La guerra infinita

Figliolo, è per te che facciamo questa guerra.
John Wayne in Berretti verdi

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Nel marzo del 2003 George W. Bush autorizzò l’invasione dell’Iraq dando il via a quella che fu dichiarata guerra di liberazione.  Una “guerra in diretta”  della quale, nonostante la morbosa attenzione mediatica, non è possibile decretare, se non approssimativamente, il numero di caduti, fatta eccezione per i morti sul campo delle forze ufficiali di “liberazione”:  a fine 2011 se ne contavano  4.484.  L’impossibilità di riferire dati certi sembra, per alcuni deprecabili smemorati, sminuire la vastità della tragedia, laddove le decine di migliaia di morti delle forze irachene e le ancor più numerose perdite civili fanno della guerra d’Iraq il più sanguinoso dei conflitti moderni.  A dieci anni di distanza, nonostante il colpevole lavoro di rimozione di una parte dei media, e nell’attesa che i libri di storia (previsione ottimistica oltre misura) facciano luce sul reale senso di questo olocausto in divenire, un percorso di riflessione è possibile anche grazie a Kevin Powers e al suo romanzo d’esordio Yellow birds, in cui per la prima volta la guerra irachena è raccontata non da un giornalista, ma da un giovane che in prima linea ha vissuto da soldato, e che è stato capace di restituirci una toccante cronaca di sentimenti. Powers lo fa attraverso la storia del suo alter ego John Bartle, inviato, come tanti altri inconsapevoli giovani, in Iraq nel 2004 a combattere la battaglia di Al Tafar, e della sua infausta e ingenua promessa di prendersi cura dell’amico Daniel, promessa impossibile da mantenere di fronte all’imprevedibilità del fuoco nemico e amico, e alla prevedibilità degli effetti della guerra sulla psiche. Così, tradito il giuramento, John precipita in un vortice depressivo, perseguitato dal fantasma dell’amico e dal senso di colpa per esserci stato, lì tra gli orrori, ed esserci ancora, oggi, lontano dall’Iraq solo geograficamente.

Pur scandito dai momenti cruciali della vita del protagonista, il racconto avanza per flashback, con una storia da ricostruire, senza il pericolo di perdersi, perché Powers si impegna a prendere il lettore per mano e a condurlo passo dopo passo, come farebbe un padre che accompagna un figlio sui luoghi della propria giovinezza, per spiegare ciò che è stato, con la sua lirica perfetta e leggera che, paradossalmente, rende la tragedia ancora più immane; perché di tragedia e di morte si narra, sin dall’incipit: La guerra provò a ucciderci in primavera.  La compagnia quotidiana della paura della morte rende ordinaria quell’angoscia e normale la lotta per la sopravvivenza, e nonostante lo spirito di corpo e l’amicizia nata tra la polvere, la paura è tale che l’individualismo, a cui ci ha abituati la tranquilla e pacifica vita nella nostra società occidentale, è pronunciato a dismisura perché Se muori tu, aumentano le probabilità che non muoia io. È ciò che fa la guerra, uccide: la vera grande arma di distruzione di massa in terra d’Iraq.

Ma quella guerra non ha prodotto, con la sua efficientissima industria, solo morti sul campo, milioni di profughi ed esiliati, elevati tassi di mortalità infantile post-bellica (sono inconfutabili gli effetti dei materiali tossici, disseminati sul territorio, sulla gravidanza), essa porta con se i drammi delle famiglie e dei reduci. Al disturbo post-traumetico da stress (che accomuna, secondo recenti studi, i veterani delle guerre del Golfo e i sopravvissuti all’Olocausto) si accompagnano fenomeni di emarginazione sociale, che segnano oggi in America un’alta percentuale di suicidi; e a questo  triste e drammatico destino non si sottrae John Bartle, il quale faticosamente e fortunatamente rimane intrappolato in una rete familiare che gli consentirà di riappropriarsi di quelle consuetudini quotidiane necessarie ad adattarsi alla normalità della vita e di sfuggire all’abitudine alla violenza.

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Un percorso di riadattamento che passa attraverso un’altra lotta, quella contro il ricordo. Destreggiarsi tra l’impossibilità di rimuovere gli orrori vissuti e l’indeterminatezza dei volti dei compagni caduti e delle vittime innocenti,  nonché la difficoltà di dare un senso agli accadimenti, questo forse significa fare i conti con la memoria. Semplicemente.

E se Bartle dubita di se stesso e della sua fedeltà ai fatti, in questa personale impresa di ricostruzione storica (Mi resi conto, fermo in quella chiesa, che esiste una netta distinzione tra ciò che è ricordato, ciò che è detto, e ciò che è vero. E pensai che mai avrei imparato a distinguere tra le cose.), allora dovremmo altresì dubitare della genuinità del racconto di Powers, se non fosse per il fatto che, in questo caso, il confine tra la finzione del romanzo e la documentata realtà della guerra irachena è invisibile. Come invisibile agli occhi dei soldati era il vero fine della missione, uno scopo vago ed estraneo come le albe e i crepuscoli indistinguibili che lo accompagnavano, laddove oggi, invece, come acclarato, quello scopo ha assunto colori ben definiti, quello dei dollari e dell’oro nero.

Dopo questo triste, intenso, e bel romanzo di formazione, aspettiamo Kevin Powers alla prossima prova letteraria; nell’attesa ci si può soffermare e riflettere su quale apporto al miglioramento della condizione umana possano dare quei paesi che perseguono la pace, esportano la guerra, e cercano il petrolio.

9788806213800Titolo: Yellow birds
Autore: Kevin Powers
Editore: Einaudi. Stile libero big
Dati: 2013, 192 pp., prezzo € 17,00

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Non c'è nulla che la guerra non possa sgretolare in un battito di ciglia

Anthony Shadid non ha visto pubblicata la sua opera. È deceduto il 16 febbraio 2012, in Siria, durante il suo ennesimo reportage per il New York Times. Non sotto il fuoco di un mortaio, non a causa della guerra che si accingeva a descrivere nuovamente: per un’allergia, una semplice allergia ai cavalli con i quali stava attraversando il confine tra Siria e Turchia. La tragica banalità della morte di un uomo sfuggito a sequestri, ad attentati, sempre in prima linea nel pericoloso caos mediorientale, cambia radicalmente l’approccio al libro, l’ineluttabilità del suo destino pervade la lettura di una luce malinconica, non è più mera cronaca giornalistica ma, quasi, un romanzo sulla ricostruzione.

È il 2006 quando Shadid, allora giornalista per il Washington Post e già vincitore di due premi Pulitzer per il giornalismo, decide di svestire temporaneamente i panni di inviato speciale e di trasferirsi in Libano, a Marjayoun, sulle orme dei suoi avi, e di ristrutturare una vecchia casa, la Bayt,  semidistrutta dai bombardamenti; ed è qui che inizia il racconto che alterna la ricostruzione di una complessa genealogia familiare, e le peripezie per dar nuova vita alla residenza del suo bisnonno: un tentativo di ricomporre le fila di una famiglia e delle sue tradizioni, e di ritrovare se stesso, la propria origine e identità.

È infatti la questione dell’appartenenza ad essere cruciale in un paese sempre al centro di dispute e spartizioni, rifugio per dissidenti, culla per estremismi, un paese dominato perennemente tanto da un’incertezza identitaria –  arabi o prima di tutto libanesi? -, quanto da un’incertezza geografica, nella contesa tra Oriente e Occidente; ed è a fronte di questa indeterminatezza che assume un’importanza rivelatrice e sacra la Bayt, perché la casa, vale a dire la struttura fisica o l’idea di famiglia, è, in sostanza, l’identità che non sbiadisce.

Anthony Shadid at the Ras Lanouf frontline, Libya, March 2011 Photo: FOHLEN CORENTIN/SIPA/Rex Features
Anthony Shadid at the Ras Lanouf frontline, Libya, March 2011 Photo: FOHLEN CORENTIN/SIPA/Rex Features

Tacciato come folle, o addirittura spia al soldo degli americani, osteggiato e mal visto in una cittadina in cui ogni discussione inizia immancabilmente con una dissertazione  sulle discendenze familiari, per Shadid la sua impresa è solo lo spunto per riappropriarsi della Storia, quella personale e quella di una terra, attraverso i materiali – dove una mattonella, la “cemento”, assurge a simbolo di una cultura millenaria perduta – e attraverso gli uomini impegnati nell’opera di ristrutturazione, personaggi singolari e picareschi, che portano con sé e il proprio lavoro, le tradizioni, l’orgoglio e i difetti di un intero popolo.

Alla fine, però, ad emergere è l’affresco di un paese sconfitto e in ginocchio; all’amore per una terra, che trasuda dalle sue parole accorate, dalle poetiche descrizioni dei paesaggi, delle valli di ulivi – paradossalmente simbolo di pace in una terra in cui tale parola ha perso ogni significato – fa da sottofondo l’orrore delle battaglie, quell’orrore che è impossibile replicare: le parole non possono ricreare in alcun modo l’odore della guerra. Ma oltre alla distruzioni materiali, la guerra causa anche il disfacimento di una cultura fondata sulle consuetudini, sospende  la quotidianità, interrompe per un tempo indefinito le abitudini che hanno fatto da collante per quella miriade di etnie storicamente tenute insieme dall’impero ottomano. Ed è questa disgregazione di valori e riti che fa piombare chiunque nella paura del futuro, un futuro che oscilla tra la certezza della guerra e la  fuga dalla polvere delle macerie, verso un occidente che da generazioni accoglie i profughi, che tende una mano mentre con l’altra finanzia i conflitti.

Per tutti quelli che come Shadid hanno intrapreso la strada della ricostruzione a Marjayoun, la delusione è dietro l’angolo, la delusione per un paese che sta scomparendo, in cui solo la terra e la natura lasciano un segno positivo: gli uomini, la storia, l’odio, lasciano invece un segno profondo come una ferita.

Così, terminata la ristrutturazione, Shadid riprende in mano la sua vita, in Egitto e in Libia nel 2011 a raccontare la primavera araba, fino a quando decide di far ritorno a Marjayoun, per chiudere un cerchio, per vedere sua figlia solcare la porta della Bayt, come i suoi antenati. Un cerchio per Shadid chiuso definitivamente.

410nhli9ahL._SL500_AA300_Titolo: La casa di pietra
Autore: Anthony Shadid
Editore: ADD Editore
Dati: 2012, 445 pp., 18,00 €

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