Il fondamentalista è riluttante (ma non è il solo)

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Il fondamentalista riluttante è un romanzo breve di Mohsin Hamid, scrittore pachistano che si è formato negli Stati Uniti. Si tratta di una lettura agile, strutturata in modo intelligente, che sintetizza in una crisi d’identità personale il difficile rapporto tra oriente e occidente. Il suo protagonista, Changez Khan, proviene da una famiglia di nobili passati residente a Lahore, in Pakistan. La sua voglia di affermarsi lo porterà a Princeton, ad una laurea con lode, ad un posto in un’ambita agenzia di rating a Manhattan. Nel frattempo inizia a frequentare Erica, ragazza inquieta dell’upper class, incapace di superare la morte del primo amore. Changez ha ventidue anni e il mondo in mano, gli hanno insegnato che l’efficienza sul lavoro è l’unico credo, non ha scrupoli nello smembrare aziende dall’altra parte del mondo. Ma siamo nel 2001 e di lì a poco arriva l’11 settembre: un pachistano diventa un islamico e un potenziale nemico: Changez vacilla nelle sue convinzioni e si arrende al richiamo del paese d’origine, gravemente indebolito dalla politica occidentale. Crolla la maschera di un’identità fittizia – sia sul piano professionale (non era altro che un giannizzero, un giovane mercenario al servizio degli USA), sia sul piano dei rapporti umani (nel profondo, era stato solo il sostituto del primo ragazzo di Erica).

Il romanzo è stato un successo globale: non offendeva i democratici americani sensibili all’autocritica, dava spazio alle ragioni degli oppressi senza sconfinare nell’apologia del terrorismo. Si poteva lamentare una certa schematicità di fondo. Tali tratti distintivi gli hanno garantito le attenzioni di Mira Nair, regista indiana ben inserita a New York (insegna alla Columbia), specializzata nel multiculturalismo da esportazione (Moonson wedding, Leone d’oro a Venezia nel 2001). Nemmeno gli attentati alle Twin Towers rappresentavano per lei una novità, aveva già partecipato al progetto collettivo di cortometraggi – 11settembre2001 –  che vedeva undici registi di diverse nazionalità rapportarsi a quest’evento epocale. La trasposizione filmica ha accentuato la dimensione didascalico-semplificativa, e ha innestato una cornice thriller – edulcorata – alla Tony Scott (con tanto di fotografia livida e colonna sonora carica di pathos).

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Il libro prendeva forma in un monologo-confessione del protagonista, Changez (Riz Ahmed), che si rivolgeva ad un interlocutore americano (un probabile giornalista, non sentiamo mai la sua voce), per raccontargli tramite flashback la storia della sua vita; il tempo zero della storia coincideva col tempo dell’incontro, una sera, a Lahore (dove Changez adesso insegna all’università, portando avanti posizioni molto critiche verso gli USA). Nel film l’interlocutore diventa Bobby, che ascolta e risponde nel campo-controcampo, e vuole scoprire dove si trova un ostaggio americano prima che venga ucciso. Il classico stratagemma del “conto alla rovescia” incrementa il ritmo narrativo. Sulla pagina scritta, le ragioni delle dimissioni e del rimpatrio del protagonista avevano un orizzonte più vasto, come ad esempio la minacciata guerra tra Pakistan e India sulla scorta dell’offensiva statunitense in Afghanistan. Ma è soprattutto il piano intimistico – il rapporto tra Erica (Kate Hudson) e Changez – a risultare più indebolito e banalizzato nel passaggio fra i due mezzi espressivi. Nel romanzo, Hamid sembrava rifarsi a certi amori tragici ben descritti da Murakami Haruki in Norwegian wood: il primo ragazzo di Erica (erano cresciuti insieme), moriva a causa di un cancro precoce; il suo vacillante equilibrio psichico sconfinava nella patologia per l’impossibilità di accettare una vita senza di lui; Changez (che conosceva a Princeton), era fonte sia di sostegno che di turbamento, il rapporto fisico temuto e dilazionato, le conseguenze estreme. L’altra Erica, nel film di Mira Nair, è un’evanescente fotografa figlia del capo di Changez: si sente in colpa perché il suo ex è morto in un incidente mentre lei guidava, si strugge due secondi nella loro prima notte insieme, al terzo secondo già prorompe in un «Ti desidero» e in un appagante amplesso per spettatori casti – nello stile dominante, per intenderci, di qualsiasi commedia sentimentale americana del nostro tempo.

In sintesi, dovendo scegliere, leggete il libro.

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LIBRO

Titolo: Il fondamentalista riluttante
Autore: Mohsin Hamid
Traduzione: Norman Gobetti
Editore: Einaudi (Supercoralli)
Dati: 2007, 138 pp., € 14,00

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Il fondamentalista riluttante - Mira NairFILM

Il fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist, USA – GB – Qatar 2012)
di Mira Nair
con Kate Hudson, Kiefer Sutherland, Liev Schreiber, Martin Donovan, Om Puri, Riz Ahmed, Shabana Azmi
Eagle Pictures, 130 min.

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Wanderful Asia #8 – Passaggio a Nord Ovest

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 11210 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.

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Da molti punti di vista, Lahore è la quintessenza della città di frontiera: affollata, febbrile e vitale. Ma è soprattutto un luogo dove differenti culture e tradizioni si mescolano e, come spesso accade, si arricchiscono l’una dell’altra. Non sappiamo come fosse la città nel 1947, quando un doloroso confine fu tracciato non distante da qui, creando il Pakistan. Se già ci fosse il melting-pot di culture che è osservabile oggi, o se è stato un effetto collaterale della Divisione, con gli Indu e i Mussulmani in fuga dalle loro case ormai appartenenti a un’altra nazione, stabilitisi qui per rimanere il più vicino possibile ai loro luoghi d’origine.

Quel che è certo è che una tale mescolanza di usi e rituali è stata una boccata d’aria fresca dopo aver viaggiato così a lungo in un paese dove gli schemi della vita quotidiana sono ben definiti e rigidi, perlomeno in apparenza.

La città offre molte cose da vedere e in molti si sono offerti di accompagnarci in giro.

Quando si esamina un mobile, è sui bordi che bisogna concentrarsi per vedere quanto bravo è stato l’artigiano. Questa considerazione ci ha spinti a Peshawar qualche giorno dopo… ed è stata una fortuna, perché la città valeva abbondantemente le cinque ore di viaggio in pulman da Islamabad.

È difficile dire cosa la renda così attraente. Ancora una volta è la somma dei fattori a comporre l’insieme: forti influenze Pashtun, la vicinanza con aree tribali virtualmente indipendenti, montanari con il loro carico di tradizioni prvenienti da luoghi remoti come la Swat Valley, Chitral e Gilgit, un cospicuo gruppo di afghani stazionanti nell’ufficiosa no-man’s land che dalla periferia della città si estende fino al Khyber Pass e oltre, e ovviamente il consueto manipolo di avventurieri romantici, venditori senza scrupoli, burocrati di basso rango, sedicenti diplomatici e autentici fanatici richiamati qui dalla guerra. Alcuni cercano di fermarla, altri di prolungarla il più possibile. Tutti comunque la sfruttano al massimo, nel frattempo.

Peshwar è ancora un luogo in cui è possibile cenare in compagnia di un vecchio aristocratico afgano dal fluente inglese (eredità di un’educazione ad Harward e una vita a Londra) che ricorda i tempi in cui Massud gli parlava dei rischi della politica estera afgana negli anni 90, e che parla della situazione attuale con l’acuto sarcasmo di un saggio e la fredda lucidità di chi l’ha vissuta dall’interno.

La prima foto qui sopra è stata scattata durante le celebrazioni notturne di un importante evento islamico. Da notare, a) i fedeli che, per quanto numerosi, non superano il numero di agenti di sicurezza con i mitra regolarmente puntati ad altezza d’uomo e b) che la processione  è stata conclusa da uno spettacolo pirotecnico multicolore e non, come accade con crescente frequenza, da qualcuno che si fa saltare in aria tra la folla.

Dopo esserci visti rifiutare il premesso di andare al Khyber Pass, a Kabul, alla Swat Valley e – ovviamente – nelle aree tribali, non abbiamo potuto far altro che tornare sconfitti a Islamabad per recuperare i nosti visti di re-ingresso e superare gli ultimi ostacoli burocratici.

Non c’è molto da dire della città, non c’è molto da vedere (e niente da fare) e c’è ancor meno di cui scrivere. Islambad è più un esperimento mentale che una città vera e propria. È una città-Frankenstein nata da carta e penna, più che da una viva e vitale comunità di persone. È il tentativo fallito di mettere insieme le varie cellule di un organismo nella speranza che la cosa risultante prenda vita. Ovviamente non è successo e ora sembra un plastico a grandezza naturale, un luogo in espansione per burocrati e un paradiso per ufficiali dell’esercito che vivono, si muovono e muoiono nei suoi settori a forma di griglia, codificati numericamente, squadrati, identici e mortalmente noiosi.

Siamo fuggiti il prima possibile, per fare il nostro ingresso trionfale in India alcuni giorni dopo.

[il blog di Mario e Thomas]

Wanderful Asia #7 – Il primo Stan

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 10650 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.


Il primo -stan di Mario e Thomas ci riporta alla mente Stan Trek, un racconto coinvolgente, intenso, vibrante. Un viaggio lungo la via della seta, un reportage di Ted Rall edito da Becco Giallo nel 2009. In coda al racconto dei nostri due la recensione.


Ancora non eravamo del tutto fuori dal luccicante posto di frontiera iraniano di Taftan, che già ci si presentava il polveroso e scalcinato ufficio pachistano. E con lui il caro, vecchio ventesimo secolo: impiegati che ancora scrivono con carta e penna, telefoni da scrivania che non suonano mai (e se lo fanno, lo fanno in modo assai educato), l’enorme orologio a lancette sulla parete, che con ogni scatto dei secondi ti avvicina un po’ di più alla pensione.

Prima di arrivare avevamo sentito parecchie storie sulle scorte di polizia obbligatorie per gli stranieri, ma eravamo convinti di poterle evitare in qualche modo e poi, pensavamo, come diavolo potrebbero scortare delle motociclette? La risposta è: con ogni mezzo possibile. La tua sicurezza è la loro unica preoccupazione e se il prezzo da pagare per tenerti al sicuro è rischiare di ammazzarti… beh, diamine, loro sono pronti a pagarlo! Se non trovano altro modo, i poliziotti saliranno sulla tua moto, sistemandosi alla meno peggio sulla sella, sulle valigie o sopra di te, a seconda di come capita. Dopodiché un leggero tocco della canna del loro fido AK sui reni vuol dire che puoi andare, un paio di colpetti indicano “rallenta” e se ti colpiscono più forte farai bene a sapere che accidenti vogliono. E purtroppo no, non puoi farne a meno. Non puoi decidere che preferiresti essere fucilato piuttosto che schiantarti contro un camion mentre cerchi di spiegare al poliziotto dietro di te che non parli urdu e che non è un momento adatto per fare conversazione. Credeteci, una buona legge sull’eutanasia avrebbe un grande impatto sul comparto turistico di queste parti.

Questo sistema di scorta in realtà funziona abbastanza bene a Sindh e in Punjab, ma in Balochistan è un inferno. Il primo giorno siamo stati abbandonati per cinque ore in una caserma in attesa che qualcuno si occupasse di noi, solo perché i tizi del posto insistevano nel voler usare la radio anziché i cellulari (come fanno in Punjab). Quando la nostra scorta si è finalmente presentata, abbiamo percorso appena 20 km prima di doverci nuovamente fermare in una stazione di polizia nel bel mezzo di nulla. Niente cibo, solo acqua e la possibilità di dormire nell’ufficio e di pisciare a volontà nel cortile. Ecco due scene di quel giorno:

Quetta, la capitale provinciale, ha fatto del suo meglio per farci sperimentare quel “grande pericolo, grandi problemi” di cui tutti ci parlavano in continuazione.
La città è parzialmente militarizzata, ci sono sacchi di sabbia sui tetti e nelle piazze, soldati e poliziotti a ogni angolo di strada e guardie armate dappertutto.
Solo per poter arrivare all’Hotel Serena è necessario prima passare una cancello alto quattro metri, poi cinque barriere d’acciaio (di cui una anticarro), tre metal detector e uno scanner per i bagagli. E circa una ventina di addetti alla sicurezza. Fare il percorso contrario poi, ovvero uscire dall’hotel verso la strada, farebbe venire i brividi anche al più duro degli avventurieri, una sensazione molto simile al camminare nudo in mezzo alla giungla.

Si vedono più armi in giro di quante se ne possano contare in un action movie o in un college americano e ci vuole un po’ per abituarcisi, ma alla fine abbiamo cominciato a goderci la città e i suoi affollati bazar:

Siamo ripartiti in direzione Nord tre giorni dopo. Appena fuori dalla città la strada si fa molto interessante, regalando un guida molto piacevole fino al fiume Indo. Da lì in poi però è tutto un susseguirsi di campi coltivati, la natura diventa monotona e la strada è un lungo e noioso rettilineo asfaltato (se va bene). Queste foto sono state scattate in un raro momento di solitudine:

Ancora pochi giorni ed eravamo arrivato a Lahore, il posto più vicino all’India (e allo stile di vita indiano) che ci sia al di qua del confine.

[il blog di Mario e Thomas]


Stan Trek è un viaggio nell’Asia centrale post-sovietica e il Medio Oriente: lungo la Via della Seta, attraverso luoghi difficili anche da pronunciare di fila. Provateci voi, senza fermarvi: Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan. Ma non solo: la provincia del Sinkiang (Cina), Afghanistan, il conteso Kashmir con la Strada del Karakorum, tra le più pericolose al mondo, fino al Pakistan.

Un viaggio esotico semplicemente perché si tratta di luoghi davvero remoti, difficili da raggiungere anche in aereo, difficili da girare, interessanti per un passato importante essendo stati la culla di antiche civiltà, per un presente di corruzione dilagante e crudeli regimi di dittatori che fanno sembrare Saddam Hussein un dilettante in “materia” di repressione e tortura. Se poi consideriamo gli enormi giacimenti di gas naturale e petrolio ancora non sfruttati, forse le ultime importanti risorse energetiche del pianeta, in un futuro non molto lontano questa remota zona della terra diventerà oggetto della prossima partita a Risiko delle grandi potenze mondiali. [Continua a leggere l’articolo]