La vera storia di Lionel e Bertie

Puoi depormi dalle mie glorie e dal mio stato, ma non dai miei dolori: di quelli io sono ancora il re
(Riccardo III, William Shakespeare)

Tom Hooper, autore de Il discorso del re, ha dimostrato un certo coraggio perché non è affatto facile raccontare la storia di un re (e non di un re qualsiasi, ma del re più re che si possa immaginare ovvero il re d’Inghilterra) e fare in modo che il pubblico solidarizzi con lui. Si potrebbe pensare, infatti, che chi ha la fortuna di essere re dovrebbe essere più che contento della sua condizione e non affliggere gli spettatori con le sue beghe personali, certo ininfluenti se paragonate alla sua eccezionale sorte.

Ma basta che io dica una sola parola per mettere in crisi questo ragionamento: Shakespeare. Mister Shakespeare, infatti, dei re aveva una conoscenza piuttosto approfondita (specie di quelli del suo paese) e alle loro storie – romanzate, s’intende – ha dedicato una parte consistente della sua drammaturgia regalandoci figure straordinariamente vivide e coinvolgenti. Sublimi, avidi, coraggiosi, meschini, crudeli, eroici: i re di Shakespeare sono pieni di umanità e, a dire il vero, spesso non sembrano così invidiabili.

Il protagonista di questo film, il principe Albert Duca di York, potrebbe tranquillamente comparire in un ipotetico dramma di Shakespeare dal momento che, anche lui, è un personaggio tormentato, conteso tra il desiderio e il timore di diventare re; tra la vocazione ad essere una guida politica e il paralizzante senso di inadeguatezza. Siamo negli anni 30 del secolo appena trascorso, in ogni casa troneggia un apparecchio radiofonico che trasmette musica o notizie, e sulla Grande Inghilterra regna Giorgio V (nonno dell’attuale regina Elisabetta).

Re Giorgio sembra avere un carattere piuttosto assertivo, per non dire dispotico. In questo ricorda abbastanza da vicino lo shakespeariano re di Danimarca, il padre dello sfortunatissimo principe Amleto. Esattamente come il re danese, Giorgio V ha avuto dei figli molto diversi da lui. Il primogenito ed erede, Edward, è un uomo originale e avventuroso che non sembra tagliato per gli obblighi del protocollo. Il secondo, Albert (interpretato da un convincentissimo Colin Firth) è, al contrario, un uomo serio e posato, affettuoso con la moglie, tenero con le due figliolette e dotato di una buona inclinazione alla politica ma, purtroppo, anche spaventosamente insicuro di sè (come il principe Amleto, ovviamente). Albert, infatti, non ha né l’autorevolezza di suo padre né il fascino naturale di suo fratello. Come se ciò non bastasse a relegarlo in un ruolo di secondo piano interviene un imbarazzante problema che lo affligge dall’infanzia: la balbuzie.

Lo so, non sembra una questione così tragica, qualcosa su cui il Bardo avrebbe potuto soffermarsi. Ma provate voi a mettervi nei panni di Albert, soprattutto quando Giorgio V muore e Edward abdica al trono per poter sposare una donna che la casa reale non approverebbe mai. Non dimentichiamo che siamo negli anni della diffusione di massa della radio e dei cinegiornali: mentre Hitler e Stalin trascinano folle oceaniche grazie alla sapiente regia di esperti della manipolazione, l’Inghilterra si ritrova all’improvviso nelle mani di un re balbuziente.
Già da quando è “solo” Duca di York, Albert prova ogni sorta di rimedio al suo problema ma senza successo, finché non si imbatte in Lionel, un bizzarro pseudo dottore  che promette risultati miracolosi.

Lionel (Geoffrey Rush) non appartiene agli ambienti aristocratici e i suoi modi piuttosto gioviali costituiscono una scandalosa novità per Albert che, innanzitutto, deve accettare di sentirsi chiamare “Bertie”. Lionel, inoltre, ha una grande passione (ma uno scarso talento) per il teatro e cerca, inutilmente, di superare audizioni nelle filodrammatiche di periferia. E, indovinate un po’, recita Shakespeare! Probabilmente non è un caso che Tom Hooper metta sulla bocca di Lionel le parole di due personaggi che, proprio come Bertie, pur avendo animo da re, sono afflitti e limitati da un corpo che li rende inadeguati: Riccardo III e Caliban.
Lionel scava a fondo nei problemi di Albert e trova la chiave per aiutarlo, somministrandogli un mix di strategie logopediche e psicoanalisi.

Il discorso del re è un film gradevolissimo, coinvolgente ed equilibrato. Molto bravi gli attori, non solo Firth ma anche Geoffrey Rush e persino Helena Bonham Carter che, dopo molto tempo, sembra aver ricordato che è in grado di recitare anche al di fuori dello stereotipo che Tim Burton le ha cucito addosso. Solida e pulita la sceneggiatura, che non risparmia qualche momento di commozione agli animi più sensibili. Una bella storia che parla, soprattutto, di solitudine, umiliazione, coraggio, devozione, amicizia. Quasi come uno Shakespeare, insomma.

Il discorso del re (The king’s speech), Gran Bretagna/Australia 2010
di Tom Hooper
con: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter
Eagle Pictures, 111 minuti
nella sale dal 28 Gennaio 2011

Il fascino discreto della borghesia

Quando mi hanno suggerito la serie tv inglese Downton Abbey ero convinta che si trattasse di un prodotto rivolto ad un target ben definito: preferibilmente di sesso femminile, con un grado medio alto di istruzione, una segreta passione per la letteratura anglosassone di fine ottocento e un certo gusto per i costumi e gli oggetti d’epoca. Praticamente me stessa e buona parte delle mie amiche.
Invece Downton Abbey si è rivelata ben altro.
I sette episodi della prima serie (ma la seconda è già stata annunciata) coprono il periodo storico che va dall’affondamento del Titanic allo scoppio della prima guerra mondiale. La storia prende subito ritmo, inchiodando lo spettatore alla sedia e costringendolo a rivedere tutti i suoi pregiudizi sui film (e i telefilm) in costume.

Come il titolo e la grafica suggeriscono, il protagonista occulto di questa vicenda, perno e origine di quasi tutto, è un luogo. Si tratta, appunto, di Downton Abbey, splendida tenuta nobiliare, elegantemente adagiata nella campagna inglese, che la famiglia Crawley si tramanda da generazioni.
Per comprendere appieno le relazioni tra i personaggi e tutto ciò che accade tra le mura di Downton è necessario provare a calarsi nelle logiche dell’epoca e, da questo punto di vista, gli sceneggiatori compiono un vero e proprio miracolo di grazia narrativa, introducendo tutte le informazioni necessarie con naturalezza, senza mai apparire forzati o, peggio ancora, didascalici.
La priorità esplicita nella vita dei Crawley è Downton; è al mantenimento, al lustro e all’integrità patrimoniale della lussuosa (e costosa) magione che essi dedicano parte consistente delle loro energie. Per questa ragione, da generazioni, vige un accordo ereditario vincolante secondo il quale solo il maggiore dei discendenti può ereditare la tenuta, evitando così che essa venga divisa e perda il suo valore. Tale accordo dal sapore medievale prevede, inoltre, che solo i membri maschi possano avere diritto alla successione.

Considerate queste premesse, cosa accadrà alla morte di Robert Crawley dal momento che la sua vita è stata allietata da ben tre figlie femmine?
Un sovvertimento del vincolo è impensabile: nonostante l’affetto sincero che Robert Crawley nutre per le sue figlie, la tradizione di Downton Abbey è per lui sacra come una religione. Tanto che, nonostante la storia si svolga agli inizi del 1900,  la situazione appare piuttosto normale e sensata persino alle tre suddette rampolle.
Ciò che suscita invece lo sdegno generale, delle ragazze ma soprattutto della loro altezzosissima nonna (una straordinaria Maggie Smith), è che, secondo la consuetudine di Downton, ad ereditare sarà il loro lontano cugino Matthew che, orrore!, si guadagna da vivere lavorando. Probabilmente se fosse stato un debosciato o un alcolista avrebbe potuto sperare un’accoglienza migliore, ma la sua «borghesità» lo rende assolutamente volgare agli occhi delle sue blasonate parenti.

Se Matthew viene inizialmente accolto con freddezza, se non con ostilità, nella casa di cui si è inaspettatamente ritrovato padrone, il pubblico lo trova invece immediatamente simpatico. Sarà quella sua faccia un po’ pacioccosa da ragazzo inglese, saranno gli occhi azzurri o il sorriso indifeso ma gli spettatori sono subito dalla sua parte. Anche perché Matthew è un ragazzo onesto, con altissimi principi morali e che crede sinceramente nel valore del lavoro, persino ora che una così cospicua eredità gli è piovuta dal cielo. Matthew, e sua madre, incarnano il nuovo mondo e i nuovi valori che avanzano, mentre la famiglia Crawley è ancora disperatamente attaccata ad un universo di privilegi che, in realtà, ha i giorni contati.

La soluzione più semplice sarebbe, naturalmente, che la maggiore delle figlie dei Crowley, Mary, sposasse il cugino Matthew, cosa che al cugino Matthew non dispiacerebbe affatto perché dal primo momento in cui ha incontrato Mary non ha più smesso di pensare a lei. Mary, difatti, è bellissima e carismatica, ma viziata da innumerevoli corteggiatori, e certo non intende abbassarsi a sposare un uomo ricco ma non nobile; e,  soprattutto,  non accetterebbe mai di fare quello che le viene chiesto dai suoi genitori.

Se su un piano seguiamo con passione il confronto tragicomico tra nobili e borghesi nella nascente società moderna, su un altro possiamo seguire le storie dei numerosi membri della servitù,  afflitti da ben altre pene.
Il risvolto più ironico di questa struttura duplice della serie è costituito proprio dall’atteggiamento della servitù che si rivela spesso più reazionaria e tradizionalista, per non dire  più dichiaratamente snob, dei suoi padroni.
All’orecchio di qualche cinefilo quest’idea potrebbe risvegliare il ricordo di un ottimo film del 2001 diretto a Roberto Altman, Gosford Park e la cosa non dovrebbe sorprendere dal momento che il creatore di Downton Abbey è proprio Julian Fellowes, pluripremiato sceneggiatore di quell’eccentrico e raffinato giallo.

Downton Abbey non racconta una storia vera e propria ma ci trasporta in un altro mondo e ci consente di esplorarlo un po’ alla volta, scoprendo le vite di tanti personaggi, ognuno a suo modo interessante, dalla machiavellica nonna al silenzioso nuovo maggiordomo che nasconde un misterioso passato.
Downton Abbey è un prodotto di altissima qualità, adatto ad ogni tipo di pubblico. Al fascino un po’ lezioso della riproduzione oleografica è affidato, probabilmente, il compito di attrarre gli spettatori, ma Downton Abbey ha ben altro da offrire: sceneggiatura impeccabile, storie appassionanti, i migliori attori inglesi e una regia molto al di sopra degli standard del genere.

Titolo: Downton Abbey
Ideatore: Julian Fellowes
Network: ITV
Con: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Elisabeth McGovern

 

We want sex… equality

A Dagenham, distretto industriale dell’Essex, nel 1968 succede qualcosa di straordinario; qualcosa che, certo, meritava di essere raccontato.
È strano pensare che, solo quarant’anni fa, le donne ricevessero, da contratto, circa la metà della paga oraria dei colleghi uomini per svolgere lo stesso lavoro. Oggi suona come un paradosso, un’assurdità, qualcosa di inaccettabile. Eppure il 1968 non è poi così lontano.
Furono proprio una manciata di operaie della Ford di Dagenham, solo 187 su uno stabilimento che dava lavoro a più di 50.000 dipendenti, a cambiare le cose.

Quelle donne decisero di non accettare più un’immotivata subalternità e di lottare per ottenere pari diritti rispetto ai colleghi uomini e un sistema salariale basato sul merito e non sull’appartenenza di genere.
Richiesta più che legittima, diremmo oggi, e invece allora sembrò scandalosa, inappropriata, esagerata: le donne, prima di quel momento, non avevano mai scioperato. La direzione della Ford scelse un atteggiamento di completa chiusura e le donne furono costrette a portare avanti la protesta a oltranza finché non si guadagnarono, con la loro determinazione, l’appoggio dell’allora Ministro del Lavoro Barbara Castle.
È interessantissimo vedere messe in scena dinamiche di relazione industria-sindacati-governo che risultano ancora attualissime; i reciproci ricatti, le contrattazioni e le strategie che, troppo spesso, nulla hanno a che fare con il benessere dei lavoratori o della nazione intera.

Il film presenta moltissimi spunti di riflessione. Non solo accende i riflettori sull’ovvia ingiustizia della disparità retributiva, ma cerca di mostrare anche quanto offensivo potesse essere l’atteggiamento paternalisitico e accomodante di quegli uomini che pensavano fosse necessario proteggere o difendere un gruppo di donne che, al contrario, ha dimostrato di essere perfettamente in grado di cavarsela da sé.
Il pensiero corre inevitabilmente alla situazione odierna ed è impossibile non deprimersi pensando a quante conquiste dei nostri padri, o addirittura dei nostri nonni, vengano oggi messe in discussione se non esplicitamente calpestate. Della condizione specifica delle donne in Italia, poi, meglio non parlare perché il quadro si commenta da solo.

Nigel Cole, autore di L’erba di Grace, ha il merito indiscusso di aver portato sugli schermi una storia vera di lotta e di speranza che, forse, in questo momento è il nutrimento di cui molti animi sfiduciati hanno bisogno.
Tuttavia, dal punto di vista strettamente cinematografico, We want sex si è rivelato un po’ deludente. La sensazione generale è quella di un film costruito a tavolino, con un dosaggio quasi matematico delle necessarie componenti: commedia, tema sociale, relazioni umane, tragedia. Il risultato è un prodotto che suona spesso poco sincero. Dalla sceneggiatura sono eliminati tutti i veri contrasti e la storia procede come su un binario obbligato, in maniera tristemente prevedibile. Ma, soprattutto, non c’è nessun antagonista interessante. Le operaie sono tutte buone, motivate e in gamba, gli altri sono tutti stupidi, avidi e cattivi. Le scene comiche costituiscono, talvolta, delle vere e proprie cadute di stile e anche i dialoghi scivolano spesso nel cliché, soprattutto per i personaggi minori.
Film come We want sex fanno bene alla società. Un po’ meno al cinema.

 

We want sex (Made in Dagenham), GB 2010
di: Nigel Cole
con: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson
Lucky Red, 113 minuti
nelle sale dal 3 Dicembre 2010

Gianfranco Manfredi e la resurrezione del gotico

Premessa di metodo (e di monito)

La recensione che segue si basa su alcune posizioni di principio.  Si ritiene perciò utile specificare che, ai fini del presente articolo, si intende per:
a)  “Gianfranco Manfredi”: uno dei più dotati e interessanti autori italiani attualmente in circolazione;
b)  “autore”: creatore, ideatore o in qualunque altro modo responsabile di opere attinenti non alla semplice narrativa (intesa come puro divertissement), bensì alla letteratura tout court;
c)  “letteratura”: qualunque opera dell’ingegno che, tramite il medium della scrittura, si ponga (con qualunque mezzo a sua disposizione) come strumento di comprensione e interpretazione del reale, che sia passato, presente, o futuro, a prescindere da generi e classificazioni della critica e (soprattutto) propensioni personali del lettore.

Le tre così fornite definizioni abrogano ogni eventuale principio precedente o contrario. Sono previste sanzioni per chi, in via colposa, dolosa o anche preterintenzionale, affermi che un determinato prodotto letterario, malgrado il livello che possa raggiungere, sia comunque da considerarsi “di nicchia” per la sua appartenenza a un genere cosiddetto “minore” come il gotico. La loro entrata in vigore è prevista per… uhm… circa adesso.

Recensione

Il gotico era morto. L’aveva ucciso Carlos Ruiz Zafón, prospettandogli una nuova e diversa esistenza con L’ombra del vento, ma poi affossandolo definitivamente con Il gioco dell’angelo e (ancor più) l’improbabile Marina, che trasformavano un genere nato per seminare, tramite l’inquietudine, interrogativi su argomenti insondabili dalla ragione, in un gioco letterario costretto a ricorrere alla parodia di se stesso per campare.
Poi però è arrivato Gianfranco Manfredi. Viva il gotico! E viva Manfredi, che con una doppietta iniziata nel 2008 con Ho freddo e proseguita ora con il sequel autonomo Tecniche di resurrezione (entrambi targati Gargoyle) riporta l’attenzione sull’essenza e il significato originari di una prospettiva tutta peculiare di studio della realtà.

E già che c’è la riveste di così tanti nuovi significati e scopi da finire per regalarci qualcosa di cui in Italia avevamo, negli ultimi tempi, un certo bisogno: un rinnovato, autentico modo di raccontare con maestria una storia complessa.

Per farlo, Manfredi sceglie l’unica via che a un vero autore di letteratura sia lecito seguire: partire dal trend del momento (la rinata — ma non molto in salute — vampiromania), inserirsi sulla sua scia, e capovolgerlo. Fornire al pubblico non ciò che chiede (atmosfere facili, effetti harmony, assoluta omologazione dei caratteri, rassicurante ripetitività dei plot), ma ciò di cui ha bisogno.

In poche parole, educarci nuovamente alla profondità della letteratura di genere, per mostrarci che sì, ci sono ancora più cose in cielo e in terra di quelle che troppo spesso troviamo sugli scaffali delle librerie.

Gli ingredienti? Principalmente una salutare e ben meditata passeggiata sul filo di lana che sempre separa l’illuminismo razionalizzatore dall’irrazionalità delle superstizioni ataviche. Già in Ho freddo, e con maturità ancor maggiore nel nuovo Tecniche di resurrezione, Manfredi gioca continuamente con i due opposti piani in cui si muove la mente umana, le cui contraddittorie potenze sanno con uguale efficacia generare mostri e cercarne le cure. Il gioco è rischioso, e a giocarlo male si rischia di sbilanciare l’equilibrio della narrazione dall’una o dall’altra parte, precipitando il tutto, rispettivamente, nell’inverosimile o nell’indisponente. Tanto più perciò dobbiamo congratularci con Manfredi per la decisione con cui dirige le redini, e per la sua quasi irritante abilità di fermare la storia nel momento stesso in cui sembra che stia per andare troppo in là. Soprattutto, però, Manfredi possiede una qualità sempre più rara da rintracciare nella fiction di ambientazione (principalmente, ma non soltanto, storica) degli ultimi anni. Parlo della volontà insaziabile di documentarsi, non per necessità di lavoro, ma per passione personale, che traspira da ogni riga di ogni pagina dei suoi racconti. Ricordo un capitolo di Ho freddo in cui si descriveva a puntino la lavorazione delle candele in una fattoria di Cumberland al volgere del XVIII secolo. Noia? Mi spiace, niente affatto. Perché da quel capitolo derivavano più informazioni emotive sulla caratterizzazione dei personaggi, del milieu in cui si svolgeva la loro esistenza, delle loro esigenze, aspettative, consuetudini, di quante se ne potessero riversare in molte, noiosissime (quelle sì) pagine alla Oliver Twist .

Per Tecniche di resurrezione il discorso è lo stesso, solo più approfondito, più articolato, più complesso per il continuo alterarsi di due diversi scenari quali Londra e Parigi: ciò che comporta la conoscenza di due diverse società, quasi di due diversi mondi. E questo, da un romanzo ben fatto, lo si pretende. Perché tu, scrittore, se non mi racconti una Storia vera, come potrai poi farci ben collimare una storia verosimile?

E poi, diciamocelo, Manfredi fa paura. Il racconto è effettivamente inquietante: in alcuni punti da pelle d’oca. Come quando si descrive la spietata resistenza che, all’approccio a tutti i costi razionale nell’interpretazione dei fatti, sembra contrapporre con altrettanta ferocia l’emergere della realtà invisibile, incredibile, dell’ignoto. E anche, se non di più, quando ci si sofferma sul sottile discrimine che, nell’ambito stesso della pura razionalità scientifica, divide il giusto mezzo del progresso e della conoscenza dalla malvagità dell’oltraggio alla natura dell’orrido Doctor Ending. Anche questo affidato a meccanismi narrativi fatti di ambiguità, pericolose analogie, incertezze, di una notevole sottigliezza.

Un personaggio (non eccessivamente simpatico) di Ho freddo, quel dottor Mitchell che, per guarire le sue pazienti, raccontava loro spezzoni di storie senza mai svelarne il finale, si trovava a un certo punto ad affermare (p. 451) che “la fantasia ci libera, la verità ci opprime”. Eppure, forse la verità (storica, scientifica o umana) rivestita di fantasia ci potrebbe guarire. Guarire dalla semplicità superficiale da instant books con cui (anche con scarso rispetto per il pubblico, siamo sinceri) un certo mercato editoriale ci propina storie tutte ugualmente vuote, tutte ugualmente “televisive”, e che rischiano, lentamente, inavvertitamente, di svuotare anche i nostri gusti e le nostre capacità di lettori. Raccontare belle storie rese libera Sherazade. E se leggerle rendesse un po’ migliori anche noi? Pensateci.

Titolo: Tecniche di resurrezione
Autore: Gianfranco Manfredi
Editore: Gargoyle
Dati: 2010, pp. 489, € 18,00

Acquistalo su webster.it

 





 

 
Contenuti speciali
Qui trovate una bella intervista rilasciata da Manfredi a Radio Onda Rossa in cui ci racconta come costruisce i suoi romanzi e ci spiega il lavoro di ricostruzione documentaria che sta dietro quello che leggiamo.
Qui invece trovate il booktrailer di Tecniche di resurrezione, che avevamo già mandato in onda qualche tempo fa, e che resta proprio un bel lavoro.
E qui, se volete, potete discutere direttamente con Manfredi di tutto quello che vi passa per la mente, in un dibattito sul nuovo libro organizzato da Massimo Maugeri sul suo Letteratitudine.

Prima volta a Roma? Vi consigliamo la Locanda Serny

Se vi chiedessero dove vi è capitato di conoscere le persone più bislacche, è probabile che, dopo averci pensato un momento, rispondiate: “in viaggio”. Non solo perché le grandi città – e quindi le mete di vacanza – come Roma, Parigi, Londra, New York, Il Cairo attirano con il loro magnetismo segreto buona parte dei matti della Terra, ma anche perché noi stessi, slegati da afflizioni personali e lavorative, siamo più inclini a guardarci intorno e a goderci l’umanità varia che ci circonda. O, forse, il motivo principale di questo fenomeno è un altro ancora: quando siamo in viaggio scatta in noi quell’inspiegabile tendenza alla confidenza, l’istinto e il desiderio di raccontare la nostra vita ad uno sconosciuto e di ascoltare la sua. Sarà tutto vero? Avrà esagerato? Noi stessi siamo stati del tutto sinceri? Non importa, tanto quella persona non la rivedremo mai più, rivivrà solo nei nostri ricordi e, tutt’al più, nei nostri aneddoti di viaggio.

Pare che questa sindrome dell’”espansività da viaggio” sia piuttosto comune nel mondo occidentale e che esista più o meno da sempre, almeno stando ai numerosi racconti in cui viaggiatori diversi si incontrano su un treno, una diligenza o una pensioncina e condividono le loro relative esperienze.
È proprio questo il quadro in cui si muovono i male assortiti protagonisti de Il Mistero della Locanda Serny, unico romanzo di Marco Fabio Apolloni, antiquario romano con la passione della letteratura. Nelle sue pagine si anima con grande vividezza la Roma del 1800 con le carrozze, i nobili stranieri in viaggio, lo strapotere del clero e l’incubo dei briganti; quella Roma pittoresca in cui tra le rovine dei Fori imperiali  ancora si portavano a pascolare le vacche.

In questa atmosfera da Grand Tour si ritrovano, nella onorata Locanda Serny, quattro forestieri: un prestigiatore massone torinese, un letterato francese con funzioni di console onorario, un malaticcio poeta russo e una celebre cantante lirica non bellissima ma civettuola. Si tratta di quattro personaggi realmente esistiti ma che, con ogni probabilità, durante la loro vera vita non si incontrarono mai, e, di certo, non tutti insieme nella stessa locanda. Apolloni si diverte a immaginare i discorsi e le interazioni tra di loro, nonché le storie, vissute o inventate, che essi si raccontano a vicenda per ingannare il tempo (o per altri scopi reconditi).
Le identità dei due letterati, il francese e il russo, vengono rivelate dalla grafica di copertina a chi abbia qualche dimestichezza con i ritratti degli autori classici. Ma Apolloni, forse, preferiva che il lettore le scoprisse solo alla fine della narrazione e noi abbiamo deciso di assecondare il suo gioco, quindi non diremo altro su questo argomento.

La palla, ovvero il ruolo di “io narrante”, passa da un personaggio all’altro, permettendo al lettore di approfondire il carattere e le intenzioni di ognuno dei protagonisti. L’inizio del romanzo è, letteralmente, fulminante. Fresco, divertente e originale l’uso del monologo interiore per ricostruire i dialoghi e per rivelare i pensieri dei personaggi al di là delle loro parole (ma chi dice davvero tutto quello che pensa?!).

Ma la più autentica e gradita sorpresa sono le storie che i viaggiatori si raccontano a turno. La vicenda della signora Palmira e dei due gemelli Cecconi, quella dell’icona russa miracolosa, la storia del ritrovamento apocrifo di santa Merla e quella dello sfortunatissimo figlio di Napoleone Bonaparte si intrecciano tra di loro e con quelle degli ospiti stranieri, creando un irresistibile tornado narrativo che avvolge e trasporta il lettore in un universo surreale, comico e macabro, gotico e lirico allo stesso tempo.
Il riferimento letterario è quasi inevitabile: Il Mistero della Locanda Serny sembra un’ottima appendice italiana del Manoscritto trovato a Saragozza. Gli appassionati del genere (come chi scrive) gridano al miracolo con le lacrime agli occhi.
Ma tutte le grandi catastrofi sono annunciate da segni. Dopo un esordio così promettente, la narrazione inizia a perdere – gradualmente ma inesorabilmente – compattezza e coerenza, smarrisce l’equilibrio e si sfilaccia. Lo stile si modifica e, con esso, anche la partecipazione del lettore.  Il romanzo si segue ancora con piacere, ma un piacere meno entusiasta. È il momento della cantante Giuditta Grisi e delle sue vicissitudini artistiche e amorose che coinvolgono altri personaggi realmente esistiti, come il compositore Vincenzo Bellini e il librettista Felice Romani.
Poi giunge, ormai attesa, la fine infelice di questo romanzo.
L’attenzione e l’interesse del lettore sono volati via, il racconto ha perso il ritmo e, soprattutto, la poesia. Le sensazionali rivelazioni finali sulle vere intenzioni dei vari personaggi risultano confuse e prive di mordente, ma, quel che è peggio, a poche pagine dalla conclusione, ormai, della sorte di questi personaggi non ci interessa più nulla. Andremmo, piuttosto, volentieri a ritrovare quei piccoli gioielli che sono le storie iniziali; rileggeremmo con piacere della bellissima madonna russa che aveva il potere di salvare la vita al suo proprietario e, persino, di vendicarlo con ferocia, o del corpo di santa Merla che, in realtà, apparteneva all’amante di un brigante trasformatosi, nel frattempo, in pio eremita.
Insomma, quasi quasi preferiamo fare finta che il romanzo di Apolloni sia un altro di quei manoscritti ritrovati incompleti. Sperando che un giorno, in qualche polverosa soffitta o in qualche buia cripta, ne venga rinvenuto l’autentico finale.

Titolo: Il Mistero della Locanda Serny
Autore: Marco Fabio Apolloni
Editore: Tea, collana Teadue
Dati: 2008, pp 284, 8,40 €

Acquistalo su webster

Lei non potrà svanire e sarà sempre bella, per sempre l’amerai

“Tu, amante audace, non potrai baciare
chi ti è così vicina; però non lamentarti
per la gioia svanita: lei non potrà svanire
e sarà sempre bella, per sempre l’amerai.” (*)

Realizzare un film che ruota intorno alla figura di un poeta adorato come John Keats può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Chi potrebbe, infatti, resistere al racconto del grande, disperato amore del più romantico tra i romantici, baciato, con uguale passione, dalle Muse e dalla Nera Signora? Allo stesso tempo, però, il rischio è quello di banalizzare, di lasciare nel pubblico l’impressione di essere passati accanto all’essenziale senza riuscire a coglierlo.

La storia sembrerebbe raccontarsi da sé. Il giovanissimo John Keats (Ben Whishaw), oppresso dalla povertà e dall’ostilità della critica, trova rifugio e conforto nella casa del più fortunato collega Charles Brown (Paul Schneider). Il fratello di John sta morendo di tubercolosi, come già la loro madre, e la malattia ha gettato i suoi semi maligni anche nel nostro poeta. Si dice che la sua costituzione, gracile e poco aitante, lo rendesse timido con le donne e gli facesse preferire, alla compagnia femminile, i pomeriggi trascorsi con Brown e gli altri amici letterati a leggere, scrivere o far nulla.

Ma tutto cambia per Keats quando conosce la sua nuova vicina di casa, Fanny Brawne (Abbie Cornish). Ed è proprio dal punto di vista di lei che Jane Campion (l’autrice Palma D’Oro a Cannes con Lezioni di Piano) sceglie di osservare la storia. Fanny è, apparentemente, agli antipodi di Keats: è elegante, vitale, civettuola, e, per dirla tutta, la poesia non le interessa e non le piace. Almeno finché non si imbatte in quello strano ragazzo malvestito che sembra, allo stesso tempo, così fragile e così intenso. La passione di Fanny è, invece, la sartoria; passione che potrebbe appare quasi ridicola, se confrontata con il dono letterario del suo interlocutore. Se non fosse che, nel 1818, il ricamo era una delle poche forme di creatività consentite alle donne. Fanny, inoltre, non si limita a eseguire schemi o decorare fazzoletti, ma inventa, osa, sperimenta, e, soprattutto, indossa le sue originali creazioni con una disinvoltura che la rende, inevitabilmente, attraente.

Nonostante appartengano a due mondi così distanti, Fanny e John sono immediatamente attratti l’uno dall’altra e si amano con l’inarginabile violenza che caratterizza i primi amori.
Come in tutti i melodrammi che si rispettino, il sentimento tra i due è contrastato da una lunghissima lista di elementi avversi. Innanzitutto le condizioni economiche di Keats non gli permettono di sposare Fanny. La ragazza, infatti, pur non essendo né nobile né particolarmente ricca, gode di una condizione molto più agiata di quella del suo fidanzato, e, nella rigida società inglese del 1800, il matrimonio con un uomo assolutamente privo di mezzi sarebbe per Fanny una degradazione. In secondo luogo, lo stesso Charles Brown si scopre insofferente all’amore tra i due ragazzi. Brown è, probabilmente, geloso di Keats nel momento in cui il poeta gli preferisce la compagnia di Fanny; ma, forse, è geloso anche di Fanny che, al mascolino Brown, ha preferito un poeta malaticcio e squattrinato.
Vedendo nascere e crescere questo sentimento così inaspettato, il pubblico si domanda, con interesse, come reagirà all’amore l’uomo che ha teorizzato la massima empatia del poeta, colui che scriveva: “Il Poeta è la più impoetica delle cose che esistono; perché non ha Identità, è continuamente intento a riempire qualche altro Corpo – il Sole, la Luna, il Mare e gli Uomini e le Donne, che sono creature d’impulso, sono poetiche e c’è in loro qualcosa di immutabile, ma il poeta no; non ha identità, è certamente la più impoetica di tutte le Creature di Dio.” [John Keats, Lettera a Richard Woodhouse del 27 Ottobre 1818]
Immaginiamo che un tale sentimento, in un’indole del genere, non possa che dare vita a un amore puro, assoluto, sublime; un sentimento che sconfina nella pazzia amorosa.

Ma è proprio qui che Jane Campion delude il suo pubblico e si dimostra non all’altezza del suo oggetto di discorso. La sua narrazione non ha alcuna accelerazione, non toglie il fiato, non suscita emozione. Ogni cosa risulta rarefatta e diluita, dai discorsi dei personaggi alle loro azioni, che, troppo spesso, appaiono solo pretesti per mostrare un lezioso virtuosismo fotografico e un’accurata ricostruzione di ambienti e costumi.
Sono davvero pochi i momenti ispirati, quelli che riescono a catturare la scintilla di un amore totalizzante, tanto più intenso in quanto non consumato; una passione ardente fatta solo di parole, di ricordi, di sguardi, di pochi e infantili contatti fisici.

L’intento dell’autrice del film, che lo ha scritto oltre che diretto, sembra quello di suggerire che nemmeno il più ispirato dei poeti può diventare eccelso se il suo cuore non è toccato, almeno una volta, da un amore profondo. È durante la sua relazione con Fanny che Keats comporrà le poesie che lo renderanno celebre: Ode a un Usignolo, Ode su un’Urna Greca, Ode alla Malinconia. Solo l’Amore, dunque, rende l’Arte perfetta, solo l’Amore può condurre alla vera Bellezza. È l’iniziazione all’Amore che consacrerà Keats all’immortalità.
È quasi sconcertante pensare a come sia possibile ricavare un film debole e sostanzialmente insipido da una storia così commovente. Sembra quasi che Campion abbia dimenticato una delle più celebri lezioni di Keats sulla poesia: “Che se la Poesia non viene così naturale come le Foglie dell’albero è meglio che non venga affatto.”. E il difetto principale di questo film sembra proprio quello di non essere sincero. Tuttavia riconosciamo a Jane Campion un grandissimo merito, ovvero quello di aver portato l’interesse del pubblico su questa vicenda bellissima e tristissima.
L’unica vera “fulgida stella” del film sono, infatti, le parole di Keats, i versi delle sue poesie, gli stralci delle sue lettere: illuminano la storia e incantano lo spettatore con il loro splendore
Ma la qualità di una pellicola non coincide con quella del suo argomento.
A questo punto ci permettiamo di suggerire, a chi volesse godere di questa struggente tragedia che la Vita stessa ha composto, di riprendere in mano qualcuna delle odi di John Keats o le sue numerosissime lettere, agli amici o alla stessa Fanny, e di ripercorrere, attraverso di esse, gli ultimi appassionati e disperati tre anni della vita di un artista che la Poesia e l’Amore hanno reso immortale.

(*) da Ode su un’Urna Greca, traduzione di Francesco Dalessandro. Tratto da Sull’indolenza e altre odi, Edizioni Il Labirinto

Bright Star – GB/AUS/FR 2009
di Jane Campion
con Abbie Cornish, Ben Whishaw, Paul Schneider
01 Distribution – 120 min.
nelle sale dal 11 Giugno 2010