Le monde, c'est moi. La scuola degli Egoisti di Eric-Emmanuel Schmitt

Secoli di secoli e solo nel presente succedono i fatti; innumerevoli uomini in aria, in terra e in mare, e tutto ciò che realmente avviene, avviene a me… (Jorge Luís Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano)

narciso-caravaggioEnigmatico, ironico, vertiginoso. Voltare l’ultima pagina de La Scuola degli Egoisti di Eric-Emmanuel Schmitt ci lascia le sensazioni lievi e un po’ stordite di uno di quei sogni che, al risveglio, non si è mai del tutto sicuri di aver sognato. Del sogno, il racconto ha tutte le caratteristiche: la scivolosa ambiguità, la penombra delle atmosfere, l’esuberanza eccessiva di certi scenari e l’incomprensibilità di alcuni comportamenti, di alcuni sviluppi. Elementi difficili da maneggiare, per un romanziere alla sua prima prova (anche se tradotto da noi solo l’anno scorso, il libro è del 1994): eppure il modo in cui Schmitt riesce a mescolarli e dosarli ci regala una storia avvincente come un poliziesco e profonda come un conte philosophique.

Proprio come in un sogno, sfumano lievemente i contorni dell’incipit, nella biblioteca-ossario in cui Gérard Lagueret, circondato dai “crani” silenziosi degli eruditi suoi compagni di reclusione, d’improvviso apre gli occhi stanchi alla consapevolezza di odiare il proprio lavoro, le ricerche inutili che conduce da anni su testi astrusi che non interessano a nessuno, nemmeno a lui. “Sto sognando… non vivo più… Sono prigioniero in un trompe-l’oeil…”. E tra questi contorni sfumati, per il caso di un gioco, si fa strada la figura di Gaspard Languenhaert, bislacco filosofo settecentesco, salottiero, attraente e ripugnante, propugnatore di una teoria dell’Egoismo tanto estrema che avrebbe fatto arrossire persino Berkeley.

Il corpo non esiste. Il mondo non esiste. Esiste solo in quanto qualcuno lo sta pensando, e quel qualcuno non sono altri che io. Io che scrivo. Io che leggo. Io che penso me stesso pensante, pensando e creando al contempo te che mi leggi, ma che in realtà non esisti al di fuori di questo breve istante in cui io mi rivolgo a te. L’Egoismo di Dio, o la solitudine di un folle? La logica di Languenhaert non lascia scampo: dato il presupposto di essere l’unica realtà esistente, creatrice del mondo e dei suoi abitanti, non c’è differenza tra il credersi Dio e l’esserlo realmente. E Languenhaert ha deciso di esserlo.

saturno-goyaPeccato che Dio comprenda, alla fine, di non aver mai davvero voluto ciò che ha creato, né se stesso né tantomeno il mondo; di essere anch’egli, come le sue creature immaginarie, incatenato a se stesso, alla propria involontaria esistenza. Fino a confessare: “La condizione di Dio mi appare come la peggiore delle prigioni…”. Così il cerchio si chiude: al pari delle sue creature, anche Dio è un sogno. Con il danno aggiuntivo che per Dio non c’è risveglio; e la beffa che, esaurita la propria esperienza terrena, il mondo che – malgrado tutto – gli è sopravvissuto sembra aver voluto perdere ogni traccia di lui. Gaspard Languenhaert aveva creato il mondo, e il mondo lo ha cancellato.

Dopo quella prima comparsa alla Biblioteca Nazionale, ogni apparente traccia lasciata dal filosofo si tramuta all’istante in silenzio: pagine mancanti asportate da libri fasulli, ritratti lacerati, storie narrate da scrittori improvvisati e sconosciuti… La ricerca di Lagueret procede per vicoli ciechi, paradossi e ritratti fulminanti (geniali le riunioni della scuola degli Egoisti, ognuno dei quali convinto di essere l’unica realtà esistente), sorretta dall’abilità narrativa con cui Eric-Emmanuel Schmitt le impedisce di perdersi nel suo stesso caos. Così, come una melodia che non sbaglia un accordo, che non stona mai nemmeno nei passaggi più impervi, il racconto si snoda fino ad un finale che, come ogni buon finale, conferma la vicenda ribaltandola, e costringendo noi a ripensarla da un punto di vista inaspettato.

Un delizioso racconto che, nell’incrocio di piani temporali diversi e realtà mentali parallele, prometteva già agli esordi l’ormai matura maestria dell’autore de La donna allo specchio.

 

Titolo: La scuola degli egoisti
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Editore: Edizioni e/o
Dati: 2011, 144 pp., € 16,00

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Quando la fine di un matrimonio diventa un’ossessione

Ofer e Galia si sono separati ormai cinque anni prima. Ma Rivlin, il padre del ragazzo, non si rassegna a un divorzio sui cui nessuno gli ha dato spiegazioni. L’amatissima moglie, Haghit, cerca di persuaderlo alla rinuncia ma Rivlin è un testardo; del resto, è pur sempre un docente di Storia Mediorientale all’Università di Haifa e il suo mestiere è proprio quello di scavare. Mentre la moglie è un magistrato e, in quanto tale, abituata alle sentenze definitive.

Su questa base, si snocciola un racconto lungo quasi 600 pagine, il tempo di affezionarci terribilmente a tutta la famiglia, soprattutto al protagonista delle indagini, che dureranno per tutto il corso del romanzo. Ci leghiamo infatti alle sue debolezze, ai pensieri inespressi, ai frequenti moti d’amore per la donna che ha sposato, all’angoscia per un figlio inquieto, che non vuole spiccicare una parola sull’accaduto. Nel frattempo, si inseriscono altri personaggi fondamentali: l’arabo Rashed e sua cugina Samaher, studentessa di Rivlin, ormai laureanda ma bloccata in una tesina che trova soluzione solo alla fine. Sposata da poco, pare che cada spesso in depressione, ma il suo distacco dall’Università rimane un mistero insoluto. Ci sono poi i personaggi che gravitano attorno alla pensione dove Ofer e Galia si sono sposati: il padre defunto della sposa (ex proprietario), la madre, la sorella (proprietaria attuale) e Fuad, il cameriere arabo.

Ma perchè Yehoshua ci fornisce tutti questi dettagli e una miriade di personaggi? I motivi si capiscono solo strada facendo: tutti loro vivono tra le pagine del romanzo in rappresentanza di arabi ed ebrei. Categorie che però si incrociano in vari modi: perché esistono anche gli arabi che vivono in Israele e viceversa. Realtà “di mezzo” solitamente molto sofferte, in quanto ospiti di una patria altrui. Ma Rivlin, ebreo israeliano, complice la sua specializzazione, riesce a stabilire un contatto con l’”Altro”, che studia con attenzione e che col tempo impara anche ad amare. E la studentessa triste è colei che lo traghetta nell’altro mondo, non più solo a livello culturale ma anche in pratica: visto che è a letto inferma, a Rivlin tocca andare a casa sua un po’ di volte. Le sue incursioni in questo mondo, però, non lo esimono da altre incursioni, tutte all’insaputa della moglie, che altrimenti si infurierebbe: quelle alla pensione. Una ricerca snervante, la sua, a tutti i livelli: ne risultano turbati moglie, figli, personaggi di contorno e lettori.

Sì, perché in un romanzo di 600 pagine, un difetto deve pur esserci ed è proprio questo: il nominare continuamente un segreto, solleticando quasi alla tortura la curiosità di chi legge. L’istinto è quello di passare direttamente alle ultime pagine. Ma ciò che snerva è l’incomprensibilità di alcuni dettagli: perché soffermarsi su particolari descrittivi spesso inutili, che pare vogliano solo allungare ulteriormente il romanzo? Perché soffermarsi sul fare pipì del protagonista o sui frequenti rapporti sessuali tra marito e moglie? Sulle caratteristiche dei paesaggi o su pensieri alle volte troppo spiccioli? Ciò che non riesco ad approvare ne La sposa liberata è proprio questo, pur rendendomi conto che ciò che io non amo, ad altri e al racconto regala invece intimità. Del resto, come penetrare nel mondo dei due popoli se non infilandosi nelle pieghe della loro quotidianità? Questo dilungarsi è appesantito, poi, da frequenti intellettualismi, di comprensibilità non immediata. La sensazione, infatti, è che alcune parti siano riservate a chi già sa molto di storia mediorientale. I riferimenti culturali possono risultare oscuri a chi legge per la prima volta qualcosa su questo antico conflitto. Ma la confusione su alcuni dettagli si scioglie verso la fine, sia perché Yehoshua si premura di fornire alcune spiegazioni ai tanti misteri, sia perché la storia prende una velocità inaspettata e noi lettori ci troviamo improvvisamente col fiato sospeso fino all’ultima pagina, che lasciamo con malinconia.

Titolo: La sposa liberata
Autore: Abraham Yehoshua
Editore: Einaudi
Dati: 2002, 592 pp., 16,50 €

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La compagnia del corpo, la geografia del vuoto

Giorgio Falco esordisce nel 2004 con Pausa caffè, un libro che per fotografare la realtà del precariato assume la forma di un assalto di voci senza corpo e senza storia (i precari rinnovano contratti di vita a termine), servendosi di una sintassi polverizzata nel collage di slogan, parlate colloquiali, frasi fatte e citazioni pop: “dice dinamismo dice darci dentro dice differenziare evitando qualsiasi tipo di dietrologia analogia al mondo il mondo è questo agita l’indice alterna dice wall display alza il culo scova gli imboscati voglio abbassare il tda non voglio morire non voglio”. Aldo Nove definì Falco “l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”.

Cinque anni dopo esce L’ubicazione del bene, e segna una cesura nel panorama editoriale italiano, sempre più saturato da discutibili tentativi di replicare i pochi libri di un certo successo. Il testo analizza gli effetti della dispersione urbana, concentrandosi sugli abitanti di un sobborgo residenziale a sud di Milano. Nel nostro paese è un fenomeno degli ultimi trent’anni, poco affrontato dalla narrativa; negli Stati Uniti è un argomento classico, perlomeno dai tempi di Revolutionary road di Richard Yates – ritratto del quieto inferno domestico di una coppia borghese nel dopoguerra. La denominazione tecnica per definirlo è urban sprawl, ovvero la disarticolazione del territorio. e per renderlo sul piano formale, L’ubicazione del bene attua una disarticolazione della forma romanzo. Si divide in nove capitoli-racconti che dissezionano altrettanti nuclei familiari, accomunati dall’unità di luogo e dall’atmosfera che in questo ambiente si produce; i destini individuali si sfiorano ma non si intersecano, escludendo così la possibilità di narrazioni corali proprie, ad esempio, di film a sfondo urbano come America oggi di Altman o Canicola di Siedl. Il vero protagonista è lo spazio che li contiene, Cortesforza, “un centro abitato a misura d’uomo” di 1574 abitanti, a venti minuti da Milano e a sette ore da New York. Il nome è fittizio, volutamente ironico, a denotare un aggregato di villette a schiera senza tradizione storica, partorito dal mercato immobiliare, che sarebbe potuto sorgere anche a Dubai.

“Cortesforza offre asilo, scuole, farmacia, banca, posta, un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca (…). Cortesforza ha tutto, la pista ciclabile lungo il Naviglio grande, la squadra di calcio, naturalmente il suo oratorio”. La facciata è quella dei depliant delle agenzie immobiliari, gli interni ospitano personaggi consumati dall’insoddisfazione: “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. Non hanno alternativa. Sono gli “yuppies di ritorno” della Milano da bere anni ’80, sono quadri professionali medi (alcuni si sfogano facendo scontrare dei pesci siamesi in un acquario: “con i combattimenti dei nostri pesci acquisiamo chiarezza nei rapporti lavorativi”), “un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Il denaro è rimasto l’unico generatore di valori condiviso, il denaro, al contrario degli ideali dei padri è misurabile, espone al confronto quantitativo sia col modello della TV sia col vicino oltre la siepe, un confronto che – superfluo sottolinearlo – non potrà che concludersi con una sconfitta.

Le giovani coppie de L’Ubicazione del bene possono accettare la stasi o tentare il cambiamento. Per cambiare, le convenzioni offrono tre vie: l’uomo scommette sul lavoro, la donna prova a restare incinta, la coppia investe sulla casa. Nel primo racconto, “Onde a bassa frequenza” – che irradia tensione pagina dopo pagina – Michele si licenzia da una multinazionale, prova a mettersi in proprio, vacilla sotto il peso del mercato. “Essere sul punto” vede Lei desiderare un figlio perché il nuovo impiego la delude e la migliore amica ha appena partorito. Il lavoro pervade l’intimità. Oppure prendiamo i coniugi di “Alba”: “i loro rapporti sessuali sono legati a una futura gratificazione affettiva, una scommessa sul mondo simile ai futures, e così il letto matrimoniale – che finiranno di pagare ventiquattro mesi dopo – assiste alla loro incongrua agitazione”. “Piccole formiche bianche” intanto erodono la struttura portante della casa di Gabriele e Silvia, che avevano appena finito di ristrutturare. L’alternativa al tracollo è la pazzia, quella che fa lasciare a Giovanna il cane dentro il forno acceso, nel racconto che dà il titolo e il tono al libro. Ne L’Ubicazione del bene i nomi propri sono ripetuti con insistenza per spersonalizzarli: dopo la lettura non visualizzerete nessun volto in particolare, ma di certo avrete impressa nella mente Cortesforza.

I racconti di Giorgio Falco non seguono quasi mai una progressione drammatica, descrivono situazioni piuttosto che dipanare storie. L’autore ha riconosciuto tra i suoi modelli formali alcuni fotografi americani, i cosiddetti New Topographics, come William Eggleston o Robert Adams, che inquadravano paesaggi alterati dai segni dell’uomo senza caricarli di alcuna valenza epica, senza enfatizzarne l’impatto emotivo: ritenevano infatti che la bellezza si potesse rivelare lasciando libero il soggetto, anche il più banale, di presentarsi per quello che era. In questo consiste la pietas di Giorgio Falco, nel rigore che impiega per dare vita ai suoi personaggi, nel considerare degno di nota il loro grigiore, la meschinità e i cedimenti, poiché tutto ciò che è umano merita di essere rappresentato. Una tesi messa subito alla prova da La Compagnia del corpo, racconto lungo pubblicato dalla palermitana :duepunti – diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini – nella collana Zoo / Scritture animali, sul finire dello scorso anno. La compagnia del corpo parla di Alice, una ventenne obesa, e del suo ragazzo, Diego, che in un afoso pomeriggio di giugno, riprendendo tutto col telefonino, uccidono a colpi di spranga Lucy, una cagnetta di piccola taglia, che la madre di Alice aveva trovato al canile.

I due ragazzi facevano sesso nel capannone della ditta del padre di Diego, ma Lucy li aveva interrotti con i suoi guaiti, così prima avevano provato a farla accoppiare con Dog, il dobermann di guardia al capannone, e poi, non riuscendoci, avevano filmato l’esecuzione. Si potrebbe parlare di casualità del male, di sacrificio amatoriale in un contesto industriale, della perdita del senso del limite e di molto altro, quando poi, a ben vedere, il crimine è venuto a galla solo grazie alla pervasività della tecnologia, alla facilità di registrare qualsiasi frangente per  condividerlo con gli amici, e per estensione, con l’intero mondo. E se lo scenario è ancora quello di Cortesforza, tuttavia non mancano alcune variazioni rispetto a L’Ubicazione del bene.

La compagnia del corpo, per paradosso, affronta sì una materia più nera, ma la dispone in un ambiente narrativo più confortevole: il periodo si fa più arioso (le frasi si innestano tra loro soprattutto per coordinazione), hanno meno spazio le elencazioni tecniche e i dialoghi scarnificati (meccanici batti e ribatti) che avevano fatto citare i racconti di Raymond Carver. La compagnia del corpo trasfigura un fatto di cronaca realmente accaduto – nel 2009 vicino a Pordenone – donandogli un’ulteriore risonanza simbolica. Bisogna tornare ad Alice, al senso di vuoto che cerca di annullare ingurgitando altro cibo; Alice bagnata dal sole in giardino, come in quel racconto di A. M. Homes, “Calore”, tratto da La Sicurezza degli oggetti (1990). Qui però il corpo della ragazza diventa il corpo dell’Occidente, così teso a fagocitare risorse fino a che non sarà costretto a ingoiare se stesso. “Alice è cresciuta con le merendine. Suo padre fa il venditore per una grande azienda dolciaria italiana”: l’altro fulcro del racconto, insieme all’uccisione di Lucy, è quello della convention dove verrà presentata la Nuova Merendina – la morte, la resurrezione. “Nonostante bambini e adulti si ingozzassero di merendine da decenni, le aziende dolciarie erano sempre alla ricerca della Nuova Merendina, la merendina che sintetizzasse e contenesse tutte le precedenti merendine, e quale migliore merendina se non la Terra, per queste aziende il pianeta stesso avrebbe dovuto diventare una soffice merendina di pan di Spagna ripiena e guarnita di cioccolato”. La Merendina è il correlativo oggettivo del Dio immanente, l’ostia di cui ci nutriamo al banchetto della nuova divinità, scesa in terra sotto forma di snack, dopo che l’uomo l’aveva sfrattata dall’alto dei cieli. Da migliaia di anni gli animali ci guardano, forse chiedendosi, senza avere risposta, come mai l’uomo continui a violare le leggi della Natura.

Titolo: La compagnia del corpo
Autori: Giorgio Falco
Editore: :duepunti
Dati: 2011, 93 pp., 6,00 €

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Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

L'inconfondibile ricerca del sapore perduto

ford hansel e gretelScopro un modo nuovo di comunicare in questa fiaba incantevole e drammatica di Aimee Bender: dimentico la comunicazione verbale, ridotta ai minimi termini tra le pagine di questo libro, assaporo quella non verbale fatta di gesti, di immobilità, di postura e assenza e mi concentro sul gusto. Giacché sono le papille gustative di Rose a custodire una capacità straordinaria: quella di comprendere i sentimenti e le sensazioni degli altri per mezzo di ciò che cucinano. Lo scopre a nove anni, assaggiando la torta al limone preparata dalla madre: l’assaggia e sente solitudine, frustrazione, irrequietezza, ansia.

Parola dopo parola, assaggio dopo assaggio, la lettura de L’inconfondibile tristezza della torta al limone (Minimumfax, 2011) si fa intensa e cresce un’emozione mista di stupore e coinvolgimento. Rose è la protagonista di una fiaba, possiede una capacità senza dubbio magica, sovrannaturale, ma al contempo assolutamente reale giacché nasce in un contesto in cui la realtà è sempre in primo piano grazie ai dettagli che la Bender utilizza nel narrare i lavori di falegnameria della madre di Rose, così come per descrivere, per mezzo di Rose, le catene di produzione dei cibi o le macchine per prepararli.

Non è solo Rose ad avere una qualità magica. Come in tutte le fiabe che si rispettino la magia contribuisce ad amplificare la dimensione fiabesca del romanzo assottigliando i riferimenti al mondo reale quando si tratta del geniale fratello di Rose, ad esempio, che ha la capacità di confondersi  (letteralmente) in un’immobilità innaturale e catatonica con l’ambiente in cui vive: scompare seminando sgomento e dolore. Ricorda in qualche modo il teatro barocco e le sue macchine “magiche” costruite ad arte per far scomparire gli attori, per farli ricomparire all’improvviso, inaspettatamente, magari cambiati, magari diversi. Solo che in quel contesto la magia ispirava sorrisi quando non grasse risate, qui il ragazzo non può sfuggire al suo “dono” e il risultato è drammatico, così come Rose, non può sfuggire al suo. E si ritorna alla fiaba, all’eroe che non può evitare di esserlo, che è vincolato a utilizzare le proprie capacità giacché sovrannaturali, indipendentemente dalla propria volontà. Però Rose può educare il suo “dono” e ci riesce in qualche modo dissimulando e poi con l’aiuto di George, l’unico amico del fratello, anch’esso geniale: George per mezzo di un taccuino e di applicazioni giornaliere dona a Rose la capacità di imbrigliare il suo “potere” riuscendo a farla concentrare su quello che in esso potrebbe esserci di reale e facendole prendere, per quanto possibile, le distanze dal lato magico/empatico. Rose si concentrerà sul rintracciare la provenienza dei cibi, il modo in cui sono stati coltivati, la filiera, come siano stati raccolti. Un metodo empirico contrapposto alla magia. Molto interessante anche per quello che il metodo implica a livello interpersonale e nei rapporti tra i personaggi.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone è un romanzo intenso come non potrebbe essere diversamente considerata l’ambivalenza che arricchisce una narrazione già di per sé elegante.

Titolo: L’inconfondibile tristezza della torta al limone
Autore: Aimee Bender
Editore: Minimum fax
Dati: 2000, 332 pp., 16,00 €

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La nostalgica dolcezza del ricordo di Natale di Truman Capote

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckÈ la narrazione che avviene al presente che per tutto il tempo della lettura mi ha indotta a pensare di poter uscire di casa e ritrovarmi per stretti sentieri in compagnia di Buddy e Sook alla ricerca di un bell’albero di Natale. Ed è sempre il presente che si rivela magico nel sussurrare che alcuni eventi, certe persone, non passano, non cambiano, non vanno mai via: restano, si rinnovano, si ripetono in un dondolio dolce d’altalena e idealmente abbracciano e proteggono.

Buddy, sette anni, è l’alter ego di Truman Capote, Sook è sua cugina, ha settanta anni. Sono amici per la pelle e, esattamente come gli amici per la pelle condividono momenti speciali, riti che, come i tratti semplici che compongono gli arabeschi estremamente raffinati, spiccano nell’immenso panorama dei ricordi e della memoria. Ricordo di Natale è uno dei tre racconti pubblicati nel 1958 nel volume dal titolo Colazione da Tiffany – un romanzo breve e tre storie – che consacrò Capote come indiscusso talento della letteratura contemporanea.

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckQuesto pezzo di storia personale rivive dunque nella memoria di Buddy e i piccoli accadimenti dei giorni semplici di un bambino e della sua migliore amica si svolgono dapprima dolcemente “Immaginate una mattina di fine novembre. Una di quelle mattine che preannunciano l’inverno, più di venti anni or sono”; si sente l’odore delle foglie secche crepitanti nel camino, si sente il profumo del tempo, dell’aria secca e fredda dell’inverno e si concorda con Sook che appannando con il fiato i vetri della finestra esclama: “è proprio tempo da panfrutto!”. Poi man mano, mentre i due si procurano gli ingredienti per preparare i dolci da spedire agli amici più cari (Presidente Roosevelt compreso) i ricordi si inseguono e il ritmo diviene più serrato, le frasi più brevi, quasi come se si volesse rifuggire il finale già noto al protagonista. Come se riservare ai ricordi dolorosi meno parole, meno spazio, curasse la memoria e ne addolcisse il sapore. “Questo è l’ultimo Natale che trascorriamo insieme. La vita ci separa”. Trovo queste due frasi, nella loro semplicità, intense e struggenti. La vita li separa, così come la morte che ha allontanato dal terzetto il cagnolino Queenie, vivace terrier mirabilmente ritratto nella sua vitalità da Beth Peck, sopravvissuto a due morsi di serpente a sonagli e al cimurro, che sempre li accompagnava nelle loro scorribande con la vecchia carrozzina adattata a carriola.

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckLe tradizioni che divengono riti sono buffe, talmente semplici da intenerire: la caparbia convinzione di Sook di non doversi alzare dal letto il tredici di ogni mese, il confezionare da sé i regali (aquiloni colorati di anno in anno sempre più belli), il preparare i dolci. Azioni cicliche, rassicuranti che contribuiscono a creare l’atmosfera, anch’essa tradizionale, del Natale. Le gote di Buddy sono sempre rosse, le gote di Sook pure: del tipico rossore dell’infanzia per un bimbo e per una donna anziana rimasta bambina. Alle loro gote rosse s’accosta lo scodinzolio del cagnolino col muso teso all’insù; tutti e tre entusiasti di un invidiabile entusiasmo.

Gli acquerelli di Beth Peck curano ogni dettaglio: dall’ombra del calzino mal arrotolato all’intreccio dell’impagliatura della carrozzina,alle rose di velluto sbiadito sul cappello di Sook.

Questa è una storia di memoria destinata a entrare nella personale tradizione dei bambini cui si avrà il gusto e la dolcezza di raccontarla.

Titolo: Ricordo di Natale
Autore: Truman Capote
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 62 pp., 14,00 €

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Adattamento televisivo con Geraldine Page. (1967)

Matrimonio o libertà?

È un best seller. Nonché un film famoso. E come sempre in questi casi, sulla copertina c’è la faccia dell’attore principale, in questo caso Julia Roberts. Un lettore snob raramente compra un libro con queste caratteristiche. Ma la tematica è così popolare e urgente che può accadere ci si abbandoni a letture che, a prima vista, tradiscono i propri credo culturali. Soprattutto perché si tratta di una storia vera, raccontata in prima persona. E così entriamo a piè pari nella vita di Liz, il cui cambiamento prende forma da una dolorosa consapevolezza: “Restare era impossibile, andarsene era ancora più inconcepibile che restare”. Un dilemma dall’apparenza irrisolvibile e conosciuto da tempi ormai remoti, se già Ovidio scriveva: “Così non riesco a vivere né con te né senza di te”.

Ma Elizabeth Gilbert, paradossalmente, trova la salvezza in una serie di pianti disperati e furtivi che hanno luogo, in piena notte, nel bagno dell’elegante casa di New York, condivisa con il marito. Sì, perché a un certo punto, una vocina proveniente dalle profondità dell’inconscio le suggerisce con calma di andare a letto. Nulla di paranormale, solo un embrione di consapevolezza che spesso si fa strada quando si tocca il fondo. È grazie a questa sorta di io più profondo e compassionevole che Liz riesce, non senza grosse difficoltà, prima a divorziare e poi a decidersi per un anno sabbatico da dividere tra Italia, India e Bali. Inutile dirlo, il libro scorre velocemente e la storia è piacevole e ben architettata. Con la protagonista, infatti, condividiamo tutti la ricerca della felicità e se la promessa di un libro è quella di svelare come la ragazza della porta accanto ce l’ha fatta, è molto difficile resistere alla tentazione di leggerlo, soprattutto se siamo inquadrati proprio in quello stile di vita alienante dalla quale lei stessa fugge. A rendere avvincente Mangia, prega, ama è anche la divisione in tre parti, ognuna delle quali pensata come una tappa essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo-felicità. E così, in Italia Liz scopre il piacere, legato al buon cibo e a nuove amicizie. L’India è luogo di meditazione, mentre Bali rappresenta una sorta di sintesi delle prime due.

Le descrizioni non mancano di particolari interessanti e punte di apprezzabile ironia. Ma non mancano nemmeno gli stereotipi. Parliamoci chiaro: la Gilbert è una giornalista e sa bene quello che dice. Ma la sensazione è che a prevalere sia l’americana in vacanza. Esattamente come nel film, l’Italia pare patria esclusiva di piatti ipercalorici e uomini belli e dallo sguardo intenso. L’India non potrebbe essere altro che l’ashram frequentato dalla protagonista e Bali è il luogo ideale per trovare sé stessi mentre si osservano da una posizione privilegiata (quella di una donna indiscutibilmente benestante) piante esotiche e gente semplice al lavoro nelle risaie. Senza nulla togliere a chi ha la fortuna di viaggiare munito di un gruzzolo necessario a condurre una quotidianità decente e senza nascondere che la Gilbert arricchisce spesso il suo racconto con aneddoti storici e sociali, si tratta comunque del punto di vista di una donna che piega ciò che osserva a necessità individuali (queste sì occidentali). Colpisce il moto di coscienza che la scrittrice, a un certo punto, pare avere nel pensare a quanto di vero ci sia nell’equilibrio dei balinesi, dal momento che l’isola è stata per anni luogo di lotte intestine e sanguinose. Una consapevolezza subito seguita dall’imperativo delle proprie esigenze. Della serie: io sono qui per me stessa e non per capire se i gli altri siano veramente sereni come appaiono. Altro difetto: nonostante il percorso alla ricerca di se stessa sia irto di difficoltà, a fine lettura appare un po’ troppo lineare. Se l’Italia le ha dato un periodo ricco di piaceri alimentari e divertimento e l’India le ha permesso di trovare se stessa, cosa troverà la Gilbert nella sua tappa finale? Ovviamente l’amore, quello sano, libero e passionale. Ecco, se fate parte della schiera di chi crede che per essere felici non si possa prescindere da una coscienza critica della realtà, Mangia, prega, ama non fa per voi. Ma se volete abbandonarvi a una lettura piacevole e sognare, insieme alla scrittrice, un equilibrio che a noi occidentali sembra ormai precluso, non esitate a leggere questo best seller. Soprattutto se siete donne e avete superato la trentina.

Titolo: Mangia, prega, ama
Autore: Elizabeth Gilbert
Editore: Rizzoli
Dati: 2010, 378 pp., 18,50 €

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