Ladies and Gentlemen, gli Spiritualized sono tornati.

Sono a Edimburgo: passeggio sulla Royal Mile, svolto a sinistra per South Bridge e mi avventuro lungo la direttrice sud in piena Old Town, giù, fino agli splendidi giardini Meadows. Un po’ prima, però, guardo a destra e uno dei tanti palazzi neoclassici è la sede della Queen’s Hall. E oggi, 9 ottobre 2011 ci suonano gli Spiritualized. Gli ex Spacemen3, che non suonano da maggio, e che hanno bidonato l’Ypsigrock per un imprecisato malessere del leader Jason Pierce, sono ora nella capitale scozzese per iniziare un trittico che li porterà anche anche a Leamington e alla Royal Albert Hall a Londra.

Sono le sei e mezza locali, entro mezz’ora è prevista l’apertura, e il vento sempre più pungente non scalfisce la piacevole temperatura di 8 gradi centigradi. Alle sette e mezza, quando ci dicono di entrare, siamo poco più che una ventina. Esploriamo il teatro, il bar è enorme e una pinta di chiara costa solo 4 pound; il palco non è grandissimo, ma è solo leggermente rialzato così da essere un prolungamento naturale della platea. Due file di spalti semicircolari lo fronteggiano, una alla sua altezza, l’altra più in alto. Decido di andare al piano di sopra, piazzarmi di fronte al palco e aspettare. Nel frattempo la sala si riempie completamente.

Quando escono, in sei più le due, colossali, coriste di colore, la sensazione è di essere a metà tra un concerto da camera e un concerto in una chiesa battista. L’attesa è palpabile: Jason si mette come al solito seduto, di lato e vicinissimo al limite del palco, imbracciando la chitarra e con di fronte il leggio. Dà il via. “Ma cos’è? Forse è un pezzo vecchio, forse è uno nuovo”. Poi parte il secondo, e la voglia di cantare tutti insieme è ancora strozzata. Però i pezzi sono belli, gasano, sono purely Spiritualized. E le parole, le frasi, il dolente incedere della salmodia è quello familiare, quello di Jason. E poi qualcuno si ricorda che l’avevano annunciato che stavano lavorando a del materiale nuovo e subito ci si sente privilegiati ad ascoltarlo dal vivo per la prima volta. Si va avanti così per un’ora: la speranza del pubblico frustrata a ogni accordo iniziale non riconosciuto, poi l’esaltazione ipnotica durante il pezzo e poi di nuovo la speranza che la prossima magari sarà Come Together o Lord can you hear me. Oppure On Fire, come spera un tizio vicino a me intonando sommessamente Baby set my soul, on fire. Un altro incalza e grida Cop shoot cop con impeccabile accento scottish.

Ma Jason, impassibile, suona un pezzo dopo l’altro. Parte in sordina, asseconda gli strumenti dolcemente, fino ad alzare il ritmo in crescendi che culminano con sfuriate elettriche: non fanno noise, non fanno shoegaze, non fanno post-rock. Fanno tutte queste cose insieme. Sono ispirati, illuminati: noi li seguiamo, non ci importa più niente che non fanno i pezzi che conosciamo a memoria, vogliamo solo goderci le sensazioni fisiche del loro impasto sonoro, trovare un equilibrio, rabbioso e pacificante. Fino al prossimo pezzo. “Jason, show yourself” grida quello di prima. Ma lo sta, lo stanno facendo. Osano, attingono da tutto, sbaragliano. Fanno rhytm ‘n blues, gospel, psichedelia. La voce di Jason è spiazzante, calma, in preghiera. Le coriste si staccano dallo sfondo dove erano rimaste confuse e prepotentemente si prendono la scena. Intonano la voce di Jason, la sostengono, la elevano. La batteria comincia a variare i tempi, il basso pulsa nello stomaco, le chitarre perdono compostezza e si mettono a stridere. Come ogni singolo brano, anche il concerto va in crescendo. Poi, all’improvviso, ecco Won’t get to heaven, e non si riconosce come più familiare degli altri. Tutto è pensato e studiato per essere organico e sembra che quella canzone già nota sia stata messa lì per dire “Vedi, niente paura, siamo sempre noi, lasciati andare”. Altri pezzi nuovi. Escono e rientrano. E suonano Sway e Shine a light, ripescandole dal primissimo album. Con Good Times raggiungono il massimo dei decibel e della fisicità sonora con un vecchio e sano wall of sound che spacca i timpani e allarga le connessioni sinaptiche. Ma è Take me to the other side a far fare un tuffo al cuore di tutti. È  il pezzo agognato, la folla è in trance ma nessuno osa sovrapporsi a Jason: il momento è sacro, scende qualche lacrima.

E dopo due ore di concerto, quando questa sembra la chiusura perfetta e tutti sono pronti a tornarsene a casa in estasi, parte Oh Happy Days. Non ci si crede. Jason la stravolge, la interiorizza e la risputa graffiata e dolorosa, altro che inno di gioia. È questa la conclusione perfetta, il simbolo della contraddizione profonda della musica degli Spiritualized: il senso religioso senza religione, il sentimento del peccato umanamente secolarizzato, la loro universalità e insieme profonda modernità. Jason chiude dicendo solo “Thank you all”. No, grazie a te, Jason.