Quasi una fantasia

Chirottero veneziano - Fortunato DeperoSono pochissimi gli elementi cui si svolge attorno questo raffinato romanzo: un’infanzia vissuta nella pienezza che solo l’attitudine alla fantasia può realizzare; un paesino di villeggiatura, al mare; una famiglia borghese e l’incanto della memoria che tutto avvolge rendendo ogni semplice avvenimento, ogni minimo accidente un’avventura degna di ricordo, un tassello fondamentale nella formazione e nella crescita del bimbo, poi ragazzo, protagonista. È un romanzo di formazione, è una biografia, è la prova vivida di come la nostra narrativa contemporanea possa offrire ore di lettura piacevolissime.

Il cappello dell’ammiraglio è il titolo ed è anche un talismano, un oggetto prezioso che è esso stesso protagonista sin dalle prime pagine, sulla spiaggia, a bordo della barca che diviene nave d’assalto con una pittoresca ciurma. E conclude anche la narrazione in un breve piano sequenza che commuove e racchiude il senso primo del romanzo: la meravigliosa confusione tra fantasia e realtà, il limen sottile e affascinante in cui regna l’ambigua memoria di ciò che è stato e ciò che avremmo voluto fosse.

Assieme all’ammiraglio cresce anche l’Italia: dalla fine degli anni Quaranta del Novecento al Boom economico; la piena modernizzazione e la politica che da una parte incidono nella vita della sua famiglia, da un’altra si limitano a sfiorarla appena. E crescono con lui anche le emozioni, i desideri, le responsabilità. Tutto ci colpisce e avvince di questa semplice esistenza, delle estati a Rapallo, degli scontri tra la Banda della Piovra e quella del Roccoletto, novelli ragazzi della via Pal, di una Milano come dorata, della scuola dei Gesuiti, addirittura.

In un toccante post scriptum, Giovanni Iudica, l’autore, saluta e ricorda gli amici e i familiari citati nel romanzo e conclude tornando ancora al cappello con una frase che riporto integralmente perché ne traduce, certamente meglio di qualsiasi recensione, il lessico: “Gli è persino sorto il dubbio di non averlo mai posseduto e che sia stato uno dei tanti malinconici scherzi dell’immaginazione. E che la vita stessa, come il suo cappello, sia stata un po’ come il Chiaro di luna di Beethoven: «quasi una fantasia»”.

Titolo: Il cappello dell’ammiraglio
Autore: Giovanni Iudica
Editore: Sellerio
Dati: 2011, 224 pp., 16,00 €

Acquistalo su Webster.it

Una lettura curiosa per scoprire l’orchidea purpurea femminile

La gente comune chiama fiori le mestruazioni. Senza dubbio perché, così come gli alberi senza i fiori non producono i frutti, allo stesso modo le donne, senza i loro fiori, sarebbero private della facoltà di concepire
Trotula

Il libro La donna di fiori. Éros, botanica, alchimia di Giuseppe Testa si propone al lettore, anche a quello più scettico, come una via d’uscita dalla spirale di inquietudine e di ginofobia, che il tema trattato dall’autore ha da sempre generato nella tradizione culturale e popolare. La chiave di lettura ammaliante di questo libro è l’uso della prima persona singolare di colui che scrive: il “noto” con cui l’autore introduce il lettore in un percorso, personalissimo ma estremamente documentato, di sottigliezze filologiche (e fisiologiche) contenute nei termini e testi letterari riguardanti gli umori muliebri e i profumi venerei è l’aiuto per capire il percorso mentale, che ha prodotto questo libro. Infatti l’autore siciliano (editorialista e inviato speciale del quotidiano La Sicilia) cerca di spiegare in questo studio le metafore dei profumi femminili, in particolar modo di quelli legati alle mestruazioni, varcando i confini  della parola e scendendo alla radice etimologica dei termini incontrati, creando quadri composti da  suggestive immagini di fiori e di donne.

È ben evidente l’impegno di Giuseppe Testa nello studio delle fonti documentarie, che hanno portato alla considerazione che sussiste un rapporto secolare tra l’aspetto olfattivo e la ginecologia, come tra la flora e l’organo riproduttivo femminile tanto da trovare una specifica morfologia botanica: i fiori descrivono la fisicità e parlano dei fluidi corporei della donna, la quale, come loro, sboccia e si apre alla vita. Il sangue mestruale è il sospiro della specie, il gemito profondo che vince secondo natura ad ogni nascita e la donna per mezzo di questo flusso naturale diventa la  Grande Madre, presente in tutte le culture. La donna infatti possiede un ventre in grado di generare ed ha come presenza un grumo biologico potenziale, che rappresenta l’emblema della creazione. Il flusso biologico della donna è quindi un regime sentimentale racchiuso nell’enigma della femminilità, a cui gli occhi del mondo esterno possono accedere solo prestando attenzione all’essere donna quotidiano e a quei cambiamenti che il corpo subisce e che sprigiona, solleticando il tatto, l’olfatto e la vista.
Del resto tutte le parti del corpo sono dotate del calore naturale del sangue. Sangue e cuore rappresentano il principio dell’organismo, le condizioni organiche della vita e la donna ha in sé questa potenza: il flusso purpureo, l’umido orgasmico e il latte nutritivo sono proposti al lettore  attraverso un pamphlet di testi ed espressioni scelte tra Ippocrate, Proust, Dante, Joyce e molti (molti) altri.  Con una pressante documentazione l’autore dimostra al lettore non solo come le metafore del corpo femminile e dei suoi umori (usando un termine ippocratico) abbiano creato luoghi comuni presenti nei secoli, ma anche come la letteratura occidentale sia stata influenzata dai caratteri sessuali. Queste sono le principali caratteristiche del metodo con cui è stato trattato il tema, affrontato con una straordinaria sensibilità maschile.
Così le parole scritte nel libro di Giuseppe Testa sono uno svelamento del tabù del sangue femminile, che altro non è che un dono bioritmico fatto alla donna,  in grado di renderla sensuale, incomprensibile e totalizzante nella sua innata capacità di racchiudere nel corpo l’aurora e il crepuscolo della vita umana.

Titolo: La donna di fiori. Éros, botanica, alchimia.
Autore: Giuseppe Testa
Editore: Sellerio
Dati: 2011, 171 pp., € 16.

Acquistalo su webster

Un quadernetto del XVIII secolo

Suor Juana Inés de la Cruz, mistica e letterata della Spagna coloniale del XVII secolo, aveva un’abilità straordinaria che le viene riconosciuta non solo dagli studiosi di letteratura ispanoamericana, ma da tutti quanti abbiano avuto l’occasione di scorrere con lo sguardo una delle sue liriche: lavorava il linguaggio, lavorava con cura le parole.

La stessa attitudine si rispecchia in un altro ambito, che curiosamente scopro in un volumetto edito da Sellerio a cura di Angelo Morino: Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz.

Sull’autenticità di questo libro de cocina, o meglio sulla veridicità dell’attribuzione di quest’ultimo proprio a Suor Juana Inés è in piedi un dibattito, sebbene nell’introduzione a questo testo apparso per la prima volta solo nel 1979 ci si dia molto da fare nel sottolinearne l’originale maternità. In ogni caso, le ricette, smaltate e dorate, i cibi, doni preziosi e aggraziati, sono in linea non tanto con la poetica quanto piuttosto con l’indole di suor Juana Inès da dissipare qualche dubbio. Sembra una via binaria che Suor Juana Inès ha la capacità di far convergere in un unico ramo giacché molto arduo è l’incontro tra un contesto e l’altro: tra la cucina e la biblioteca, come giustamente sottolinea il curatore che afferma saldamente la soggezione della cucina alla biblioteca, intesa, la prima, solo come mezzo per “addolcire” e comunicare con più semplicità l’interesse primo e alto di Suor Juana per le Lettere.

La cucina, luogo dedicato alle donne in cui esse sono destinate a trascorrere buona parte della giornata distaccate e distanti dal resto dei luoghi deputati alla conversazione o alla meditazione, relegate alla funzione “nutritiva” e di cura che loro si confaceva nel XVII secolo e la biblioteca, luogo destinato alle conversazioni alte, allo studio, luogo, per eccellenza, degli uomini eppure così familiare alla Suora poetessa che ne aveva fatto il proprio ambiente cui attingere a piene mani nutrimento.

Le ricette qui tradotte dal curatore sottolineano la tendenza e la scelta di Suor Juana Inés a fare della cucina un mezzo, piuttosto che un modo, da sfruttare in funzione delle apparenze, in funzione del suo tempo, in funzione del dare continuità e giustificazione alla propria arte, alla propria poesia e tenerla al riparo da censure e occhi giudicanti.

E infatti le ricette hanno tutto l’aspetto del quaderno di cucina che si redige nel tempo come riferimento per la propria tradizione culinaria: ingredienti elencati senza molta passione, procedure sfiorate e lasciate all’immaginazione o all’esperienza. Da queste ricette traspare da un lato il desiderio di rientrare in una normalità cui Suor Juana Inès non era assolutamente a proprio agio e da un altro l’intelligenza di chi comprenda il valore di simulare familiarità con essa. Del resto rispecchia anche la realtà del convento (convento di clausura) che, specie nei dolci, trovava il proprio mezzo di comunicazione e scambio con la realtà esterna o mondana. Morino, noto ispanista, ha redatto una vera e propria indagine nell’indole di Juana Inés de la Cruz, ed è riuscito a farlo per mezzo di questo libricino di ricette aggiungendo un’altra tessera di mistero e fascino alla figura di Suor Juana Inés de la Cruz.

Titolo: Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz
Autore: Angelo Morino
Editore: Sellerio
Dati: 1999, 164 pp., 8.00 €

Aquistalo su Webster.it

L'odore di chiuso delle ricche stanze di una nobiltà decadente non proviene dalle cucine

Distante per ambientazione dalla serie dei vecchietti del BarLume (edita sempre da Sellerio), Odore di chiuso conserva l’umorismo insolente e l’ingegnosità dell’intreccio di Marco Malvaldi. Nel castello del barone Bonaiuti, incastonato in una Maremma toscana che ricorda certe brughiere di sapore anglosassone, vicino alla Bolgheri di Giosuè Carducci (il tanto agognato ospite di uno dei figli del barone, aspirante poeta) arriva un venerdì di giugno del 1895 l’ingombrante e baffuto Pellegrino Artusi.

Gli ospiti (male assortiti ma tratteggiati con divertito sarcasmo da Malvaldi, non nuovo a questo genere di approccio) attendono l’arrivo di quello che sanno essere un letterato con l’ansia di chi sa che un tale evento in qualche modo scuoterà la molle routine del castello; lo precede la fama del suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, il celebre manuale culinario, primo del genere, con cui ha inventato la tradizione gastronomica italiana. Leggendo, sento anch’io quella curiosità. Malvaldi sa trascinarmi in quel vortice frammisto d’attesa, pettegolezzo, aspettativa e curiosità di cui sono preda gli ospiti in attesa: che aspetto avrà Pellegrino Artusi, come mai è in visita al castello, in che rapporti è col suo ospite, il conte padre?

La mia curiosità, però, non è nulla se confrontata con quella del manipolo di anime che popolano il giardino facendo niente, rimango in disparte e sono anche abbastanza contenta di non essere tra loro, sia per la mediocrità della compagnia, sia per essere così al riparo dalle staffilate contemporanee (molto divertenti) che l’autore riserva alle sue creature ottocentesche. Di Gaddo, aspirante e vago poeta in agognante attesa del Carducci ho già detto: gli fa da contraltare il fratello, Lapo, sciupafemmine e frequentatore di bordelli, sempre a caccia di servette e contadine, convinto che L’Artusi abbia con il padre un rapporto di debito; mosca bianca Cecilia, ragazza intelligente e spiritosa relegata però a far compagnia alla nonna, baronessa ingombrante per carattere e mole. Oltre ai nobili in odor di decadenza, il crocchio in attesa si compone dalle due, immancabili, zie zitelle, dalla dama di compagnia della baronessa Speranza e da un fotografo professionista, tale Ciceri. Nel castello il maggiordomo Teodoro, e l’avvenente cameriera Agatina.

E sopra a tutti la brusca e geniale cuoca. Perché è vero, Odore di chiuso è un giallo, ci sarà una vittima e, chiaramente un carnefice; un giallo ben congegnato la cui risoluzione non è banale e si fonda su elementi che dell’indagine amplificano il fascino e la difficoltà: saper riconosce gli odori, saper osservare, riflettere con pazienza e metodo, considerare gli elementi a disposizione oltreché gli animi umani. Dicevo, è un bel giallo; ma le pagine che tra tutte ho più apprezzato sono state proprio quelle che hanno visto come protagonisti la suddetta cuoca, i suoi manicaretti (e la loro preparazione) e l’Artusi, smanioso e attento nell’appuntare procedimenti e ingredienti, quantità e indicazioni. C’è un pasticcio di tonno che per la sua composizione fa strabuzzare gli occhi al nostro cuoco: gli ingredienti che lo compongono sembrano del tutto estranei gli uni con gli altri, però il risultato è tale e tanto da essere gustato (più volte). Il pasticcio di tonno è una ricetta all’uso zingaro, che Malvaldi riporta in coda al testo e che non trova spazio nel ricettario. Delle ricette dell’Artusi, invece, ne viene ricordata una ricetta medicamentosa: Il brodo per gli ammalati. Vado a spulciare la mia copia de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene e non fatico a trovarla tra i brodi, le gelatine e i sughi.

Come in tutte le ricette dell’Artusi, c’è un dettaglio che mi induce a prepararla, anche se non m’affligge nessuna influenza: “coprite il tegame con un piatto che lo chiuda e sul quale sia mantenuta sempre dell’acqua…”; a parte gli ingredienti di questa come di altre ricette, quello che rende il ricettario un testo godibile penso sia tra le ragioni che hanno indotto Malvaldi a fare dell’Artusi il protagonista di Odore di chiuso: una lingua attenta e limpida, un piglio pratico e deciso, un’attenzione ai dettagli (non a caso si parla di “scienza”) e un approccio arguto alla cucina e alle contingenze.

Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Editore: Sellerio
Dati: 2011, 208 pp., 13,00 €

Acquistalo su Webster.it

Personaggi letterari a tavola e in cucina

Leggo libri di cucina e sulla cucina per coltivare un piacere che è del palato e che, ho imparato ad apprezzarlo, mi nutre l’anima. Ne ho letti molti: le guide moderne, i ricettari classici, quelli di “una volta”, ritrovati negli scaffali della nonna, quelli che, spesso con buoni risultati, indagano sulla più profonda essenza che è tipica dell’arte culinaria e quelli che affondano le radici nella storia culturale, antropologica o linguistica di un paese.

Mai, fino a pochi giorni fa, mi ero imbattuta in un tale capolavoro di prosa elegante, invenzione letteraria, critica competente, chiarezza di esposizione e gusto gourmet condensato in un unico testo. Il libro ce lo serve Sellerio, la cuoca, autrice  e nutrice, è Maria Grazia Accorsi. Si tratta di Personaggi letterari a tavola e in cucina.

La nostra letteratura contemporanea indugia spesso, e ne siamo grati!, sulla preparazione dei pasti, sui colori, gli odori, gli ingredienti addirittura, dei cibi. Personaggi letterari celebri e no masticano lentamente o trangugiano, preparano, raccontano di cibi, assaporano e trasmettono gusti e odori, colori e sensi.

Così non era nella letteratura del passato – osserva l’autrice – in cui il cibo era trattato distrattamente, nominato come contorno all’immagine complessiva, considerato di sfuggita. Lo sforzo, assolutamente ben riuscito, è quello di collocare la presenza del cibo in un sistema critico consapevole.

La Accorsi, docente di Letteratura italiana all’università di Bologna, approccia testi letterari differenti per temi, contesto, stile, luogo d’origine, storia letteraria e ad essi s’accosta con curiosità, rinarrandoci i passi culinari con uno stile avvincente, chiaro, elegante e colto. La cucina diventa linguaggio e caratterizza ciascun autore: «ogni scrittore ha il suo linguaggio privato, il suo cosiddetto idioletto, e quindi avrà anche la sua “ideocucina” e utilizzerà questo speciale tipo di descrizione nella stessa accezione personale in cui impiega tutti gli altri strumenti e stilemi». Dal macro contesto in cui la critica letteraria inserisce ciascun autore si può quindi “facilmente” accedere a un gustoso e particolare microcontesto, quello culinario, che di ognuno di essi ci svela abitudini, storia familiare, esperienze individuali o collettive.

Grazie ai passi selezionati l’autrice ricostruisce (non tralasciando alcun dettaglio) la ricetta dei pasti consumati, nominati o preparati e ne svela ingredienti e procedura di realizzazione. Avremo, quindi, la possibilità di realizzare la gustosa minestra che costituiva la misera cena del Capitan Fracassa di Gautier, o scoprire la fragrante semplicità del pane che la Carlotta di Werther (e di Goethe) serve come merenda ai propri, e numerosi, fratellini; di gustare, con l’ausilio di un camino, i galletti allo spiedo girato instancabilmente da Carlino nella cucina del castello di Fratta o di preparare i muffin che la zia Chloe prepara ne La capanna dello zio Tom.

Una storia del cibo nella letteratura – dice la Accorsi – , ancora da scrivere, aiuterebbe a capire di più i testi e gli autori, gli uomini del passato e del presente, oltre a contribuire a far leggere la letteratura in una dimensione di concretezza e umanità che sembra ormai pochi le riconoscano.

Questo testo, assieme al successivo Frittate d’autore, ne è, a mio parere, un gustosissimo antipasto.

Titolo: Personaggi letterari a tavola e in cucina. Dal giovane Werther a Sal Paradiso
Autore: Maria Grazia Accorsi
Editore: Sellerio
Dati: 2005, 264 pp., 16,00 €

Acquistalo su Webster.it

L’ho letto, mi piace, regalaglielo!

Natale è davvero vicino, se, come noi, non siete ancora riusciti a comprare tutti i regali, ecco qui di seguito 10 titoli di sicuro effetto scelti tra i migliori letti quest’anno dalla redazione di AtlantideZine. Li abbiamo letti, ci sono piaciuti, regalateli!

Tecniche di resurrezione – Dopo il successo di Ho freddo, Gianfranco Manfredi torna in libreria con le sue Tecniche di resurrezione (Gargoyle, 2010). Un romanzo che, tra Parigi, Londra, carceri e manicomi, dà una scossa a un genere letterario moribondo e a un mercato editoriale stantìo. (Consigliato da Luca Pantarotto)

Tutti per tutti Di Julian Tuwim. Un libro semplicemente complesso. Scorre lievemente, pagina dopo pagina diverte. Sospende dalla concentrazione della lettura rapita scuotendola con qualche onomatopeico “gnic e gnac”; sorprende con qualche mosca che si intrufola tra le parole, a ribadirle, scherza con i nonsense e poi nasconde dietro e fra le parole ironia e sarcasmo che, per fortuna, fanno proseliti tra i bambini. (Consigliato da Barbara Ferraro)

Il mistero della Locanda SernyUn incontro immaginario tra persone reali ambientato nella Roma del 1800. Nella hall della Locanda Serny gli ospiti possono gustare, insieme, piatti tipici e storie incredibili. (Consigliato da Valeria Vitale)

Crimini letterari – In secoli di storia la letteratura ha commesso un’enorme sequenza di crimini seriali. Non sempre l’unica vittima è il lettore. Charles Nodier, uno dei massimi autori francesi, sfrutta la sua perizia di bibliofilo e formalizza, per la prima volta nella modernità, la nozione di plagio, citazione, contraffazione et similia, smascherando una serie di eclatanti misfatti letterari. (Consigliato da Maddalena Bonparola)

Crossing MidnightDall’autore di Lucifer e The Unwritten, una favola horror sul confine tra i mondi che avrebbe messo d’accordo Andersen e Miyazaki. (Consigliato da Massimo Barison)

La potenza dei poveri “È necessario pulire i miei occhiali innanzitutto, ovvero abbandonare un punto di vista non adatto per interpretare la realtà e poterla cambiarla”: cita il filosofo Spinoza, Majid Rahnema per avviare un discorso sul tema complesso della povertà. (Consigliato da Piera Lombardi)

La donna nel XVIII secoloSi tratta di veri e propri affreschi di una società, quella del secolo dei lumi, che rispecchiano i caratteri propri dei tempi moderni. Sellerio ha dato alle stampe “La donna nel XVIII secolo”, che tra tutti questi affreschi è forse il più rappresentativo per il tono (puntuale ma molto divertente) e per il fatto che proprio le donne, specie quelle delle classi privilegiate (e nella fattispecie nel contesto francese), vivevano in quel tempo una condizione di (illusoria?) egemonia. (Consigliato da Chiara Ferraro)

Il profumo nel mondo antico – Un soffio di profumo arriva dal IV-III secolo a. C.: Teofrasto, il filosofo, incanta e se-duce con fiori, piante e spezie. (Consigliato da Sara Mazzarini)

Altamente esplosivo – Joe Lansdale è uno a cui piace mettere le cose in chiaro, e nella sua introduzione a Altamente esplosivo (Fanucci, 2010) lo fa senza mezzi termini: “i miei racconti – ve lo dico prima – rischiano di portarvi via la seggiola da sotto il culo o di tirarsi giù le mutande senza pensarci due volte. Sono fatti così”. (Consigliato da Michele Bellone)

Sorellina Tuttamia – Un mondo immaginario, una lingua segreta, una sorellina gemella di cui nessuno sa e la scoperta che la realtà, se presa nel verso giusto, è più dolce della fantasia. Dalla celebre autrice di Pippicalzelunghe per la prima volta in italiano. (Consigliato da Barbara Ferraro)

Petali di conoscenza. I giardini del pensiero di Christine Buci-Glucksmann

La Filosofia dell’ornamento di Christine Buci-Glucksmann è un testo le cui pagine si sfogliano come un movimento floreale dell’Art Nouveau, accompagnate dal suono sottile e quasi impercettibile di una musica settecentesca; il tutto sorretto dalla ricerca dell’ornamentum, della decorazione del microcosmo esistenziale nel macrocosmo globale. Un libro per vestirsi di immagini e parole.

Nella sua doppia qualità di donna e filosofa (Professore emerito all’Università Parigi VIII, specializzata in Estetica del Barocco, Giappone e Arte digitalizzata), Christine Buci-Glucksmann assomma in sé due caratteristiche che le permettono di attraversare con originalità di pensiero esperienze quali l’estetica, il decorativismo, il manierismo, l’ornamento virtuale, cogliendone l’elemento ontologico femminile e maschile.

Il libro ha però anche una precisa origine autobiografica: due viaggi dell’autrice, in due diversi momenti della sua vita, che – come spesso avviene – sembrano trasfigurarsi e assumere i contorni ben più ampi di un sistema di pensiero. Un primo viaggio (immaginario) la vede bambina, tra il materiale archeologico del padre (l’orientalista Lucian Lecocq-Buci), proiettarsi con la mente sugli scavi a Efeso e in Anatolia;  un secondo (reale) compiuto da adulta in Giappone la introduce alla cultura orientale.
Due viaggi che creano in lei una chiave di lettura trasversale, portandola a riflettere sull’ornamento in una sorta di “dialettica mentale” tra Oriente ed Occidente. La  drastica conclusione è che l’Occidente si sia privato di tre componenti necessarie per comprendere l’ornamento stesso: elemento femminile, elemento primitivo, spiritualismo orientale.

Il percorso della filosofia dell’ornamento trova il suo inizio nella Vienna fin de siècle, con  l’oro di Klimt e la psicanalisi di Freud. Nella città austriaca la polemica sull’ornamento rivela la nascita di due forme di modernità: una razionalista, basata su una cesura radicale con il passato e che avrà il concetto di avanguardia come utopia; l’altra che rifiuta i grandi dualismi tra arte nobile e arte applicata, così come tra i concetti di maschile e femminile, occidentale e non occidentale, organico e artificiale. Si passa, quindi, al rapporto tra ornamento e struttura, che vede protagonisti Dalí e Gaudí e le loro linee-corpi, recuperando valori semantici, simbolici ed estetici.
Venezia diventa l’emblema dell’ornamento e della decorazione urbana racchiusa tra la fluidità dell’acqua e la continuità delle forme; mentre l’ornamento dell’Islam trova il proprio “ritmo respiratorio” nell’arabesco, che smaterializza lo spazio e lo rende infinito. E ancora Matisse e il decorativismo francese, Klee e la calligrafia figurativa, Warhol e l’ornamento astratto.

L’ornamento di Christine Buci-Glucksmann non è corpo: è Idea. È un’operazione concettuale che si articola sul chiaro-scuro, sulle linee, sulla variazione della materia e che plasma un’arte del pieno (Islam) e un’arte del vuoto (Giappone).

Si parte con l’impressione di avere tra le mani un libro erudito: una sorta di contenitore denso di citazioni artistiche, letterarie, filosofiche, musicali. Ma poi, lentamente, si viene coinvolti in una vertigine di movimento, di colori, di luci, che conduce la mente ad accomodarsi in lussureggianti giardini di conoscenza e di coscienza. Si tratta di temi universali, ma il frequente uso del pronome “io” pone il lettore nella prospettiva individuale, personale dell’autrice, che riesce a creare con il suo interlocutore un rapporto di com-presenza di lettura dell’opera d’arte. Quasi a  volere sottilmente chiedere: e tu, lettore, che non hai visto con me, ma che leggi di me, cosa pensi?

Titolo: Filosofia dell’ornamento
Autore: Christine Buci-Glucksmann
Editore: Sellerio
Dati: 2010, 135 pp.,  € 15,00

Acquistalo su Webster.it