La scienza delle soluzioni immaginarie

Il bacio senza un tempo si travestì da rospo.

Una nave affondava ballerina mentre il giovane Salvo, un soldato in gamba – liberò un re – cercava una moglie d’oro.
Il principe mangiò un uovo e una gallina.

La sirena, il pesce-principessa, trasformò la sua nonna in anatroccolo. Il risveglio: la bambina cresceva e diventò un cigno con dentro nascosto un lupo; si mise in un materasso; col passare del pescatore là sotto trovò un pisello, sì!

Ho giocato, perché se c’è una cosa che mi piace fare è giocare e se c’è una cosa che mi piace fare ancora di più di giocare è giocare con le parole. Ho giocato perché oltre alle radici colte, oltre ai riferimenti classici, oltre al movimento logico e a quello illogico, oltre all’esercizio di stile (di cui comunque non mancheremo di parlare) quello che ho trovato in questo albo illustrato di Fausta Orecchio e Olivier Douzou o Fausta Oreille e Olivier Dodici (tanto a cambiare l’ordine, o la lingua, degli addendi il prodotto non cambia) è l’invito al gioco di fantasia. Impegnativo per la mia mente adulta, molto impegnativo, ma certamente leggero e strampalato, e divertente, per una mente bambina.

Fiabla-bla è il risultato del felice incontro tra 77 parole, 7 colori e 12 forme. Immaginiamo le pagine come una pista da ballo, non quelli di gruppo standardizzati e sempre uguali, uno di quei balli che basta cogliere il ritmo e poi il partner non conta, il tempo non conta, nemmeno lo spazio; uno di quei balli in cui una “principessa” non è detto che si trovi a ballare con il suo “re”, ma anche sì, in cui un “rospo” non è detto che incontri il suo “bacio”, in cui una “gamba” può finire “sotto” a un “materasso” (argh!). Le parole si incontrano, si pestano un po’ i piedi, si scostano, si rincontrano. Ballano e ridono e ridono.

L’idea della verità è la più immaginaria tra le soluzioni” è dà luogo a novità mai udite, mai lette prime, mai viste rappresentate in questo modo libero e selvaggio. La struttura si destruttura, le forme si combinano con un piglio assolutamente rigoroso per cui un pisello diviene re, diviene albero.

L’aveva già fatto Queneau, e noi amiamo il gioco delle varianti, lo amiamo in Rodari, l’abbiamo ritrovato grazie a Fabian Negrin, lo ritroviamo qui, tra le pagine di Fiabla-bla. Non è un libro (e per fortuna!) che incontrerà il gusto di tutti, del resto, come diceva un altro meraviglioso giocoliere di parole: a ognuno la sua platea.

Titolo: Fiabla-bla
Autore: Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 32 pp., 11,50 €

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Non c'è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene

A. C. Quarello - Janet la stortaNon c’è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene. Non c’è perché non esistono gesti in parte crudeli o in parte buoni. E ciascuno di noi, che lo voglia o meno, è portatore sia di quel bianco che di quel nero, e, come esplicitato da Goffredo Fofi nella postfazione a questo lampo che è Janet la storta di R. L. Stevenson, “il male ha le sue attrattive, come ogni fuoriuscita dalla regola, dall’ordine imposto. Crescere vuol dire questo, e vuol dirlo da sempre: capire la differenza tra il bene e il male”.

Un capolavoro di sessantaquattro pagine in cui Maurizio A. C. Quarello, l’illustratore, riesce a dialogare con Stevenson su pari livello. Gli occhi iniettati di sangue di Janet (la storta), i corvi che sembrano trovare nel suo cappello il proprio nido hanno la stessa valenza delle parole di Stevenson: sfogli le pagine, le incontri, ne sei colpito, sei costretto da un desiderio misto ad angoscia a indugiare sui dettagli, Ti colgono di sorpresa e ti lasciano turbato.

Aveva ragione la maggior parte della gente a mettere in guardia il giovane reverendo Murdoch Soulis? Avrebbe dovuto assecondare il pregiudizio di un aspetto assolutamente poco confortante? L’uomo nero, del resto, lo sanno tutti che può nascondersi ovunque, albergare in esseri anche meno inquietanti di Janet; Janet dalla risata inconcludente, dai gesti convulsi, dall’incedere incespicante e furioso.

A. C. Quarello - Janet la stortaA. C. Quarello - Janet la storta

Siamo tutti dalla parte di Janet quando le comari puritane tentano di annegarla secondo lo schema classico della lotta alle streghe: se affoga, peccato… se resta, caparbiamente, a galla peccato… è una strega. E queste parrocchiane non fanno nulla per scardinare l’appoggio pieno che il lettore dà al reverendo. Agiscono da ottuse; si comportano come se fossero investite da una facoltà di giudizio ineccepibile. Eppure Janet da quel bagno di soffocante inquisizione esce inospitale a qualsiasi empatia e la tensione sale.

Ripenso a L’isola dei morti alla desolazione imperante in quel dipinto come nello spaventoso isolamento del reverendo; ripenso ai toni dell’ocra e del bruno che toccano quella tela come queste pagine e inzuppano delle acque dello Stige ogni frase, ogni parola. Parole e frasi che, in perfetto stile short story, evocano con intensità e freddezza: ogni pensiero è lancinante, comincia e si conclude senza strascichi senza commistioni. A ogni momento la sua personale paura.

La vecchia Janet un po’ strega, un po’ diavolo, un po’ maga è storta; ancora riprendo Goffredo Fofi e la sua postfazione “Janet sta tutta da una sola parte, la parte dell’oscurità, della notte, del male, di ciò che continuiamo a chiamare demonio”: è thrawn, come in scozzese si dice per twisted, crooked, perverse. Perfettamente “storta”. Altrettanto calzante la traduzione di Paola Splendore che riesce a restare fedele a quella freddezza di ritmo e intensità che rendono questa lettura per adolescenti e adulti piena.

*A. C. Quarello quest’anno ha vinto il Premio Andersen come miglior illustratore e in regalo con questo albo un poster.*

Titolo: Janet la Storta
Autore: R. L. Stevenson, A. C. Quarello
Traduttore: Paola Splendore
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 64 pp., 15,00 €

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Marco Cavallo e il folle coraggio di raccontare ai bambini

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Certo che solo un dottore matto, ma matto da legare, poteva pensare di dar voce ai matti, quelli veri, quelli la cui anima è in costante sofferenza, quelli di cui si ha paura, che si scansano, quelli che a guardarli inseguire una foglia o contare i sassi si stringe il cuore.

Iréne Cohen-Janca li definisce proprio “coloro che hanno male all’anima”, ed è una definizione calzante quanto scomoda, considerato che per molti i matti nemmeno ce l’hanno un’anima o se ce l’hanno è ammuffita, marcia, vuota.

Questo albo (che è un racconto) è certamente il più difficile libro per bambini che io mi sia trovata a recensire, quando non a leggere; ce ne sono stati altri che mi hanno messa nella situazione scomodissima, nell’impasse, di voler comunicare tutto quello che loro hanno comunicato a me con il risultato che la lingua si impasta in un groviglio di sensazioni e afflati che poco hanno a che spartire con l’oggettività giornalistica. Così è stato per L’albero di Anne, o L’autobus di Rosa entrambi editi da Orecchio acerbo e illustrati da Maurizio Quarello che figura i tratti di questo grande cavallo blu narrato da Iréne Cohen-Janca che anche della storia di Anne, non a caso, era stata portatrice.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Mi chiedo se sia una coincidenza o se sia la forza delle parole, la sapienza con cui il lessico di un ospedale psichiatrico diviene il lessico di una favola, la forza con cui i matti stilizzati proiettano sulla pagina la propria ombra, traccia sì e indelebile della propria, concreta, esistenza, o se si tratti del coraggio di portare sulla carta scritta, nero su bianco con tracce indimenticabili di blu, una storia per bambini che gli adulti faticano a digerire se non a concepire.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluTutto questo mi chiedo quando leggo Il grande cavallo blu; Paolo è il protagonista di questa storia: figlio della lavandaia dell’ospedale vive in questo mondo per nulla ovattato, isolato da quello esterno che ben si guarda dal lanciare uno sguardo oltre le cancellate di questa isola piena di matti, battuta dalla bora triestina. Paolo vive nell’ospedale psichiatrico, al San Giovanni, dunque. Il suo unico amico è Marco, il cavallo dalla stella bianca sulla fronte che trasporta la biancheria. Paolo conosce i matti rinchiusi nell’ospedale ma nella propria tenerezza di bambino essi assumono i tratti quantomai esacerbati della fiaba: c’è l’uomo-albero su cui si posano merli che conservano sulle piume il blu intenso del cielo aperto e libero da cui provengono, c’è la signora bella, col belletto sulle labbra che vaga scalza, sempre con le scarpe in mano, c’è l’uomo che cattura e spezza il collo agli uccelli, inquietante, fa paura, ci sono esseri senza età, fermi nel tempo, vecchi che sembrano bambini e bambini che paiono vecchi. Le tavole illustrate si susseguono con un ritmo grigio e bianco pervaso da pause tintinnanti di blu: il blu del mare, il blu del cielo, il blu di tutto quello che può essere libero per natura o perché ha ottenuto la libertà, come Marco, il cavallo, simbolo della libertà conquistata perché concessa da un uomo libero, perché atto di coraggio. Perché frutto di una follia sana, di cui, a ben guardare, da vicino, come sosteneva Basaglia, ciascuno di noi è portatore.

Marco il cavallo dalla fronte stellata è vecchio e stanco, merita di riposare piuttosto che di andare al macello, Paolo merita di salvarlo, e i matti si meritano l’aria oltre le cancellate, quella sferzante di libertà. A simboleggiare come l’infermità del singolo isolata può divenire incomprensibile malattia da sedare con camicie di forza ed elettroshock, sebbene non sia altro invece se non specchio dell’infermità collettiva non senziente, gretta, pavida. Almeno fino a quando un dottore “ostinato come il vento e matto da legare” non decida di aprire le porte e far varcare il cancello a un grande cavallo blu e ai matti, sostenendo che la libertà sia la medicina migliore.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Titolo: Il grande cavallo blu
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio Quarello
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 44 pp., 12,50 €

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L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile”(F. Basaglia. Conferenze brasiliane, 1979)

“In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà. Ma non possiamo sperare nei liberatori, perché se speriamo in loro saremo ancora una volta imprigionati e oppressi. È la stessa storia dell’operaio che non può sperare che la direzione del sindacato lo liberi. È lui stesso che deve lottare e dare ai dirigenti del sindacato gli elementi per liberarlo. È questa la nostra funzione di leader in una società in cambiamento. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perché facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni”. Trent’anni e passa sono trascorsi da quando uno psichiatra “anti-psichiatria”, si chiamava Franco Basaglia, pronunciò questo e altri memorabili discorsi. Lo stesso uomo dimostrò, inoltre, come l’impossibile qualche volta diventa possibile persino a partire da episodi all’apparenza di nessun conto.

Circostanze marginali che scatenano l’immaginazione troppo a lungo implosa, tenuta in catene, costretta nella camicia di forza, capace di trasformare orrore e sofferenze in avventure di libertà e avviare trasformazioni epocali. C’era una volta un re, allora direte voi? No. C’era una volta un cavallo addetto al trasporto di biancheria, scarti di cibo e roba vecchia, in servizio all’ospedale psichiatrico di Trieste. Perché è da un cavallo che comincia questa storia unica. Le istituzioni volevano mandarlo al macello perché vecchio e sostituirlo con un motocarro. Ma l’animale puntò zoccoli e ferri e recalcitrò. O meglio degenti e personale del San Giovanni di Trieste scrissero una lettera alle istituzioni. L’animale fu salvato e da allora divenne simbolo di una lotta contro ogni oppressione, a cominciare da una psichiatria antiquata che trattava i malati mentali da rei privandoli di fondamentali diritti civili e della dignità umana.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluIl cavallo in carne e ossa ispirò nel 1973 la creazione di un simbolo potente: ‘Marco Cavallo’, macchina teatrale di legno e cartapesta azzurra. Emblema di una battaglia di libertà e liberazione contro tutti i manicomi e le coercizioni, da allora non ha mai smesso di viaggiare e portare il suo messaggio in ogni parte del mondo per contrastare la smemoratezza che rischia di cancellare le tracce di un passato ancora troppo vicino che specie i più giovani ignorano. Marco Cavallo è anche simbolo della cosiddetta riforma Basaglia, la legge 180/1978 che ha sancito la chiusura dei manicomi sostituiti da centri territoriali e permesso al ‘matto’ di riappropriarsi della sua dignità di cittadino con diritti, doveri e responsabilità, punibilità compresa se si commettono reati. Resta in piedi la complessa questione degli aspetti della riforma ancora non attuati, del grave fardello che spesso è toccato e tocca in sorte alle famiglie costrette a farsi carico di parenti malati psichiatrici senza il supporto di idonee comunità terapeutiche. Qui si vuole solo evidenziare che davvero nella nostra recente storia l’impossibile è accaduto e tutti noi beneficiamo di un dono non scontato. Una simile rivoluzione nella psichiatria moderna non sarebbe stata possibile senza Basaglia e suoi colleghi nonché grazie alla fattiva collaborazione della provincia di Trieste, allora guidata da Michele Zanetti.

Basaglia era uno psichiatra veneziano, che all’arrivo nel 1971 a Trieste, aveva già avuto un impatto durissimo col manicomio di Gorizia dove aveva cercato di avviare un’esperienza di comunità terapeutica e una prima rivoluzione eliminando contenzione fisica, uso dell’elettroshock e aprendo i reparti. Una volta a Trieste però, a questo psichiatra intriso di letture esistenzialiste e in piena sintonia con le correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale (Karl Jaspers, Eugéne Minkowski, Ludwig Binswanger), con il pensiero di Michel Foucault e Ervinng Goffman nella critica all’istituzione psichiatrica, ma capace di concretezza a partire dall’immersione nella realtà manicomiale senza mai negare la malattia mentale, non volle più sforzarsi di “umanizzare” il manicomio. Puntò a distruggerlo, perché lager e copertura di un sistema coercitivo che esclude il malato per non vedere le proprie contraddizioni patologiche. Dal ’73 nel manicomio di Trieste fu creata una cooperativa di lavoro retribuito per i pazienti, avviato un laboratorio condotto da Giuliano Scabia, artista poliedrico con l’aiuto di tanti, tra cui Vittorio Basaglia, pittore, scultore, fratello di Franco, e poi medici, infermieri, internati che realizzarono Marco Cavallo. Il colosso azzurro fu portato all’aperto il 25 febbraio del 1973 dopo che venne aperta una breccia nel muro di cinta del manicomio che lo stesso Basaglia spaccò con una panchina di ghisa.

Con Marco Cavallo sfilò per Trieste un corteo con più di 600 matti: la follia finalmente dilagava nella città e la città si apriva tra gioco e paura alla realtà vera dell’essere umano. Nello stesso anno Basaglia fondò Psichiatria democratica, movimento che favoriva la diffusione dell’antipsichiatria, corrente di pensiero che bersagliava il meccanismo segregante ed escludente delle istituzioni sanitarie. Nel ’77  fu dichiarata la chiusura del manicomio di Trieste. Nel 1978 si approvò la legge 180 che avviò la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale e la sostituzione, secondo l’esperienza triestina, con centri territoriali. Marco Cavallo ha ancora tanto lavoro da fare: tra i servizi psichiatrici e nelle cliniche private dove spesso la contenzione è tuttora realtà e di psichiatria si muore ancora, ma soprattutto negli ospedali psichiatrici giudiziari dove le condizioni sono arcaiche e disumane.

Entro il 31 marzo del prossimo anno tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia devono essere chiusi. I detenuti, 1500 persone circa, saranno trasferiti in centri idonei a curarli. Non è che l’inizio di un percorso lungo. Già Basaglia invitava alla cautela: “Attenzione alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi d’una visione segregante ed emarginante”. Marco Cavallo ci sarà a raccontare lo spaventoso manicomio che sta fuori e pare invincibile.

Una banda popolare, uno spartito di libertà

I musicanti di Brema - Claudia PalmarucciE a chi per ultimo l’ha raccontata – ancor la bocca non s’è raffreddata. Così si chiude la fiaba de I Musicanti di Brema dei fratelli Grimm. Si tratta di una chiusa classica che fa riferimento ai cantastorie della tradizione orale germanica, e implica la volontà di sottolineare quanto spesso questa storia sia stata raccontata e da quanti diversi autori.

Quando usiamo la parola “autore” siamo sempre cauti giacché taluni non fanno altro se non limitarsi alla mera trasposizione, alla semplice ricerca della semplificazione; taluni si limitano a condensare il sensazionalismo e l’effetto rumoroso dei climax per smarrirsi nell’intricato garbuglio della banalità. Non si tratta di autori e nemmeno di cantastorie.

I nostri autori, quelli che investono le storie classiche di una strabiliante modernità, così come quelli che offrono varianti fedeli alla tradizione e mai s’adagiano sulle furberie, sono realmente tali e ci conquistano, ci raccontano, ci rendono capaci di metabolizzare, di sorridere.

Per questa fedeltà e per altre ragioni che seguiranno Orecchio acerbo ha ben il diritto di annoverare tra i suoi anche i due famosi fratelli autori, Jacob e Wilhelm Grimm per I musicanti di Brema, assieme a Claudia Palmarucci che racconta la fiaba per immagini e Anita Raja che, fedele anch’essa alla parola di cui è portatrice, la traduttrice, ce la racconta nella nostra lingua e da una brulla e spigolosa riva del mare del Nord all’altra, mediterranea e altrettanto frastagliata, la trasporta.

I musicanti di Brema - Claudia PalmarucciI musicanti di Brema - Claudia PalmarucciI musicanti di Brema - Claudia Palmarucci

I musicanti di Brema - Claudia PalmarucciQuattro cantastorie, quattro autori per un’unica fiaba. Quattro come gli improvvisati musicanti che, chi per un motivo, chi per un altro, decidono di partire assieme alla volta di Brema. Un vecchio asino che per il proprio padrone non valeva più il fieno che mangiava, un Can-Da-Presa col fiato corto non più buono per la caccia che il proprio padrone voleva ammazzare di botte, un gatto Leccabaffi dai denti spuntati non più abile nel cacciare i topi che la padrona voleva annegare e un gallo Crestarossa buono, ottimo, per fare il brodo. Partono per Brema assieme in una marcia che ha tutto il sapore della ricerca della libertà. L’asino con coppola e martello, il gallo con in mano una chiave inglese, strumenti da lavoro operaio che divengono strumenti portatori del sogno, dei desideri, strumenti musicali. E mentre s’avviano, in fila indiana, dei pesci si mostrano a pelo d’acqua come in ascolto di una predica, memori di quel santo (Antonio) che ad essi aveva spiegato il valore divino della libertà quando gli uomini si erano mostrati sordi alle sue parole. Nella notte, male alloggiati, i quattro animali scorgono una luce e verso di essa riprendono il cammino; dietro di essi una Fiumana di persone s’accoda in massa verso quella luce, alba del sole dell’avvenire, segno di un valore universale del soggetto sociale, segno del valore universale della libertà.

I musicanti di Brema - Claudia PalmarucciDi antieroi ce n’erano già stati tra le prime pagine di questa fiaba, sebbene mediocri nella loro grettezza da padroni, quelli cui i quattro musicanti operai si trovano di fronte, raggiunta l’agognata fonte di luce, sono briganti. Briganti perbene, ben vestiti, compiti ed eleganti. Così tanto ben vestiti e così tanto per bene da ricordare molto naturalmente i briganti del nostro tempo. I briganti sono alle prese con un banchetto, una festa, e sono in tanti. Come potrebbero i nostri eroi male assortiti fronteggiare quell’orda così ben nutrita? “Uniti i deboli diventano forti” hanno scritto Jacob e Wilhelm, e questo principio è valido nella Storia così come nella tradizione fiabesca, così come in quei miti antichi e classici in cui affonda la radice comune di tutte le fiabe europee.

E dunque è la volta della celebre torre: il cane si mise sulla groppa dell’asino e il gatto montò su quella del cane. Il gallo infine si mise in cima a tutti e assieme, all’unisono, si espressero con tutta la voce in loro possesso. L’urlo che ne conseguì fu così improvviso e sconquassante da disperdere i briganti in preda al terrore.

I musicanti di Brema - Claudia PalmarucciI musicanti di Brema - Claudia Palmarucci

I musicanti suonano strumenti molto accordati alla ricerca di una musica comune e popolare. Liberi si esprimono.

Io ho vissuto a Brema, qualche anno fa. Da sola, in un paese straniero di cui non riuscivo a prevedere il tempo annusandone l’aria, esploravo le vie della città; conosco a menadito le sue strade per quante volte le ho percorse, ma sempre ritornavo alla Piazza del mercato, per accarezzare la testa di quell’asino cui erano mancate le carezze del padrone e che tanta compagnia aveva fatto alle mie notti di bambina (e anche a quelle della zia cantastorie).

Titolo: I musicanti di BremaCopertina musicanti
Autore: Jacob Grimm, Wilhelm Grimm, Claudia Palmarucci
Traduttore: Anita Raja
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 36 pp., 16,00 €

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Passo a due per gatto e bambino

Remy Charlip, Stoddard - Mio MiaoRemy Charlip, Stoddard - Mio Miao
Balla questo bambino di Remy Charlip, così come ballava il protagonista di Fortunatamente (anch’esso edito da Orecchio acerbo). Il primo danza al ritmo delle fusa del suo unico specialissimo gatto, il secondo in balia di accidenti fortunosi quando non. Entrambi flessuosi si chinano, avvolgono, s’allungano e distendono, compiono capriole e balzi. Ma con una sostanziale differenza, Fortunatamente era tutto un grand jeté solitario, qui si tratta di un pas de deux in cui un ballerino esperto vorrebbe che un ballerino per nascita, quale è il suo gatto, s’adattasse alla coreografia da lui pensata: Stai ben dritto, girati un po’, resta fermo, lasciati portare. Il bimbo insiste, gli prepara un carretto per trasportarlo, vorrebbe costringerlo in un maglione, gli prepara addirittura un bel lettino. La confusione all’inizio sembra dettata da un fraintendimento: non si tratta di un peluche, ma di un gatto vero. Morbido, sì, soffice, certamente, ma vivo eccome! Quel gatto è assolutamente il suo gatto e perciò deve fare quello che lui gli ordina.

Remy Charlip, Stoddard - Mio Miao

Ma non funziona, non va e non va, Mio Miao è un gatto e in quanto tale danza seguendo una musica che è sua propria e che pochi altri sentono, uno solo ascolta. Tutto sta a mettersi nella pelle degli altri, proprio come ha fatto in una fortunata e bizzarra giornata Peter, il protagonista de L’inventore di sogni di Ian Mc Ewan: entrato nella pelle del proprio gatto ronfante scopre come sia fastidioso essere afferrati e portati da una stanza all’altra o come sia complessa la giornata altrui, sebbene sembri semplicissima. Non è sempre possibile entrare materialmente nella pelle degli altri ma qualcosa si può provare a fare in questo senso.
Perché se nelle pagine a sinistra, in maiuscolo (talvolta grassetto della voce del bimbo) su un fondo giallo si stagliano ben ferme e in nero le parole del bimbo, esplicato il punto di vista (che ingenuamente e teneramente altro non vuol significare se non: ti adoro e sei il mio unico specialissimo gatto) si passa all’altra campana, sulla destra, stesso sfondo giallo intenso, stesso maiuscolo deciso, stavolta rosso, del gatto.
E per chi abbia anche solo avuto un’unica occasione di accarezzare un gatto dalla testa lungo la schiena fino alla punta della coda pensando di avergli donato la gioia più intensa per poi vederlo scappar via all’inseguimento di un pezzetto di carta smosso dall’aria sarà chiaro: i gatti amano, amano profondamente, e per questo loro saper amare sanno qual è il limite da non valicare per restare sé stessi, per godere delle proprie abitudini, per andar fieri delle proprie capacità, per potersi fidare e essere degni di fiducia. E Mio Miao non lesina i miagolii per spiegarsi per bene: “[e] se voglio dormire|mi trovo un nascondiglio|dove nessuno possa|gridarmi: ora ti piglio”; “mi piace quel che mangio|mangio quel che mi piace|gioco quando mi va”.

Remy Charlip, Stoddard - Mio MiaoRemy Charlip, Stoddard - Mio MiaoRemy Charlip, Stoddard - Mio Miao

Le due prospettive sono chiare, ma il rapporto è a due, la danza pure, per cui le voci cominciano a danzare anch’esse nel delizioso ritmo della domanda e della risposta. Io ti miagolo, tu mi ascolti e rispondi, mi comprendi e per questa ragione sei il mio unico amico speciale “e io non lo dimentico:| mio miao, ti puoi fidare”. Quando tra le pagine scende la notte col suo nero profondo e si acquieta la frenesia del giorno, si torna gatti dopo essere stati tigri, ci si addormenta dopo aver corso veloce, ma anche piano, camminato sulle mani e aver sputato lontano, tutto si rischiara alla luce di una splendida luna gialla che dalla finestra illumina due teneri ballerini accoccolati a letto, insieme, felici.

Remy Charlip, Stoddard - Mio MiaoÈ un albo che parla con grazia questo Mio Miao, il mio unico specialissimo gatto fatto dal testo di Sandol Stoddard e dalle illustrazioni di Remy Charlip (ballerino oltre che autore di libri per bambini) e riesce a farlo anche grazie allo spendido (e immaginiamo laborioso) adattamento di Francesca Lazzarato. Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di leggere questo libro nella sua versione originale in lingua inglese e mi chiedevo come un traduttore potesse riuscire a rendere con rispetto e fedeltà quel testo così ritmico a mezza strada tra la poesia e la prosa, laddove la prosa è già poesia e la poesia non lesina ampi respiri. Ancora come la traduttrice abbia fatto non lo so, di certo è riuscita nell’impresa. La danza è una questione di libertà e impegno. Mi pare che lo si possa dire anche per questa traduzione.
Mio Miao è adatto a bambini dai tre anni in su, le parole del bimbo e del gatto arrivano forti e chiare anche se i genitori potrebbero trovarsi un po’ smarriti dinanzi a bimbi che affermano con aria decisa: “hai visto, mamma? Posso mangiare quando mi pare e dormire dove voglio io!”. Smarriti sì, ma sorridenti giacché in fondo il punto di vista del gatto alla ricerca dell’indipendenza e dell’affermazione di sé rimane condivisibile, è quello dei bambini è sempre un altro punto di vista.

Titolo: Mio miao. Il mio unico specialissimo gattoMio Miao Cover
Autore: Sandol Stoddart, Remy Charlip
Traduzione: Francesca Lazzarato
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 48 pp., 14,00 €

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Maturare verso l'infanzia

Il pavimento è color cannella; il pavimento della bottega di Jakob; bottega di stoffe, luogo di cambiamenti e buffe metamorfosi. Jakob è il padre di Bruno, e Bruno è Bruno Schulz, giornalista, scrittore, ebreo.

I nostri, i miei, sono gli anni della continua ricerca del restare sempre sé stessi, per distinguersi, emergere. Avere una propria forte identità, riconoscibile soprattutto, che ci renda unici; una identità che ci protegga. Fino all’irritarci, al renderci insofferenti verso quella stessa unicità che abbiamo ricercato e che ci rende sempre uguali, imprigionati nelle nostro crescere, divenire adulti. Incapaci di rinnovarci, di mostrarci candidi, di riscoprirci ingenui, di salvarci plasmandoci, cambiando.

Per questa ragione, quando nel bel mezzo dell’albo mi imbatto in questa frase, trasalgo: “Jakob si mischiava e si impastava con il mondo per guardare tutto con occhi nuovi e diventare ogni volta un po’ meno se stesso”.
Si tratta di un padre dalle “instancabili gesta”, dalle continue metamorfosi, capace di cogliere la vita nella materia e adattarla a sé stesso. Si mischiava e impastava e Bruno anelava a imitarlo ma un’imbarazzante testa grossa lo frenava: gli rendeva difficile l’idea di riuscire a librarsi in volo come un rapace, o tenersi in equilibrio a testa in giù come un ragno, soprattutto a sfuggire alla scopa della governante Adela che, sempre, presa alla sprovvista dai cambiamenti di forma di papà Jakob, cercava di scacciarlo con la scopa.

Quando Jakob sparì, perso in una delle sue mutazioni, pensava Bruno, per non fare più ritorno, il bambino sfogò l’amarezza della solitudine e della mancanza nel disegno: incise e disegnò per non dimenticare, per conservare, per non restare imprigionato in sé stesso, nella propria timidezza, nella propria malinconia. “Essendo cresciuto con una testa abnorme, Bruno conosceva le parole giuste per trasformare la diversità in opportunità”. E cercò di insegnarlo anche agli altri.

Con lo stesso intento, immagino Bruno alle prese con la realizzazione degli affreschi (illustrazioni delle fiabe dei fratelli Grimm) per i figli del “suo” nazista, quello che lo proteggeva, schiavizzandolo, per sfruttarne il talento e la grazia.

La diversità di Bruno non lo salvò. Alla sparizione del padre ne seguirono altre, e con una velocità fulminea si attuò il feroce piano di annullamento: tutti gli ebrei, a prescindere se ordinari, straordinari, strambi o col testone furono perseguitati. Gli ebrei come i rom e sinti, i malati di mente, i testimoni di Geova, gli omosessuali, gli oppositori politici. Tutti umiliati, straziati, trucidati; alla stessa maniera eliminati, resi uguali l’uno all’altro dall’orrore del nazismo. Tutti, anche Bruno, ucciso per strada in una giornata d’autunno del 1942 da un ufficiale alla ricerca di vendetta giacché il nazista di Bruno aveva ucciso il “suo” ebreo. Bruno non esiste più, e i suoi scritti, i suoi disegni sono cancellati e dispersi dal tempo.

Poi anche i nazisti pagheranno il loro appiattirsi in un’unica atroce immagine. Gli stralci di umanità sopravvissuta si muoveranno, si allontaneranno e fuggiranno dai luoghi dell’orrore. Uno scampolo di famiglia entrerà in una bottega impolverata dal pavimento color cannella e ne esplorerà gli spazi, per renderli propri, rifugio e casa. Su quel pavimento una mano bambina alla ricerca di cose utili ne scoprirà di preziose e uniche: i disegni e gli scritti di Bruno.

Oggi di lui ci sono rimasti articoli, disegni, saggi, racconti e due romanzi: Le botteghe color cannella e Il sanatorio, all’insegna della clessidra. Un terzo, Il messia, definito il suo capolavoro, è andato perduto. E chissà che non sia in volo, tra gli artigli di un rapace variopinto che, nonostante una grossa e sproporzionata testa, vola leggiadro alla ricerca di un cantuccio polveroso di soffitta, uno scaffale di bottega per posarsi.

Bruno, il bambino che imparò a volare è una storia di Nadia Terranova, illustrata da Ofra Amit con immagini ampie e ariose che ben suggeriscono lo spazio, la libertà e il largo respiro cui Bruno in un modo o nell’altro anelava. Le parole, ognuna di esse, ci accompagnano e preparano al volo. Le piume rosse, perse da Jakob o da Bruno?, segnano il rincorrersi degli eventi, placide s’adagiano sulle pagine come se lo facessero sul tempo, a testimoniare la vita, così come un’attitudine. E come piume rosse, le parole lievi e dense di Nadia Terranova s’adagiano nella memoria di chi legge e in essa trovano, senza dubbio, spazio e tempo.

“Fredda serata di fine autunno. Bruno Schulz è ancora bambino. La madre entra in camera sua e lo trova intento a nutrire alcune mosche con granelli di zucchero. Stupita, gli domanda cosa mai stia facendo. “Le sto irrobustendo per l’inverno.” Vero o falso l’aneddoto raccolto da David Grossman, di certo quel bambino non poteva immaginare che da lì a pochi anni non l’epoca geniale da lui sognata sarebbe sorta, ma una delle più buie dell’umanità. Un lungo inverno nel quale, come mosche, sarebbero morte milioni di persone” (Paolo Cesari)

Titolo: Bruno, il bambino che imparò a volare
Autori: Nadia Terranova, Ofra Amit
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 40 pp.

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Cosa resta della fiera della piccola e media editoria?

La scorsa domenica ho incontrato alla Fiera del libro di Roma (Più libri più liberi) Valentina, dell’ufficio stampa di Topipittori. Lei mi ha chiesto se avessi intenzione di scrivere della fiera io lì per lì in tutta sincerità, perché effettivamente era quello che mi frullava per la testa da quando qualche giorno prima avevo passeggiato per gli stand, le ho risposto che probabilmente non avrei scritto nulla perché davvero poco mi diceva, e, a dirla davvero tutta, davvero poco mi dice da molti anni, molte edizioni.

Sorvolo, letteralmente, sui banchetti di essenze, gioielli, gadget e giochi, perché è un’altra la riflessione che voglio fare e si riallaccia a un articolo che ho letto all’indomani della fiera stessa che in molte parti condivido e al quale avrei con la mia solita antipatia aggiunto della tristezza che mi hanno trasmesso certi autori emergenti alla disperata ricerca di un editore (magari a pagamento) che possa dar sfogo al proprio narcisismo letterario (parlo per preconcetti, perché magari gli ingombranti autori gesticolanti che bloccavano il passaggio nei corridoi erano autori talentuosi, non lo so: l’aria soffocante induce all’insofferenza).

Ritorno all’articolo ispiratore o meglio ad alcuni dei commenti letti in giro su FB in relazione allo stesso che riflettevano sulla bellezza di alcuni stand di libri per bambini i quali sarebbero libri d’arte e non solo per bambini.

Si cita Orecchio acerbo, aggiungerei Topipittori. Ma non condivido la definizione molto in voga di “libri d’arte e non solo per bambini” che ho sentito davvero allo sfinimento. Non ho nessun dubbio sul valore delle produzioni editoriali in questione, io stessa su queste pagine mi sono più volte (sempre) ritrovata a cantarne le lodi e reputo quindi quei bellissimi albi/libri fatti ad arte, preziosi, curati ma puri libri per bambini, non per adulti, non libri d’arte nel senso settoriale della definizione. Libri per bambini che, grazie alle capacità autoriali, grazie alla ragionata cura editoriale, grazie alle eleganti risposte grafiche fanno sentire noi adulti invidiosi e desiderosi di trovare nell’immenso spazio del palazzo dei congressi un qualche stand capace di stimarci come lettori consapevoli e non come fruitori di prodotti che non lasciano alcun segno se non la triste sensazione che i libri in quanto tali si stiano svuotando del loro valore originario.

Sono libri per bambini perché sebbene illustrati da grandi artisti i bambini desiderano portarli a scuola al posto dell’orsetto preferito perché non stanno nella pelle all’idea di raccontare ai compagni di classe di cosa accadde il giorno in cui la mucca starnutì; sono libri per bambini perché rimarrete a bocca aperta mentre vostra figlia di tre anni “leggerà” la storia di Piccolo Blu e Piccolo Giallo senza saltare una parola e accompagnando la storia coi gesti, sono libri per bambini perché senza preavviso, dopo qualche momento di sguardo concentrato e fermo vi dirà delle corna del cervo che si fanno foresta e albero. E sono certamente libri per bambini, e mi dispiace per noi adulti ancora desiderosi di nutrimento, giacché proprio per loro sono realizzati e pensati; proprio per loro, con intelligenza e cuore, diventano arte. [Barbara]