Archeologia e psiche: più che scavare occorre scovare la narrazione giusta!

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Sempreverde e allettante è la metafora del sottosuolo: che si riferisca alla psiche, che rinvii all’archeologia, che connetta saperi distinti, comunque allude a simboli reconditi e memorie accantonate. Metafora da cui è perciò naturale esser tentati  per fare il punto sullo stato dell’arte, che sia psicologica o archeologica: idea avuta dal Secondo centro di terapia interpersonale di Roma che ha organizzato sul tema una conferenza e a seguire persino esplorazioni guidate nel sottosuolo della città eterna. Memorie del sottosuolo, la stratigrafia come metafora psichica è il titolo dell’incontro introdotta dalla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, direttrice del centro di psicologia, e svolto in tandem da Bianca Crocamo, psicologa e psicoterapeuta, e Luca Giovanetti, archeologo dell’associazione Artefacto. Il sottosuolo di riferimento per l’avvio d’ogni ricognizione di meandri inesplorati è stato quello letterario di Dostoevskij. Rendiamo grazie alla letteratura sempre perché illumina il percorso umano, esistenziale nonché scientifico. “Come è noto, tornato dall’esperienza della reclusione, Fedor Dostoevskij scrisse Memorie del sottosuolo a cui ci siamo rifatti – così Beatrice Toro –  perché nel sottosuolo c’è tutto e come psicologi siamo interessati a portare alla luce ogni simbolo psichico e anche artistico”. Con un preciso intento: aggiornare la metafora che lega psicologia e archeologia o meglio che la psicoanalisi, anzi il suo padre fondatore, Sigmund Freud ha ‘scippato’, ed è stato un furto con destrezza, alla tanto amata archeologia, per trovare nuove connessioni nella contemporaneità. “La metafora nasce con Freud – ha spiegato Bianca Criocamo –  che per descrivere il metodo psicoanalitico la utilizzò abbondantemente. La psicoanalisi freudiana immaginava il lavoro psicologico come processo indiziario, scavo nell’inconscio per fare affiorare fatti che potevano essere occultati da meccanismi difensivi”. Tanta operosità per recuperare la memoria, disseppellire il cruciale reperto nascosto nei recessi della mente, far emergere il trauma d’origine dimenticato “così da generare l’evento catartico” e la guarigione. Oggi questo è uno stereotipo obsoleto, sia pure ancora diffuso tra esperti di psiche. Cent’anni e oltre, passati da alcuni sotto i ponti e nel sottoscala dell’anima ma da tanti altri sopra i lettini psicoanalitici, hanno modificato forma e sostanza della prassi psicoterapeutica grazie anche alle teorie costruttiviste e relazionali della mente, all’impostazione epistemologica più complessa che ha contagiato le scienze umane: “Le nuove acquisizioni della psicologia cognitiva – ha spiegato Crocamo – hanno arricchito il concetto di memoria. Diceva Giovanni Jervis che l’identità è memoria ovvero rintracciare costanti che definiscono nel tempo l’uomo sia per quel che è che per quel che non è”.

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 Stando così le cose, che ne è di tanto affannoso scavare? Come la psicologia cognitiva ha arricchito il senso della memoria? Dove è la differenza con Freud? “La memoria non è più intesa come fotografia statica di un passato, ma è un processo cumulativo. C’è un’attività soggettiva di rielaborazione degli eventi: continuamente li rievochiamo e trasferiamo, tutto ciò si sedimenta stratificandosi e generando condizionamenti. Il lavoro psicologico diventa una possibilità narrativa. Lo strato di sotto dipende dallo strato di sopra. Si può raccontare narrativamente. La psicologia diventa la possibilità di co-costruire un nuovo racconto decostruendo quello passato per raccontarsi una nuova storia”: questa la mirabile sintesi di Bianca Crocamo. Prioritario non è più riportare alla luce ricordi dimenticati ma ricostruirli narrativamente nel rapporto terapeuta-paziente integrando aspetti emotivi e cognitivi.

E a questo punto l’archeologia a sua volta cosa è o cosa è diventata oggi?: “È la scienza non troppo esatta che studia la cultura del passato in relazione all’ambiente  – così Luca Giovannetti –   e questo studio avviene attraverso la raccolta e l’interpretazione di reperti per creare una storia quanto più possibile verosimile, non la fotografia esatta del passato”.  La stratigrafia in questo ambito è più che metafora ma dai tempi di Schliemann e della scoperta di Troia molto è cambiato anche in questa scienza. “Il mio maestro, Andrea Carandini diceva che l’archeologo è artigiano della memoria. Posto che tutto è aleatorio e dipende dal punto di vista soggettivo, è stata introdotta una metodologia scientifica dello scavo per cui oggi gli strati che si sono formati nel sottosuolo si rimuovono in ordine inverso: dal più recente al più antico”.  Un po’ come si fa nell’attuale prassi psicoterapeutica.

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“Anche la psicologia – ha ricordato Bianca Crocamo –  raccoglie strati e ciò perché nel processo diagnostico facciamo il lavoro di mettere insieme tanti frammenti del comportamento, da quello più visibile, apparente, a quello latente”. In effetti, il nucleo centrale che unisce psicologia e archeologia  è la memoria intesa quale elemento costitutivo dell’identità: ricostruirla in forma di racconto serve a rendere comprensibile come siamo. Entrambe le scienze poi lavorano in stato di privazione: contemplano l’assenza, la mancanza, il vuoto, la lacuna da colmare sia che riguardi la storia personale e come si è edificata la struttura della personalità,  che la mancanza di materia e di tracce umane anche per secoli. “L’incredibile Roma – ha ricordato Giovannetti che con la sua associazione Artefacto composta da archeologi e storici dell’arte organizza visite guidate alla scoperta dei più affascinanti reperti – ha una stratificazione plurimillenaria dal  XII secolo a.C.   E oltre a una stratificazione verticale, c’è anche una compenetrazione perché  alcuni edifici sono stati riutilizzati nel tempo e in questo modo il passato condiziona ancora di più il presente”. Conta l’attualità.  L’appartenenza a un luogo è costitutiva dell’identità secondo una branca della psicologia cognitiva che è la psicologia ambientale che procede da John Bowlby e dalla sua teoria dell’attaccamento: “Recuperare memoria, sottosuolo e passato sia dal punto di vista intrapsichico che interculturale significa non solo riappropriarsi di una parte di noi ma anche dell’identità collettiva, operazione che ci fa sentire più sicuri specie in un mondo globalizzato”.  A ciascuno la sua narrazione; a ogni disciplina la sua modalità narrativa secondo caratteristiche proprie. Suggerirebbe Alberto Savinio, tanto per tornare alla letteratura, come di fatto poi ha scritto:  “Narrate, o uomini, la vostra storia, che nel raccontarla la rivivete doppiamente, soprattutto quando sentite che qualcuno vi ascolta, che qualcuno vi legge, qualcuno partecipa alla vostra vita, meglio: alla vostra storia e vi fa sentire meno soli”.

Per informazioni sull’Associazione culturale Artefacto e su Il secondo centro di terapia interpersonale di Roma, è possibile consultare direttamente i siti dai link sotto indicati.

http://www.artefactoroma.it/

http://www.duetc.it/

Saluti e baci da Roma. Firmato: Sigmund

“Peccato che non si possa vivere sempre qui. Da queste brevi visite non si ha altro che nostalgia inappagata e la sensazione dell’insufficienza su tutta la linea”. Languide cartoline da Roma di un turista come tanti, (specialissimo per noi postumi), che visita i luoghi del Grand Tour poi diventati soste obbligate del turismo di massa. Da turista non se ne perde una di queste tappe con tanto di prevedibile ritualità comportamentale, propria dei comuni mortali: i Fori, Il Colosseo, il Vaticano, la Cappella Sistina, Castel Sant’Angelo “da dove si vede il panorama più incantevole della città che abbia mai visto”, la Bocca della Verità dove infila la mano e la ritrova intatta, Fontana di Trevi dove lancia la monetina, il Vittoriano, Villa Borghese, il Palatino, il Pincio, Il Gianicolo, l’Appia antica, i musei. Ma c’è anche la gita a Tivoli in treno e quella ai Castelli con mezzi di fortuna: “i ragazzi  si sarebbero divertiti a vedere noi due a cavallo di un asino per h 3 e ½”.

Le vacanze romane dell’ebreo austriaco Sigmund Freud, già assurto a maestro del sospetto, celebrato o vilipeso a seconda dei casi dopo la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni nel 1900, sono raccontate nelle sintetiche ma sentite e dettagliate cronache che sono le Lettere da Roma scritte ai familiari in più fasi dal 1901 al ’23  durante i ripetuti soggiorni a Roma (1901, 1907, 1910, 1912, 1913, 1923). Le ha pubblicate Lozzi Publishing  (maggio 2012, € 9,90), casa editrice da 70 anni attiva in pubblicazioni turistiche e cartografiche, nella sfiziosa collezione Emozioni a Roma parte della collana Remo: l’altro modo di raccontare Roma, che contiene anche le lettere romane di Leopardi e suggestioni capitoline più o meno celebri. Il volume ha avuto il benestare della Società psicoanalitica italiana e delle sue due sezioni romane (il Centro di psicoanalisi e il Centro psicoanalitico). Non solo: la Spi ha partecipato attivamente all’iniziativa editoriale (la cura del testo è di Fabio Castriota, Gianluigi Monniello, Maria Grazia Vassallo; contiene anche un articolo di Arnaldo Novelletto) con l’intento di far conosce non solo ai cultori della materia ma a un ampio numero di lettori lo speciale legame del padre della psicoanalisi con Roma. Sorprendente, persino banale a tratti, il Freud turista entusiasta che si firma , che scrive in stile telegrafico ai familiari limitandosi per lo più a osservazioni concernenti l’organizzazione materiale del soggiorno (albergo, spese), lo stato di salute (“poiché mi sento benissimo e dormo profondamente mi rallegra in fondo l’idea di tornare a casa e al lavoro”; “solo del mio stomaco voglio riferire che si comporta molto bene e non mi dà per niente noia”), che racconta di esperienze di vita quotidiana (passeggio, vita sociale, cinematografo all’aperto, teatro), degli acquisti per la sua collezione di antichità, o che si sente in colpa per essersi assentato e cerca di sgravarsi  promettendo regali e souvenir a tutti, “cocci” ai figli e collane alla moglie Martha: “purtroppo delle cose migliori di qui, uva e fichi, non vi posso portare nulla”.  Non manca per l’appunto, il luogo comune tra i luoghi comuni turistici ovvero magnificare il mangiare: “Il cibo per cui mi sono interrotto, ha odore e sapori ottimi, tutto ha il suo carattere distintivo”. C’è persino l’attimo di esaltazione narcisista da dandy: “Porto tutti i giorni una gardenia e gioco a fare il ricco signore che vive secondo le sue passioni. La serietà seguirà ben presto”. O l’euforia di chi, superata l’estraneità, si sente a proprio agio in città: “Io ormai cammino per le strade come uno del luogo”.

Il primo nel 1901, l’ultimo nel 1923 quando cominciava a manifestarsi il cancro al palato: sei soggiorni a Roma lontano dal grande clan familiare, ogni volta un ‘corpo a corpo’ con la città eterna da solo, (“vita difficile e stupenda, solitudine completa”, scrive ad esempio nel 1907), eccetto un viaggio con l’allievo Ferenczi e nell’ultima data, il 1923 con l’amata figlia Anna a cui volle trasmettere l’eredità di un forte legame simbolico con Roma,  anche se nel frattempo eventi drammatici erano accaduti: la Prima Guerra Mondiale, la perdita di un figlio al fronte, poi della figlia Sophie  nel ‘20 e di un nipotino. Il viaggio era per Freud di solito  un rituale, tra agosto e settembre, di fuga dai ruoli (padre, marito, medico) per abbracciare uno stato di libertà e ‘disinibizione’. Intricata e misteriosa, la storia del faticoso itinerario interiore del neurologo, costellato di tappe oniriche e fantasmi per concedersi l’approdo a Roma fino a diventarne un “appassionato pellegrino” secondo la sua stessa definizione. Ci arriverà nel 1901, simbolicamente dopo la morte del padre e la fine della propria autoanalisi, dopo aver già fatto diversi viaggi in Italia tra il 1895 e il 1900 sulla scia di Goethe, senza però riuscire prima di quella data  a spingersi oltre il lago Trasimeno, come accadde “all’eroe semita” Annibale (con cui si era identificato dai tempi dell’infanzia). Rispetto al fantasma paterno Roma era un coacervo di simboli. “Da quando mi sono messo a studiare l’inconscio ho incominciato a trovarmi interessante. Peccato che si taccia sempre riguardo alle cose più intime”, scrive in una lettera a Fliess del 1897.

Il suo immaginario doveva contenere tre città: la Roma antica, quella cattolica-cristiana incompatibile con  la visione di un medico di famiglia ebrea nutrito di laico positivismo, infine quella moderna, assurta a capitale della giovane Italia intraprendente. Impresa eroica ed erotica, dunque, spingersi a Roma per sperimentare le folgorazioni di certi incontri: il bassorilievo della Gradiva ai Musei Vaticani, il Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli. Roma, o meglio una sua parte, l’ha ripagato intitolando a Freud dal maggio 2011 un giardino a due passi dalla sede storica della Società psicoanalitica di via Panama. Fatta salva l’accezione metaforica che Roma e le sue rovine ebbero per Freud, essere umano e scienziato della psiche, sorge il dubbio che oggi non la riconoscerebbe. Avrebbe ancora lo stesso “ardente desiderio” di visitarla?  Scriverebbe ancora, come nell’ultimo soggiorno del ’23, “Roma è più cara e più rumorosa, ma tutte le belle cose sono rimaste belle”? O preferirebbe a questo punto guardarla solo in cartolina?

Titolo: Lettere da Roma. «Peccato che non si possa vivere sempre qui»
Autore: Sigmund Freud
Curatore: Castriota F., Monniello G., Vassallo M. G.
Editore: Lozzi Publishing (collana Emozioni a Roma)
Dati: 2012, 128 pp., 9,90 €

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