Stephen King: venditore di sogni

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Il nostro è un mondo in rovina, funestato da guerre, atrocità e assurde tragedie, a ogni suo abitante, uomo o donna che sia, è toccata una razione di infelicità e di notti insonni. Quelli di voi che ancora ne sono all’oscuro, lo scopriranno presto. Considerata questa triste ma innegabile verità della condizione umana, avete appena ricevuto un dono inestimabile: vi trovate qui per vendere divertimento.

 La leggendaria battuta, ripetuta indifferentemente dai suoi appassionati e dai suoi detrattori, per la quale King sarebbe in grado di far pubblicare e vendere anche la sua lista della spesa, sembra quanto mai azzeccata nel caso del suo ultimo romanzo: Joyland. Che siano fini esclusivamente commerciali ad alimentare il fuoco dell’ispirazione di Stephen King, non vi sono dubbi (è del resto lo stesso motore che fa girare il carro di tutta l’arte in genere; cosa che non deve assurgere ad attenuante e ridurre il grado di “colpevolezza”!), ma questo poco importa se un romanzo in cui risulta difficile, in prima battuta, saggiare la consistenza della sua spina dorsale, riesce a tenerti impegnato per un’intera mattinata e a farti dimenticare, seppur per quel breve intervallo, tutto ciò che sta intorno, lasciandoti ancorato alla realtà (mi rivolgo ai lettori di una certa età, come il sottoscritto) solo dal peso della nostalgia.

E poco importa che un lungo racconto, che una volta avrebbe trovato spazio in qualche corposa raccolta (si pensi a Stagione diverse), oggi finisca col diventare romanzo a sé, se la proverbiale assenza di concisione di King non sminuisce comunque la sua forza narrativa e quell’inventiva che in passato hanno regalato capolavori.

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Stephen King è esattamente come Joyland, un grande e caotico parco in cui si vende il divertimento. E se è questo l’intento, cioè contrastare la noia e far perdere la cognizione del tempo al lettore col semplice, e al tempo stesso complicatissimo, puro intrattenimento, allora l’ultimo romanzo del Re, seppur lungi dall’essere un capolavoro, vince a mani basse l’incontro. Perché Joyland, che non è un’opera che si può annoverare nella tradizione dell’horror soprannaturale, quella che ha meglio garantito il successo di King, altro non è che un lungo e avvincente racconto, che dura quanto il ricordo di un’estate, in cui il mistero che avvolge il Castello del Brivido e la presenza di un serial killer che aleggia per tutta la storia, con i suoi rari momenti di suspense, sono solo un pretesto per catapultare il lettore nelle vite di coraggiosi e intraprendenti adolescenti, e fargli (ri)vivere le giornate più emozionanti di una giovinezza perduta. Così, con la solita e convincente prolissità, King ci fornisce le chiavi di Heaven’s Bay e ci presenta una schiera di inconsueti personaggi, più o meno simpatici, tutti cittadini dell’universo (purtroppo) sconosciuto dei luna park, con la loro singolare Parlata.

Ma al di là dell’aspetto linguistico, che rimane uno degli elementi più significativi del romanzo e che obbliga piacevolmente il lettore a familiarizzare con un nuovo gergo (dovremmo leggerlo in lingua originale e sincerarci delle difficoltà di traduzione di Giovanni Arduino), quello che consente al racconto di fare il salto di qualità è l’immancabile e suggestiva immedesimazione tra lettore e protagonista che si verifica ogni qual volta King racconta di adolescenti. Aperto il libro, ci si tuffa dentro per uscirne solo dopo aver vissuto l’estate del 1973 a Heaven’s Bay, una stagione fatta di amori, sofferenze, paura della morte e dell’abbandono, curiosità e avventura: tutto ciò che rende indimenticabili alcuni momenti della vita. L’estate di Devin, Erin, Tom, Mike, Annie, con le loro indagini, le loro debolezze e incertezze, con la fragilità e l’ingenuità che li rende personaggi umani, diventa la nostra estate.

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In Joyland, lo scontro fra il Bene e il Male, che in passato ha avuto come terreno di battaglia più famoso l’Overlook Hotel, si sposta in una piccola cittadina, sulla panoramica e lenta Ruota del Sud, dalla quale è possibile vedere i verdi bassopiani della Carolina del sud e l’oceano, e all’orizzonte, senza troppe difficoltà, il vincitore dell’atavica lotta.

Non sarà Stand by me, ma leggendo Joyland si sogna un altro mondo.

Lunghi giorni e piacevoli notti.

9788820054274Titolo: Joyland
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Dati: 2013, 351 pp., EUR 19,90

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Joyland, in attesa della luccicanza.

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Ci sono lettori che il giorno stesso dell’uscita del nuovo romanzo  del loro autore preferito si fiondano in libreria per scoprire, con disappunto, che l’agognato volume ancora non è stato recapitato, o che, peggio ancora, è lì da qualche parte, ancora ermeticamente custodito nella scatola della spedizione. È la sorte che magari toccherà il 4 giugno a qualche Fedele Lettore, a cui già brillano gli occhi, prima di avere tra le mani Joyland, l’ultima fatica (si fa per dire) di Stephen King. In realtà questa pubblicazione sembra solo un aperitivo, un espediente per ingannare il tempo nell’attesa del vero evento previsto nel prossimo autunno: Doctor Sleep, il sequel (sigh!) di Shining. Tralasciando la necessità di essere ragguagliati sulle vicende del maturo Danny Torrence (nella speranza che l’esperimento non risenta della Spada di Damocle rappresentata dal romanzo del 1977 e da Kubrick), ciò che incuriosisce è proprio il destino riservato a Joyland, che sembra navigare già in partenza controcorrente.

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In primo luogo sembrerebbe (mi guardo bene dal riferire trama o quant’altro, fin troppo facilmente reperibile in rete) trattarsi di una nuova incursione in un genere poco praticato da King, il giallo, e vista la precedente esperienza del non memorabile Colorado Kid, pubblicato nel 2005 sempre dalla Hard Case Crime, non si può certo dire che il nuovo romanzo parta con il favore del pronostico. A questo si aggiunge che (senza considerare La Leggenda del vento, che fa storia a sé) il libro si viene a collocare tra due titani: l’attesissimo Doctor Sleep, come detto, e il poderoso 22/11/’63 (ne parlavamo qui); così riesce difficile immaginare  che possa immediatamente riproporsi il successo del romanzo sull’assassinio di JFK, con il suo meraviglioso (ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo, scusate) finale strappalacrime. Infine, considerando il rischio della regola dell’alternanza, che sembra governare la recente carriera di King, in base alla quale ad ogni buon romanzo segue un passaggio a vuoto, ci sono buone ragioni, giusto per non incorrere in una delusione, per abbassare il livello delle aspettative.

Noi Fedeli Lettori, però, come accade sempre, confidiamo nel guizzo del Re.

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