembrerebbe una semplice scatola se non fosse che nasconde un clown a molla. Un gioco abbastanza inquietante per la sua imprevedibilità, per il suo essere contenuto in movimento di una rassicurante, silenziosa e immobile scatola decorata con stelle.

Prima di dire che l’autore di questo fumetto per piccoli lettori (di 5-6 anni) è Art Spiegelman, prima ancora di considerare l’idea brillante di orecchio acerbo di dare il via a questa collana (orecchio acerbo comics; grandi fumetti per piccoli lettori*), prima di tutto questo, vorrei soffermarmi proprio su questa scatola, sul suo contenuto, e sul rapporto in bilico tra il timore e la fascinazione tra il coniglietto e il suo giocattolo.

Jack riceve un nuovo gioco, sembra una semplice scatola, in effetti contiene un clown a molla e sulle prime il coniglietto, preso alla sprovvista dall’improvviso irrompere sulla scena del clown molleggiante, ne è intimorito. Rimasto solo, come naturale, comincia a intessere un dialogo col proprio giocattolo, si diverte, si offende, si arrabbia con lui. Un giocattolo che parla al suo piccolo proprietario (e viceversa) non è una novità nella letteratura per l’infanzia, originale è la surrealtà (la pop-surrealtà) con la quale il clown dialoga col bimbo/coniglio. Un dialogo che procede per assurdo e che nella sua semplice ripetitività si incastona di fatto nella memoria dei piccoli lettori con naturalezza.

Il clown compare e scompare, la sua molla gli permette di balzare verso l’alto e poi di accartocciarsi su se stesso verso il basso; ma credo che questi suggerimenti didascalici siano già ben masticati dai bimbi cui il fumetto è destinato. Ci sono stati dei momenti in cui il continuo insistere sul concetto di “buffo” mi ha fatto pensare alla possibilità che i lettori potessero trovarlo ridondante; in realtà credo sia proprio in questo tornare e ritornare sulle stesse frasi il nucleo letterario e narrativo del testo scritto che si affianca a quello illustrato, in linea con la semplicità e la nettezza del tratto di Spiegelman (raro esempio di  come un’illustrazione complessa possa nascere dal tratto semplice).

Insomma, il clown è buffo? Il coniglietto è buffo? Il nome “Jack” è buffo o lo è quello del giocattolo, “Zack”? Credo sia tutta la storia a essere buffa; è divertente e suggerisce, nemmeno troppo velatamente, che il gioco e la finzione, o il gioco della finzione che dir si voglia, è esattamente ciò che di più vicino possa esserci alla realtà. Una realtà buffa, o forse terrificante, di certo sorprendente.

Il fumetto, infine, per il suo essere tale, per il suo procedere passo passo, frase dopo frase, nuvoletta dopo nuvoletta, restringe il campo all’”ora”, al preciso istante in cui si parla, connettendo al contempo le frasi l’una con l’altra come avverrebbe in un dialogo faccia a faccia, come avverrebbe tra nuvolette bianche sospinte  dal vento l’una a connettersi in continuità con l’altra, e questo certamente invoglia e accompagna i bambini in età prescolare, così come quelli che incominciano a leggere, alla lettura, alla lettura narrativa, al ritmo epico e assolutamente affascinante di quella ad alta voce, che mai come nel fumetto accomuna la parola scritta a quella parlata.

Certamente un fumetto da leggere ma la prima lettura la consiglio “collettiva”. Una mamma o un papà, un coniglio grande insomma, potrà anche non capire quando un coniglio piccolo parla di lampade rotte che invece sono perfettamente integre, o di un intero stormo di anatre che dopo aver creato lo scompiglio scompare poi nella scatola, ma di certo saprà sorridere e rassicurare al momento giusto.

*“orecchioacerbocomics”, collana di fumetti dedicata ai lettori più piccoli. Ciascun albo illustrato (23×15) è in vendita a 7,50 € e si compone di 32 pagine a colori. L’altro titolo in collana è TopoLino si prepara di Jeff Smith.

Titolo: Jack e la scatola
Autore: Art Spiegelman
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 32 pp., 7,50 €

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Quel che conta


Capita, a me come a molti, di svegliarsi la mattina e ritrovarsi smarriti nel senso spicciolo delle cose. Il lavoro, gli impegni, le piccole frustrazioni, i ritardi dei treni, i cellulari scarichi, la nebbia che s’insinua negli animi o il sole che si preferirebbe sentire sulla pelle piuttosto che guardarlo di sfuggita dalla finestra. Tutto si fa, ogni compito si svolge, per obbligo o per responsabilità. Tutto si fa per amore, ma, specie nell’ultimo caso, che cos’è che davvero è necessario fare? Che cos’è che conta?

Io, come altri credo, di frequente dimentico di pormi questa domanda, così esplicita invece nell’affermativo titolo di questo albo Quelcheconta tutto attaccato come se fosse un’unica parola, come se fosse un unico senso. Scopro, leggendo, che Ruth Vilar ha fatto di questo fantasioso e decisivo lemma addirittura un nome e allora continuo a leggere come se in questo albo per bambini potessi trovare, finalmente, una risposta definiva, universale, che tralasci anche i miei (tanto umani) desideri, che semini dietro alle ruote di una bizzarra bicicletta a nove ruote il mio personale egoismo.

Quelcheconta è un postino, un postino innamorato dei numeri. Conta di continuo, e il mestiere che svolge certamente l’aiuta: conta i pacchetti da consegnare, i campanelli che suona, il numero dei francobolli. Consegna la posta lavorando dodici giorni a settimana per undici ore al giorno, per tredici mesi all’anno. Contare è rassicurante, l’aritmetica dà certezze e, forse proprio per questo, rassicura e protegge dalle incognite, che pur delle scienze matematiche sono pietra miliare, senso profondo. Per cui Quelcheconta ignora che le ventidue lettere che sta per consegnare a ventuno famiglie sono di licenziamento, che le diciassette lettere indirizzate a diciannove ragazze da sedici giovani innamorati sono di lontananza, di distacco. Quelcheconta consegnerà suo malgrado e a sua insaputa nostalgia e disperazione.

Ma colui che conta alla ricerca di un ordine preciso è anche un uomo che gioca, e che giochi con l’assurdo non cambia il risultato del conto che comunque non torna, e così, quando tre stupende principesse gli propongono di esaudire due dei suoi desideri, si accontenta di uno solo: un mondo felice.

Quelcheconta sogna, si imbatte, per sua fortuna, in oniriche speranze e le sfrutta come può, aggrappandosi ad esse. Arnal Ballester ce lo ritrae di rosso vestito, con il berretto della sua divisa e la borsa delle lettere a tracolla; sempre in movimento, impegnato a imbucare la posta o a scacciar via con una pedata un cane rabbioso (o trentadue?) dall’alto della sua bizzarra bicicletta a nove ruote. Il senso del movimento è assolutamente quello che più direttamente raggiunge il lettore, sia per mezzo del testo, sia per mezzo delle parole. I raggi della bicicletta, immobili nell’istante della rappresentazione, comunicano un senso di rutilante azione e diventano, ai miei occhi, le vesti e i capelli delle tre fate, le tre nuvole su cui s’adagiano preda di un vento che le ingarbuglia e scioglie secondo regole certamente matematiche ma su cui Quelcheconta e un uccello appena uscito dalla gabbia sembrano danzare condividendo il desiderio che, mi hanno convinta, è ormai anche mio: un mondo felice.

Titolo: Quelcheconta
Autore: Ruth Vilar, Arnal Ballester
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2011, 32 pp., 15,00 €

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Un mondo matto governato dall'adynaton in cui si tocca l'allegria

Ho riso a pensare / Che al di là del mare / Nella giungla c’è un orsaccio / Freddo e bianco come il ghiaccio / Sotto il sole tropicale / Col pennello l’animale / Nel mio quadro rifinito / Ho infilato col ruggito. (Atak)

Quando mia figlia, una bimba di un anno e mezzo, di fronte all’immagine di un neonato che imbocca la mamma esclama “No! No!” segnando a dito i ruoli capovolti comprendo con molta naturalezza come questo mondo matto raccontato per immagini (e senza parole) da Atak capovolga esplicitamente e con efficacia i ruoli. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di sorpresi “oh!” e non riesco a capire se siano gli straordinari colori delle illustrazioni o le situazioni a rovescio a suscitarli.

Quando riesco a rientrare in possesso dell’albo mi incuriosisce il cammeo in apertura: ritrae una bimbetta paffuta e sorridente che capovolta diviene un uomo baffuto e sornione a chiara indicazione che nel mondo matto in cui il grande diviene piccolo e le fiere mansuete, stanno a proprio agio sia i grandi che i piccini.

Quindi è la volta di un topino che insegue non uno, non due ma tre gatti! Un topino che in tutte le tavole a seguire mette su dei pantaloncini a strisce e ci guida, sorridente di un largo sorriso, nei quadri surreali. Si tratta di Atak? È il nostro fantasioso autore che si diverte a osservarci da ogni pagina trasalire di fronte alla meraviglia dell’assurdo? Beh, che il topino sia Atak o meno, la presenza dell’autore in ogni caso c’è ed è, comunque, scenica e forte.

Gli ambienti silvestri ricordano Henri Rousseau mentre i quadri appesi alle pareti teatro di eventi surreali citano Manet e Matisse. Ogni pennellata ci indica la strada verso quella che Todorov definiva la condizione necessaria a determinare delle circostanze fantastiche: il momento dell’esitazione. Quell’attimo in cui, dinanzi a una giraffa e un pappagallo assolutamente a proprio agio tra i ghiacci del Polo, il lettore trattiene il respiro e decide se ricondurre alla regola della realtà ciò che vede o se restare nell’ambito dell’immaginazione. Più lunga è questa esitazione, più il fantastico avrà modo di imperare incontrastato. E nel caso di questo mondo al rovescio dalle proprie esitazioni ci si lascia cullare a lungo.

Si scompigliano le regole e gli eventi del nostro mondo così come lo conosciamo o così come l’abbiamo costruito e, d’altra parte, si cerca di ristabilire una sorta di giustizia a ciò che nella realtà è di per sé assurdo (che regola è quella che vuole il leone in gabbia? Siamo già a una situazione capovolta che non giustifica la cattività di un animale selvaggio), giustizia necessaria peraltro a far disordine nel nostro animo, e in quello ancora più dolce dei bambini, con un sistema di scomposizione e organizzazione senza vincoli e tempo.

Disordine specchio di un desiderio di libertà (e anche un po’ di infrazione) che è universale sia dal punto di vista dei sentimenti che da quello letterario e antropologico.

Accostatevi a questo poetico e colto albo con l’animo dei classici o dei trovatori che già pensavano di mescolare il fuoco con l’acqua (Teognide) o immaginavano i cervi al pascolo in aria e nudi i pesci sulla terra (Virgilio) perché “larga la foglia, stretta la via, se non è vero è una bugia”.

Titolo: Mondo matto
Autore: Atak
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2010, 32 pp., 15,00 €

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Il cavallo cavilla, una quaglia si squaglia, il vento può anche essere sventato

Prendete uno dei poeti polacchi più celebri del suo tempo, aggiungete sette prese di illustratori simili a nessuno, condite a manciate piene di una spezia tra le più rare, la prelibata traduzione, servite in un allestimento grafico accattivante e impeccabile e otterrete un albo di poesie per bambini dal gusto unico e leggero come solo le pietanze genuine sanno essere.

Julian Tuwim (Lódz, 1894; uno dei fondatori del gruppo sperimentale di poesia Skamander) negli anni tra le due guerre affrancò la poesia dalla funzione patriottica che l’aveva fino ad allora reclusa in una gabbia nazionalista e la tuffò, con scanzonata serietà, in un mare di giochi linguistici che nulla hanno di precostituito: neologismi, suoni, timbri.

In ciascuna delle poesie selezionate per questo albo, l’approccio al lessico, e al linguaggio, è assolutamente non convenzionale; è un’operazione letteraria talmente complessa da sembrare un gioco, una naturalezza, uno scherzetto –come la poesia che riempie una pagina ocra e affianca due zanzare poco moleste, credo traccia di un verso polacco, che suggono il sangue da una provetta piuttosto che da noi umani–. Le parole si fanno acqua, vento, gelo, si confondono con la natura; sono splendenti e ombrose, ricche e povere, sono umane, viventi.

E il lavoro di traduzione qui è magistrale; Marco Vanchetti ha realizzato il sogno di ogni traduttore: scomparire dalla pagina, far dimenticare a chi legge che un traduttore effettivamente c’è, che la lingua in cui è stata concepita e in cui si è realizzata quella poesia non è quella italiana. E invece la lingua madre è proprio un’altra, quella polacca. E inoltre si tratta di poesia, si tratta di condurre da un luogo a un altro e da un tempo a un altro parole radicate in una tradizione che è essa stessa “altra”, sottintesi propri a una lingua che si intrecciano ad assonanze e a suoni essi stessi “altri”; si tratta di ottenere un risultato divertente, ritmico, coinvolgente e, mi ripeto, qui il lavoro è magistrale.

Perché Tutti per tutti è un libro semplicemente complesso. Scorre lievemente, pagina dopo pagina diverte. Sospende dalla concentrazione della lettura rapita scuotendola con qualche onomatopeico “gnic e gnac”; sorprende con qualche mosca che si intrufola tra le parole, a ribadirle, scherza con i nonsense e poi nasconde dietro e fra le parole ironia e sarcasmo che, per fortuna, fanno proseliti tra i bambini.

E commuovono gli adulti, fino alle lacrime, perché è quanto mai vero ed è toccante ed è amaro che “È per il ben di tutti;/Per questo io ti dico/Tutti han da lavorare,/Mio giovane amico.” È come se l’ombra delle sillabe troncate s’allungasse a toccare le altre ancora intere e poi si stendesse sull’intera pagina , ammantando il ritmo rassicurante della filastrocca, che dà il titolo al libro, di una tenerezza amara.

Poche pagine a ritroso e ci si imbatte in una poesia irridente e incalzante che mette con le spalle al muro –e che soddisfazione!– la saputella Sofia tuttoio.

Sette diversi progetti grafici (di Gosia Gurowska, Monika Hanulak, Marta Ignerska, Agnieszka Kucharska-Zajkowska, Ania Niemierko, Gosia Urbanska e Justyna Wroblewska) per costruire, grazie a segni chiari e armonici, essi stessi narrativi, un unicum lineare e raffinato di poesia visiva.

Tra tutti, complici La rapa e Il Signor Trallallini, quello che ci ha più convinto è quello di Monica Hamulak in cui sagome e figure dai margini netti stanno adagiate su fondi compatti (di grano, ciliegia, amaranto, grigio e ardesia) e simulano la staticità dell’azione. Poi prendono vita e movimento in un gioco equilibrato di vuoti e di pieni e lasciano traccia della loro fisica presenza sul foglio con ombre, pezzetti di sé. Le figure si lasciano alle spalle passi e saltelli, cadute e parole a suggerire che ogni azione, anche la più semplice, richiede energia e di questa energia, di questo sforzo, rimane sempre memoria.

Titolo: Tutti per tutti. Poesie per bambini
Autore: Julian Tuwim, traduzione di Marco Vanchetti
Editore: Orecchio Acerbo
Dati di Pubblicazione: 2010. 136 pp., 23,50 €

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Un assaggio dell’interno