La trilogia dei vicini di Milena Agus e la verità del sogno

Cagliari è una città verticale, «con le sue salite e discese e tanti punti di vista e passaggi repentini dal buio alla luce e cambiamenti di colore secondo il vento». Basta prendere una frase da La contessa di ricotta (2009), il primo libro della Trilogia dei vicini, per entrare subito nel mondo di Milena Agus. La scrittrice nata a Genova, ma residente a Cagliari fin dall’infanzia, ha scelto la città sarda come luogo d’elezione per ambientare le sue storie. Ne La contessa di ricotta quasi tutta l’azione si svolge in un condominio dal nobile passato nel quartiere di Castello; l’ultimo romanzo, Sottosopra (2011), vede i destini dei protagonisti incrociarsi tra i piani di un antico palazzo alla Marina («La Marina è come un’isola, perché ci volano sopra i gabbiani e gli uccelli marini, perché ci sono arrivati i naufraghi da tutto il mondo»). Rimane poi l’azzurro del Poetto dove affogare le delusioni e respirare nuova linfa vitale.

Nei romanzi di Michela Agus l’accurato realismo nella descrizione dei luoghi contrasta con l’atmosfera onirica che circonda i personaggi e le situazioni. Prendete la contessa di ricotta: «pensa che andare in Vespa col vicino assomigli moltissimo a quella che chiamano felicità», «ma la felicità e la normalità svaniscono quando il vicino non si affaccia al muro e il cuore le batte forte e ricomincia a pensare al suicidio». Un intreccio che viene ripreso nel racconto Il vicino (2008), pubblicato dalla casa editrice cagliaritana Tiligù e arricchito dalle illustrazioni di Giorgio Podda. Sottosopra, se possibile, accentua ancor di più la trasfigurazione della realtà in favola: «una storia in cui nulla è ciò che sembra e nulla è come deve essere». Anna, l’anziana domestica del piano di sotto si innamora di Mr Johnson, scapestrato violinista jazz che vive nello sfarzoso piano di sopra, e forse l’amore senile è l’unico a durare per sempre essendo così prossima la morte. Alice, studentessa del piano di mezzo e voce narrante, diventerà scrittrice per ribaltare l’alto e il basso, il reale e il sogno, in modo da regalare un lieto fine ai personaggi e potersi così riscattare da una tragedia personale. La famiglia allargata della Marina – Mr Johnson junior, gay ma padre del piccolo Giovannino; Natascia, bella e insicura figlia di Anna e l’ex ricca signora Johnson, che torna all’improvviso a scompigliare le carte: tutti la stringono in un abbraccio ideale che le consentirà di diventare se stessa. Milena Agus, affinando lo stile limpido e discorsivo che ha reso celebre Mal di pietre (2006), mette in scena una colorata sarabanda che ricorda certi film di Almodovar, depurati però dalla dimensione del tragico. Le storie che narra durano il tempo di un’evasione agrodolce, come certi sogni pomeridiani in estate, mentre aspetti che il caldo sfumi e la realtà riprenda la sua consistenza.

Milena Agus è stata tradotta in una ventina di lingue e mantiene un successo costante di pubblico e critica. Nonostante ciò, rimane fedele alla casa editrice Nottetempo che l’ha fatta esordire e continua a insegnare italiano e storia in un istituto tecnico a Cagliari. Dopo cinque romanzi e altre pubblicazioni insiste a non volersi definire una scrittrice ma «una che scrive» («Io scrivo perché mi fa bene, ne ho bisogno, riesco a dire cose che non riesco a dire quando parlo con le persone»). Ha incontrato i suoi affezionati lettori nella Biblioteca Comunale di Iglesias lo scorso 25 maggio, replicherà il 23 luglio a Cagliari, nel Teatro Civico del Castello.

Titolo: La contessa di ricotta
Autore: Milena Agus
Editore: Nottetempo
Dati: 2009, pp.127, euro 13,50

 

 

 

 

Titolo: Il vicino
Autore: Milena Agus
Editore: Tiligù
Dati: 2008, pp.40 ill., euro 12,00



Titolo: Sottosopra
Autore: Milena Agus
Editore: Nottetempo
Dati: 2011, pp.174, euro 14,50


Altre vite bruciano Dove finisce Roma

I giocattoli dei grandi fanno più male. Prendete i droni, gli aerei senza pilota guidati a distanza, usati in modo crescente dall’aviazione degli Stati Uniti; ora tornate indietro alla seconda guerra mondiale: i B-17 americani e i Lancaster inglesi, per liberarle dal giogo del Terzo Reich, scaricavano tonnellate di bombe sulle città europee. Roma fu bombardata dagli Alleati cinquantuno volte prima del 4 giugno 1944, data della sua liberazione. Nella manciata di giorni che precedono il 4 giugno è ambientato Dove finisce Roma, l’esordio narrativo di Paola Soriga. Ida, la protagonista, «i capelli neri dritti e la pelle di un’oliva», aveva quattordici anni – poco più che una bambina – quando nel 1940 Mussolini, contando di barattare poche migliaia di morti con una facile vittoria, fece entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler. Alla fine del conflitto le vittime italiane furono 443 mila e Ida, dal canto suo, era ormai diventata un’adulta. La guerra era stata la sua adolescenza, come sempre accade quando il tempo della Storia – la distruzione dell’Europa – invade con tale violenza il tempo del singolo.

«Ai genitori di Ida e Agnese, in Sardegna, quand’era scoppiata la guerra, era sembrata una fortuna che quelle due figlie stessero a Roma, a Roma, dicevano, mica ci buttano le bombe, a Roma che c’è il papa e il Colosseo». Non erano stati buoni profeti, ma si sforzavano di lenire il dolore per la partenza di quelle due figlie, in una casa piena di donne. Agnese, che «mai prima di allora aveva avuto un fidanzato», aveva seguito in continente suo marito Francesco, che lavorava al Ministero e credeva nel Duce; insieme erano andati ad abitare a Centocelle, in via dei Pioppi. Ida l’aveva raggiunta dopo l’estate del ’38 perché in casa c’erano troppe bocche da sfamare, ma anche perché Ida era diversa (ha i grilli per la testa, sostiene Francesco; tu sei come un’ostrica, Ida, hai una perla dentro, le dirà Don Pietro, il prete del quartiere) e nella capitale potrà continuare la scuola, e avrà modo di coltivare la sua unicità di persona, al di là dello schema biologico-sociale femmina moglie madre. A Roma sceglierà e sarà scelta da due vere amiche: Rita, “che nella sua famiglia sono comunisti”, e Micol, l’aggraziata ragazza ebrea che un giorno sarebbe andata via. A Roma sarà poi ribattezzata dalla guerra Ida Maria, staffetta partigiana, dal momento che entrare nella Resistenza, agire in prima persona, «le era sempre sembrata l’unica cosa da fare».

Dove finisce Roma è un libro che parla di sospensione e distanza, la distanza che sempre si forma rispetto all’Io che più non siamo, ma sul quale si fonda la nostra identità presente. La Sardegna per Ida rinasce in città quando l’odore del caminetto trasporta ricordi di intimità domestica, o quando le sensazioni visive si sovrappongono nella danza delle stagioni. «Era bello il cielo di Roma a novembre, con i colori che cambiavano e brillavano come uno scialle dei giorni di festa, che le ricadeva lieve sulle spalle a darle quiete», «Ida certe sere tornando a casa, spesso in bicicletta, i monti di Tivoli in fondo allo sguardo, sentiva una malinconia che le schiacciava il petto, come tante volte nell’orto, in paese, al tramonto davanti al fico grande».

La sospensione agisce nel libro su più livelli. In primo luogo c’è la sospensione dell’azione nel tempo effettivo del racconto: Ida, la mattina del 30 maggio 1944, temendo che i fascisti l’avessero scoperta aveva preso a correre, si era rifugiata in una delle cave sotto il pratone al Quadraro, «dove lei e Rita andavano a nascondersi da ragazzine, in quella stanza fra le pareti umide che era diventata il loro palazzo». Ora quella grotta diventa asilo e prigione, il posto dove passerà i giorni e le notti a seguire, rievocando a ondate, lungo il flusso del sogno e del ricordo, le impressioni della sua giovane vita, dall’infanzia in Sardegna alla lotta partigiana. «Nelle ore immobili si annidano i ricordi, le facce di quelli a cui si vuol bene». E il pensiero ritorna spesso ad Antonio, nascosto nelle campagne di Tivoli, che le ha mostrato l’amore che scorre in un bacio sghembo, ma non le ha mai detto che era lei la sua fidanzata. Arriveranno gli americani? L’azione è sospesa come la quiete dopo un rastrellamento, come gli orologi fermi nelle case bombardate. E Agnese non sapeva dare figli a Francesco. E Annina, la sorella di Rita, aveva smesso di parlare dopo aver visto la madre di un’amica fra le macerie. «Non chiederci la parola», scriveva Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Dopo Montale, sarebbe certo una forzatura leggere sotto traccia Leopardi, A Silvia, «quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi», dietro un passaggio come il seguente: «quando lo guarda negli occhi, negli occhi suoi azzurri e grandi, che sembrano inondati di infinito», dove si riporta quel che prova Ida nei confronti di Antonio. Non è questo il punto, ciò che vorremmo evidenziare è la matrice poetica nella prosa di Paola Soriga. Poesia vuol dire innanzitutto ellissi e sintesi, sfrondare l’enunciato dalle norme grammaticali che ne limiterebbero la forza espressiva; vuol dire musicalità e ritmo nei legami e nelle dislocazioni tra le parole: [Qui per la prima volta in casa di Micol] «Tornando in salotto Ida si era sentita all’improvviso un po’ incomoda, ora saluto e me ne vado, aveva pensato mentre Micol si versava il tè rimasto, entravano gli occhi grandi di sua madre, con un rumor di tacchi». La virgola incorpora gli altri segni di interpunzione, declinando nella costruzione paratattica gli incisi del pensiero e le linee di dialogo dei personaggi, che spesso ricorrono al sardo campidanese o al romanesco. «Quando avevano aperto la scuola a Centocelle, il suo nuovo quartiere, Renata [la madre di Rita] era stata la prima ad andare a insegnarci, assieme a Erminia, che aveva il doppio dei suoi anni e un carattere odioso, come faranno i bambini a sopportarla, e come trattava Raffaele Spada, che era meridionale, immigrati, ecco cosa sono, una scuola di immigrati e nessuno sa parlare l’italiano».

Roma finisce a Sud nei quartieri periferici di Centocelle e del Quadraro, popolati negli anni trenta dagli immigrati provenienti da tutta Italia. Allora vigeva «quella legge fascista che non dà la residenza a chi non ha un lavoro», ai giorni nostri le fa eco la Bossi-Fini del 2002, che nega il permesso di soggiorno a chi non ha un lavoro per mantenersi – oggi che le periferie sono affollate dagli extracomunitari. Un libro ambientato nel passato offre sempre un quadro del tempo in cui è stato scritto, sovente la contemporaneità si rivela infatti una lente deformante. «Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato»: le parole di Calvino, da Le città invisibili, sembrano pensate apposta per il romanzo di Paola Soriga, che per certi versi è costruito sui nomi propri, sia materiali che immaginari, ma in ogni caso reali. Ciascuna azione o movimento dei personaggi ha una precisa collocazione spaziale: i nomi delle vie, delle piazze e delle botteghe disegnano l’ambiente narrativo e orientano il lettore nella Roma di allora, che attraverso quei toponimi si rispecchia nella Roma attuale. I nomi immaginari sono quelli dei personaggi (Ida, Agnese, Micol, Don Pietro) che si rifanno ai protagonisti di opere ambientate nella stessa epoca, da La storia di Elsa Morante a L’Agnese va a morire della Viganò, da Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani a Roma città aperta di Rossellini. Scrive ancora Calvino che «i libri nascono sempre da altri libri», e non potrebbe essere altrimenti: i libri sono i capitoli di una narrazione universale, così come le singole vite si sciolgono nella storia dell’uomo. Poi spetta alla coscienza individuale scegliere i propri modelli di riferimento.

I giocattoli dei grandi fanno più male. Di certo lascerebbe stupiti vedere uomini adulti che giocano per strada a guardie e ladri o a fare i cowboy, però è tutt’oggi largamente accettato che uomini uccidano uomini per esportare la democrazia o restaurare la pace, servendosi, per farlo, degli ultimi ritrovati che la tecnica mette a disposizione. Dove finisce Roma adotta in prevalenza il punto di vista adolescente di Ida così come Calvino aveva scelto lo sguardo bambino di Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno. Un occhio pre-adulto è una lastra fotografica ipersensibile rispetto alla realtà bellica, che viene così spogliata degli ideali che ammantano la sua mancanza di senso; inoltre, una prospettiva dal basso si rivela più agevole per il lettore che si accosta al racconto. Il fatto poi che la protagonista, Ida, sia una giovane donna impegnata nella Resistenza, permette all’autrice di dare risalto al ruolo femminile attivo che era stato messo in moto dalla guerra, visto il massiccio impiego di uomini al fronte. Paola Soriga è nata nel 1979, ha conosciuto una società post-ideologica, è cresciuta nell’Italia del berlusconismo; per raccontare una storia di donne ha preferito guardarsi indietro, quasi a voler cercare le radici profonde di un futuro diverso.

Oggi Ida avrebbe ottantasei anni, ed è probabile che sarebbe indignata da tanta indignazione “controllata”, che brucia per autocombustione senza infiammare davvero il corpo sociale. O forse sarebbe solo stanca, lei che una guerra l’ha già combattuta, e si soffermerebbe a guardare il cielo, azzurro, come succede a volte in Sardegna. 

Titolo: Dove finisce Roma
Autore: Paola Soriga
Editore: Einaudi
Dati: 2012, 140 pp., 15,50 €

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Il manoscritto salvato, salva l’umanità

La storia ha sempre dell’incredibile, anche quando è tragedia. E incredibili sono i modi e le forme in cui torna a manifestarsi e a vivere l’identità di un popolo dopo che la strage, il genocidio, l’olocausto, il tacito assenso alla dimenticanza sembrano aver preso il sopravvento definitivo. La memoria invece risorge, diventa imperativo etico, chiama a raccolta i sopravvissuti, chiede voce sia pure mescolata alla fantasia nel terreno fertile,  libero e ospitale della letteratura. Il libro di Mush, ultima fatica di Antonia Arslan (Skira edizioni, collana di narrativa) sta a mostrare questa parabola: le proprie origini, nel caso specifico armene, affiorano a rivendicare che venga ristabilita la verità storica gravemente manomessa; il fantasma di un popolo chiede voce e la trova attraverso i suoi figli dispersi. Antonia Arslan, infatti, nota in ambito specialistico per aver insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova e per pubblicazioni del genere, si è affermata in questi ultimi anni più come scrittrice che come saggista; scrittrice chiamata dai suoi avi  a promuovere la memoria di un popolo umiliato, annientato, sterminato. Il libro di Mush si inserisce in una ricca produzione, narrativa e memorialistica insieme, che l’ha resa scrittrice di fama internazionale: dal bestseller La masseria delle allodole (portato sullo schermo dai fratelli Taviani nel 2007), a La strada di Smirne fino ai più recenti Ishtar 2 e Il cortile dei girasoli parlanti. Stavolta per i tipi di Skira, in un’edizione pregevole e curata che fa amare il libro anche come oggetto per la qualità cartacea e la cura tipografica, la storia è ambientata al tempo del genocidio del 1915 nella valle di Mush, culla della civiltà armena. È bene sapere che nel 1915 fu scritta una delle pagine più oscure e al tempo stesso meno divulgate, volutamente rimosse, della storia del XX secolo. Il genocidio fu scientemente organizzato dall’impero ottomano per eliminare le popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio che comprendeva la parte nord-orientale dell’attuale Turchia, le terre a nord dell’impero persiano fino al Caucaso.

Due milioni di Armeni furono deportati dai turchi verso il deserto siriano allora sotto il dominio ottomano. I deportati furono uccisi dalla fame, dalle epidemie, dai maltrattamenti e dagli attacchi delle bande curde. Gli Armeni scomparvero letteralmente dall’Anatolia come non fossero mai esistiti e con essi le loro città, chiese, scuole, biblioteche, conventi-università, la loro millenaria cultura. Mezzo milione di Armeni si sparpagliò nel mondo: America, Europa, nelle regioni transcaucasiche armene sotto dominio russo, dove fondarono la Repubblica indipendente di Armenia, che divenne poi una delle quindici repubbliche sovietiche.

 

La vicenda prende spunto da una storia vera che ha una fortissima valenza simbolica persino leggendaria per gli armeni: il miracoloso salvataggio dell’Omiliario di Mush, prezioso manoscritto miniato del 1202 che raccoglieva omelie e fu composto tra il 1200 e il 1202 presso lo scriptorium del monastero dei Santi Apostoli, centro culturale di grande rilevanza. A compiere il salvataggio del pesantissimo tesoro (27 chili) furono due coraggiose donne sopravvissute al massacro di centomila persone (uomini, donne, bambini). Trovarono il libro tra le macerie del monastero e lo poterono salvare grazie a uno stratagemma: lo divisero  in due. Ricomposto negli anni venti del ‘900, si può oggi ammirare nella biblioteca di Yerevan nel Caucaso. Prendendo spunto dalla verità storica e da testimonianze fondamentali quali i resoconti di due infermiere scandinave che a Mush dirigevano un orfanatrofio e videro con i loro occhi la deportazione di bambine poi uccise, Arslan racconta con piglio in apparenza cronachistico ma con partecipazione giustamente non neutrale e capace di punte di lirismo, le peripezie di una compagnia eterogenea di cinque sopravvissuti al massacro. I fuggiaschi sono due donne, un bambino e un uomo; a loro poi si aggiunge un anziano che è stato torturato dalle milizie turche. Hanno perso tutto: casa, familiari, la propria terra, un mondo che era ospitale e sicuro. Non hanno più niente, eccetto il dolore, il lutto, l’angoscia.

Il ritrovamento del manoscritto diventa ragione di vita e anche di una morte degna: salvando quel libro possono riscattare i propri morti, mettere in salvo l’identità di un popolo, far vivere chi è stato sacrificato o fare in modo che i morti possano finalmente riposare in pace; morire loro stessi per una causa nobilissima.  Kohar, Anoush, il piccolo Hovsep ‘che ha saputo tacere e salvarsi mentre la sua famiglia moriva’, i greci Eleni e Makarios, il vecchio Zacharias attraversano la valle di Mush ‘la nebbiosa’, diventata terra dei morti, dei propri morti con uno spirito nuovo; tutti considerano il ritrovamento del Libro e il suo salvataggio un “segno del cielo”, una missione da compiere che riscatta il massacro e la distruzione insensate. Il Libro è “la testimonianza unica e preziosa che gli armeni  avviati alla distruzione non sono solo quella massa di disperati, facile preda di uno sterminio annunciato”. Ora, anzi, i superstiti scoprono la pienezza del loro essere: “Non periremo finché il Libro esiste, dice il vento leggero come un sussurro o come la voce di Dio”. Ecco allora che la tragedia della patria perduta, del sangue del proprio sangue sacrificato alla follia umana, si tramuta nell’avventura suprema della resistenza al male del mondo attraverso il capolavoro del Libro salvato. E così il male è vinto da un dolce frutto di una terra fertile, patrimonio dell’umanità tutta. Proprio come accade nelle fiabe armene che finiscono così: “Cadano tre mele del cielo: la prima per chi ha raccontato questa storia, la seconda per chi l’ha ascoltata, la terza per il mondo intero”.

Titolo: Il libro di Mush
Autore: Antonia Arslan
Editore: Skira
Dati: 2012, 136 pp.,  15.00  €

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Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

Oltre la soglia

Tito FaraciIn un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza,  sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune nostre domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

Titolo: Oltre la sogliaOltre la soglia - Tito Faraci
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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Quasi una fantasia

Chirottero veneziano - Fortunato DeperoSono pochissimi gli elementi cui si svolge attorno questo raffinato romanzo: un’infanzia vissuta nella pienezza che solo l’attitudine alla fantasia può realizzare; un paesino di villeggiatura, al mare; una famiglia borghese e l’incanto della memoria che tutto avvolge rendendo ogni semplice avvenimento, ogni minimo accidente un’avventura degna di ricordo, un tassello fondamentale nella formazione e nella crescita del bimbo, poi ragazzo, protagonista. È un romanzo di formazione, è una biografia, è la prova vivida di come la nostra narrativa contemporanea possa offrire ore di lettura piacevolissime.

Il cappello dell’ammiraglio è il titolo ed è anche un talismano, un oggetto prezioso che è esso stesso protagonista sin dalle prime pagine, sulla spiaggia, a bordo della barca che diviene nave d’assalto con una pittoresca ciurma. E conclude anche la narrazione in un breve piano sequenza che commuove e racchiude il senso primo del romanzo: la meravigliosa confusione tra fantasia e realtà, il limen sottile e affascinante in cui regna l’ambigua memoria di ciò che è stato e ciò che avremmo voluto fosse.

Assieme all’ammiraglio cresce anche l’Italia: dalla fine degli anni Quaranta del Novecento al Boom economico; la piena modernizzazione e la politica che da una parte incidono nella vita della sua famiglia, da un’altra si limitano a sfiorarla appena. E crescono con lui anche le emozioni, i desideri, le responsabilità. Tutto ci colpisce e avvince di questa semplice esistenza, delle estati a Rapallo, degli scontri tra la Banda della Piovra e quella del Roccoletto, novelli ragazzi della via Pal, di una Milano come dorata, della scuola dei Gesuiti, addirittura.

In un toccante post scriptum, Giovanni Iudica, l’autore, saluta e ricorda gli amici e i familiari citati nel romanzo e conclude tornando ancora al cappello con una frase che riporto integralmente perché ne traduce, certamente meglio di qualsiasi recensione, il lessico: “Gli è persino sorto il dubbio di non averlo mai posseduto e che sia stato uno dei tanti malinconici scherzi dell’immaginazione. E che la vita stessa, come il suo cappello, sia stata un po’ come il Chiaro di luna di Beethoven: «quasi una fantasia»”.

Titolo: Il cappello dell’ammiraglio
Autore: Giovanni Iudica
Editore: Sellerio
Dati: 2011, 224 pp., 16,00 €

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Berlusconi supera la finzione

Un paio di mesi fa, terminata vittoriosamente la mia decennale lotta contro l’università, ho fatto un fioretto: mi sono ripromesso che mi sarei tenuto aggiornato sulle nuove uscite letterarie, soprattutto italiane, sfogliando le pagine culturali dei quotidiani e acquistando quei romanzi che, letta la loro recensione, maggiormente mi intrigavano.

Detto fatto. Il 6 settembre scorso, su Repubblica, usciva un ampio pezzo di Antonio Tabucchi in cui veniva incensato Dove eravate tutti (Feltrinelli, 2011), il romanzo d’esordio del giovane scrittore romano Paolo Di Paolo (1983), definito dall’autore di Sostiene Pereira e Notturno indiano, come un “felice ingresso in una narrativa impegnativa e matura, anche in virtù del complesso disegno con cui è costruito, con una storia che fa da sinopia a un affresco composto di notizie di giornale, di fotografie, di lacerti di realtà politico-sociale, di mitemi attuali, di idioletti epocali, di ciò che costituisce non soltanto il sapore ma lo Zeitgeist dell’epoca nostra.”

In breve, il romanzo di Di Paolo racconta, attraverso una serie di salti temporali, l’ultimo ventennio di vita del giovane Italo Tramontana – dal 1993, anno segnato dalla scomparsa di suo nonno e dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, fino al 2011. Dove eravate tutti è fatto di un continuo intrecciarsi di privato e pubblico, di ricordi di famiglia scanditi temporalmente dai vari governi retti, via via più disgraziatamente, dall’attuale Presidente del Consiglio e da altre vicende di attualità – dall’attacco alle Torri Gemelle, alla nevicata su Roma del 2010 – tutte restituite attraverso le immagini di alcune prime pagine di quotidiani raccolti dallo stesso Italo, che del primo decennio degli “anni zero” vorrebbe fare l’oggetto della sua tesi di laurea.

Paolo Di PaoloBisogna ammettere, seguendo Tabucchi, che il romanzo è davvero felice quando prende in esame l’epoca berlusconiana e riflette su come il Cavaliere sia riuscito a farsi strada nelle menti delle persone senza che queste riuscissero minimamente ad opporglisi, completamente inconsapevoli di ciò che accadeva loro, vacanzieri forzati soggetti ad un televisivo lavaggio del cervello.  “Saliti sulla nave da crociera, abbiamo preso il largo – scrive Di Paolo utilizzando un’azzeccatissima immagine –. Diretti dove? Era impossibile capirlo. Ma siamo rimasti a bordo per vent’anni. Le vacanze erano finite, veniva da piangere a tutti, come in una pubblicità. Però qualcuno deve aver detto che si poteva restare. Si poteva non scendere più. Lui avrebbe continuato a intrattenere, a sorridere, a cantare. Un giorno, quando sembrava che tutto sarebbe durato così per sempre, il Capo sarebbe sceso.”

Il problema, però, è che Dove eravate tutti, come già detto, è fatto anche di una parte intima e famigliare – la vicenda di Italo, del suo difficile rapporto con l’altro sesso, di suo padre, professore in pensione frustrato oltre il limite dai suoi ex-allievi, e di una madre che, vittima di un ambiente casalingo invivibile, scappa a Berlino – che non regge e non riesce a destare l’interesse del lettore. Il protagonista è fastidiosamente inconsistente e troppo spesso cede a riflessioni “muccinesche” che mal si affiancano a quelle più mature e sottili sulla realtà socio-politica italiana. Gli altri personaggi passano tutti via veloci come le pagine del libro, senza lasciare traccia, tranne un paio: l’Assistente che non accetta la tesi su Berlusconi perché si è da poco candidato nelle fila del Pd, e lo stesso premier; tanto che si arriva all’ultima pagina più perché si spera che essi facciano nuovamente capolino nella vicenda, che non per sapere che ne sarà di Italo Tramontana e della bella e incostante Scirocco (stucchevole l’idea di dare agli innamorati due cognomi “ventosi”) che lo ossessiona da quando aveva dieci anni.

Un’altra nota a demerito, per finire, è data dall’infelice decisione di stilare a fine romanzo l’elenco di tutti i riferimenti letterari e culturali rintracciabili nel libro – proprio come si farebbe in una tesi di laurea attraverso le note –, togliendo così al lettore il gusto di andarseli a scovare da sé.

Titolo: Dove eravate tutti
Autore: Paolo Di Paolo
Editore: Feltrinelli
Dati: 2011, 224 pp., 15,00 €

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