Frida Kahlo a Roma alle Scuderie del Quirinale

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La mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale è molto interessante. Si tratta della prima retrospettiva dedicata interamente a Frida Kahlo a Roma, a distanza di più di dieci anni da quella di Milano. Parlare della Kahlo come artista non è un’operazione semplice, poiché è difficile considerarne la produzione a prescindere dalla sua vita, anzi, spesso si fa l’errore di interessarsi solo alla sua biografia, al suo essere personaggio. Come era per Frida, nel considerarla non si hanno mezze misure: la si ama o la si odia; i suoi quadri, dal forte impatto emotivo, esplicano un repertorio sui generis, fatto di omicidi, aborti, sangue. Autoritratti di un realismo brutale e violento, talmente potenti da suscitare fastidio, intimidire il fruitore.

Da appassionata della Kahlo, mi aspettavo di veder esposti i suoi quadri più celebri, come Le due Frida e La Colonna Spezzata; questi in realtà non ci sono, in compenso possiamo ammirare un’opera eccezionale, Il Mosè o Nucleo Solare. Il percorso espositivo segue un criterio affascinante; si passa dai primi interessi della studentessa Kahlo, quando i suoi studi erano rivolti prevalentemente alla medicina e alla biologia, ai primi approcci propriamente artistici in cui si notano dipinti dal chiaro rimando accademico, fino a giungere alle opere più intimiste e personali, che seguono gli anni dell’incidente del 1926 quando, immobile a letto, l’artista prese coscienza del suo essere, dei suoi tormenti, dei suoi demoni, contro i quali si troverà a combattere tutta la vita.

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943
Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943

Sono rimasta soprattutto colpita dalla sezione dedicata agli aspetti più intimistici della Kahlo: le fotografie inedite, del colombiano Leo Matiz, contrapposte a quelle più conosciute di Nickolas Muray, che hanno immortalato aspetti diversi, evidenziati non solo dalla scelta della stampa delle foto (in bianco e nero quelle del fotografo colombiano, prevalentemente a colori quelli di Muray) ma anche dal punto di vista di scelta fotografica, luce, inquadrature, che ne evidenziano la differenza “sociale” che vogliono rappresentare. Da una parte la Frida pubblica, dall’altra la Frida privata. Infine, e questo è stato straordinario, la serie dedicata ai disegni “terapeutici” della pittrice: un aspetto veramente intimo, che va oltre il famoso diario dell’artista, un tentativo di entrare nello stato d’animo di una donna, innamorata e abbandonata, che cerca di superare il dolore con una terapia basata sulla creazione artistica attraverso la pittura. Amore e odio nei confronti di Diego Rivera che nel 1942 le aveva chiesto il divorzio. Queste “Emozioni” sono il frutto dell’amicizia con la giovane studentessa di psicologia, Olga Campos. Per la prima volta, e questa è la particolarità della mostra, possiamo “capire” la donna Kahlo. Immagini intricate, complicate, espliciti riferimenti sessuali, opere che non sono state realizzate per il pubblico, ma per se stessa.

29 - Frida KahFrida Kahlo - Bozzetto per Henry Ford Hospitallo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospital
29 – Frida KahFrida Kahlo – Bozzetto per Henry Ford Hospitallo – Bozzetto per l’Hery Ford Hospital

Ho apprezzato anche i riferimenti storici: in mostra opere di De Chirico, Maria Izquierdo, Severini, Rivera e altri artisti contemporanei; intreccio di colori, di riferimenti culturali e simbolici. Di certo il percorso espositivo si rivolge ad un pubblico preparato e appassionato, probabilmente lo spettatore che conosce superficialmente la pittrice rimarrà deluso dal non trovare i quadri più famosi. Chiude l’esposizione, com’è giusto che sia, la sezione dedicata al genere della Natura morta, intesa anche questa come autoritratto. Si va anche qui dal 1938 fino alla morte, avvenuta nel 1954, in cui le pennellate sono meno curate e definite, i contorni meno precisi. Mi aspettavo una maggiore cura nelle descrizioni, invece la curatrice ha preferito lavorare sui rimandi storici e biografici, senza approfondire gli aspetti folcloristici del mondo messicano, che pure hanno segnato fortemente la pittura di Frida. Nessun riferimento alla simbologia mesoamericana, nessuna scultura azteca, nessuna foto del “mondo messicano”, quel popolo, quella cultura, di cui la Kahlo era fiera. Se dovessi fare un paragone tra la mostra milanese del 2003 e questa posso sicuramente dire che da un lato, come impatto emotivo ed emozionale, preferisco quella del 2003, dall’altro però, per i contenuti simbolici, intimistici, ho amato anche questa di Roma, che mette finalmente a nudo la figura di una pittrice straordinaria, colta ed estremamente complessa.

Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939
Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939

Frida Kahlo, Roma – Scuderie del Quirinale
20 marzo – 31 agosto 2014 a cura di Helga Prignitz-Poda

Caravaggio: tra natura e simbolo

La mostra “Caravaggio” alle Scuderie del Quirinale, pur nella oggettiva difficoltà di fruizione determinata dall’ingombrante frapporsi di un eccesso di visitatori “audioguidati”, presenta un’esposizione di opere centrata e lineare.

Meritevolissima, in questo senso, la scelta di un percorso non antologico, ma sintetico e coerente, di soli capolavori di sicura attribuzione, capisaldi della pittura di Caravaggio che  danno la cifra di un lavoro poliedrico e unitario allo stesso tempo.

La selezione delle opere presenta l’altro importante merito di aver accentrato tele dai musei più disparati del mondo (Il suonatore di liuto dall’Ermitage di Mosca, I musici dal Metropolitan Museum di New York, L’amor vincitore da Berlino, La cena in Emmaus dalla National Gallery di Londra, I bari dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, solo per fare alcuni noti nomi): la vita errabonda del pittore sembra riflettersi nel destino geograficamente disparato dei suoi quadri, condannati a una diaspora che ne fa perdere il senso d’insieme, finalmente riuniti a Roma in questa sede. Corretta anche la scelta di non spostare la produzione romana dalle chiese stimolando il visitatore a recarsi direttamente in loco per meglio apprezzarne la collocazione originaria.

Ad aprire la mostra vi è la Canestra di frutta, per la prima volta “strappata” alla Pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Un incipit indovinato e profetico che misteriosamente sembra anticipare tutti i temi della produzione successiva. Come è noto la fiscella non è solo una natura morta ma una composizione ad alto valore simbolico, che dice della caducità e corruttibilità della vita nelle foglie accartocciate, ed enuclea il senso di una pittura che vuole essere dogmaticamente fedele al vero. Nelle stesse parole di Caravaggio riportate in un pannello esplicativo si legge il concetto che il Maestro aveva di valente uomo “…quella parola valent’homo appresso di me vuol dire che sappi far bene, cioè sappi far bene dell’arte sua, così in pittura valent’huomo che sappi depingere bene et imitar bene le cose naturali”. (1603)

L’allestimento, nella sua sobrietà, fornisce la chiave di lettura della mostra il cui unico criterio ordinatore è quello cronologico: tre diversi colori fanno da sfondo alle opere a sottolinearne l’appartenenza ai tre periodi della giovinezza, del successo, e della fuga. Inevitabilmente questa scansione non è solo temporale ma si riflette nella poetica caravaggesca, annunciata nella produzione giovanile, vigorosa nel periodo del successo e drammatica e febbrile nel periodo della fuga.

E comunque, aldilà di ogni scansione temporale-tematica, l’unitarietà di tal poetica irradia orizzontalmente da ogni opera nell’importanza della luce “spiovente” che taglia diagonalmente lo spazio pittorico, nel sentimento di una bellezza egalitaria che emana dalle cose più alte come dalle più umili, religiosamente vera, mai artefatta, e nel già citato cogente valore allegorico presente in ogni opera sempre tesa a suggerire un senso ultimo trascendente la situazione rappresentata, come nel tableau vivant dei bari che porta in scena il contrasto fra giovinezza ingenua e inganno.

Utile ai fini della comprensione dell’opera del Maestro, l’accostamento tematico di diverse versioni di uno stesso soggetto; celebre la Cena di Emmaus nelle due produzioni di Londra e di Messina, che confermano l’impegno mai ripetuto uguale a se stesso del lavoro del Maestro per il quale, per dirla con Longhi la “[realtà] di un dipinto non poteva verificarsi che una volta sola”.

Anche il finale, come l’inizio della mostra, non è lasciato al caso: a chiudere la visita, quasi un congedo, c’è l’Annunciazione di Nancy con l’angelo enigmaticamente di spalle, dal volto seminascosto.

CARAVAGGIO

Roma, Scuderie del Quirinale

fino al 13 giugno 2010

Caravaggio: tra moda e cultura

La vita di Michelangelo Merisi è degna della sceneggiatura di un film d’azione. Omicidi – veri o supposti – vita sregolata, numerosi episodi di violenza. Carattere irascibile e ambizioso accompagnato da un fisico cagionevole e fragile. Nonostante le vicissitudini (o forse proprio per quelle)  il suo talento riesce ad avere la meglio, regalandoci uno dei più grandi pittori di sempre.
La mostra di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale è divenuta l’evento del decennio. Ideata in occasione del IV centenario della sua morte, è stata annunciata come tale da media e operatori di settore, che già prima del 20 febbraio 2010 (data di inizio) ne celebravano il trionfo.
È possibile prenotare una visita guidata (a un costo non eccessivo), ci sono sconti per gruppi e comitive. C’è un numero telefonico e la possibilità di prenotare on-line. Gli orari soddisfano tutte le esigenze (venerdì e sabato il museo resta aperto fino alle 22.30). Insomma, uno di quei casi virtuosi – sempre più numerosi – in cui si mette il visitatore in grado di scegliere e se ne minimizzano i disagi.
Questo sulla carta.
Perchè in realtà andare alla mostra è diventata un’impresa per persone molto determinate o per avventori particolarmente fortunati.

Al terzo – vano – tentativo di vedere l’esposizione, ho iniziato chiedermi perchè centinaia di migliaia di persone, sprezzanti della pioggia o del solleone, restino in fila per ore nella speranza di ammirare le 25 opere in mostra, otto delle quali sono visibili tutto l’anno a Roma in altri contesti (magari meno affollati): da Palazzo Barberini alla Galleria Borghese, passando per i Musei Vaticani e la Galleria Doria Paphilij.

È mai possibile che gli Italiani amino e conoscano così bene le opere del Caravaggio, da ritenere la mostra imprescindibile? Stiamo parlando dello stesso popolo cresciuto a pane e televisione? Oppure di quella fetta di intellettuali (o sedicenti tali) che disprezzano la cultura consumista e non possono mancare, per motivi di status, un evento culturale? O ancora, le persone che gremiscono la coda all’ingresso delle Scuderie del Quirinale sono i veri cultori della storia dell’arte e della pittura caravaggesca come sua nobile espressione?  Se invece non si possono etichettare le persone così semplicisticamente, la domanda è un’altra: può un artista che ha operato quattrocento anni fa appassionare e mettere d’accordo tutti in maniera trasversale?

Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà la maggior parte dei visitatori sono turisti. In effetti, il periodo ideale per visitare la città è proprio la primavera. Ma possibile che tutti i turisti del periodo abbiano deciso di trascorrere un’intera giornata del loro soggiorno nella speranza di riuscire ad assistere a un’esposizione temporanea di cui difficilmente potranno godere appieno? In ogni caso, non si può così tranquilamente archiviare il fenomeno come attrazione turistica.

E se invece stessimo assistendo ad un fenomeno di costume? In poche parole, se Caravaggio fosse diventato “di moda”?

E secondo voi?survey software