Il femminile traumatizzato e il "pericolo" della sua natura divina

Viene in mente il titolo di un libro di racconti della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, Il corpo sa tutto. Oltre a sapere tutto, il corpo femminile trattiene, custodisce, a volte nasconde, o al contrario esibisce platealmente, la ferita d’origine. Il femminile traumatizzato (Persiani editore) racconta una storia antichissima, sempre reiterata, di repressione e annientamento del femminile da parte del potere patriarcale in Occidente; storia che al di là delle apparenze continua a reincarnarsi perché il trauma collettivo, storico-culturale, si manifesta ogni volta da capo in forma di ferita individuale ed esistenziale sulla pelle o sotto la pelle di ognuna. L’autrice, Rossella Sofia Bonfiglioli, antropologa e psicoterapeuta, dà un taglio originale a un’indagine ancora troppo minoritaria: rintraccia in chiave medico-antropologica attraverso il linguaggio dei sintomi la neutralizzazione della potenza femminile. Cosa è avvenuto nella storia? Come è stato permesso al femminile di esserci, esistere? A che prezzo? Cosa si è dovuto rimuovere e sacrificare di sé per non essere ‘arse’ ai roghi perpetui, almeno all’apparenza? L’operazione fondamentale è stata la repressione dell’istinto di aggressività femminile fino a raggiungere una convenzionale ‘ipoaggressività’, aspetto a tal punto ‘naturalizzato’ che nei secoli si è costruita un’iconografia  della donna all’insegna di debolezza, fragilità, dipendenza, depressione, malinconia come fossero suoi connotati di natura.

Icona di questo tradimento/travisamento, la Madonna, così come è rappresentata nell’iconografia convenzionale cattolica: passiva, inconsapevole, contenitore funzionale alla procreazione del figlio di dio, quando invece la vera divinità è in lei,perché vergine, ovvero non contaminata ma in contatto spirituale col cosmo. L’altra operazione decisiva compiuta dalla cultura patriarcale misogina è stata, appunto, l’aver privato il cielo e le stelle della componente divina femminile, l’aver spogliato la donna della sua divinità, obbligato le divinità a declinarsi al maschile o, al limite, al neutro. Con queste due operazioni di neutralizzazione del femminile, non è restato alla donna che fare del proprio corpo mutilato uno strumento di comunicazione, protesta, grido, ribellione, insurrezione, atto di accusa. Allora il corpo si è messo a bollire e ribollire, a fare il pazzo, a incutere terrore, trasformando in sintomi ‘psicopatologici’ la costrizione, la rimozione, la marginalizzazione, la censura subite a  poter essere sé, fino al capolavoro di comunicazione e strategia di resistenza creativa che è stata l’isteria al femminile deflagrata nell’Ottocento. Rendiamo grazie alle isteriche, è proprio il caso di dire, rendiamo grazie alle isteriche è l’invito delle autrice perché davvero loro è il regno dei cieli, non solo quello della terra dove l’imperio maschile le ha precipitate. Loro  hanno fatto esplodere le sbarre della galera, incrinato il grande edificio e dato avvio a una nuova storia: l’inizio della psicoanalisi considerata con il femminismo la grande rivoluzione del ‘900. Che poi quest’inizio sia stato segnato dal misogino patriarca Freud che, lo racconta il fallimento del caso di Dora, voleva aggiustare le cose secondo una solita logica maschile, e sia: ma proprio la scoperta dell’inconscio da parte di Freud “costringe la medicina e la psichiatria a interrogarsi sull’anima”, tappa fondamentale per  aprire la strada a una generazione di psicoanaliste-guaritrici fino alle luminose visioni di Luce Irigaray, filosofa e psicoanalista francese. Ora che la violenza esplode in tutto l’edificio sociale, forse è tempo di dare ascolto alla  divinità nella donna e trovare un dialogo tra maschile e femminile a cominciare dalle differenze.

In principio ci sono stati i miti fondativi che spiegano il nostro essere state messe a tacere da subito: il mito di Pandora, capolavoro e caposaldo della misoginia greca, “indica una delle grandi radici della stigmatizzazione del potere e della conoscenza del femminile all’interno della storia patriarcale dell’Occidente nella cui tradizione culturale il peccato originale viene strettamente legato alla donna, primaria latrice di tutti i mali”. Pandora riceve da Zeus un vaso con la raccomandazione di non aprirlo. Lei, curiosa, lo fa e libera tutti i mali del mondo. Resta al fondo del contenitore solo la speranza. Il corpo contenitore della donna conserva la speranza, ma contiene anche tutti i segreti più pericolosi, la ‘colpa’ iniziale che accomuna Pandora, Lilith, Eva: storie di disobbedienza a un logos maschile. E i miti stanno a raccontare “la repressione dell’intero complesso istintuale-creativo femminile” da parte dell’inconscio collettivo.

Il trauma di questa storia occidentale “o più propriamente la sua memoria incorporata è psicoterapeuticamente e antropologicamente da considerare come causa significativa (cioè dotata di senso, eppure poco nominata, cioè nascosta, misconosciuta) delle nuove sintomatologie che esplodono nel corpo femminile a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel cuore dell’Europa razionalistica e scientifica moderna”. L’autrice rintraccia nei sintomi diagnosticati dalla biomedicina e biopsichiatria in chiave riduzionista sul corpo delle donne precise forme di resistenza, “critiche incarnate rispetto a ideologie di potere dominanti”. Ecco un repertorio di diagnosi nella storia medica occidentale: “stati alterati di coscienza (trance, possessione demoniaca, stregoneria, estasi mistica), disturbi psichici della personalità (manie ossessive, isteria, nevrastenia, nevrosi, schizofrenia), comportamenti compulsivi e dipendenza (cibo: anoressia, bulimia e sostanze: alcolismo, tossicodipendenze), scompensi bio-funzionali  associati al sistema circolatorio e immunitario (iper e ipo tensione, mal di cuore, stress e sindromi da fatica cronica), disagi associati al sistema nervoso (ansia, depressione, fobie, attacchi di panico)”. Cambiano le forme esteriori: dal corpo stregonesco siamo passati “al corpo isterico prima quindi al corpo nevrotico, bulimico, chirurgizzato, anestetico del Duemila”.

È evidente, secondo le indicazioni di Luce Irigaray cui l’autrice dedica un sentito omaggio e che ricorda per aver de-costruito gli scritti di Freud ma anche dialogato con essi in forme creative, che occorre ora più che mai passare da una cultura per secoli e tuttora a soggetto unico, all’insegna del pensiero maschile universale neutro, a una cultura che verta sulla differenza ignorata o rimossa: il corpo sessuato della donna non ridotto all’uno al medesimo. L’autrice ha ben imparato a riconoscere la persistenza dell’antico trauma e i suoi segnali corporei anche nella stanza della terapia delle pazienti attuali: “l’antico trauma può provocare una paralisi alle gambe o alle braccia, può dare dolori cronici alla cervicale o alla schiena, può produrre una sindrome da affaticamento cronico o una grave amenorrea, emicranie, sintomi respiratori o gastrointestinali, coliche, incubi, visioni, pianti improvvisi”: tutti segnali non solo di un abuso sessuale magari subito nell’infanzia, quanto di un antico trauma individuale storico-culturale che ha provocato nella donna “un disordine intimo, una sofferenza un’assenza, una mancanza di senso”. Ecco perché la relazione di cura, gli strumenti della psicoterapia vanno integrati con gli strumenti culturali dell’analisi medico-antropologica. E il senso della donna, la realizzazione del sé, si realizzerà quando le verrà restituito ciò che le è stato amputato: la sacralità incarnata, il dono dell’integrità spirituale, l’essere collegata con il cosmo. “Attraverso il vasto continente della vita di una donna si disegna l’ombra di una spada, attraversare l’ombra della spada si può rendere la vita di una donna molto più interessante, ma anche più pericolosa”, scrisse Virginia Woolf. Bisogna correre il pericolo di tornare divine.

 

Titolo: Il femminile traumatizzato.
Un’analisi medico-antropologica nella cultura patriarcale in occidente

Autore: Rossella S. Bonfiglioli
Editore: Persiani
Dati: 2011, 172 pp.,  16.90 €

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Come funziona la nostra mente? Chiedetelo a Munch!

“La mia arte è un’auto confessione. Per suo tramite io tento di far luce sul mio rapporto col mondo. Si potrebbe anche considerarlo egoismo. Comunque sia, ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe aiutare gli altri a fare luce nella loro ricerca di verità”. Parole rivelatrici quelle di Edvard Munch, “pittore dell’angoscia” secondo la strada del pensiero più battuta, altrimenti svelatore senza filtri della psiche moderna. Che sia stato un “ritrattista” dell’anima capace di fare emergere modalità emozionali e travagliati stati che affollano la psiche, ne è certo Marco Alessandrini, psichiatra e psicoterapeuta che gli ha dedicato uno studio, La mente spiegata da Edvard Munch. (Magi edizioni). Il libro è stato presentato nella sede della società psicoanalitica di Roma con il supporto dello psicoanalista Leonardo Albrigo e il coordinamento di Fabio Castriota (presidente del centro Spi di Roma). Quanto è apprezzabile e suadente la psicoanalisi che si fa esercizio di sorellanza, che non va all’arrembaggio, forte di una tesi precostituita, per conquistare un nuovo trofeo alla propria causa, ma si mette in ascolto e cerca di comprendere l’umano. In questo modo lascia espandere la voce di un’anima perché manifesti le declinazioni dell’affanno, della sofferenza, della riluttanza a ogni ordinaria economia domestica: modi che rivelano qualcosa di ciascuno oltre la coltre del quieto vivere. Tale psicoanalisi non riduzionista né preordinata interroga l’arte perché renda meno oscure le movenze dilanianti che segnano a fuoco vivo il cammino di certe vite.

Munch, come d’altra parte Kafka in letteratura, non smette mai neanche per un attimo della sua vita di sentirsi a un tempo colpevole e perseguitato,  sempre minacciato da forze oscure nella propria mente e fuori, esseri umani in forma di spettri. I quadri (prima ancora i copiosi diari) diventano un’incessante scrittura e riscrittura della propria vita interiore, una successione di istantanee dell’anima che permette di contenere il tarlo d’origine, il magma interno. Intanto però nel ritratto dell’angoscia lo spettatore  ci sbatte contro, resta intirizzito ma scopre che quel tormento è anche il suo.  La psicoanalisi “ancella” dei moti esistenziali non fa che prenderne atto e tradurre in apice di senso ciò che è incoscienza pura. Ci sono artisti “tormentati” come Munch, ma guai ad approfittarne a proprio vantaggio. È vero: la biografia sembra fatta apposta per soddisfare certe equazioni: quando ha 5 anni gli muore la madre di tubercolosi; la sorella prediletta, Sophie, muore anche lei all’età di 15 anni (lui ne ha 14) di tubercolosi (La bambina malata è il racconto reiterato del trauma); il padre, medico dell’esercito vive da recluso per il precipitare di un disturbo maniaco-depressivo con ossessioni religiose. “Ma sarebbe sbagliato accogliere l’opera di Munch come conseguenza della sua vita travagliata. Bisogna scandagliare l’inconscio dell’opera. Lo psicoanalista deve fare attenzione a non usare l’arte per far tornare un proprio discorso maneggiando senza cautela patologia, vita, opera dell’artista”, avverte Albrigo che nota come valga lo stesso principio di cautela anche nel rapporto con i pazienti. Difatti Alessandrini si guarda bene dallo scivolare in facili corrispondenze tra biografia e interpretazione ma punta l’attenzione sui quadri secondo il monito di Jung: “l’opera d’arte ha la propria psicologia che si differenzia talvolta notevolmente dalla psicologia personale dell’artista. Se così non fosse, all’opera d’arte non spetterebbe il pregio dell’autonomia”.  L’arte si sostanzia di un “doppio assente”: dipingere diventa in Munch modalità di tramutare la melanconica da castigo, punizione eterna a forza dinamica e creatrice, via per trovare conforto e lenimento alle proprie sofferenze, alleggerire la tensione psichica ma senza poter incidere sulla quotidianità e sulle relazioni mancate; permette di usare la malinconia non come difesa del proprio magma interno ma come scandaglio che fa affiorare le nostre stesse passioni. Però non è fonte di cura né di guarigione perché manca la consapevolezza, manca un tramite per rielaborare i traumi come può essere un terapeuta; anzi annota Alessandrini a sua volta l’opera diventa essa stessa sintomo reiterato all’infinito.  La creatività degli artisti in generale è animata da genialità e intuito, non da consapevolezza né tanto meno da una intenzione di “guarire”, anzi reitera una modalità “disturbata” di stare al mondo che però permette di non cadere nel baratro, consente un curioso “equilibrio omeostatico”.

Del resto Magritte nel 1956 dipinge La fata ignorante precisando che l’arte è magica ma ignorante perché non conosce il perché dei propri incantesimi.  L’opera di Munch, spinosa e irrisolta, “è l’esperienza interna di un inconcludibile e divorante lutto riconducibile ad abbandoni e distacchi in fasi precoci”, scrive nel libro Alessandrini. Come le emozioni, i sogni, rivela e allo stesso tempo cela, occulta. La sua peculiarità stilistica, il colore più importante della forma a rendere le emozioni trafittive, l’eccitamento sensoriale, il flusso motorio, la pulsione aggressiva e sessuale, le linee sinuose, vibranti sfocate, sono tutti topoi, sue originali reti contenitive, freudianamente ‘coazioni a ripetere’ che stanno lì a mostrare “secondo gli occhi dell’emotività e dell’inconscio come soffriamo realmente le cose al di là di come ci sforziamo di elaborarle”. Il lavoro di Munch, non può che essere “ricorsivo”, senza inizio né fino, espressione variata dello stesso nodo patologico d’origine, protezione e argine contenitivo rispetto alla paura di impazzire. Paura che accompagnò l’intera vita del pittore norvegese: i sintomi non lo abbandonano mai. L’urlo, considerato a ragione icona dell’arte moderna, raccontato in più fasi e in modi diversi, è la trascrittura del sentire in maniera psicotica, è il disturbo che diviene evento reale, vortice. Racconterà poi l’origine: passeggiava con amici che si allontanarono un po’ da lui, restò un po’ indietro, vide tingersi di rosso sangue l’ambiente e sentì l’urlo: l’al di là e l’origine della vita si fondono.

Così l’autoritratto dal titolo ‘L’insonne’ è il trauma allo stato puro. “Malattia, pazzia e morte sono gli angeli neri che hanno attorniato la mia culla”, scrive Munch che muore a 81 anni nel 1944 dopo una vita da “perseguitato”. “L’arte dunque non ha valore curativo – sottolinea Alessandrini – Munch è riuscito a modificare il proprio guscio rendendolo meno rigido, più poroso e accessibile al rapporto, ma non ha mai avuto ciò che noi cerchiamo di dare ai nostri pazienti, una risposta empatica”. Non c’è stato chi lo liberasse dagli angeli neri: la pittura poteva rivelarli, mai cacciarli: “Gli angeli del terrore – dolore e morte – mi sono rimasti accanto dal giorno della nascita. Mi hanno seguito mentre giocavo – mi hanno seguito ovunque. Mi hanno seguito nel sole di primavera e nello splendore dell’estate”.

 

 

 

Titolo: La mente spiegata da Edvard Munch. Psicoanalisi in dialogo con un artista
Autore: Marco Alessandrini
Editore: Ma. Gi.
Dati: 200, 152 pp., 20,00 €

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Tutta colpa dello spread! Che fine hanno fatto i peccati?

L’ultimo sul banco degli imputati perché colpevole di tutti i nostri mali, il più amato perché il più funzionale alle epocali logiche deresponsabilizzanti, è lo spread. Che non è il bread e neanche il bed. Spread, proposta in antitesi allo spritz, è parola che non conoscevamo e di cui stiamo facendo scorpacciate obbligatorie, senza peraltro arrivare a una qualche bolla di senso. Chi non naviga nella finanza ma al limite nelle acque della precarietà o nelle strade d’Italia allagate alla prima intemperie con conseguenze anche tragiche, chi a una banca non osa chiedere neanche il proprio estratto conto per non gareggiare in rossore, difficilmente aggiungerà d’ora in poi il signor spread tra i propri contatti facebook. Siamo giunti al massimo grado di annebbiamento psichico collettivo mentre come non mai nella storia umana disponiamo di una possibilità di accesso trasversale e capillare a ogni genere d’informazione; siamo al naufragar antropologico mentre è anche massimo il grado di impersonalità dei fatti. Se niente va, non è quasi neanche più colpa di un governo ladro come da adagio d’altri tempi: sono certi tassi mercuriali che si impennano, sono le banche, i mercati. Questioni impersonali, eventi remoti, subìti come invasioni di alieni ad altre alture. Entità impersonali, quasi metafisiche capaci di disarcionare persino un premier che niente e nessuno era mai riuscito a fermare per anni, e a sostituirlo all’improvviso con un manipolo di savi, savi perché tecnici col valore aggiunto d’essere cattolici. Bruscamente siamo passati dal Carnevale di mascherate, spogliarelli e risate grasse, alla Quaresima d’espiazione cattolica da Controriforma.

Viene da sé interrogarsi su cosa sia peccato in questa psicolabile società. Non c’è che la letteratura a cui chiedere lumi. O la psicoanalisi: quella che spinge lo sguardo oltre lo spazio del setting, dialoga con sociologia, antropologia, filosofia e nei sintomi dei pazienti rintraccia epocali cesure, smottamenti in superficie e fratture di faglie in profondità. Il bastone letterario cui appoggiarsi è Franz Kafka, lo scarafaggio di famiglia che ha troppo sentire e vede oltre il visibile. Per la sua sensibilità il peccato è qualcosa che riguarda la caduta nell’incoscienza, la perdita di unione dell’individuo con se stesso, con il grande albero della vita, l’essere incatenati per seduzione passiva a catene conformi. “Egli è un cittadino libero e sicuro della terra, poiché è legato a una catena che è lunga quanto basta per dargli libero accesso a tutti gli spazi della terra, però è di una lunghezza tale per cui nulla può trascinarlo oltre i confini della terra. Ma al tempo stesso egli è anche un cittadino libero e sicuro del cielo, poiché è legato anche a una catena celeste, regolata in modo simile. Così, se vuole scendere sulla terra lo strozza il collare del cielo, se vuole salire in cielo quello della terra. E ciò nonostante egli ha tutte le possibilità e lo sente, anzi si rifiuta di ricondurre il tutto a un errore commesso all’inizio nell’incatenarlo”. Negli Aforismi di Zurau, pubblicati per la prima volta nel 1953 dall’amico Max Brod con il titolo di “Considerazioni sul peccato il dolore, la vera via”, Franz Kafka delinea tra il 1917 e il 1918 un discorso su una umanità prigioniera tra terra e cielo che dimentica la linfa vitale in sé e pecca dandosi la morte a ogni istante. Nel “Libro rosso” Jung scrive qualcosa di simile: “Se poniamo un Dio fuori di noi, ci strapperà al nostro Sé, perché il Dio è più forte di noi. Allora il nostro Sé si troverà in grave difficoltà. Se invece il Dio si insedia nel Sé, ci sottrarrà alla sfera di ciò che è fuori di noi […]. Nessuno ha il mio Dio, ma il mio Dio ha tutti quanti, me compreso”. E oggi tra una dose fast di junk food e lo spread cosa ne è del peccato?

Accorre in nostro aiuto un altro bastone: il “Giornale storico” del Centro studi di Psicologia e Letteratura (fondato dallo psicoanalista junghiano Aldo Carotenuto), rivista in forma di libro che si pubblica due volte l’anno con numeri monotematici (Fioriti editore, Roma, www.fioriti.it. Si può anche consultare il sito www.centrostudipsicologiaeletteratura.org). Il volume 11 (ottobre 2010) è dedicato ai peccati. Contiene un articolo ad alta densità concettuale scritto dall’analista Simonetta Putti con Roberto Cantatrione che suggeriamo di leggere in questi giorni di impropria “liberazione”. Il titolo è: ‘Quale attualità per il peccato’?  Ricorda Simonetta Putti che agli inizi degli anni ’90 il filosofo francese André Glucksmann invocava un Undicesimo Comandamento:  “che nulla di ciò che è inumano ti sia estraneo; ovvero il richiamo alla ineludibile necessità di guardare in faccia il male e divenirne consapevoli”. Da allora i peccati “tradizionali” (gola, lussuria, superbia, accidia, avarizia, invidia, ira) e i nuovi (evasione fiscale, uso pubblico delle istituzioni per fini privati, arricchimento a spese degli altri ecc.) paradossalmente godono, annota l’analista, di “una sorta di derubricazione della gravità”. L’Italia primeggia in questa tendenza ‘grazie’ anche alla sua storia pesantemente intrecciata con quella della Chiesa per cui la sfera del peccato (che attiene la morale) e quella del reato (che attiene l’ambito delle regole e della legalità) sono spesso coincise e ancora coincidono nell’accezione comune. Con la conseguenza ancor più paradossale che, per una distorta interpretazione della religione, basta un accenno di pentimento (anche non sincero) per far scattare il perdono e quindi l’azzeramento delle responsabilità. L’autrice vede nel ‘perdonismo’ alternato, sovrapposto e miscelato all’indifferenza e all’accidia, il peccato endemico del nostro tempo. Nell’accelerazione imposta dalla globalizzazione, tutto è travolto e stravolto: pensiero forte, tradizionale idea di famiglia, società, senso delle regole, identità. “L’Io è andato man mano mostrandosi come un’istanza sempre meno unitaria,   mentre il Super Io è parso talvolta eclissarsi, come ha evidenziato il progressivo aumento delle patologie border line”. Se la liquidità d’accezione baumaniana è nota ricorrente delle attuali società, la nostra, sottoposta dagli anni ’80 al “trattamento” televisivo e al verbo dell’apparire, ha risposto sviluppando “una indifferenza morale e una superficialità percettiva”. Nel passaggio dalla società di Edipo a quella di Narciso, nell’accentuazione dell’elemento visivo e superficiale, si determina “un conformismo che di fatto comporta la rinuncia alla ricerca di una coscienza individuale. Così, taluni peccati e taluni reati vengono considerati ormai solo trasgressioni veniali, a causa di una assuefazione, non di rado sconfinante con la rassegnazione, che ha fatto perdere la capacità di indignarsi”.

La nostra  recente parabola politica fino agli ultimi esiti  sta a segnalare questo iter. Il risultato è l’opacità dell’individuo nella relazione con se stesso, con l’altro uomo, con il grande Altro in senso lacaniano “inteso come regola non scritta che governa la società”. L’indifferenza nei confronti della norma molto accentuata nel nostro paese “tende a depotenziare la gravità della trasgressione ed è concausa del menzionato perdonismo”. Che colpa ne ha l’individuo se lo spread si impenna, la Bce ci punisce e il capitale finanziario specula ai danni del bel paese? Forse nessuna. Ma ha di sicuro la responsabilità di perdersi nella propria opacità indifferente per amore di conformismo. Se ognuno si sforzasse di fare un po’ d’ordine in casa propria ricomponendo le fratture scisse, ora che il vero “perturbante” per dirla con Freud non è l’inconscio ma “la società edonista e sregolata” (parola del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Zizek), potrebbe frequentare il dio interiore invocato da Jung, riscoprendo “quei valori che paiono diventati desueti come il pudore e la vergogna”. Ritroverebbe un salutare senso del limite e il vigore che dà sentirsi responsabili  della propria vita quale opera in fieri originale. Certo occorre un continuo esercizio di distanza  dall’apparenza mediatica, dagli altri, persino dall’inganno di noi stessi. Così da allargare la percezione “fino a poter scorgere – oltre la scena in cui si svolge la recita quotidiana –  anche il retroscena, i magazzini e gli oggetti di scena. Con lo sguardo e la percezione allargata, ricostruire le trame, soffermarsi sul senso del copione e riscriverlo,  quando occorre e quando è nelle nostre possibilità”, sostiene Putti. Allora, nell’orrore anche lessicale di un mondo estraneo e straniante si apre uno spiraglio di luce. Scriveva Jung nel saggio ‘La struttura dell’inconscio’: “Chiunque si identifichi con la psiche collettiva o, in termini mitologici, si lasci divorare dal mostro e si annichilisca in esso, arriva al tesoro vigilato dal drago, ma vi arriva contro la sua volontà e con tutto danno per se stesso”. Infine nel saggio ‘L’inconscio’: “Il nostro atteggiamento razionalistico ci porta a credere di poter operare meraviglie con organizzazioni internazionali, legislazioni e altri sistemi ben congegnati. Ma in realtà solo un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo”.

N° 11 – Ottobre – 2010
Argomento: Dalla maieutica al transfert. Psicoterapia e consulenza filosofica a confronto
Articolo
Quale attualità per il peccato?
Simonetta Putti – Roberto Cantatrione

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Scavare in profondità e in superficie: siamo archeologi delle nostre vite

“L’intento del lavoro analitico è far sì che il paziente rinunci alle rimozioni. L’analista deve scoprire o per meglio dire costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che sono rimaste”. Il grande artefice della modernità,  Sigmund Freud, è anche l’inventore della metafora archeologica per parlare di psicoanalisi. Questa scienza anomala, dai confini incerti, talvolta essa stessa ‘psicolabile’ è in fondo un metodo per fare affiorare rovine o meravigliose città sepolte nella psiche. Da che Freud porterà alla luce questa metafora non la abbandonerà più, nella vita e nella professione, anzi si appassionerà sempre più d’archeologia e diventerà un collezionista di reperti antichi. È stato incentrato tutto su affinità e diversità tra archeologia e psicoanalisi, intreccio di saperi e chiave di volta musicale, il convegno “La metafora archeologica nella pratica psichiatrica e psicoterapeutica” che l’associazione Dialogos di cui è presidente il professor Pietro Bria ha organizzato come ogni anno nella superba cornice della foresteria delle monache camaldolesi di Roma, all’Aventino. Freud volle precisare: “l’oggetto psichico è incomparabilmente più complicato di quello materiale con cui ha a che fare l’archeologo”, per cui “ mentre per l’archeologia la ricostruzione coincide con la meta e il termine di tutti gli sforzi, per l’analisi la costruzione è soltanto un lavoro preliminare”. Affinità ce ne sono, come spiegato dall’archeologo Andrea Carandini: “Scavare è salvare dal caos” alla ricerca incessante di un equilibrio tra sommerso ed emerso come nella terra così nella nostra psiche. “Il sommerso alla Pompei ricorda molto l’inconscio rimosso”. Freud nella catena di metafore da lui prodotte ha visto Roma sia come abitato che come entità psichica e il nesso c’è perché, come ha evidenziato Carandini: “sia nella città che nella psiche ci sono possibilità impressionanti di abolizione del tempo”.

Fausto Petrella, presidente della Società psicoanalitica italiana ha ricordato l’importanza nella invenzione della metaforica archeologica di un sogno fatto da Freud dopo essere stato a casa di una paziente e aver visto un’acquaforte (forse di Piranesi, l’ipotesi di Petrella) che dà avvio al suo mito personale della Roma antica e delle rovine. “L’idea guida dell’essere freudiano è ricostruire le cose come stanno e molte delle cose richiedono un’interpretazione, tecnica che la psicoanalisi condivide con l’archeologia con tutta una serie di cautele”. Essenziale fu anche per Freud la scoperta, tramite l’allievo Carl Jung, di un romanzo archeologico, “Gradiva” di Wilhelm Jensen, fondamentale anche nella costruzione della sua fantasia pompeiana. È Freud a dire che “le pietre parlano”, ricorda Petrella: “le pietre parlano come gli uomini, l’aria a patto che ci sia un’attività divinatoria, qualcuno che riesca ad ascoltare e accogliere ciò che dicono. Lo psicoanalista al lavoro è come un indovino, indovinare significa mettere a frutto la propria intuizione, non un intuizionismo banale, mobilitare qualcosa di sé a livello profondo”. Pietro Bria ha ricordato il musicista Giuseppe Sinopoli, di cui è stato amico, straordinaria figura di medico-psichiatra, direttore d’orchestra, archeologo ed egittologo. “Si scava nella musica, si scava nella psiche dell’uomo, si scava nell’archeologia. Cambia l’oggetto ma la posizione mentale è sempre quella”, annotò Sinopoli. La musica che scava è arte del tempo nata per sopprimere il tempo. Alberto Panza, psicoantropologo si è soffermato sul rapporto tra Freud e Roma. Per Petrella l’interdizione ad entrare a Roma  di Freud coincide con la fase nevrotica e “ha a che fare con il fantasma materno, materno edipico”. Infatti per ben quattro volte Freud viaggiò in Italia ma non riuscì ad arrivare a Roma: la quarta volta si fermò al lago Trasimeno, paragonandosi ad Annibale. Finalmente vi riuscì nel 1901 e dal 1901 al 1923 compì ben 7 viaggi a Roma che divenne, ricorda Panza, “luogo della salus, intesa sia come salute che come salvezza”.

Come si spiega questa difficoltà ad arrivare, cosa aveva proiettato sulla città eterna? “Roma diventa per Freud il luogo dove è possibile una ricomposizione. Vita e morte si ricompongono almeno in effige, il luogo in cui i diversi livelli temporali possono coesistere in continuità, la città è un’immensa stratificazione en plein air ma vivente nella metamorfosi, una vittoria sull’azione disgregatrice del tempo”. Roma è a strati come a strati è l’anima umana. Ricorda e sottolinea Panza, inoltre, che “nessuna metafora è innocente. La metafora archeologica ha consentito grandissime intuizioni ma è corresponsabile della sopravalutazione del pathos del nascosto per cui la psicoanalisi è diventata una sorta di caccia enigmistico-poliziesca all’anello mancante”. Invece la psicoanalisi non è  un’avventura poliziesca, né un modo per stanare contenuti censurati e nascosti, casomai, grazie al cammino dopo Freud, è un’esplorazione di configurazioni mentali differenti (Wilfred Bion), secondo un’idea della psiche non come universo ma multi verso (Ignacio Matte Blanco) e se è archeologia lo è del presente (Salomon Resnik) e lo psicoanalista costruisce o tenta di costruire un’articolazione che deve collegarsi a quella del paziente alla ricerca di un senso. È vero che, come in archeologia vanno rispettati i livelli stratigrafici, ma senza rigidità, perché l’ordine può essere sovvertito da una accidente qualsiasi. La memoria non è mai archivistica, la ricerca delle origini non è ricerca delle origini cronologiche ma interrogativo da dove veniamo e cosa c’è dopo di noi. Decisiva l’affermazione conclusiva di Panza: “L’archeologia allora vale non come metafora della psicoanalisi, ma come metafora dell’esistenza in cui tutti siamo viaggiatori, a volte impauriti quando ciò che abbiamo appena vissuto diventa lontano, o ciò  che è lontano rivela prossimità o vicinanza”.