Le verità svelate del Prof. Bad Trip

Si può dipingere ovunque, sembra suggerire il Prof. Bad Trip – al secolo Gianluca Lerici (La Spezia, 1962 – La Spezia, 2006) – attraverso le sue opere. Tela, carta, una t-shirt, un francobollo e un muro diventano la stessa medesima cosa quando balena alla mente l’istinto creativo, l’ennesima immagine psichedelica e apocalittica che, da lì  poco, ne saturerà l’intera superficie. Perché è fondamentale che non si lasci il benché minimo spazio vuoto. I colori elettrici, acidi, le forme sbilenche, fluide e ripetitive devono diventare la vostra, la nostra nuova realtà, svelata, più che creata, perché il Prof. Bad Trip, come ogni artista rivoluzionario e irriverente che si rispetti, svela gli inganni delle tinte smorte e delle forme ordinate che siamo stancamente abituati a percepire.

La vita è molto più rosso acceso e verde acido di quanto non si sia disposti ad ammettere. Siamo scheletri robotoci collegati l’uno all’altro da cavi elettrici – visione cyberpunk affacciatasi alla mente dell’artista ben prima dell’arrivo di Matrix nelle sale cinematografiche –; mezzi uomini e mezze macchine (Half Human, 1992) dalle tinte post-atomiche e il Prof. Bad Trip ce lo sbatte in faccia, in assoluta e sfrontata sincerità. Sta a noi accettarlo, specchiarci nelle sue opere multiformi e scoprire ciclopi (Ciclope, 2005), volti trasfigurati dal cervello nudo (Cervello esposto, 2004).

Da perfetta esemplificazione dell’artista sovversivo, maestro indiscusso della controcultura italica, Lerici, in vita, è rimasto un mito dell’underground, diviso tra la realizzazione di grafiche editoriali – Ammaniti, Luther Blisset –, la revisione fumettistica di un classico psichedelico quale Pasto nudo di William S. Borroughs, e le proprie apocalissi punk, che lo hanno accompagnato sin dalla sua nascita artistica, agli albori degli anni ‘80. Solo nel 2009, grazie a una raccolta di oltre cinquemila firme, il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della sua città natale gli ha finalmente dedicato un’ampia retrospettiva. L’anno prima era stato consacrato come figura chiave dell’underground internazionale a Manifesta7, a Bolzano.  C’è voluta un’altra manciata d’anni prima che le sue opere venissero nuovamente raccolte ed esposte alla Galo Art Gallery di Torino – fino al 10 febbraio –, con la curatela di Laura Rossi, Niccolò Bussolati e Alessandro Longo, ma è valsa la pena di aspettare.

Io vi consiglio di cogliere l’occasione al volo. Scansate le gallerie asfittiche, i musei paludati, e immergetevi di testa nel confronto con le visioni del Prof. Bad Trip. Nei suo arcobaleni radioattivi scoprirete più verità di quanta non ne offra la stragrande maggioranza degli incessantemente glorificati artisti contemporanei.

 

Fino al 10 febbraio 2012

Galo Art Gallery

Via Saluzzo 11/g, Torino

I magnifici Otto dell’astrattismo italiano al MACA di Acri

C’è chi festeggia l’Arte povera, chi, per ripicca, glorifica la Transavanguardia e chi, infine, esce dallo stantio schema autocelebrativo proponendo una mostra che è frutto di una ricerca vera e appassionata, nonché di un amore incondizionato per l’arte del Novecento. Mentre nel resto d’Italia si canonizzano i due movimenti creati da Germano Celant e Achille Bonito Oliva – canonizzazione proposta e perpetrata dagli stessi critici/padrini –, al MACA di Acri, in provincia di Cosenza, si rende il giusto omaggio a un gruppo bistrattato e misconosciuto che, nonostante la sua breve parabola, ha dato l’avvio all’arte informale italiana.

Emilio VEDOVA, Oltre, 1987, pittura su tela, cm 61 x 81Il Gruppo degli Otto è passato come una cometa burrascosa nel cielo della pittura italiana del secondo dopoguerra. È durato solo due anni – tra il ’52 e il ’54; appena un paio Biennali di Venezia vissute come gruppo, ma un’altra ventina come singoli, giusto per far capire con che caratura di artisti abbiamo a che fare –, ma è comunque riuscito a lanciare un messaggio forte e duraturo a un mondo dell’arte troppo legato a ideologie politiche che tendevano a confinare l’estro del singolo all’interno di comuni schemi realisti prestabiliti. Per dirsi comunisti bisognava dipingere come Guttuso, altrimenti si era trattati alla stregua di eretici e, proprio come in quegli stessi anni aveva fatto Elio Vittorini scontrandosi contro il diktat di Palmiro Togliatti, così fecero gli otto spiriti liberi che, guidati dal critico Lionello Venturi, decisero di dire basta alla stanca vicenda del Fronte Nuovo delle Arti, aprendosi alle ventate di novità che giungevano dagli Stati Uniti e dalla vicina Europa.

Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova capirono, in anticipo sui loro connazionali, che per un artista era fondamentale seguire il proprio animo e distenderlo sulla tela seguendo solo le proprie inclinazioni, senza istruzioni esogene. Certo, la mancanza di un vero e proprio Manifesto, accomunata ai forti caratteri che contraddistinguevano ciascuno degli Otto, fece in modo che l’esperienza tramontasse precocemente, ma guardando le quaranta opere – tra tele di grandi dimensioni e litografie – in mostra al MACA fino al 26 febbraio 2012, si capisce che quel tragitto fatto insieme, seppur breve, fu ricco di stimoli reciprochi, tanto che in Mattia Moreni capita, a volte, di cogliere l’impetuosità di Emilio Vedova e in Giulio Turcato le geometrie di Renato Birolli. La mostra non presenta solo opere create nei due anni di vita del gruppo – anche se non mancano alcune importanti testimonianze del periodo –, ma segue i suoi protagonisti nella loro personale vicenda, offrendo una panoramica esaustiva capace di restituire proprio quel marcato carattere di cui ho già accennato e che ha fatto sì che tra gli Otto non ci siano comparse, ma voci tonanti e intense da veri protagonisti dell’arte del secolo scorso.

AFRO Libio Basaldella,1963,  tecnica mista su carta di giornale, cm.43X63Ennio MORLOTTI, Composizione,1973, olio su tela, cm 100x80Mattia MORENI, Immagine Bestiale, 1960, olio su tela, cm 190x190Antonio CORPORA, Movimento,1975, olio su tela, cm 65x81

ASTRATTOCONCRETO. Il Gruppo degli Otto

Fino al 26 febbraio 2012

www.museovigliaturo.it

Andy Warhol e l'essenza dell'apparenza

È proprio vero che gli anni ’60 non passano mai di moda. A riprova di ciò si potrebbero citare un’infinità di esempi estratti da qualsivoglia settore culturale possibile e immaginabile. Giusto una manciata di giorni fa, per dire, Paul McCartney registrava il tutto esaurito sia a Milano che a Bologna. Questo vale anche per l’arte, ovviamente. Basti pensare che, dall’ottobre scorso, l’intera penisola è infestata di mostre dedicate all’Arte povera (e noi non ce le siamo lasciate scappare). Ma se c’è un artistica che, più di tutti gli altri, è sinonimo di quel decennio straordinario, questo è senza alcun dubbio Andy Warhol.

La mostra Dall’apparenza alla trascendenza – fino all’11 marzo 2012 al Centro Saint Benin di Aosta –  ripropone il percorso creativo del padre della Pop art attraverso una collezione di oltre settanta lavori, tra cui spiccano le celeberrime “icone” che, assieme alla serie di opere dedicata alle zuppe Campbell, sono l’essenza stessa dell’arte warholiana. I variopinti ritratti di Mao Tse-Tung, Marylin Monroe e Liza Minnelli – tutti presenti in mostra – sono quasi più riconoscibili dei volti reali degli stessi personaggi e certamente hanno avuto un ruolo fondamentale nello spingerli oltre la semplice fama, ergendoli al rango di icone immortali.

L’allestimento curato da Francesco Nuvolari, però, trova il suo vero punto di forza nel tentativo, riuscito, di andare oltre la mera proposta di opere arcinote a tutti – per quanto geniali e quindi sempre godibili –, inserendo l’artista originario di Pittsburgh all’interno di un contesto più ampio, quello della società dell’immagine, di cui egli stesso fu uno dei più celebri portabandiera. La serie degli Space Fruits, i già citati ritratti delle zuppe Campbell – riprese addirittura su di un sacchetto della spesa di carta, del 1966, e sulla tomaia di un paio di scarpe distribuite al Club 54 di New York, nel 1978 – e, soprattutto, la sorprendente collezione di copertine di dischi – da Sticky Fingers dei Rolling Stones, autografato da Mick Jagger e dallo stesso Warhol, fino alla celeberrima banana dei Velvet Undeground – testimoniano perfettamente di una creatività vulcanica sempre connessa a uno spiccato spirito imprenditoriale e opportunistico.

Perché, se Warhol è Warhol, cioè il nome più famoso dell’arte del secondo dopoguerra, è proprio grazie alla sua geniale trovata di “abbassare” l’arte al livello dei prodotti commerciali, rendendola, in un certo senso, più democratica, perché più facilmente reperibile, acquistabile, e quindi inserendola nel meccanismo della macchina consumistica. Lui che aveva predetto i 15 minuti di fama per ogni essere umano, aveva perfettamente capito come guadagnarsi la gloria immortale.

Andy Warhol - Judy GarlandAndy Warhol - Liz TaylorAndy Warhol - ManRay 1974Andy Warhol - InterviewMagazine Madonna 1985Andy Warhol - Liza Minnelli white ground 1978

 

Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza

Fino all’11 marzo 2012

Centro Saint Benin, Aosta

Donne invisibili: l'umanità senza voce negli scatti di Sheila McKinnon

Qualsiasi vocabolario chiarisce che il sostantivo femminile “donna” sta a indicare un individuo adulto di specie femminile, ovvero la femmina adulta di homo sapiens per chi ami i risvolti etologici. Resta una grave omissione: donna è sostantivo che da solo non si tiene, non si spiega. D’altro canto, hai voglia di abbinarle aggettivi soliti e declinarla in locuzioni d’uso comune, esplicitate nei vocabolari. Donna è vocabolo che porta con sé solo e soltanto, come fosse il peccato originale, l’attributo che da sempre è destino, con varie gradazioni, dell’individuo adulto di specie femminile: invisibile. Chi dice donna dice essere invisibile.

Può sembrare un controsenso piagnucoloso e vittimista, visto e considerato che in apparenza la nostra beneamata civiltà dell’immagine e dell’esibizione ha dilatato la donna fino alla gigantografia. Ma quale donna? La donna immagine, appunto, manichino, membra, brandelli di carne, polpa pronta. Anche questo è un modo paradossale, corpulento e macroscopico di rendere invisibile la donna. Altrove, nel mondo altro la cui priorità è la sopravvivenza, le donne sono invisibili secondo inclinazioni e declinazioni della propria cultura d’appartenenza, pur sempre misogina e patriarcale, e condizioni socio-economiche del proprio paese. Invisibili dalla nascita e fino alla morte. Destino toccato a milioni di donne, che riguarda milioni di adolescenti per le quali il passaggio in terra è una pena da espiare senza trovare spiegazione, se non nelle imposizioni paterne e maschili.

“Born invisible”, adolescenti ai margini, è il titolo della mostra di fotografie della italo-canadese Sheila Mckinnon che si inaugura il 3 febbraio alla Loggia degli Abati di palazzo ducale a Genova. La mostra è organizzata dalla Fondazione Edoardo Garrone insieme all’Aidos, associazione italiana donne per lo sviluppo, ed è ospitata dalla Fondazione per la cultura palazzo ducale. Born invisibile, nate invisibili, sono spose bambine, madri troppo giovani, ragazze stuprate, sieropositive, abbandonate, sole, dimenticate.

Fotografie come narrazioni, “rivelazione dell’invisibile”, ritratti di adolescenti, indiane, asiatiche, africane, sospese tra realtà, possibilità, persino un tenue vagheggiamento onirico negli occhi, mentre tutt’intorno il contesto svela emarginazione e degrado. La cifra stilistica che caratterizza questi lavori è la duplicazione dell’immagine, una sorta di radiografia della luce dentro il corpo comune che sottolinea una storia parallela, la storia interiore, a cui non corrisponde la vicenda esterna obbligata: l’ adolescenza non vissuta, la strada come condizione imposta dalle famiglie ed esercizio della sopravvivenza, oppure il matrimonio precoce come scelta paterna, o le gravidanze precoci, le malattie. Le foto raccontano ragazze nate senza voce a cui è richiesto un unico requisito: essere invisibili, non disturbare, non intralciare la logica delle cose. L’arte di raddoppiarle in foto vuole essere un mezzo di farle parlare e riscattarle dal destino di marginalità umana. Compito difficile perché la fotografia cade spesso in trappole di segno opposto: il manierismo estetico o il sensazionalismo cronicistico.

“Il mestiere di fotografo, come di tutti coloro che lavorano con l’immagine, è sempre più esposto al rischio di produrre belle immagini che sono fine a sé stesse”, scrive Maria Giovanna Musso, sociologa dell’arte, nel catalogo. “Oppure – aggiunge la studiosa – specie nel caso della fotografia sociale, per definizione volta alla denuncia – si orienta alla ricerca di immagini forti, scandalistiche, urlanti, che tendono ad estremizzare la ferocia e la brutalità del mondo”.

Le immagini di Sheila McKinnon, invece, non sono autoreferenziali e neanche sensazionalistiche. Sono una cronaca della realtà abbinate allo svelamento dell’anima che finalmente dà voce a bambine e adolescenti. La ragazzina del Burkina Faso è incorniciata con il secchio da lavoro in mano, in primo piano forse proiettata altrove e libera dalla sua corvee, gli occhi che anelano una qualche liberazione. Il gruppo di bambini indiani sta tra taniche d’acqua e provvisorietà auto-sostenendosi in un cammino di vita casuale. La bambina della Sierra Leone ha gli occhi allarmati sotto l’ombrello a righe rosso e nero che dovrebbe proteggerla da un destino avverso e creare un piccolo spazio onirico. Forse potrebbe avere un’esistenza altra se il caso girasse appena l’angolo e potesse fare cose normali, da bambina. La “blue girl” vietnamita mostra le piaghe di un’esistenza di sfruttamento e lavoro minorile, il cappellino rosa in testa è l’unica variante gentile. La bambina indiana dalla gonna rossa sembra abbia l’opportunità, sia pure momentanea, di vivere l’avventura della lettura in un mondo di lamiere e baracche. Nel deserto del Morocco le donne bambine accudiscono fratelli, o forse figli, che non fa differenza, hanno fisionomie, il volto è annebbiato, irradia luce potenziale, ma anche la costrizione a non essere se la vita diventa inferno. La mostra si inserisce in un percorso che la Fondazione Edoardo Garrone ha iniziato già da alcuni anni con le associazioni non governative Aidos e Amref con le quali Sheila Mckinnon collabora da anni, oltre al lavoro svolto per testate giornalistiche europee e americane.

“Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo le bambine e le adolescenti occupano l’ultimo gradino della scala gerarchica familiare – spiega Daniela Colombo, presidente dell’Aidos – Sono sfruttate per ogni sorta di lavori domestici o di attività generatrici di reddito, come ad esempio la tessitura. Spesso sono abusate sessualmente da membri della loro stessa famiglia, sono sottoposte a pratiche tradizionali quali le mutilazioni dei genitali femminili e sono costrette a matrimoni precoci e forzati in cambio del cosiddetto “prezzo della sposa”.

“Questa è semplicemente la normalità in tanti paesi – aggiunge Daniela Colombo – il modo in cui si costruiscono i ruoli di genere in società patriarcali che assegnano a uomini e donne compiti e funzioni diverse e che solo ora cominciano a riconoscere la profonda iniquità iscritta nella tradizionale costruzione dell’identità di genere. E mentre tante organizzazioni si impegnano per l’infanzia, pochissimi programmi cercano di far fronte specificamente ai bisogni delle adolescenti e, soprattutto, di quelle più povere. Che nascono e continuano a crescere “invisibili”, sotto il peso di responsabilità adulte arrivate troppo presto che cancellano i loro sogni e le loro aspirazioni”.

Con le dovute differenze, tutte le società sono misogine e “tollerano” la donna a condizione che sia “invisibile”, che compaia o meno. L’invisibilità femminile è coltivata ad arte persino nella ricostruzione storica. Qui da noi stiamo festeggiando, almeno sulla carta i 150 anni dell’unità di Italia. Ma che tipo di festeggiamenti sono? C’è una madornale omissione che è emblematico specchio della società attuale. Sembra che il Risorgimento sia stato una vicenda di soli uomini. La rappresentazione dell’unificazione nazionale è tutta maschile. Nulla si ricorda delle donne che parteciparono alle cospirazioni carbonare, al dibattito culturale, al Risorgimento. E se si ricordano, se sono entrate nei libri di storia non è per meriti propri, ma per essere state (come Anita Garibaldi, Teresa Casati Confalonieri, Giulia Beccaria) compagne o madri di personaggi maschili, degne d’attenzione perché “aiutanti” di campo dell’eroe, e idealizzate in una dimensione tragica. Se proprio vivono di vita autonoma è in un ambito di “pertinenza” tipicamente femminile, quella dell’intrigo, ancor meglio se a sfondo erotico, come la contessa Oldoini di Castiglione. E non è un caso se alla pinacoteca provinciale di Bari è in corso una mostra (fino al 29 maggio) dedicata alle Eroine invisibili. Storie di donne dalle collezioni della provincia di Napoli e della Pinacoteca di Bari. Storie in pitture del ruolo civile e sociale svolto dalle donne in due secoli di storia italiana, prima e oltre gli stereotipi femminili della bellezza. Eppure sembra quasi moderata la misoginia dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, a confronto con la fallocrazia che la cronaca ci restituisce ogni giorno. Purtroppo però, lo spaventoso arretramento fino all’harem e al sultanato è avallato e favorito da stuoli di ragazzine che si credono emancipate o astute ma maschiliste quanto e più dei loro sfruttatori, rafforzano la visione della donna come merce. La buona notizia viene da Kabul: ha da poco riaperto il giardino delle donne, composto da 3500 mandorli in fiori e cinquemila rose rosa appena piantati. Qui le donne prima dell’arrivo dei talebani potevano passeggiare a capo scoperto e sentirsi libere. La cosa non piacque e i talebani distrussero il giardino. Ora rinasce. Rose e fiori di mandorlo: armi gentile contro la rozzezza di un potere flaccido.

La mostra di Sheila McKinnon è visitabile dal 4 al 20 febbraio dalle ore 10.00 alle 19.00.

Ingresso libero.