3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – Better Days

Oh, ma che meravigliosa ballad classic soul han tirato fuori quei fricchettoni di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros?  Quattro minuti e mezzo di pathos e trasporto. Non aspettare oltre, schiaccia play e poi fallo ancora e ancora.

http://edwardsharpeandthemagneticzeros.com/

Sabato

Horrible Present – Fired By The Sun’s Pure Light

Era da un po’ di tempo che volevo parlarvi di Horrible Present, eclettico progetto musicale dietro cui si nasconde Nicola Donà, già voce dei The Calorifer Is Very Hot. Ecco, il nostro, durante le notti – le nostre notti, perché lui è a New York quindi la poesia forse è dovuta anche al fuso orario – ci regala delle canzoni oniriche, sognanti, quasi fossero delle veloci pennellate, adatte alle prime luci dell’alba di un sabato tirato fino in fondo. Buon ascolto.

https://soundcloud.com/horrible-present

Domenica

Camera Obscura – I Missed Your Party

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L’indie pop è roba di Glasgow e i Camera Obscura ne sono sicuramente tra i più insigni rappresentanti sia del genere che della città. E poi la domenica è malinconia, quindi quale canzone migliore di questa I Missed Your Party (tratta dal loro imminentissimo album Desire Lines)?

http://www.camera-obscura.net/

Buon weekend a tutti.

Big Inner – lo strepitoso esordio di Matthew E. White

mew3Scrivere un disco d’esordio con la potenza e le suggestioni di un classico non è da tutti, anzi, ma allo sconosciuto Matthew E. White, con il suo Big Inner (Hometapes/Spacebombs 2012), è riuscito alla grande. Uscito in sordina ad agosto dello scorso anno, piano piano il cantautore americano si è ritagliato sempre più spazio a suon di recensioni entusiastiche proprio come  lo sarà questa. Ma di che stiamo parlando? Songwriting? Sì, però non nel senso propriamente classico. Intendiamoci, di sperimentale non c’è nulla, anzi, White attinge a piene mani dal repertorio del passato, in particolare dal soul. Voce calda e suadente, sempre impostata su toni baritonali, con una ricchezza di strumenti senza però sfociare in barocchismi, il disco suona pieno e denso come un uovo, ricco di spunti e avvolgente come il velluto. C’è One Of These Days ad aprire le danze, una partenza soft, quasi uno spiritual, con i fiati a sorreggere il crescendo finale. C’è il soul psichedelico di Big Love sospesa a metà tra le suggestioni Blacksploatation e i Beatles di Tomorrow Never Knows.  Ma è Randy Newman il nume tutelare di questo ragazzone della Virginia, e la sua stella risplende in Will You Love Me e nel lunghissimo gospel di Gone Away. Steady Paces possiede invece il carattere dei migliori Jackson Five, mentre è dolce l’incedere di Hot Toddies (che possiede però un coda inaspettata). La chiusura è affidata ai dieci minuti di Brazos un pezzo-monumento che si divide in un due: una parte più pomposamente classica, e l’altra più black, che nella ripetizione del mantra Jesus Christ is our Lord/Jesus Christ is your friend manda il gospel in alto, lassù, dove deve arrivare, sviscerando tutta la potenza espressiva del nostro Big Mat. Un discone insomma, da non perdere in alcun modo.

2011 Reloaded – Golden Opportunities 2 e (together)

Visione romantica:
Ci sono band che da questo 2011 hanno avuto tanto ed evidentemente non vogliono abbandonarlo; sono uscite con un disco significativo, sono state in tour tutto il tempo, hanno suonato in decine di città, incontrato centinaia di fan. E adesso arrivati in fondo forse si rendono conto quanto quest’anno sia stato importante per loro, tanto da non volersene sbarazzare.
Visione cinica:
Oppure la digitalizzazione e la velocità con cui la musica viene fruita e cannibalizzata costringono alcune band, per esigenze di promozione, a pubblicare a fine album ep che fungano da richiamino al disco, uscito ormai mesi prima (che per il mercato musicale odierno equivale quasi ad ere geologiche).
Compromesso:
Ciò non implica però che queste uscite siano di basso livello, anche se si tratta di cover o di riproposizioni di brani, magari remixati, ri-arrangiati o “collaborati”. Anzi, se le cose sono fatte bene, l’effetto è sicuramente positivo.
Nel marasma ne ho pescati due che mi hanno, diciamo così, particolarmente colpito.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F29255243 Okkervil River – It Is So Nice To Get Stoned (Ted Lucas cover) by ciaciod

Okkervil River - Golden Opportunities 2 (cover)Il primo è Golden Opportunities 2 degli Okkervil River, un regalo che la band di Austin ha voluto fare ai suoi fan poco prima delle feste, un ep in free download che si può scaricare direttamente qui, dal loro sito ufficiale. Questo ep segue, in linea teorica, quello che gli stessi OR avevano regalato nel 2007, anche lì prima delle vacanze di natale. Quello però era un disco vero e proprio, con cover e live (constava infatti di nove pezzi), mentre qui ci troviamo di fronte a un concept leggermente diverso. Ciò che sembra aver animato Will e soci è una sorta di spirito revivalistico, spinto a far conoscere ai fan della band canzoni o artisti perduti o semi-dimenticati (very far, appunto). Cinque pezzi in cui l’unico vero filo conduttore sembra appunto il voler consigliare, il far conoscere: quattro cover e un tradizionale, reinterpretate dagli OR e registrate live ad Austin da Danny Reisch (qui lo storify in cui Will Sheff spiega il disco, pezzo dopo pezzo). E le canzoni proposte sono una più bella dell’altra, iscrivendosi in quella tradizione pop-folk-soul che tanto piace a Will Sheff e soci. Lasciano il segno questi pezzi, tanto da spingerti a cercare gli originali, ascoltarli e convincerti che sono anche meglio di ciò che gli OR ti hanno regalato. Qui sotto potete anche voi dare un’ascoltata agli originali e, spero, goderne come ho fatto io.

http://grooveshark.com/widget.swf


Il secondo ep è (together) degli Antlers. Anche qui di roba nuova ce n’è ben poca se si esclude l’ottima Tongue Tied, ballata eterea e psichedelica che sposta ancora un po’ più in là la poetica già espressa dal gruppo in Burst Apart (più cantato, meno chitarre, più piani e più loop – in generale più sospensione). Ad accompagnarla un remix (quello di Parenthesis firmato PVT), due nuove versioni (quella di French Exit, decisamente più elettronica; e quella di I Don’t Wont Love, più allungata e dilatata rispetto al disco), una cover (VCR degli XX, rielaborata così bene da sembrare una canzone degli Antlers stessti) e tre collaborazioni: la purtroppo deludente Hounds con Nicole Atkins, e le lunghissime Rolled Together, eseguita insieme ai Neon Indian, e Parenthesis (ancora lei!) suonata con i Bear In Heaven , in un continuum fatto di rumori, loop e, pare, improvvisazioni. Come si può notare, e come si era già sottolineato, di nuovo non c’è nulla ma l’ep evidenzia la grande capacità della band di lavorare sulla struttura delle canzoni, di trasformarle dall’interno in modo anche profondo: la melodia vocale rimane sostanzialmente uguale, è tutto il resto che cambia. E questo “resto” plasma e crea una forma nuova, una canzone altra rispetto all’originale.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15098626 The antlers, tongue tied by Daniyrselfclean

In nome del folk, del rock e del blues – la trinità dei Girls

Scrivere due righe sui Girls e su Owens non è impresa facile. Si finisce per speculare, ragionare, mettere parola dopo parola tutti i pensieri che ti passano per la mente. Perché se c’è una cosa che i Girls ti spingono a fare è quella di pensare. Stimolano la riflessione. Strano, si direbbe, per un gruppo pop. E infatti, per contrappunto, l’altra dote della band è quella di saper emozionare: melodie e testi riportano a una dimensione retro capace di suscitare un potpourri di sensazioni che difficilmente sono trasportabili sulla pagina. Questa premessa per dire, come al solito, che mi dilungherò.

Dopo Album e Broken Dreams Club, l’annunciata terza fatica dei Girls è stata annoverata di diritto tra i dischi più attesi di questo 2011. Il duo di San Francisco, capitanato dal talentuoso songwriter Christopher Owens, salito agli onori delle cronache sia per le vicende personali della sua infanzia, trascorsa nella setta ultracattolica dei Children of God, oltre che per la bellezza cristallina delle sue composizioni, in poco più di due anni è riuscito a ritagliarsi un posto nel cuore di molti ascoltatori, balzando spesso in cima alle personali classifiche di fine anno.

Questo disco però, dal biblico titolo Father, Son, Holy Ghost (e dal didascalico sottotitolo di Record 3 – come a sottolineare la costante presenza del numero tre nella realizzazione dello stesso. Ma questa è una cosa che vedremo in seguito) sembra dividere. È sicuramente meno immediato di Album e si discosta in maniera netta anche da Broken Dreams Club. Un disco nuovo insomma. Per alcuni versi sì, per altri chiaramente no visto che Owens sempre più veste i panni del grande rielaboratore della musica tradizionale americana. Quindi che cosa è successo alla band di San Francisco? Cosa gli è passato per la testa? Come si spiegano pezzi come Die, dallo stile prettamente hard rock, nella produzione di un gruppo che sembrava tutto votato verso sottili melodie pop? Proverò, senza pretese di verità assoluta, a fornire la mia interpretazione dei fatti.

Il numero 3, come dicevo, sembra una costante del disco. Oltre a sottolineare che si tratta appunto del terzo lavoro della band (includendo così nel novero anche l’ep Broken Dreams Club) il 3 sottolinea la tripartizione del titolo, Father, Son, Holy Ghost, la trinità cristiano-cattolica che molti di noi hanno ripassato (e forse ripassano) ogni giorno facendosi il segno della croce. Azzardando a gettare la lenza un po’ più in là mi spingo a dire che queste tre figure, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, corrispondono per Owens agli ingredienti che sono alla base della musica pop: il Folk, il Rock e il Blues. Dalla combinazione di questi elementi, trasfigurativamente biblici, sacri, ecco che viene fuori la musica popolare, in tutte le sue sfumature, come oggi, così anni addietro (amen). Il disco dunque aggiunge ancora un tassello nella personale ricerca della band e al folk e al blues, già ampiamente presenti nella precedente produzione, ecco che si associa il rock.

Owens si sente libero di esplorare tirando fuori dal cilindro una serie di pezzi che poco si accordano con l’idea che avevamo dei Girls. Dalle chitarre elettriche urlanti e zeppeliniane di Die, al muro dei sei minuti abbattuto più volte da Vomit, Just a song (con tanto di arpeggio classico iniziale – roba davvero di altri tempi) e Forgiveness. Ma questa libertà, segno distintivo dell’essere e sentirsi artista, non porta a una costruzione casuale né delle melodie, né dei testi, né del pacchetto complessivo in cui il disco è racchiuso. Come confermato in varie interviste, Owens ama scrivere i pezzi pensando a come li canterebbe qualcun altro o a come li avrebbe scritti qualcuno dei suoi artisti preferiti: è il suo scrivere che è già pieno di rimandi, di echi, di appunti. Ed è questo suo rielaborare, questo suo essere cosciente di tale rielaborazione che forse lo rende uno dei massimi cantautori di questa generazione, innalzando i Girls a gruppo di riferimento. La sua ricerca, musicale, compositiva, testuale è una perfetta sintesi di quello che significa essere artista oggi: prendere i propri modelli, mescolarli con il proprio vissuto, infarinarli di cultura pop e tirarne fuori qualcosa che suoni allo stesso tempo classico e innovativo. È la cultura del copia e incolla, del libero circolare delle idee, dell’influenza reciproca, della rete. Di nuovo (ma alla fine come si può definire il nuovo? Quali caratteristiche deve possedere un oggetto culturale per essere considerato nuovo?) non c’è nulla, tutto si ricicla e tutto si ri-crea costantemente.

Al di là di tutto questo Father, Son, Holy Ghost (True Panther, 2011) rimane un disco importante, magari non perfetto, ma allo stesso tempo denso e di una sincerità disarmante, per quanto faticosamente sia stata costruita. I testi stessi, incentrati sul passato di Owens, sul suo rapporto turbolento con la madre (e con la vita in generale) , ma anche su un età della giovinezza (intesa à la Salinger) persa e costantemente inseguita ci spingono verso un immaginario con cui è difficile non empatizzare. Owens e la sua storia sono pop esattamente come lo sono le sue canzoni e il suo modo di concepire l’arte. Ed è anche per questo che, volente o nolente, i Girls si affermeranno sulla scena per rimanerci.

Chiaramente, fuori dai denti, sono le canzoni poi che rendono sostanza al tutto. E anche a questo giro la ciccia non manca: dal surf-rock di Honey Bunny si passa alla ballad elettrica Alex; dalla cavalcata hard-rock Die si rotola verso la freschezza sixty di Saying I love you; dal soul malinconico e folgorante di Myma alla camaleontica Vomit; dall’allegria di Magic alla riflessione di Forgiveness; e poi ancora Just a song, quasi un intervallo, un momento a sé nel fluire del disco, una cesura, una pausa. Per concludere poi con due pezzi, Love like a river e Jamie Marie, che ci restituiscono i Girls che eravamo abituati ad ascoltare prima che questo disco arrivasse.

Un’opera importante, spigolosa e ostica, che mette a dura prova l’easy-listener e sfida l’ascoltatore contemporaneo a cercare una chiave per l’ascolto che non sia solo quella dell’immediatezza. Un disco che va consumato per intenderne le varie sfumature, apprezzarne il suono e la ricerca che si nasconde dietro le composizioni apparentemente semplici e naif. Ma allo stesso tempo immediato nel comunicare le sensazioni agrodolci del forever boy Christopher Owens, le sue turbolenze affettive, i suoi affanni e le sue gioie. La coerenza in fondo c’è, anche se non è ben visibile sulla superficie. L’idea di completezza spinge il duo verso sfide sempre nuove che possono spiazzare ma che di certo non annoiano. E fanno ben sperare in un futuro pieno di sorprese. Nel frattempo godiamoci questo terzo album ancora una volta.

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Raccontaci una storia, Michael

MK CoverConsiderate la quantità di musica e rumori assortiti che ogni giorno attraversa la nostra vita. Considerate anche, se avete la “fortuna” di lavorare o studiare a Milano, nel mio caso se nel capoluogo ci arrivate con LeNord, Trenord o come accidenti si chiamano ora, che oramai odiate anche Ain’t No Sunshine, grazie alla ripetizione ossessiva di un non meglio precisato spot dagli altoparlanti.

Considerate tutto questo e capirete che alla sera, tornato alla quiete del mio pc, ho un disperato bisogno di musica nuova, particolarmente di musica bella. Non è che le due cose vadano sempre d’accordo. Considerate anche che, oggi come oggi, sentire qualcosa di davvero nuovo, che non sia un riciclone di cose già sentite in progetti di cui ricordate a fatica il nome, è piuttosto raro e capirete perché un progetto vintage, come il Tell Me A Tale EP di Michael Kiwanuka, riesce a risollevare le sorti musicali delle mie giornate.

Ora, non che io ci provi gusto a mettermi sull’iPod prodotti di personaggi ignoti e misconosciuti. O meglio, la parte di me che guarda altezzosamente i gusti musicali del mondo intero un po’ di gusto lo prova. Ma tolto questo aspetto, ascoltare le tre tracce – già, solo tre – di questo EP vi farà capire perché vale almeno un ascolto.

Michael KiwanukaHo appena detto che Tell Me A Tale è un EP vintage. Cancellate tutto. Non lo è. Non lo è nella misura in cui, più che vintage, sembra essere uscito direttamente dalla fine degli anni sessanta. Lo Stone Rollin di Raphael Saadiq è vintage. E lo è perché un orecchio un po’ sgamato sente che il disco è nuovo dopo un paio di tracce. L’EP di Michael Kiwanuka no, questo è un salto nel passato. I cori, la qualità della registrazione vocale, priva della pulizia eccessiva nel mix, la grana del prodotto sono tali che Worry Walks Beside Me può suonare tranquillamente come una ballad sporca di blues e I Need Your Company come un quarantacinque giri soul dei tempi d’oro, senza che alla chitarra o alla voce del 23enne Michael vengano rimproverati eccessivi ammiccamenti ai grandi crooner del passato (Lo so, Bill Withers e bla bla, se lo dite voi).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F17625837&show_comments=true&auto_play=false&color=ff7700 Michael Kiwanuka – Worry Walks Beside Me by pagan place

Il capolavoro dell’EP resta comunque la title track, Tell Me A Tale, che aggiunge alla ricetta già di per sè saporita il tocco etereo di un flauto e qualche altro fiato, dando al brano un surplus di sospensione temporale.

Stando al Guardian, Michael Kiwanuka sta seguendo il tour di Adele, non mi è ben chiaro se come musicista – ha alle spalle un passato di session – o come solista. In ogni caso sono grato al mondo per averlo tolto dal – suppongo – ennesimo scantinato qualunque. Si arrabbia qualcuno se dico che non mi dispiacerebbe un’inversione di line-up tra i due?

L'amore secondo Corinne (Bailey Rae)

Ad un primo colpo d’occhio, Corinne Bailey Rae è una ragazzatta inglese che pesa più in capelli che in tutto il resto, con una voce restia agli eccessi e radici che spaziano tra la Gran Bretagna di mamma e le Saint Kitts e Nevis del padre, trovando un punto d’appoggio nella Leeds middle class. Una ragazzetta che ha flirtato per molto tempo con la scena inglese, da quando suonava nelle Helen, gruppo tutto al femminile di cui la Low Red Moon contenuta nel suo ultimo lavoro, è un ricordo. Poi il contratto con la RoadRunner, casa discografica tendenzialmente metal, che da gruppi come gli Slipknot si permette di mettere sotto contratto una band di femministe indie, la rottura del gruppo e il tentativo solista di una cantante che evidente aveva qualcosa da dire.

Infine The Sea, il suo ultimo album e un lungo anno di tour in giro per il mondo, da cui scaturisce The Love EP, lavoro sulla breva distanza della cantautrice inglese, che ci regala cinque tracce legate da un tema che è filo conduttore e titolo dell’album, cinque tracce dedicate agli amorosi sensi da artisti come Bob Marley o Prince, riviste in chiave Bailey Rae, senza peccare troppo di presunzione. Cinque cover dunque, ondeggianti tra la classicissima e marleyana Is This Love, per l’occasione in una versione prepotentemente soulful e attenta alle liriche e la strana nota rock di Low Red Moon dei Belly, unico capitolo che fatico ad assorbire, degustibus.

Corinne Bailey Rae - The Love EP (cover)L’EP di Corinne è un lavoro stranamente privo di un’identità precisa, con l’unico scopo di far conoscere qualcosa di sé al suo pubblico e ammettiamolo, perché no, di tenerselo buono fino all’uscita del prossimo album. Un excursus che fa fatica a trovare una direzione chiara, perché in fondo non la cerca, limitandosi a riproporre brani che hanno per bandiera comune la bellezza e la rilevanza per il percorso artistico della cantante. Si aggiunga alla formula la data d’uscita, sapientemente studiata per il 14 febbraio e il risultato è un EP easy listening, che va via in un attimo e non fai per nulla fatica a mettere in replay.

Nel Love EP di Corinne c’è tutto: i live nei piccoli club, i festival, il tentativo di mettere insieme qualche brano nei rari momenti di solitudine tra una data e l’altra e quello che regala in fondo è solo un’impressione. L’impressione che sia stato registrato come un ringraziamento, alla musica e alle persone, senza la pretesa di essere un classico, ma con la consapevolezza di essere un ottimo interludio tra un capitolo e l’altro della vita musicale della Bailey.

I'm dreaming of a black Christmas

Partiamo da un paio di fatti assodati. Il 25 dicembre è Natale. Il 25 dicembre, che poi è Natale, è lecito aspettarsi dei regali, tanto quanto è lecito aspettarsi Asterix su TMC. No, wait, quelli erano gli anni Novanta. Ma tornando a noi. Un altro dato di fatto è che se conoscete qualcuno che mi assomiglia anche solo un po’ – e per “assomiglia anche solo un po’” intendo qualsiasi appassionato di mistici e imperscrutabili mondi come il rap, il funk e il soul – sapete meglio di me che la possibilità di sbagliare regalo e cadere nel banale è in agguato. La ricerca di un dono apprezzato può trasformarsi da appassionante caccia in incubo, con conseguente frustrazione e acquisto di una cravatta, nel giro di davvero poco tempo.

Se volete passare un Natale sereno ed evitare facce sorridenti tristemente imbastite su un sostrato di delusione e odio malcelato, ecco un paio di consigli per voi.

Situazione tipo: ragazza follemente innamorata di brit-pop e con vaghi ricordi di un pezzo che si chiamava Walk This Way, cantato da tizi con le Adidas slacciate, cerca regalo per ragazzo con evidente ossessione per l’hip-hop italiano. Il suddetto ragazzo (shame on him) scarica tutto il downloadabile e non da MegaUpload e quindi un disco è fuori discussione. Che fare?
Supponendo che il nostro soggetto non sia uno dei pochi folli – che ammiro profondamente – che possiedono una vasta collezione di vinili, la soluzione migliore rimane un libro.
Un libro non si può scaricare. Un libro, anche a scaricarlo, devi minimo minimo stamparlo perché la lettura non diventi uno strazio interminabile.
Quindi, cara fanciulla, eccoti una possibile soluzione al problema. Storia ragionata dell’hip-hop italiano di Damir Ivic. Motivazioni? Tante. Numero 1. Damir scrive dannatamente bene. Numero 2. Se si parla di hip-hop italiano, Damir è uno di quei giornalisti che può parlare con cognizione di causa. Inoltre, il volume edito da Arcana contiene una serie di interviste a personaggi chiave dell’hip-hop nostrano, unite a opinioni interessanti di personaggi come Caparezza e i Crookers. (Piccola parentesi. Non lasciatevi ingannare dalla copertina).

Se quello che cercate è invece un libro che parli di black music, i miei consigli sono almeno due. Il primo è Divided Soul: The Life & Times of Marvin Gaye, biografia del crooner soul a cura di David Ritz, già autore di volumi su personaggi del calibro di Etta James e Ray Charles, tradotto in Italia sempre da Arcana.
Il secondo consiglio è Funk & Soul Covers, edito da Taschen.
Più che altro un album di foto, il volume a cura di Joaquim Paulo contiene le copertine migliori, più rare, più interessanti della storia della musica nera – parola dell’autore – oltre a interviste a vari personaggi, tra cui lo stesso David Ritz di cui sopra.

Passiamo ora a uno snodo cruciale del vostro Natale. La compilation. Non ditemi che non avete pensato al cd di Natale perché non ci crederei.
Conoscendo la tentazione di pescare a caso dai cestoni del vostro supermarket preferito, secondi in squallore solo agli espositori degli Autogrill, vi inviterei caldamente a non farlo.
La mia famiglia ha collezionato, nel corso degli anni, dischi di una bruttezza imbarazzante, a partire da una Christmas Jazz che – per motivi che tuttora mi sfuggono – mio padre continua a voler difendere, fino a uno squallidissimo tape casalingo, che spazia senza soluzione di continuità da John Lennon a Celine Dion, passando per tutti gli episodi del Natale di Radio Deejay. 
Date retta a me, al Natale potete chiedere di più. 
Nonostante il fascino dei classici, scartare i regali davanti all’albero con in sottofondo The Ultimate Motown Christmas Collection, doppio disco della casa di Detroit che contiene carole natalizie cantate da nomi come Jackson 5, Supremes e Marvin Gaye, può essere una sorpresa piacevole.

Cari amici, care amiche. I miei consigli natalizi finiscono qui. È vero, vi consiglierei l’album di Natale di James Brown, ma diciamocelo, non è che poi abbia molto di natalizio, “christmas” urlacchiati qua e là a parte. Se proprio sentite di non poterne fare a meno, conservatelo per il momento in cui realizzerete che tocca a voi pulire lo sfacelo lasciato da Natale e S. Stefano. Un po’ di funk, in questo caso, male non fa.

Merry Funky Christmas!