Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

All'apparir del vero. Incontro con Lucia Etxebarria

“Lucía, hay otra entrevista”.

Due minuti dopo essere stato così annunciato al telefono, busso alla porta della camera di Lucía Etxebarría all’Hotel Manin di Milano, dove la scrittrice spagnola si trova per promuovere in Italia il suo ultimo romanzo, Il vero è un momento del falso (Guanda, 2011). Non sono il primo, in camera c’è un giornalista che sta finendo le sue domande; e non sarò nemmeno l’ultimo, anche se Lucía inevitabilmente comincia ad accusare il jet lag dell’autopromozione. Mentre faccio anticamera in attesa del mio turno, noto su un tavolino d’ingresso una di quelle brochure sui servizi disponibili che si trovano in genere sui tavolini d’ingresso degli alberghi di lusso. Mi colpisce immediatamente lo scarso discernimento, tipico di questo genere di servizi, con cui la brochure dà il benvenuto a Lucía: “Welcome Mr Etxebarría”. “Mr”? Come se Lucía Etxebarría non fosse una scrittrice che, in un’intervista su Cafebabel di qualche tempo fa, si lamentava della letteratura “maschilista”, più maschilista di tutte le altre arti, in cui “gli uomini artisti sono degli artisti, le donne artiste sono delle donne”. Come se il suo nuovo romanzo non ruotasse principalmente intorno alle confessioni di un gruppo di donne, paranoiche, complesse, problematiche, affascinanti. Come se il succo del romanzo non fosse proprio quel problema, teorizzato da Guy Debord nel 1967 e oggi così bollente, dell’allontanamento della realtà che, rimossa sullo sfondo, si trova ad essere sempre più frequentemente sostituita da una rappresentazione, dallo spettacolo.

La questione è calda. Sarà per questo che, mentre io cerco di iniziare girandoci un po’ intorno, Lucía mi richiama subito all’ordine. Quello ha scritto, e di quello vuole parlare. E come resisterle?

D: Lei ha cominciato la sua carriera letteraria con Aguanta Esto…
R: No no, quel libro non ha assolutamente niente a che vedere con la mia carriera letteraria! All’epoca avevo 25 anni, facevo la giornalista per una rivista che si occupava di musica rock, c’erano quattro giornalisti in Spagna che si occupavano di questo particolare settore, io avevo bisogno di soldi e le altre tre hanno detto di no, e così l’ho fatto io, ecco. Quello fu un libro scritto su commissione, che non fa parte dei miei libri.

D: Questo vuol dire che quel libro non lo riconosce più?
R: No, semplicemente non è un libro che definirei “letterario”.

D: D’accordo, allora riformulo: Lei ha cominciato la Sua carriera di scrittrice con un libro su Courtney Love, e adesso ritorna al mondo della musica, con un romanzo il cui protagonista, Pumuky, è un cantante pluritossicomane…
R: Sì, anche se poi ciò che ho voluto scrivere non è un romanzo sul mondo della musica, né su un cantante rock, ma un romanzo sulla spettacolarizzazione della realtà. Per questo il protagonista poteva essere anche una star della televisione, o un attore, o qualsiasi altro personaggio dello spettacolo. Ho scelto il contesto del rock solo perché ci ho lavorato per lungo tempo, perciò è un mondo che conosco molto molto bene.

D: E non anche perché, conoscendolo così bene, forse Lei ritiene il mondo del rock particolarmente significativo per esprimere il determinato tipo di relazioni sociali – sclerotizzate, paranoiche – che si viene a creare nel romanzo?
R: Beh, come tutte le rock-star il protagonista è un narcisista che chiede, pretende attenzione: i personaggi del rock sono estremamente narcisisti. Come del resto estremamente narcisista è la società contemporanea in cui viviamo: una società di consumo, di individualismo, di soddisfazione immediata. Normalmente tutti i nostri eroi contemporanei, i cantanti rock, gli attori, i personaggi della televisione, sono personalità narcisiste: anzi, narcisisti-vampiro.

D: Nelle primissime battute del romanzo, uno dei personaggi parla della rarità della vera amicizia: quando il gruppo era famoso, amici anche da sotto i sassi, salvo poi svanire tutti. Discorso attualissimo, nella social era di Facebook.

R: Sì, in Spagna infatti abbiamo un modo di dire: “Vali meno di un amico di Facebook”! Anche se tra gli attori è esattamente la stessa cosa: se sei un attore famoso di un teleromanzo o di una serie televisiva che dura un anno, per quell’anno non ti capiterà mai di pagare la consumazione del bar. Come finisce quell’ingaggio, scompari, sparisci, così.

D: Come nei reality-show, no? C’è ancora il Grande Fratello in Spagna?
R: (smorfia) Sì, c’è, sul canale di Berlusconi, che dopo Telecinco ha appena comprato, l’anno scorso, La Cuatro.

D: Lei ha citato Berlusconi: e sa che in Italia il rapporto donna-corpo-spettacolo è un argomento caldo, ultimamente. Nel suo romanzo assume un notevole peso proprio il rapporto della donna con il suo corpo; penso ad esempio a Olga.
R: Sì, Olga, o Valeria, che è addirittura anoressica. Noi viviamo evidentemente in una società in cui il rapporto di una donna con il proprio corpo è del tutto innaturale: ci vengono imposte delle donne assolutamente fuori dalla natura e dalla realtà, un canone di donne magrissime ma con seni molto prosperosi, il che non esiste in natura, no? Ed è un canone, ancora un volta, consumista, un canone per donne ricche, nel senso che essendo non naturale dimostri di aver avuto i soldi necessari per rifarti, per toglierti i fianchi, aggiungerti il seno… Io non credo di conoscere nessuna donna che non abbia tentato una dieta: molte donne vivono costantemente all’erta, perché è la società che ti impone quel canone e tu ti convinci che è giusto, che bisogna seguirlo. E non è un caso che questa pulsione esista anche per gli uomini, etero o omosessuali, perché entrano in un collettivo sociale che pretende un determinato canone di bellezza come condizione necessaria al conseguimento del successo e del riconoscimento.

Avrei altre domande, ma il tempo è scaduto. Bussano come pochi minuti prima avevo bussato io. Hay otra entrevista, Lucía. Ho giusto il tempo di farmi autografare il romanzo. Lucía Etxebarría mi ringrazia del mio tempo; ma in realtà sono io che devo ringraziare lei, che – come tutti i veri scrittori – cerca di aprire gli occhi dall’esterno a chi si ostina a volerli tenere chiusi, preferendo accontentarsi di un momento di verità nascosto, quasi invisibile, tra le pieghe di un enorme quadro falso.

Una crisi d’autore

Ancora non sapete la novità? C’è crisi, anzi c’è una signora crisi guastafeste, in giro sullo scacchiere mondiale da un po’. A ciò si aggiunga che siamo in crisi di valori universali e anche peninsulari. Ma italianamente ricchissimi di debito pubblico nazionale nell’attuale grave momento di cui parla sempre in ogni circostanza pubblica il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricchissimi anche di grandi eventi,  grandi opere pubbliche, e pazienza se in zona arcivescovado ci scappa qualche scivolone cardinalizio. Nessuno se ne vergogna, nessuno si vergogna più, solo la mozzarella diventa blu. Anche l’anticiclone è entrato in crisi, è diventato parecchio instabile e gli avvicendamenti inverno/estate nel corso di un solo giorno sono frettolosi ed equivoci.

Si arranca, la ripresa è lenta e non basta un piatto di polenta. Le lenticchie non portano più neanche un centesimo d’euro, hai voglia a mangiarne!
Pare sia stata creata a tavolino, la crisi mondiale, quindi locale, che ci costringe nel monolocale tra rate e tassi d’interesse, mai fissi.
Crisi è la parola più masticata, anzi ruminata, mai digerita di questi anni strambi fatti di strambate continue. Crisi finanziaria in principio, spezzatino bancario ed effetto domino. Crisi economica e produttiva, a seguire, ma  ora dal 2009 per la prima volta il vino italiano ritrova la strada dell’export e il prosecco traina le vendite in Gran Bretagna: piace molto alle lady inglesi in alternativa alla birra che gonfia e non i seni. Certi comparti non ripartono: vanno male calzature, abbigliamento, elettrodomestici, sanitari, alcuni farmaci, eccetto ansiolitici e antidepressivi. Anche il mercato della droga in leggero calo: effetto crisi, A Termini Imerese si sciopera per vedere la partita, poi si riparte e si blocca la produzione, e a Pomigliano la panda rischia di diventare una specie in via d’estinzione.

Chissà perché tra le voci di crisi si omette quasi sempre l’editoria, quella medio-piccola per intenderci. La grande ha un’altra storia: vedi alla voce proprietario d’Italia. Le analisi più serie e coscienziose non si spingono mai oltre la constatazione di tagli governativi alla ricerca, alla cultura e di smantellamento della scuola pubblica. C’è un comparto dimenticato o solo mai considerato perché esso stesso sconsiderato. Forse perché, che si stia in tempi di vacche magre o grasse o in tempi definitivamente svaccati, si ritiene che il mondo dei fabbricanti di cultura viva d’aria. Neanche aria fritta, che è un extra. E anche qui si annusa nell’aria di cui si vive, un inizio di guerra tra poveri, sprazzi di cecità preannunciata da Saramago. Qualcuno della “manovalanza culturale” ha deciso di farsi sentire. Non salendo su un carro ponte a venti metri d’altezza, forse più in là salirà sul piano alto di una biblioteca. Per ora si sale in Rete, usando strumenti di trasmissione universale quali blog e facebook.

Scrittori InCausa” è il nome di un gruppo appena nato che si propone d’essere organismo di informazione e di tutela legale degli autori. Verrebbe da chiedersi chi sono gli autori? Come si diventa autori? La neoformazione parte da un dato di realtà: la presenza di una costellazione di autori fatti a brandelli da logiche perverse e da una produzione seriale. “La cosiddetta sinistra con le sue cittadelle culturali, i suoi salotti editoriali, il famoso monopolio intellettuale di cui va tanto fiera – si legge in un comunicato degli Scrittori in causa che circola in Rete – ha una responsabilità omertosa nel non avere messo in discussione il consolidarsi di consuetudini ingiuste e prezzolate in un panorama editoriale che contempla la figura dell’editore come l’unica che valga la pena, veramente, tutelare”. Ognuno cerca, come sa e come può, di trovare una nicchia, qualche volta anticipo della fossa, in un mercato saturo e asfittico, a discapito della qualità: “Negli ultimi anni – si denuncia – si sta assistendo a un vertiginoso incremento della produzione letteraria, un sistema fatto di numeri, una sorta di gara, tra gli editori, a chi pubblica di più con gravi conseguenze e danni per la figura dell’autore: non promosso a dovere, non sorretto, nel lavoro di editing da figure professionali capaci (gli editor bravi si pagano, molti editori, quindi, preferiscono farne a meno) e, come se questo non bastasse, incastrato in logiche contrattuali assolutamente svantaggiose.

  • L’autore, chi è costui? –  L’autore, specie esordiente, sembra subire “con un ridicolo atteggiamento reverenziale” un contratto che finora non è stato mai messo in discussione nella sua ossatura fondamentale e che dovrebbe essere negoziato “tra due parti teoricamente paritarie”. Qualche giuslavorista dovrebbe lavorarci su.
  • Quale diritto d’autore? Quale compenso? – Scrittori in Causa contesta il sistema delle royalty: il diritto d’autore, come si sa, consiste in una piccola percentuale che spetta all’autore sulle copie vendute. “È convenzione editoriale, a tutt’oggi accettata acriticamente dall’ambiente editoriale tutto, che il lavoro dello scrittore non abbia il minimo valore in sé, ma solo in proporzione alle vendite che ne seguiranno”.
  • Bollino argentato, controllo inficiato – Secondo Scrittori in Causa, il sistema ufficiale che ha l’autore per controllare il numero reale di copie vendute di fatto non si attua. Il bollino argentato della Siae che dovrebbe essere applicato per legge su ogni copia, non viene spesso apposto, anche da parte di editori illustri, si sostiene. “Le copie vendute senza bollino sono copie fantasma, la cui rendicontazione è del tutto arbitraria”. E qui si dice che “dal momento che siamo in tema di evasione fiscale, sarebbe necessaria la presenza di una terza parte competente deputata al controllo dell’effettivo venduto”.
  • Il conto per favore, anzi, il rendiconto! – E a proposito di rendiconti, gli scrittori sottolineano che devono prendere per buoni quelli che gli editori inviano, se li inviano, quando li inviano, non avendo alcuna possibilità di riscontro. Rendiconti di diritti d’autore, somme ridicole, spesso neanche pagate. Anche il diritto d’opzione, inteso come vincolo a pubblicare per tot anni con lo stesso editore, secondo Scrittori in Causa, va rimesso in discussione e abolito.
  • Macero ragionato e non solo a Macerata – Il macero è lo spauracchio degli autori. “Se un libro non vende, se è uscito da un bel po’ di tempo e intasa i magazzini, l’editore può scegliere di mandarlo al macero. In alcuni contratti è scritto che deve avvertire l’autore che può scegliere di acquistare i libri a prezzo ridotto. Attenzione: a volte questa comunicazione non avviene!”. Il macero può essere “una formula ingannevole per occultare delle copie vendute”. Proposte: obbligo di comunicazione all’autore, indicazione da contratto delle copie distrutte.
  • Editoriale etica – Può esserci, basta vigilare. Come i consumatori, devono esserci autori critici e non subalterni. “Esistono molte case editrici, grandi e piccole, eticamente corrette e altrettante scorrette – evidenziano gli Scrittori In causa – Ebbene, sarebbe un’ottima prassi scambiarsi informazioni in merito: gli editori che pagano e quelli che non pagano, quelli che ti sostengono a dovere nel lavoro di editing e quelli che non lo fanno, quelli che promuovono e quelli che non lo fanno, quelli trasparenti e quelli che ti imbrogliano sul numero di copie vendute”. Insomma occorrerebbe dare il via a un cicaleccio superando i pudori, i condizionamenti, un senso di reverenziale subalternità, ma a fin di bene: per scremare le case editrici, aiutare il mercato editoriale ad auto pulirsi, come fosse un forno autopulente. Un metodo, quello del chiacchiericcio spinto e del passaparola “sicuramente più utile dei gossip sui retroscena dei salotti, dei saloni, dei festival e dei premi letterari”.

Potrebbe essere l’inizio di un boom: magari, dopo il libro nero della psicoanalisi, il libro nero della pubblicità, si arriverebbe a un libro nero dell’editoria, e lì non ci sarebbero problemi di macero. Sta a vedere che abbiamo teso una rete o lanciato un’idea. A questo punto ci piacerebbe ascoltare il punto di vista delle case editrici.  Anche raccogliere le loro rimostranze, lagnanze, petulanze. E chissà, esultanze. Ognuno ha la sua crisi, il suo punto critico e il suo grandangolo. Lo scritto non vuole essere che il pretesto per avviare un dibattito.

Intanto è doveroso riferire che gli scrittori in Causa della prima ora sono Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutulo, Sergio Nazzaro. Quelli che si sono aggiunti trascorsa un’ora e un minuto sono Mauro Casiraghi, Riccardo De Torrebruna, Laura Del lama, Emiliano Gucci, Gianluca Merola, Michele Monina, Sacha Naspini, Pulsatilla, Clemente Tecchi. E altri a seguire, numerosi.
All’autore esordiente gli Scrittori in Causa sconsigliano di pubblicare con le case editrici che pubblicano a pagamento. Onestà intellettuale vorrebbe che, visto l’alto numero dei lavoratori della penna, anzi della pennetta, qualche volta sconsigliassero di pubblicare e basta. Può essere capitato e capita tuttora che personaggi si siano mossi e si muovano in cerca d’autore. Viceversa, qualche volta, se ne fuggono, o vorrebbero fuggirsene a gambe levate, i personaggi. Sono crisi di getto e di rigetto insieme.