Corpo, riflessione, immagine: una trinità di senso multiverso

“Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo, questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche le nego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino”. Questa concentrata esplosione di senso del filosofo francese Michel Foucault sembra contenere i temi portanti del libro Corpo riflessione immagine (Alpes edizioni), raccolta di brevi saggi curata dagli analisti junghiani e psicoterapeuti Simonetta Putti e Ferdinando Testa. Si tratta di un volume polifonico e composito che indaga la triade corpo, riflessione, immagine. Triade declinata, scomposta e ricomposta da ogni singolo autore a seconda dell’ambito di applicazione. Ognuno ha un osservatorio privilegiato da cui  guardare il modo di avvolgersi e intersecarsi di tale movente fondamentale dell’essere: vita  morte ed elaborazione del lutto (Marta Paniccia); terapia analitica (Francesco Montecchi); arti terapie con malati oncologici (Paola Caboara Luzzatto); filosofia gnostica (Giorgio Antonelli); funzione immaginativa dell’inconscio e significato simbolico dei miti (Silvana Ceresa); fotografia e cinema (Roberto Cantratrione, Amedeo Caruso); body art e tatoo (Desirèe Pangerc); teatro (Marcello Cotugno); giurisprudenza e vincolo a norma del diritto all’immagine (Letizia Proietti). È omessa dalla trattazione la parola, quasi stazione periferica rispetto ai linguaggi del corpo e dell’immagine. Certo, il fil rouge delle singole elaborazioni è l’ “invenzione” di Jung più volte ribadita, di considerare la riflessione come la creatività quali ‘fattori istintivi’ sui generis, capaci di mutare radicalmente le dinamiche interiori fino a sbocchi creativi verso l’individuazione, meta di ogni viandante.

A fare da apristrada di questo percorso, composito, eterogeneo e polisemico, è un saggio (che dà il nome all’intera raccolta) a firma di Simonetta Putti e Bruno Callieri. La ‘trinità’ corpo riflessione immagine è ambito di osservazione e terreno di lavoro privilegiato dell’analista che può riscontrare come il corpo sia metafora vivente; custode di disagi, blocchi; sapiente testimone di quel che la psiche ancora non sa a livello cosciente. Finché, nel percorso del paziente si osservano i modi e i tempi in cui interviene la riflessione, junghianamente sospensione della scarica energetica e sua introversione, fino a attivare la facoltà di produrre immagini nuove ‘individuanti’ perché artefici di una trasformazione creativa. Simonetta Putti nel coniugare pensiero junghiano e approccio fenomenologico parla di “creatività del quotidiano” come “possibilità di rielaborare il noto nel nuovo ri-ordinando quindi le componenti del nostro vivere”, transitando “dalle immagini primordiali (archetipi) verso l’immagine nuova e individuante (simbolo) e talvolta anche a ritroso”. Bruno Callieri, padre italiano della fenomenologia, in tempi di “monarchia clinico-nosografica” invita a superare le sirene neurobiologiche incantevoli ma non sufficienti a spiegare cosa si prova a essere se stessi. Occorre che lo psicopatologo e lo psicoterapeuta siano “anarchici epistemologici” con in dotazione un sentimento della complessità da non lasciare  mai: “Essere consapevoli sempre della multidimensionalità dell’uomo – scrive Callieri – ci consente di cogliere nell’uomo paziente la variegata significanza di ogni sua parte costitutiva: corpo, fantasia e immaginazione, pensiero”. Per evitare la caduta in un modello riduttivo dell’uomo ogni contributo è utile. In questo libro si possono pescare spunti di ogni genere. Sulla contemporaneità, illuminante è il capitolo dedicato alla ‘dispercezione’ di cui scrive Luigi D’Elia, quale percezione distorta dal corpo al mondo.

“L’immagine è psiche” e poi “ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare”, sosteneva Jung.

Il pensiero gnostico è almeno in parte all’origine dell’immaginazione attiva di Jung: “Occorre rinascere attraverso l’immagine”, scrive nel Vangelo di Filippo un eretico gnostico. Antonelli ricorda che nel vangelo gnostico ci sono istruzioni date al morente per incamminarsi nel viaggio ultraterreno. Tecniche di visualizzazione estatica necessarie perché l’anima  si nutre d’immagini, compresa l’angoscia, fino poi al venir meno della dimensione immaginale stessa con l’avvento salvifico della vera gnosi. Immagini come principio di ogni azione: “immaginazione, attività dell’immaginare, l’energia che si concentra nel pensare” anche come origine dell’azione violenta, fino alle scene violente dei film che attraggono perché permettono un’esplorazione protetta dell’Ombra: questa la tesi di Amato Luciano Fargnoli. Alle immagini cinematografiche dedica un capitolo Amedeo Caruso (che analizza i film ‘Il corpo dell’anima’, ‘L’immagine allo specchio’, ‘Quell’oscuro oggetto del desiderio’, ‘Riflessi in un occhio d’oro’). Sua è anche l’intervista a Silvia Rosselli, parte della storia italiana della psicologia analitica perché allieva di Ernst Bernhard, ma anche della storia italiana da ricordare a mente perché lo zio e il padre furono assassinati barbaramente nel 1937 in Francia per ordine del regime fascista. Nel ritrovare immagini intese come fotografie del passato possiamo riscoprire il percorso e il significato di una vita secondo Roberto Cantatrione.

Ci sono le immagini prodotte dai malati oncologici grazie all’arte terapia con cui riescono a manifestare l’inesprimibile; mentre il gioco della sabbia è un metodo terapeutico che coinvolge il corpo e l’immaginario anche del terapeuta. Ricorda Franco Bellotti nel suo articolo sulla psicologia analitica che Jung nel commentare l’Ulisse di Joyce passò da un giudizio estremamente negativo a un graduale ripensamento fino a riconoscerne la grandezza perché quell’opera all’apparenza inaccessibile rivela “in forma di immagine, la simultaneità di contenuti sia coscienti che inconsci; mostrando nella sua globalità la dimensione psichica”. Già per Baudelaire l’immaginazione è “regina del vero”. Pensare per immagini è superamento di ogni dualità fino al grado assoluto dell’essere. L’immaginazione abbinata alla riflessione diventa per Jung  modalità scientifica e poetica “di dare un senso alla conoscenza simbolica e trasformativa”. Lo ricorda Ferdinando Testa nella postfazione. Il corpo stesso è parte di questo itinerario. Jung scrisse: “L’esperienza visionaria strappa dall’alto al basso il velo sul quale sono dipinte le immagini del cosmo, e consente allo sguardo di intravedere le inafferrabili profondità di ciò che non è ancora nato”.

 Titolo: Corpo riflessione immagine
Curatore: Simonetta Putti, Ferdinando Testa
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 200 pp., 21,00 €

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Sesso e "fiasco": la grande metafora corporea della difficoltà d’incontrarsi

Per poco che amiate con passione una donna o che la vostra immaginazione non sia esaurita, se ella è incauta al punto di dirvi una sera con aria tenera e interdetta: venite domani a mezzogiorno, non riceverò nessuno, non dormirete la notte per l’agitazione nervosa. In mille forme immaginiamo la felicità che ci aspetta, la mattinata è un supplizio; finalmente l’ora suona, e pare che ogni colpo dell’orologio vi batta sul diaframma. Vi avviate verso quella via palpitando, non avete la forza di fare un passo: intravedete dietro la persiana la donna che vi attende: salite facendovi coraggio … e fate fiasco”. Meno male c’è la letteratura a cui chiedere aiuto per trattare argomenti che sono spine. Stendhal nel trattato De l’amour del 1822, ci ha raccontato l’ansia da prestazione appropriandosi della parola italiana “fiasco”. Pure alla letteratura hanno fatto riferimento i sessuologi riuniti a Roma al convegno “Impotenza maschile, femminile e di coppia” organizzato da Gennaro Scione direttore dell’Arpci (Associazione per la Ricerca in psicoterapia cognitivo-interpersonale) e dell’Accademia italiana di sessuologia. A parlare per prima di impotenza maschile in letteratura come ha ricordato Giorgio Rifelli (Responsabile servizio sessuologia clinica, università di Bologna), è stata una donna, la duchessa  Claire de Duras nata Kersaint nel romanzo Olivier ou le secret, scritto nel 1821 e pubblicato solo nel 1971: tanto ritardo vorrà pur dire qualcosa. Il segreto di Olivier era l’impotenza.

La citazione letteraria più inflazionata in tema è tratta però dal Bell’Antonio di Vitaliano Brancati per il quale l’impotenza è una disgrazia: “Domineiddio mi manda la disgrazia più cattiva, più nera, più velenosa che si possa mandare a un uomo”. Rifelli ha osservato che il modo di nominare le cose sottende una cultura e fa la differenza: “Impotenza è termine ereditato dalla lingua latina e dall’uso che ne ha fatto il codice di diritto canonico per classificare tutte le forme di difficoltà che impedivano di consumare il matrimonio e lo facevano considerare nullo”. Oggi si parla di disfunzione sessuale.  A definire come, quando, quanto siamo impotenti o disfunzionali, (maschi, femmine, mutanti), non sono solo le parole che si scelgono ma anche le teorie di riferimento. Nel corso del convegno si sono confrontate almeno tre teorie. Grazia Attili (professore ordinario di Psicologia sociale presso l’università La Sapienza di Roma), ha fatto riferimento alla teoria dell’attaccamento elaborata dallo psicoanalista britannico John Bowlby: tutto si spiegherebbe in base alla relazione con la madre, ai modelli operativi interni che ognuno di noi va sviluppando, alle credenze e aspettative che plasmano le relazioni successive, specie con un partner. In base alla tipologia materna l’individuo sceglie inconsapevolmente su che binario viaggiare: sicuro, ambivalente, evitante, disorganizzato. “La teoria dell’attaccamento – ha voluto sottolineare Grazia Attili – è una teoria scientifica e si basa su evidenze empiriche. L’attaccamento è l’esito dell’ambiente e dell’interazione madre-bambino”. Ecco allora che apllicando questo modello, “i partner si scelgono sulla base dell’attivazione del sistema dell’attaccamento e l’insicurezza nell’attaccamento provoca come effetti disturbi sessuali, rappresentazioni mentali di sé e degli altri che si intersecano con quelle del partner”. Neutralizzare una bomba a idrogeno è più facile. Fatto sta che “i sintomi in ambito sessuale sono sintomi di un disagio nella relazione”. Cara madre a causa tua si può avere o troppa paura dell’abbandono o terrore dell’intimità: persino d’essere sminuzzati, triturati a chissà quanti watt. In tal caso accade che le donne evitanti arrivano a “un comportamento che impedisce l’attecchimento degli ovuli. È una strategia inconsapevole per mantenere le distanze”.

Secondo Giorgio Rifelli (medico e psicoterapeuta, responsabile del Servizio di Sessuologia del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, docente di Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale presso la Facoltà di Psicologia della stessa Università), “tutte le patologie della sessualità sono patologie dell’aggressività”. Persino predatoria. Fondamentali sono le categorie culturali e quindi lessicali in cui sono inserite le malattie o per meglio dire i sintomi. L’uomo con disturbi sessuali è stato tradizionalmente definito impotente “perché a lui spetta il compito di prestare efficienza”; la donna invece è stata etichettata frigida perché per cultura lei deve essere accogliente in tutti i sensi ed elargire sensibilità. Ma poiché “le culture producono le loro malattie, la nostra sintomatologia è diversa  da quella conosciuta fino a una ventina di anni fa”. Ecco allora “uomini che raccontano un vissuto di frigidità, non hanno desiderio, non provano piacere e rompono gli schemi”. Di eiaculazione precoce invece si è iniziato a parlare solo quando “è emersa come legittima la possibilità che la donna potesse provare piacere”. Fatto salvo che si tratta di patologie dell’essere, non del fare o del sentire, in mancanza di una rappresentazione linguistica idonea, a parte i tecnicismi del gergo medico, Rifelli ha proposto una sua formula a spiegarle: “Incapacità di essere uomo o di essere donna che può nascere dalla reale o presunta compromissione di uno, di alcuni, di tutti i momenti biologici della sessualità che definiscono la virilità o la femminilità in un determinato contesto socioculturale”. Spesso non si tratta di malattie ma di sintomi che si manifestano anche se la sessualità è disgiunta dall’affettività.

Infine la teoria sistemica a cui si è riferito Carmelo Saccu (neuropsichiatra e psicoterapeuta, già professore associato di neuropsichiatria infantile, responsabile settore di terapia familiare) mira a integrare la psicodinamica con altri sistemi di pensiero  per gestire la complessità umana e sviluppare da sessuologi modelli terapeutici altrettanto complessi, capaci di affacciarsi oltre la genitalità. La sessualità è metafora di conflitti profondi, resta fondamentale la rivelazione freudiana che l’io si tiene in equilibrio sulla sommità di un iceberg, tutto il resto è sommerso. Saccu ha anche aggiunto che spesso quel che succede in una relazione non ha a che vedere solo con la storia delle due persone ma con la storia bigenerazionale o trigenerazionale. Dimentichiamo insomma, teoria della collusione a parte, che vagano fantasmi anche dove la casa sembrerebbe illuminata a giorno. L’auspicio emerso è di cercare non solo di far coesistere ma di integrare modelli anche lontani, non essere rigidi nell’applicare da terapeuti il proprio modello di riferimento e soprattutto non credere di avere in tasca verità assolute (talvolta neanche noccioline), intendere in maniera socratica la psicoterapia quale via di comprensione e relazione con il disagio dell’altro. Assecondando questa impostazione, vale l’avvertenza del filosofo Emil Cioran sulla malattia in genere: “La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla profondità, ci condanna a essa.  Il malato? Un metafisico suo malgrado”.

Fiabe sulla morte per imparare a vivere

“Perché noi siamo solo guscio e foglia. La grande morte che ciascuno ha in sé è il frutto intorno a cui tutto si svolge”: nei versi del poeta Rainer Maria Rilke (Il libro della povertà e della morte), c’è tutto il nucleo autentico del nostro esistere. La vita è a ogni istante creazione o dono della “grande morte” e andrebbe plasmata in base a questi presupposti. Tempo fa c’è l’ha ricordato con espressioni inequivocabili il filosofo Martin Heidegger: essere nel mondo è “esser per la morte”; “la morte sovrasta l’esserci”. Stanti tali premesse, si dovrebbe aprire le porte alla coscienza anziché rimuovere la finitezza come il nostro mondo di apparenze fa. Fiabe e sogni, come sempre, manifestano questioni ontologiche fondamentali. Due fiabe dei fratelli Grimm, in particolare, Il compare e Comare morte (nell’interpretazione del teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann, pubblicata da Magi editore) danno risposte diverse allo stessa questione. Nella prima fiaba, un uomo ha tanti figli e non trova chi faccia da padrino all’ultimo nato. Sogna che deve accogliere come padrino il primo che incontra per caso. Obbedisce al sogno: un forestiero gli regala una boccetta d’acqua magica. Da quel momento scopre che può guarire i suoi simili, ma a partire dalla visione della morte che gli è concessa avere: se la morte è al capezzale del malato lo potrà guarire; se invece ai suoi piedi, nulla potrà fare. Per due volte l’uomo guarisce un principino, ma alla terza non può più salvarlo: la morte è ai piedi del bambino pronta a portarlo via. L’uomo allora decide di far visita al suo compare per raccontargli l’accaduto e scopre che ha due lunghe corna e scappa terrorizzato. In Comare morte c’è ancora un uomo che alla nascita del tredicesimo figlio, cerca un padrino. Stavolta non si affida ai sogni per trovarlo ma va in strada. Incontra il “buon Dio” ma l’uomo lo rifiuta per compare perché è il Dio dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza sociale. Si propone il diavolo: rifiuta ancora perché è ingannatore. Arriva un terzo personaggio: “sono la morte che fa tutti uguali”. Stavolta l’uomo accetta. La morte fa da madrina di battesimo del figlio e per regalo lo farà diventare un medico famoso. Stavolta la morte gli dona un’erba che può guarire i malati, ma ancora una volta solo se è lei a concedere di guarirlo. Il giovane diventa “il medico più famoso di tutto il mondo”. Si ammala un re e la morte è ai piedi del letto: il medico vuole imporsi, cerca di ingannarla e volta il malato cosicché la morte si trova alla sua testa e il re guarisce. La signora nera è leggermente risentita. Si ammala la principessa, di cui il medico si innamora tanto è bella. Di nuovo il medico ricorre al suo trucco per salvare la ragazza. Ma la morte defraudata per la seconda volta, se lo prende e lo porta in una caverna sotterranea e gli mostra migliaia e migliaia di candele, grandi, medie, piccole; alcune ardono, altre si spengono, qualcuna si riaccende. Le candele sono le vite umane. Il medico implora la madrina che riaccenda il suo moccolo flebile; lei finge di esaudire la sua richiesta ma il moccolo si spegne e il medico cade a terra finito.

Queste fiabe, dietro la loro apparente vaghezza, allusività simbolica, sono invece precise parabole sul mestiere del medico, sul concetto di guarigione e sulle vere proporzioni tra vita e morte. Nella prima, l’uomo non viene esplicitamente definito medico; nella seconda sì. Nella prima l’uomo diventa medico a partire da un sogno: per vedere bisogna affidarsi al fratello della morte, il sonno e il processo onirico, come fa la psicoanalisi. Il  medico come lo sciamano, come il guaritore può e dovrebbe essere un “dio vestito di bianco” a condizione però che riconosca la giusta costellazione della morte, la sua posizione rispetto al malato e il suo essere la regina del mondo. Il medico è figlioccio della morte perché sa e vede che è incessantemente presente: la cura altro non è che una proroga  che lei concede. La “grande morte” di Rilke cresce e matura con noi e dentro di noi fino a che il guscio si rompe. Nella prima fiaba, tuttavia, il medico non sopporta la visione della fine del principino nel fiore degli anni, e quando la morte glia ppare in forma di caprone, atterrito scappa. Non può reggere la verità nuda e cruda. Può vivere solo dimenticando. In Comare morte, invece, all’opposto il medico si ribella alla morte e cerca di ingannarla. Non si affida alle visioni, ma alla ragione e da medico “ateo” ignora il buon Dio come il diavolo. Sceglie pur sempre come madrina la morte perché è con lei che vanno fatti i conti. Ma l’erba di cui dispone non è una pozione magica. Possiede solo e soltanto una forza che gli è concessa in prestito per breve tempo. Commenta Drewermann: “Noi esseri umani non siamo altro che esistenze in prestito. Nessun medico sarà in grado di modificare questo elemento centrale della nostra povertà; anzi un medico sarà tanto migliore quanto più accetterà di guardare ciò che è immutabile”.

Il medico della seconda fiaba, reso tronfio dal successo e dalla fama, supera i limiti del suo agire. Diventa figlioccio disobbediente. In nome della responsabilità (verso il re) e dell’amore verso la principessa, amore che fa vedere il lato malvagio e oscuro della morte, riesce a  prolungare la loro permanenza sulla terra. Ma cerca di ottenere qualcosa che non potrà mai ottenere: l’immortalità dell’esistenza individuale. L’agire del medico è legato a filo doppio a ciò contro cui combatte: l’eterno gioco di costruzione e distruzione che è legge di natura e sola permette che il mondo continui ad esistere. L’amore però lo trasforma: non è più il medico distaccato, smette “di recitare la farsa del servizievole gregario della morte”, diventa umano, vulnerabile, compassionevole. Non possiamo pensare allora che la fiaba sia solo una parabola moralistica deprimente in cui la morte lo punisce perché se l’è cercata. Orfeo va nel regno delle ombre per strappare la sua amata Euridice al buio eterno. Che il destino vada dove vuole o deve. Intanto scegliendo l’amore il medico si trasforma da figlioccio della morte in servitore dell’amore, in una persona vera.  Quando tocca a lui, sembra che le conquiste interiori fatte svaniscano: la paura della morte fa sì che desidera solo che la vita gli sia prolungata a qualunque prezzo. Il finale della fiaba “lascia aperte molte più questioni di quante ne risolva”. La nostra cultura duale ci  insegnato a considerare la morte un’avversaria, la nemica. Queste fiabe ci invitano a vederla come una realtà costante. Imparare a vivere è imparare a vivere con la morte, “assumerla come maestra abbandonando la presa sulle cose”. Considerare la vita “un favore immeritato finché dura”. Recita il finale di una poesia degli indios: “siamo diventati erba di primavera, arriva, vibra, mette i boccioli. Il nostro cuore, il fiore del nostro corpo., apre un paio di foglie; poi si spegne”.

Dedicato a James Hillman, psicoanalista, filosofo e poeta dell’anima

 

Titolo: Il compare-Comare morte-Ucceltrovato.
Un’interpretazione delle fiabe dei fratelli Grimm sulla base della psicologia del profondo
Autore: Eugen Drewermann
Editore: Ma. Gi.
Dati: 2007, 95 pp., 16,00 €

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La gatta: solo il femminile redento permetterà un’altra storia umana

Perché mai una imperatrice che soddisfa una “innocente” voglia da gravida che non sa di esserlo e mangia una mela (frutto assai pericoloso a quanto pare) deve subire la maledizione niente meno che della madonna tra le madonne, la madre di Dio? E perché sua figlia a 17 anni, nel fiorire della vita, per effetto di quella maledizione deve trasformarsi in una gatta, finché un principe non la salvi tagliandole la coda ma soprattutto la testa? Che storia è mai questa? In effetti la fiaba in questione che si intitola La gatta ed è di origine romena è  quanto mai intricata, strampalata, dal senso inafferrabile o sfuggente. Una rete di simboli da restare ebbri  o far naufragio nell’assioma che tanto è proprio il genere di narrazione a essere senza capo né coda. Nell’interpretazione della psicoanalista Marie Louise von Franz, tra le allieve più famose di Carl Gustav Jung, quindi analista e didatta junghiana di indiscussa fama, tutto diventa accessibile, evidente.  Si scopre che le fiabe sono tra le danze predilette dagli archetipi, indicano l’iter della psicologia tanto individuale che collettiva verso la redenzione intesa come integrazione degli opposti, e qui nello specifico liberazione del principio femminile oppresso da un mondo patriarcale. Il volume che si intitola come la fiaba, La gatta (ristampato quest’anno dalla casa editrice Magi) era stato concepito nel 2008 in occasione del decennale della morte dell’analista ed è la trascrizione di uno dei leggendari seminari da lei tenuti presso l’istituto Jung vicino a Zurigo.  Marie Louise fu studiosa di fiabe e  come spiega nell’introduzione,  interpretarle non è  sterile né lambiccato passatempo ma esercizio volto a “trattare il materiale archetipico, a identificarlo, a conoscerne la profondità”; materiale a uso terapeutico, essendo gli archetipi immagini dell’inconscio individuale e collettivo, altrimenti rintracciabili nei sogni, nelle visioni, nella pratica dell’immaginazione attiva. La questione è interpretarle senza proiettare dati personali e cercando di aderire a un criterio di obiettività.

La fiaba in questione, trascritta integralmente nel libro, si è capito che è assai bizzarra: in un regno un imperatore e la moglie sono  tanto ricchi ma non hanno figli; in un altro un imperatore è senza moglie, ha tre figli, si ubriaca. Nel primo regno, l’imperatrice parte, arriva a un giardino dove si sa che abita la madre di Dio, mangia una mela d’oro, si accorge di essere gravida ma la Madonna scaglia la sua maledizione. Nell’altro regno, l’imperatore vedovo e alcolista si vuole liberare dei figli e li sottopone a prove iniziatiche: portargli un tessuto di lino così fine da  passare, quasi secondo modalità biblica, dalla cruna di un ago.  Tanti rivoli simbolici si dipartano dalla struttura portante della fiaba. Fatto sta che solo quando uno dei tre figli giunge al regno della gatta, solo dopo avere assecondato la sua richiesta tagliandole la testa, la maledizione è sciolta e avviene la grande trasformazione. Che non è l’happy end di semplicistiche proiezioni personali. Maria Louise ha la capacità di farci entrare nel vivo della faccenda con interpretazioni rigorose attraverso una scrittura lineare ma mai fredda, al punto che indulge anche su aneddoti della propria vicenda umana o su ricordi di Jung. È un libro da ascoltare, da leggere per calarlo nel reale (secondo l’auspicio di Anima).

Da una parte c’è un regno dove la componente femminile è sterile; dall’altra un regno dove è del tutto assente. Cosa accade in società  e individui che rendono sterile o estromettono del tutto la componente femminile? E se si impone una mascolinità solo di un certo tipo? Una questione attuale che riguarda la storia politica, sociale, individuale. Mai in nessuna fiaba, annota von Franz, si è vista una madre di Dio tanto risentita al punto da comportarsi come una fata malvagia, una strega che fa  cadere una maledizione feroce sulla puerpera e sulla nascitura. Accidenti, che caratterino! Un saggio nel saggio spiega come si andò perfezionando il culto mariano nella cristianità e quanto questa ideazione risalga probabilmente al Medioevo e capti “un processo nell’inconscio collettivo ancora in atto”. La Madonna porta l’Ombra del Femminile che non ammette che una donna mangi una mela da un giardino pur sempre edenico e attinga consapevolezza. Marie Louise traccia anche una interessantissima storia del gatto nella mitologia seguendo il tracciato che dagli egizi che lo consideravano sacro, divino, medium tra l’immanente e il trascendente, conduce fino alle miserabili degenerazioni del cristianesimo che fa del gatto animale diabolico e stregonesco in corrispondenza con “la rimozione patriarcale dell’Ombra femminile”. Un processo che coincide da parte della Chiesa con la repressione dell’amor cortese, la promozione del culto della Vergine per sopprimere l’individualità della donna e relegarla a fantoccio di misura, pazienza e buone maniere. Il gatto rappresenta quindi l’aspetto in ombra della vergine Maria, il senso dell’individualità e l’indipendenza del femminile che atterrisce. Quando il principe dopo innumerevoli prove riesce ad arrivare al palazzo della gatta  si compie la coniuctio: “la gatta esprime il principio dell’amore che accetta l’eroe e le sue qualità maschili; e questi, in qualità di principe, rappresenta l’emergere di una nuova forma di coscienza maschile, accettata ora e abbracciata dal femminile”.

Ultimo passaggio indispensabile: l’eroe deve tagliare la testa e la coda alla gatta perché sia liberata dalla maledizione. Per liberare e  umanizzare l’Anima gatta  si devono quindi estirpare due opposti: la coda, il lato animale, le reazioni istintuali, e  la testa, polarità divina quanto emblema di una ragione sterile, gli aspetti sub e quelli sovraumani. Questo processo non è dato nella vita reale in forma di lieto fine ora e per sempre. Si nutre di oscillazioni, slanci in avanti e ritirate difensive. Un pericolo incombe più di altri: il rischio di regressione a cui si è sempre esposti. Ecco perché il vecchio ordine va mandato alla malora se si conquista l’individuazione sulla via della consapevolezza. Per far questo, a volte, non c’è che la ghigliottina.

 

 

Titolo: La gatta. Una fiaba sulla redenzione del femminile
Autore: Marie-Louise von Franz
Editore: Ma. Gi.
Dati: 2008, 132 pp., 14.00 €

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Edipo è morto: viva Edipo ma lunga vita a Telemaco!

“La morte del Padre toglierà alla letteratura molti suoi piaceri. Se non c’è più un Padre, a che raccontare delle storie? Ogni racconto non si riconduce forse all’ Edipo? Raccontare non è sempre cercare la propria origine, dire i propri fastidi con la legge, entrare nella dialettica dell’ intenerimento e dell’odio? Oggi si chiude con l’Edipo come col racconto: non si ama più, non si teme più, non si racconta più”. Preoccupazioni e dilemmi lungimiranti di Roland Barthes (saggista, critico e semiologo francese) che ben si adattano al clima attuale. Sembra dargli implicitamente una risposta, più che letteraria esistenziale tout court, Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, il cui ultimo saggio Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna ha avuto grande risonanza mediatica. Recalcati in una sequenza di interviste a cura di Francesco Bollorino, psichiatra anche lui, ideatore di psychiatry on line, sito e ora anche canale video di grande interesse che raccoglie il pensiero dei più autorevoli indagatori dell’animo umano del nostro tempo in ambito psicoanalitico e psichiatrico, sembra rispondere davvero alle preoccupazioni di Barthes. Il padre ottocentesco, più autoritario che autorevole, è un personaggio quasi estinto e così Edipo e il suo complesso, spremuto fino a diventare relitto (vedi omonimo film di Woody Allen, datato 1989): posti a tutelare l’ordine e arginare le pulsioni, sembrano ormai retaggi di una cultura al tramonto. Edipo è scavalcato dal padre che non reprime l’incesto ma lo promuove per sé e lo vive.

Recalcati rintraccia una nuova figura di padre e in suo nome tiene a battesimo un nuovo complesso ispirato a un figlio altro, Telemaco. “Ho già in mente il titolo del prossimo libro, un’opera su Lacan – ha dichiarato Recalcati a Bollorino – Cosa resta del padre dopo il complesso di Telemaco”. Bell’idea, aggiornarsi, rivedere conflitti familiari alla luce del prosciugamento postmoderno di convinzioni e rigidità, coniare nuove espressioni linguistiche che condensano  malesseri generazionali e nel condensarli incanalano disturbi presunti, immaginati, vaganti nell’aria. Dare nome alle cose, forma ed espressione linguistica a ciò che non è affiorato alla coscienza, è già liberarsene o almeno attutire i mali. Diciamolo: siamo nostalgici di Edipo, il perverso polimorfo freudiano, perché sulla scia della sua veemenza autodistruttiva abbiamo realizzato i nostri capitoli migliori e anche i peggiori della nostra storia individuale. Inoltre, nel nome di Edipo abbiamo assaggiato e gustato le migliori pagine di una letteratura immarcescibile. Come non ricordare la lettera al padre di Franz Kakfa? “Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto”.

Siamo stati testimoni leggendo questa lettera della potenza spaventosa di una figura archetipica e simbolica strettamente collegata alla Legge assoluta e imperscrutabile. Quel padre è entrato nel  nostro destino, è diventato parte del nostro sangue, ha agito in noi contro di noi. È il padre che molti di noi riconoscono sia pure in modalità perverse: non conoscendolo o disconoscendolo, per strani giochi del destino. Il padre che è presenza assoluta e schiacciante in quanto ad autorità  precostituita, coercitiva e violenta, e insieme è assenza suprema, il grande assente, non solo e non tanto nella concretezza dei giorni e delle ore, ma anche nella incapacità di sintonizzarsi con la vita emotiva del figlio permettendo che affiori la linfa vitale che cova dentro come fosse una vergogna.  Da che Gesù morendo sulla croce invoca il padre, (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?), la storia dei rapporti tra padri e figli è stata una vicenda all’insegna della passione e del patire l’abbandono, la privazione.  Ma quanti inetti, trafitti dal senso di colpa e dall’impossibilità di aderire al proprio nucleo e vivere la propria vita, ha creato il padre padrone nel XX secolo con i suoi scatti. Basti pensare al famoso schiaffo che il padre prima di morire dà a Zeno Cosini (La coscienza di Zeno, di Italo Svevo). Uno schiaffo (“io divenuto il più debole e lui il più forte”) che ha tramortito o nel senso della resa o in quello della opposizione estrema sfociata nell’autodistruzione, più di una generazione.

Tra Lacan, il complesso di Telemaco oggetto del prossimo libro di Recalcati e il presente c’è, se le coincidenze non lo sono che di nome, una testimone eccellente, la figlia di Lacan, Sybile. Un padre, è il titolo di un suo libro pubblicato nel 1993 in cui lo definisce padre intermittente, in filigrana e racconta: “Quando sono nata, mio padre non c’era già più. Potrei anche dire che, quando sono stata concepita, era già altrove, di fatto non viveva più con mia madre. Un incontro in campagna, tra marito e moglie, quando tutto era finito, è all’origine della mia nascita. Sono il frutto della disperazione, qualcuno dirà del desiderio, ma io non ci credo. Perché dunque provo il bisogno di parlare di mio padre mentre è mia madre che ho amato e continuo ad amare anche dopo la sua morte, dopo la loro morte?”. La galleria di figli famosi menomati da padri assenti potrebbe essere lunga. Ma l’intento non è fare un necrologio o una successione di necrologi né lacerarsi le vesti per la scomparsa del Padre, ma limitarsi a registrare l’accaduto. Al “parricidio” compiuto da una cultura nichilistica molto attiva nel ‘68, ha contribuito però la stessa psicoanalisi. Recalcati lo racconta nelle interessanti conversazioni.

I fondamenti sono sprofondati. Il cielo sopra le nostre teste è vuoto, diceva Sartre, oppure come mostra Moretti nel suo ultimo film, Habemus Papam, il balcone del grande padre secondo solo a dio è vuoto. Il papa è terrorizzato, piange come un bambino. Osserva Recalcati: “La psicoanalisi ha contribuito molto al declino irreversibile dell’Edipo”. Pensiamo ai cosiddetti “maestri del sospetto”, la triade Marx, Freud, Nietszche che mette fine al mito dell’ideale e “alla maschera dell’ideale sotto la quale non c’è niente, eccetto le pulsioni refrattarie a un ordine normativo”.  È la psicoanalisi che conia l’Edipo e intanto incrina il mito del padre come fulcro della famiglia, fulcro sociale e normativo, dio in terra. Contribuisce fortemente “alla decostruzione del mito del fondamento”,  però nel frattempo dice: per fare a meno del padre bisogna servirsene. “Questa è la formula con cui Lacan condensa i rapporti  della psicoanalisi con la post modernità”. Se il fondamento non è più dato dal nome del padre, non c’è più un grande altro, granitico, che dà ragione della comunità come si abita il mondo?  “Se non ci si serve più del padre per farne a meno, si rischia di perdere la dimensione del limite, della soglia, la dimensione fondamentale della psicoanalisi, la castrazione”. Non si può più reintrodurre la vecchia autorità paterna, ma “qualcosa deve pure funzionare come nome della castrazione perché se non c’è nome della castrazione non c’è possibilità della comunità”.  Lo vediamo e lo viviamo: in questo è il rischio del postmodernismo. Si pone quindi il problema di aprire nuove vie di ricerca in forme creative,  non solo  in ambito letterario assecondando le preoccupazioni di Barthes, per raccontare questo tempo. Da che il padre se ne è andato o è stato ucciso, di mutazioni ce ne sono state tante. In società altre,  il fondamentalismo ha tentato di ripristinare il padre titanico o la sua immagine. In Italia, il berlusconismo è stato la risposta allo screditamento dell’ideale, attraverso  un uso “pubblicitario tattico, post ideologico”’ e la proliferazione dell’immaginario per il  venir meno di attrattori simbolici .

“Il godimento proposto come nuova legge morale, è il nuovo comandamento  sociale. Non vale più il sia fatta la tua volontà, ma la mia dell’io”.  Questa volontà di godimento si afferma e si espande perché è stata del tutto scissa la libertà dal principio della responsabilità che esiste invece nella vera cultura liberale.  La massa si riunisce intorno al leader non perché rappresenta una meta o propone un senso sia pure delirante, ma in quanto luogo del godimento, concentra “l’eccesso pulsionale che non solo non si deve castrare, ma può essere ragione di esistenza”. In tanto scatenamento pulsionale, nessuna confutazione razionale ha presa, (vediamo i dibattiti cosiddetti politici), non esiste verità e neanche menzogna, il principio del camaleontismo permea di sé l’agire, tutto si può rendere vero senza avere sensi di colpa o vergogna. In questo oceano di voragini, vertigini, perversioni, si inizia a scorgere, malgrado la precarietà dell’appoggio tellurico e il visibile disorientamento, una nuova figura umana: Telemaco. Chi è? Colui che combatte lontano e comincia  a guardare lontano sulla base di un’assenza che sconta da sempre. Colui che interpreta il bisogno del padre in maniera non psicotica perché non cerca un padre titanico. “Aspetta il padre che non ha mai conosciuto e guarda il mare”. Il padre non più visto come antagonista e rivale ma essere umano che è esempio perché ha attraversato mille peripezie, ha scontato ma anche rafforzato la sua umanità. “Siamo tutti un po’ Telemaco, aspettiamo il padre. Guardiamo il mare”.  Ci piacerebbe arrivasse un novello Ulisse, un eroe normalissimo, un essere umano capace di assumere su di sé “la responsabilità di educare i propri figli senza rivendicarne la proprietà e di mostrare loro che l’esperienza del limite non uccide il desiderio, casomai lo alimenta”.

D’altra parte l’Ulisse di cui parla James Hillmann e già immortalato da Alberto Savino nel testo teatrale Capitan Ulisse, è un navigatore errante, un antieroe che spesso preferisce mangiare che combattere e simula la pazzia per evitare di andare in guerra. Scrive Savinio: “Ciò che ha enormemente nuociuto al buon nome di Ulisse è la qualifica di EROE che l’anagrafe della storia ha stupidamente collocato davanti al suo nome. Eroe e Ulisse; queste due antinomie non combaciano se non nei documenti ufficiali, nei testi interpolati da quaranta secoli di incomprensione. A Ulisse manca il requisito essenziale dell’eroe: l’intelligenza del bue come pure il daltonismo prospettico connesso con le facoltà di questo mammifero superiore… Eroe ha per noi il significato corto e rumoroso di uno sparo di bombarda. Al tempo in cui Ulisse era tra la gioventù e l’età matura, il valore di eroe non superava quelle onorificenze che toccano d’ufficio a chi ha raggiunto la debita anzianità. Gli eroi di Omero erano qualcosa fra il Commendatore e il Cavaliere della Legion d’Onore. Potevo lasciare a Ulisse un naso di cartone e un abito da carnevale? Era necessario riportare il Commendatore Ulisse alla sua statura naturale.”

Il Telemaco Stephen Dedalus di Joyce nel cognome porta traccia del labirinto che è in sé e non si rifugia nel sentimentalismo per giustificare la propria condotta. Dice Joyce: “Il sentimentale è colui che vorrebbe godere senza addossarsi l’immensa responsabilità della cosa fatta”. Il suo Telemaco-Stephen, invece dice: “la storia è un incubo da cui sto cercando di destarmi”.  Se li ruoli sono rovesciati, forse ora è Telemaco ad attendere il ritorno del padre prodigo. Accogliamo con gaudio allora il  “nuovo” complesso psichico se può essere un’opportunità  di liberazione dall’incubo di questa storia, tra un padre incestuoso e un modello di vita senza limiti.

 

Titolo: Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna
Autore: Massimo Recalcati
Editore: Raffaello Cortina Editore
Dati: 2011, 189 pp., 14,00 €

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Ripulite l’albero genealogico se volete un ramo tutto per voi dove cinguettare in pace!

Poiché i padri hanno mangiato l’uva, i denti dei figli si guasteranno e non si conteranno le sedute dal dentista. Scherzi a parte, le colpe dei padri ricadranno sui figli: è la Bibbia a informarci. E non si smaltiranno in breve tempo. Secondo il testo sacro, saranno vessate almeno 7 generazioni; l’induismo ne conta 9; gli antichi testi cinesi addirittura 11. Già solo il pensiero ci tramortisce, almeno da che l’Antico Testamento ha fissato il principio in un verso del libro di Geremia e lo ha trasmesso alla vulgata comune. Nel libro di Ezechiele, invece, si cambia drasticamente musica: ciascuno sarà giudicato in base alle proprie azioni. Ma insomma, siamo liberi o condizionati? Il prodotto di una lunga catena di eventi o delle nostre scelte individuali? Non si sta qui a tentare l’esegesi biblica, solo a dire che il dilemma tra destino e libero arbitrio, predestinazione e libertà, è antico, attanaglia da sempre il pensiero filosofico e religioso, le culture umane. Con Anne Ancelin Schützenberger, ‘inventrice’ della psicologia transgenerazionale, oggi 92 enne,  la psicologia dà ragione a Geremia (da lei citato nei suoi studi) e scarta Ezechiele: i morti condizionano i vivi, i vissuti familiari si trasmettono, li ereditiamo come e più dei tratti fisici e somatici, ci costringono alla ripetizione finché non ne prendiamo coscienza, li assimiliamo e ce ne liberiamo.

È stato da poco pubblicato in Italia Psicogenealogia, seguito e completamento de La sindrome degli antenati (entrambi  per opera dell’editore Di Renzo), frutto di una vita di ricerca, studio, ma soprattutto esperienza clinica diretta della Schützenberger con centinaia di migliaia di pazienti.  Da entrambi i libri affiora un concetto fondamentale: un qualche equilibrio interiore e il senso della propria vita non si raggiungono solo e soltanto, ammesso che ci si riesca, dirimendo i conflitti tra Es e Super Io, l’io in mezzo a tentare di fare da mediatore, secondo l’impostazione psicoanalitica classica. Ancelin invita a scovare altrove, negli armadi di casa, l’origine dei propri mali: naftalina (se ancora è in uso) e antitarme a parte, si potranno scoprire scheletri o fantasmi di famiglia ben custoditi o nascosti, ma attivi in noi; segreti, tabu, polveri non sottili di tante cose rimosse, non dette, mai confessate eppure mai decadute, anzi rimaste sempre in circolo, che si riattivano nel vissuto di ogni generazione in forma di coincidenze, malattie gravi, morti premature, ma anche innocui episodi analoghi che si ripetono nella scala  della discendenza. Segno che l’albero, il nostro albero genealogico, sovraccarico, intasato, inquinato, va ‘ripulito’. Agostino d’Ippona, citato da Anne, scrisse che ‘i morti non sono assenti, sono esseri invisibili’.  Ecco, nel ripostiglio di casa si agita l’inconscio familiare che ci costringe, secondo questa linea di pensiero, a prendere atto di un universo parallelo dove le dimensioni di tempo e di spazio non sono solo quelle della realtà apparente. Il funzionamento dell’inconscio e della memoria sembrano sfuggire alle convenzioni e mostrarci legami longitudinali nel tempo e nello spazio che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale. Conoscere la propria storia familiare e coltivarne la memoria, diventano parte fondamentale di ogni processo terapeutico o percorso esplorativo di chi è alla ricerca di sé. Del vero sé.

Chi è Anne Anceline Schützenberger? Classe 1919, parigina d’origine alsaziana, è figura fondamentale della psicologia del ‘900. Di formazione freudiana, allieva di Francoise Dolto in Francia, è stata in America una delle prime allieve di Moreno, (padre dello psicodramma, dei metodi attivi, del concetto di atomo sociale e di tecniche come il sociogramma). Ha lavorato a fianco di Carl Rogers, Margaret Mead, Gregory Bateson, ha risentito della lezione del gruppo degli antropologi di Palo Alto. Teorica e clinica, psicosociologa, analista di gruppo e psicodrammista con esperienze internazionali di grande rilevanza, oggi è professore emerito di psicologia all’università di Nizza. Anne è conosciuta soprattutto  perché fondatrice della psicogenealogia o psicologia transgenerazionale: per lei scienza e arte insieme, disciplina e metodo sviluppati dagli anni ’70 che approcciano le malattie sia fisiche che mentali a partire dallo studio della storia familiare.  Per Anne guarire è mettersi in condizione di vivere la propria vita liberandosi di pesanti eredità psichiche. Attraverso la tecnica del genosociogramma da lei sviluppata (la costruzione dell’albero genealogico fatta dal  paziente con l’aiuto del terapeuta, non in base a ricerche ma in base alla memoria perché conta il modo in cui vengono percepiti i legami più che la loro trascrizione oggettiva), si può portare alla luce l’eredità psichica (traumi, problemi, disagi) che ci è stata trasmessa da antenati, nonni, genitori. In ‘Psicogenealogia’ si legge che le ricerche fatte negli anni ’60 dalla psicoanalista americana Josephine Hilgard  negli ospedali psichiatrici della California, hanno definitivamente dimostrato la reale esistenza della ‘sindrome da anniversario’: la ripetizione degli stessi  sintomi per tre e più generazioni come per ‘contagio mentale’. D’altra parte, la componente genetica talvolta da sola non basta a spiegare l’insorgere di malattie psichiche e fisiche. Come si trasmette allora questa eredità familiare?  Per via inconscia, naturalmente. E sul modo di attivarsi dell’inconscio ci sono diverse ipotesi: di madre in figlio, tramite il cordone ombelicale, di padre in figlio. Anne racconta molti casi clinici ne ‘La sindrome degli antenati’, e in ‘Psicogenealogia’ propone una metodica rigorosa per una clinica psicogenealogica. Secondo questa impostazione, il nostro grado di libertà è molto inferiore a ciò che pensiamo. A volte la nostra vita è ‘marchiata’ ancor prima della nascita; fin dalla scelta del nome, si determina il destino di un bambino. Come e perché si porta avanti una gravidanza, è un capitolo a parte.

È tra le suppellettili di casa che si dipana la questione cruciale, il perché di sofferenze che invalidano la vita psichica. Magari sotto  la panca custodiamo sogni  imposti dal sistema di valori familiari, sociali, culturali, che non ci appartengono. Viviamo decentrati. Sopra la panca,  cerchiamo il ‘romanzo’ che dipani un senso, ci indichi la via d’uscita dal labirinto della nostra vita, dal cruccio che fa da sottofondo ai nostri giorni. Anne ci strattona: dimentichiamo o ignoriamo che è la nostra vita il vero romanzo che dobbiamo imparare a leggere. Siamo noi i personaggi centrali se ci apriamo alla conoscenza.  Interpretiamo in forme inconsapevoli il ruolo che la famiglia, la miscela biologico-affettiva di cui siamo fatti, ci ha assegnato.  Scrive Musil ne ‘L’uomo senza qualità’ citato ne ‘La sindrome: ‘occorre senza dubbio che gli individui siano ciascuno un’architettura a sé, affinché l’insieme che essi compongono non sia un’assurda caricatura’. Bisognerebbe trovare chi si è, capirlo per sottrarsi alla caricatura. In fondo, secondo la psicoterapeuta, noi esseri umani siamo tutti simili nei moventi fondamentali dell’esistenza: la paura di morire, la paura di non essere riconosciuti, quasi sempre agiti da conflitti generazionali, alle prese con la difficoltà a sottrarsi ai condizionamenti familiari per nascere a sé. L’approccio teorico e clinico di Anne è integrato perché sono riconoscibili e utilizzati più modelli. C’è il Freud che per primo osservò con una metafora efficacissima che emerge di ognuno solo la punta di un iceberg, mentre quasi tutta l’attività psichica si svolge in modo sommerso e inconsapevole. Ancora il Freud che in ‘Totem e tabù’ per primo individua una trasmissione di questa eredità: “Noi procediamo comunque dall’ipotesi di una psiche collettiva (…) facciamo sopravvivere per molti millenni il senso di colpa causato da un’azione e lo facciamo restare operante per generazioni e generazioni che di questa azione non possono avere avuto nozione alcuna. Facciamo proseguire un processo emotivo”. Quindi Anne fonda il suo metodo anche sulla nozione di inconscio collettivo di Jung, “sull’idea junghiana della trasmissione di generazione in generazione e della sincronicità o coincidenza delle date”. Da Moreno riprende l’idea del co-conscio e del co-inconscio familiare e di gruppo. Da Foulkes  l’idea di inconscio sociale e interpersonale nonché di matrice: siamo tabula rasa su cui si incidono le memorie di altri. Dallo psicoanalista di origine ungherese, Ivan Boszormeny-Nagi, riprende il concetto di ‘lealtà invisibile’, fedeltà inconscia ai nostri antenati. “C’è qualcosa in noi – scrive in Psicogenealogia – che ci spinge a ‘difendere’ la nostra famiglia e il suo modo di vivere e di pensare, a riprodurre il suo comportamento, qualunque siano i nostri consapevoli desideri di fare altrimenti. E se per prendere le distanze si agisce in modo contrario da come è stato fatto, e se i nostri genitori si sono comportati nello stesso modo, si ripete la forma di rivolta dei nostri nonni, si reagisce invece di scegliere e di agire. E il ciclo ricomincia”. Fare il contrario è anch’esso una forma di lealtà invisibile. Diventare adulti, tagliare il cordone ombelicale è emanciparsi da queste dinamiche. Di qui anche l’integrazione nel modello teorico di Anne delle nozioni di  ‘cripta e fantasma’ introdotte nel 1978 da due psicoanalisti freudiani, anch’essi di origine ungherese, Nicholas Abraham e Maria Torok, che lavorarono su pazienti che sostenevano di aver fatto qualcosa senza comprenderne i motivi. Per i due psicoanalisti il fenomeno si spiega ipotizzando la presenza di un fantasma, alla pari di un ventriloquo, che parla per loro, uscito da una tomba mal chiusa di un antenato, dopo un’onta subita, una morte precoce, qualcosa di non accettato. “Il fantasma è il lavoro nell’inconscio del segreto inconfessabile di un altro (incesto, crimine, nascita illegittima).

In questo quadro assai complesso, si inserisce la ‘sindrome da anniversario’, gia evidenziata dalla Hilgard: l’individuo è un’entità biologica, psicologica, ma anche psicosociale che risente delle regole codificate dal suo sistema familiare che diventano carne della propria carne. L’identificazione inconscia con un membro della famiglia fa sì che si arrivi a un processo di ‘incorporazione’: con una straordinaria coincidenza di date si replicano malattie, incidenti, morti, destini. “Ho avuto modo – racconta Anne ne ‘La sindrome’ – di notare numerosi casi di ripetizione , di incidenti, matrimoni, aborti, decessi, malattie e gravidanze, alla stessa età, lavorando su due-tre-cinque-otto generazioni (ossia esaminando 200 anni di storia familiare)”. Perché avviene tutto questo? La psicogenealogista ammette candidamente che non lo sa né può fornire una risposta: sono dinamiche che dall’ambito psicologico ci conducono all’ontologia e alla metafisica. L’investigazione dell’umano contempla l’imbarazzo del mistero e dell’ignoto. Certo è che esiste un gran libro dei computi familiari (debiti e meriti) ma persino razziali e culturali che spiegherebbe storie individuali e collettive. Resterebbero in circolo debiti,  ‘ingiustizie’ di cui se non si pone riparazione  ripulendo l’albero genealogico restano nelle generazioni tracce fisiche e psichiche: bizzarrie comportamentali, atti mancati, incubi.  “É  èvidente che certi tra noi portano in sé delle cripte, come delle tombe dove avrebbero nascosto dei morti mal sepolti, mal morti, sotterrati con dei segreti indicibili per i loro discendenti, o delle morti ingiuste (morti premature, assassini, genocidi)”.  Tra gli innumerevoli esempi citati, suggestivo il cosiddetto trauma da vento di proiettili: durante la terribile ritirata di Russia del 1812, i chirurghi di Napoleone constatarono l’esistenza di uno shock traumatico nei soldati che avevano sfiorato la morte e sentito passare il vento dei proiettili. Le conseguenze di questo shock si sarebbero trasmesse durante i periodi di anniversario nei discendenti in forma di malesseri, costrizioni alla gola, incubi “per effetto di una sorta di zoom, di collisione delle generazioni e del tempo, un time collapse”. Incubi particolarmente vividi dotati di una memoria quasi fotografica sono confermati nei discendenti di sopravvissuti di guerre che ripropongono traumi terribili e inenarrabili. La psicogenealogia ha funzione investigativa, curativa e ripartiva. Sostiene Anne: quando si lascia a una persona la possibilità di esprimersi, parlare, disegnare, rappresentare in forma di psicodramma, i sintomi scompaiano, si riesce a chiudere un trauma e un lutto attraverso un atto simbolico ultimando compiti che erano rimasti sospesi.  Un caso familiare celebre è quello del poeta Arthur Rimbaud: nel suo abbandonare la poesia per l’Africa, per poi tornare in Francia a morire per un cancro al ginocchio, era ossessionato dal fantasma del padre. Arthur era stato abbandonato dal padre all’età di 6 anni; suo nonno aveva abbandonato il figlio alla stessa età.  Confondeva la sua città natale con quella di suo nonno (Dole). Credeva di essere disertore del 47 esimo reggimento di fanteria, che invece era quello di suo padre, il cui fantasma lo perseguitò in silenzio nella sua opera e nella vita. In ‘Psicogenealogia’ si cita il caso di Vincent Van Gogh: ha sofferto di un segreto di famiglia: è stato il ‘bambino di sostituzione’ di un fratello morto del quale portava il nome. “Oltre ad essere nato lo stesso giorno di quest’ultimo, l’ha scoperto per caso passando per il cimitero dove ha visto la ‘sua’ tomba, un enorme shock, finché non comprese che non si trattava di lui per il fatto che la data di suo fratello differiva di un anno dalla sua. Van Gogh non ha mai trovato il suo posto al sole, non ha mai venduto un quadro mentre era in vita e ha finito col suicidarsi”.

Questo approccio contestuale e integrato permette “una nuova ricognizione della psicoterapia, psicoanalisi, della medicina olistica e della medicina tout court, nonché della psicosomatica” e obbliga a un’integrazione dei saperi. “La sola psicoanalisi, o la psicoterapia individuale che non si colleghi al passato simbolico dell’individuo e ai suoi traumi, non è sufficiente”. Anne collega la disciplina anche alla teoria del caos e dei frattali  e alla ricerca di un senso in ciò che sembrerebbe non averne, perché potrebbero “aiutarci a comprendere come un piccolo avvenimento sia in grado di far cambiare tutto”.  In ‘Psicogenealogia’ si dice che è troppo presto per tirare le somme ma che i paradigmi scientifici stanno cambiando rapidamente: molte certezze dei secoli passati sono superate; viceversa, idee ritenute infondate trovano nuovi riscontri. Così le ricerche sui neuroni a specchio spiegano ciò che si chiama intuizione, empatia, “ovvero una quasi divinazione miracolosa del pensiero, delle intenzioni, dei desideri e dell’azione sperata da parte dell’altro”. Il futuro della ricerca non può che essere di questo tipo, transdisciplinare, per riuscire a spiegare le modalità di trasmissione di questa eredità e allargare la comprensione di come funzionino la memoria e l’inconscio. Comprensione che finora è emersa più  in ambito letterario (Proust, Virginia Woolf, Musil ad esempio) che scientifico. La disciplina psicogenealogica con la sua tecnica investigativa è suggestiva ma bisogna essere prudenti e  guardarsi dai ciarlatani: poiché è diventata una moda, è praticata anche da chi non ha ricevuto una formazione seria e “può portare ad abusi”, avverte la sua fondatrice.

Solo accettando consapevolmente il proprio guazzabuglio familiare, si può trovare un ramo confortevole per sé dove cinguettare. Oppure dove stonare, ma a modo prorio, rimanendo uguali a se stessi. Come diceva il filosofo Paul Ricoeur, bisogna acconsentire a ‘l’involontario della vita’. “Non ci si sceglie la propria famiglia, ma si può acconsentire a esservi nati e riappropriarsene”, conclude Anne. Forse tutto sta a rinsaldare i legami tra vita conscia e inconscia scissi da questa civiltà dei minimi termini, a dare ascolto agli avi quando hanno qualcosa da dirci, a coltivare la memoria e raccontare ai figli il proprio romanzo familiare invece di occultarlo. A riconoscere le eredità per poi fare storia a sé. Recita un famoso sonetto del poeta francese del XVI secolo, Joachim du Bellay: Felice chi, come Ulisse, ha fatto un lungo viaggio nello spazio e nel tempo, finisce per ritrovare il suo cuore e la sua ragione, e realizza finalmente la sua vera vita per sé stesso”.

 

 

Titolo: La sindrome degli antenati. Psicoterapia trans-generazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico
Autore: Anne Ancelin Schützenberger
Editore: Di Renzo
Dati: 2004, 232 pp., 13,50 €

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Titolo: Psicogenealogia. Guarire le ferite familiari e ritrovare se stessi
Autore: Anne Ancelin Schützenberger
Editore: Di Renzo
Dati: 2011, 211 pp., 13,50 €

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Basta diete: per stare in forma occorre ‘mangiarsi l’Ombra’

“Ho dovuto rimangiarmi le mie parole molte volte e ho trovato che è una dieta molto sana”, constatò una volta con soddisfazione lo statista inglese Winston Churchill. La sua frase contiene un ottimo suggerimento terapeutico per riconoscere, assorbire e digerire la propria parte oscura relegata in basso o alle spalle o altrove. Avete mai visto qualcuno camminare al sole senza fare ombra? Impossibile, a meno che non sia un angelo, o un diavolo. Ognuno ha la sua;  la politica poi è fatta di ombre, come e più di altri ambiti di esperienza. Ma cosa c’entra Churchill con l’Ombra, la grande forza primordiale in noi di cui per primo parlò Carl Gustav Jung?  C’entra eccome.  Leggere per credere. L’oscurità dilegua a leggere ‘Il piccolo libro dell’Ombra’, del poeta americano, oggi 85 enne, Robert Bly: un libello di matrice psicologica, (omaggio implicito allo stesso Jung ed esplicito alla forza propulsiva dell’Ombra), che però oltrepassa la psicologia,  essendo un’opera d’ispirazione umanistico esistenziale ad alta densità poetica, sia per i versi che contiene (composti dallo stesso Bly) intervallati alla prosa, che per il sentimento dell’esistere che trasmette a ogni passaggio volando come libellula nel cielo dello spirito umano, liberato e emancipato dalle ristrettezze dell’inconsapevolezza. Un piccolo libro con una grande forza ‘eversiva’: un detonatore poetico capace di far deflagrare tutte le contraddizioni, le dinamiche difensive e le apparenze su cui si basa davvero la storia fondamentale dell’anima umana, chi più chi meno, che lo si voglia e sappia riconoscere o no.

La cura può essere la parola, ma non quella detta in analisi, la parola scritta; la parola dei poeti che, antesignani o coevi dei più celebri protocolli psicoterapeutici, hanno sempre i sensi ben sviluppati, conoscono e riconoscono il ‘corvo’ e riescono ad andare al cuore dell’animo umano quanto nessun sapere ufficiale è in grado di fare. Bly tra l’altro è stato il fondatore del movimento dell’uomo mitopoietico, ovvero un movimento sorto negli anni ’80 che, fondato su un modello spirituale di ascendenza antroposofica ma anche sul pensiero della psicoanalisi, in particolare proprio di Carl Gustav Jung, enfatizza l’idea che il percorso esistenziale debba essere un continuo lavoro interiore. Il  movimento è  stato chiamato mitopoietico poiché coinvolge sia la poesia che il mito. Bly, ispirato da una forte connotazione terapeutica, è un rappresentante della cultura pacifista e ambientalista americana che sposa posizioni antirazziste e antimilitariste proprie di una generazione sconvolta dalla guerra in Vietnam. Il volumetto infatti risale agli anni ’80 (si fa riferimento all’ex presidente Usa Ronald Reagan e alla Russia comunista) ed è stato pubblicato dalla Red edizioni, prima nel 1992 nella collana ‘Immagini dal profondo’, quindi dal 2003 in poi nella collana ‘Economici di qualità’. A parte i riferimenti datati ma ben adattabili all’oggi, il saggio è extratemporale ed evergreen, perché è una guida psichica buona per ogni stagione e insieme un elogio dell’Ombra, la parte di noi che è quasi sempre al buio e che la cultura, l’educazione, i nostri genitori ci insegnano a rimuovere, disconoscere, allontanare, eccetto incontrollabili esplosioni improvvise. La pecca non è quella di essere dotati di Ombra, perché senza di essa l’essere umano sarebbe piatto e privo di spessore, ma di tenerla in gattabuia, non permettendo che emerga alla coscienza e che venga integrata dall’io.

In quanto elogio dell’Ombra questo piccolo libro riguarda tutti, parla a chiunque, coinvolge perciò un pubblico molto più vasto di quello spesso specialistico della psicoanalisi, perché usa il linguaggio delle metafore e dei simboli; linguaggio che è della poesia ma anche di certa psicologia junghiana. L’attenzione al linguaggio (ecco che torna comoda la citazione di Churchill) può essere uno dei modi di trasformare la propria vita in un incessante ‘cammino dell’attenzione’, uscendo dalla passività. Bly  infatti è poetico quanto pragmatico, secondo il migliore costume della cultura anglosassone, e perciò individua il problema esistenziale che grava sull’essere umano ma anche la cura. Qual è il problema? Un grave fardello. Metaforicamente parlando il problema sta nel fatto che “appeso alle nostre spalle abbiamo un invisibile sacco; e le parti di noi che ai nostri genitori non piacciono per non perdere il loro amore, le mettiamo lì”. A ciascuno il proprio sacco. Non solo, ogni cultura ha il suo sacco, ogni realtà urbana, ogni nazione e paese. Persino ogni corrente psicoanalitica ‘insacca’ ciò che la disturba: “la collettività degli junghiani – scrive Bly – come una città, ha il proprio sacco e di solito raccomanda ai suoi membri di mettervi la loro volgarità e il loro amore del denaro; quella dei freudiani di solito richiede ai suoi membri di mettere la loro vita religiosa nel sacco”. Succede così che credendoci vivi e umani, viviamo da ‘insaccati’ tra gli insaccati.  I genitori e la famiglia rifiutano da subito nel neonato parti del suo essere primordiale, assoluto, cosmico, seguendo in automatico e in maniera inconsapevole un copione imposto, e lo costringono via via a ridursi a dimensioni accettabili e conformi alla norma, così come è stato insegnato loro. L’ambiente e la cultura di riferimento fanno il resto: “le varie culture riempiono il sacco di contenuti diversi. Nelle culture cristiane la sessualità di solito finisce dentro il sacco, e con essa gran parte della spontaneità. Marie Louise von Franz, d’altro canto, ci mette in guardia dall’idealizzare romanticamente le culture primitive, immaginando che i primitivi non abbiano alcun sacco dietro le spalle. Lei dice, in effetti,  che hanno un sacco diverso, ma a volte anche più grosso del nostro”.

Con queste premesse si capisce che la nostra vita trascorra rimpicciolendoci nell’età della formazione per poi continuare a esistere in formato ristretto, eccetto nel caso avvenga una messa in crisi, per chi voglia o sappia vedere la propria Ombra, a cui segue il tentativo di recuperare parti di noi sigillate nel sacco. Chi ha svelato l’Ombra e l’importanza di riconoscerla attraverso la ricognizione personale dei lati negativi anche coscienti, è stato Jung; ma prima e al di fuori della psicoanalisi due grandi ‘esploratori’ citati da Bly sono stati Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad. Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (tra l’altro esito della rielaborazione proprio dell’attività onirica di Stevenson), sta lì a mostrarci che la parte oscura mai riconosciuta un bel giorno affiora mostruosa dalla parte opposta della città, proiettando un’ombra da scimmione sul muro di un oscuro vicolo e comportandosi da belva. Hai voglia a dannarti per stare nel ruolo, nel caso specifico quello del medico impegnato socialmente che presta servizio e si dedica agli altri in maniera eticamente impeccabile. Stai a vedere cosa ti fa la scissione dalla tua ombra,  chi c’era che si agitava sotto la patina perfetta che irrompe all’improvviso e mette sottosopra ogni schema. Bly usa altre due metafore, oltre quella del sacco: l’animo umano come contenitore di un film e proiettore: “la nostra psiche è un naturale proiettore cinematografico: le immagini che abbiamo arrotolato dentro un contenitore le manifestiamo all’esterno e le proiettiamo per altri o su altri”.

Diamo via il nostro potere per esistere o credere d’esistere, per essere riconosciuti, accettati, per sentirci amati. L’uomo cede la sua parte femminile, la strega e la proietta magari sulla moglie o sulle donne; la donna cede il tiranno o il gigante che porta in sé cercando all’esterno il suo lato maschile, eroico o violento e molesto. Se non si dialoga con questi personaggi interiori, se li si proiettano su figure di riferimento, mariti, mogli, padri, madri, figli e così via, se li si trascura o abbandona, se non se ne chiede indietro la restituzione per riappropriarci di parti di noi, esplode la rabbia: torneranno come demoni, arrabbiati, ingestibili, vendicativi, a chieder conto della nostra passività. Bly individua più stadi di questo processo proiettivo, stadi che non si succedono in senso cronologico ma sono simultanei e intrecciati. L’atto vero e proprio del proiettare su un altro aspetti di noi, il materiale Ombra ben rimaneggiato da consapevoli cospiratori quali siamo; un secondo stadio in cui seguendo l’immagine di Marie Louise von Franz, le parti dell’ingranaggio non combaciano bene e incominciano a fare rumore, le proiezioni vacillano; un terzo stadio in cui la persona sentendosi minacciata da questo vacillamento mette in gioco l’intelligenza morale per “far tacere il rumore degli ingranaggi che non combaciano”, fingersi integra, perfetta, e perpetuare l’inconsapevolezza; il quarto stadio è quello in cui la maschera crolla e per la prima volta “proviamo la sensazione della diminuzione”, di quanto ci siamo sacrificati per negare parti di noi e sbarazzarcene. Finalmente si torna in vita,  perché se ci si priva del negativo ci si priva anche del positivo e non si vive; il patriarca negativo o la strega hanno anche un aspetto positivo, sono occasioni di crescita e di compattamento di aspetti della personalità. Lo stadio finale è quello del recupero che consiste nel ‘mangiare la propria ombra’: “è un processo molto lento, non succede una sola volta ma centinaia di volte”. Quando cominciamo a riprenderci parti di noi non viste o rifiutate, allora affiora Saturno: le passioni si fanno più profonde, alla rabbia subentra la sofferenza consapevole, la malinconia, il senso del limite, la percezione vera della vita.

Come si fa a ‘mangiare la propria Ombra’? Bly dà indicazioni precise: occorre creare vuoti e discontinuità rispetto ad abitudini eautomatismi, individuare le proprie proiezioni, chiedere indietro in maniera reale o simbolica l’ombra a chi l’abbiamo lasciata (padre, madre, vivi o defunti, ex marito o moglie); parlarle (che si manifesti in forma di rabbia o bramosia di potere, o sessualità disturbata, invidia o gelosia) e chiederle cosa vuole, renderle ‘onore’; acuire i sensi, usare consapevolmente il linguaggio, cercarsi, non uniformarsi agli stereotipi collettivi, esprimere in forme artistiche la propria totalità. Tutti rimedi e cure per accorciare la lunghezza del sacco. ”Chi si rifiuta di accostarsi attivamente alla propria vita, per mezzo del linguaggio, della musica, della scultura, della pittura, del disegno, è uno scarafaggio in abiti umani, non è un essere umano”, sostiene Bly. Certo, il puritanesimo di una tradizione educativa americana o il nostro cattolicesimo hanno chiesto un grande sacrificio agli individui costringendoli alle diete se non alla ‘denutrizione’ e alla fame. Fuor di metafora, se un tempo, come insegna una favola dei Grimm citata da Bly (Giovanni di ferro o il rugginoso), gli anziani di un villaggio attraverso riti di iniziazione fondamentali, insegnavano ai giovani a riconoscere e quindi assimilare la propria Ombra, oggi questo non accade. Anzi la cultura di massa al contrario promuovendo un’euforia superficiale e fittizia, rifiutando la fatica della ricerca, i rischi della depressione, le fasi del lutto, proietta una gigantesca Ombra all’esterno che aggravano il disconoscimento e le rimozioni.

Anche la lotta politica e la vita sociale in generale (come specificato nella prefazione dello psicoanalista Claudio Risé), si basano su un incessante gioco di ombre in cui si proiettano sull’altro (o sul paese avversario, vedi la contrapposizione Usa-Urss) propri limiti o paure o resistenze. Bly cita Reagan come rappresentante di un’umanità politica che ha tappato la bocca al lato buio trasferendolo altrove, addirittura a un paese sterminato, la Russia, identificato come l’impero del male. Ma il nostro lato nascosto non è il male e non coincide con esso. Invece Churchill ha assorbito il negativo e ha esercitato secondo Bly un’autorità naturale.  Alleniamoci, dunque, a riconoscere le nostre proiezioni. Ciò che pensiamo degli altri, l’odio che riversiamo, il male che attribuiamo loro è, il più delle volte, una manifestazione delle parti di noi temute, non viste, negate. Più ci fa antipatia qualcuno e più ci segnala quanto siamo ingabbiati e quanta parte della nostra identità abiti fuori. “La nostra psiche cerca di indicarci dove è la nostra Ombra attraverso le persone che ci ispirano un odio irrazionale”. Occorre abbattere ‘il piccolo guardiano della soglia’ se si vuole progredire nel proprio sviluppo interiore, ammesso lo si voglia. Non è tirando fuori la propria rabbia che si risolve la questione né regredendo all’infanzia, e neanche restando nella dicotomia tipicamente occidentale tra reprimere o al contrario esprimere con ferocia. La terza via in chiave zen è mangiare l’ombra, riconoscerla fino a integrarla, riuscire a armonizzare parti contrapposte dell’identità. Allora si diventa saggi, ‘condensati’ e leggeri a un tempo, dotati di senso dell’umorismo. Come alcuni vecchi maestri zen citati da Bly che hanno tanto lavorato sul loro lato nascosto, da potersi permettere il lusso “di comportarsi in modo avido sotto i tuoi occhi e mettersi a ridere. Mostrando l’avidità direttamente, alla luce del giorno, in qualche modo la sottraggono al mondo dell’Ombra e la portano nella sfera del gioco”.

Titolo: Il piccolo libro dell’ombra
Autore:Robert Bly
Editore: Red editore
Dati: 2003, 85 pp., 7,00 €

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