Un paese delle meraviglie a pois. I pois di Yayoi Kusama

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice moriva di noia a starsene seduta con la sorella sulla proda, senza far niente; aveva sbirciato un paio di volte il libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure, né dialoghi, “e a cosa serve un libro” pensava Alice “senza figure né dialoghi?”

Già, a cosa serve?
Se poi si tratta di Alice nel paese delle meraviglie, probabilmente il più immaginifico, sognante, allucinato ed esplosivo libro degli ultimi secoli, davvero, a che cosa serve?
A ben poco direi.

Certo le illustrazioni narrative (talvolta spiccatamente didascaliche) cui la traduzione classica ci ha abituato subirebbero uno scossone non da poco a sfogliare queste pagine in cui Alice passa attraverso lo specchio e l’arte di Yayoi Kusama.

In un’intervista rilasciata a Bomb nel 1999 (che se volete potrete leggere per intero qui) Yayoi Kusama dichiarava che la propria arte si origina da allucinazioni che solo lei può vedere; leggendo quel passaggio che si inserisce in un contesto di chiara lucidità assertiva è stato come se un alito di tenerezza vibrasse sul mio collo, mi parlasse di un limes buio e luminosissimo sul quale, non oltre, non prima, può accadere di tutto, si può anche incontrare un sorriso senza corpo, un sorriso umano che è il sorriso di un gatto, su cui s’appoggia una farfalla nera e dal quale pende un cordoncino con all’estremità un bottone. Un sorriso che ciascuno può appuntarsi alla giacca, alla memoria, tanto concreto, tanto largo, a ricordarci che certe immagini sebbene abbiano il potere di scomparire sono lì proprio per restare, e parlare. Magari sorridere.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La tavola apparecchiata in occasione del tè dei matti è un trionfo di mosaici e di pois colorati, che pezzetto di fianco a pezzetto, pallino di fianco a pallino compongono immagini che sono dettagli e che suggeriscono un contesto dal quale sono stati esclusi i protagonisti: rimane un cappello, svolazzano le farfalle (coloratissime, questa volta), mollemente si rilassano le posate che qualcuno ha usato per mangiare l’anguria o zuccherare il tè.

Ma Alice, dov’è? Si è persa in un pois? Ha mangiato qualcosa che l’ha fatta divenire tanto piccola da essere invisibile ai nostri occhi? Magari, c’è, solo si nasconde sotto la corolla dall’aspetto poco edibile di un fungo, o sul dorso di una lumaca poco lesta.

Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La incrociamo solo due volte, la prima volta ne vediamo il collo lungo, lunghissimo, dopo aver scoperto ciò che può accadere a seguire i consigli di un bruco; la seconda ci saluta con un’ombra corrucciata, dal davanzale di una finestra incastonata in un peperone. Il fiore orologio segna le tre, la sorella di Alice la immagina da grande; “cercò di immaginarsi come questa sorellina si sarebbe trasformata in un prossimo futuro, in una donna adulta; e come avrebbe mantenuto attraverso tutti gli anni della sua maturità il cuore semplice e affettuoso dell’infanzia”. Forse crescendo è divenuta altro, forse ci sono decine, centinaia, di Alice che non hanno disatteso le aspettative e i sogni dell’infanzia, forse, anzi, per certo Yayoi Kusama è una di loro. D’altra parte lo afferma lei stessa in una dichiarazione brevissima, che ha un tono deciso e il sapore della serenità: “Io, Kusama, sono la moderna Alice nel paese delle meraviglie”.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice_coverTitolo: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. 
Autore: Lewis Carroll, Yayoi Kusama
Traduttore: Milli Graffi
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 192 pp., 30,00 €

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Dalla camera oscura affiora il ritratto di un deviato vestito da reverendo

Da che mondo è mondo, così va e continua ad andare questo mondo, al contrario, assecondando l’assurdo, senza trasalimenti né crisi di sorta. L’abito tutela il monaco, chi sta nel ruolo e lo usa per occultare la sua vera personalità, fatte salve le apparenze. Un deviato di alto rango mascherato da religioso, astuto e subdolo, oggi lo si definirebbe un pedofilo, trattato con tutti gli onori e vezzeggiato in alta società; un genio dell’arte perseguitato per aver ritratto senza censure le nostre pulsioni più segrete. Il lato nascosto di biografie illustri racconta distorsioni abominevoli, più che mai attuali.

La casa editrice Skira, rinomata per la pubblicazione di pregevoli cataloghi d’arte, ha dato alle stampe due libri dal taglio originale e di sicuro impatto che svelano aspetti inediti o poco noti del diacono Charles Dodgson, altrimenti conosciuto come Lewis Carroll, il grande scrittore per l’infanzia di fama mondiale, (autore del celeberrimo Alice nel paese delle meraviglie (1865) e di Dietro allo specchio), e di Egon Schiele, artista “maledetto” tra i maledetti, capofila dell’espressionismo, inventore della modernità in pittura. Sono due pubblicazioni distinte, ma qualcosa le lega. Cosa hanno a che vedere questi due tipi umani? In apparenza proprio nulla. Per condizione, contesto, epoca, stile di vita, storia. Eppure un fil rouge si rintraccia nella totale alterità: l’attrazione per bambine e  adolescenti. Attrazione perversa nel caso di Dodgson che le fotografava ossessivamente per sfogare la sua devianza, anche nude; attrazione  psicologica nel caso di Schiele che le utilizzava come modelle nei disegni, in pose erotiche o scabrose per fare affiorare la sessualità, appena “scoperta” e rivelata quale movente fondamentale dell’esistenza umana dal grande padre del ‘900, Sigmund Freud. L’attrazione siffatta “costrinse” Dodgson alla permanenza in camera oscura, niente di più, da pioniere della fotografia quale fu oltre che inventore di storie sghembe, ma non compromise la sua rispettabile reputazione. Schiele invece per la sua scelta di verità, mostrare senza ipocrisia la sessualità di ognuno, anche dei minori, fu costretto alla camera di sicurezza, al carcere.

Camera oscura, è il titolo del libro di Simonetta Agnello Hornby, un racconto breve ma intenso che spinge lo sguardo dietro e oltre lo specchio delle apparenze, per restituire la faccia ben poco rassicurante del padre di Alice, avvalendosi di documenti autentici, corrispondenze epistolari e scritti dello stesso Dodgson, usati nell’invenzione e riprodotti per intero a fine libro. La Hornby, palermitana di nascita, londinese d’adozione, avvocato dei minori e scrittrice, attraverso la sua esperienza giuridica e il suo talento introspettivo femminile porta alla luce l’ambigua personalità del diacono. “Io, che sono un avvocato dei minori – scrive la Agnello Hornby nella bella postfazione – mi sono posta alcune domande specifiche. Come avrebbero potuto reagire a quel tipo di amicizia queste bambine-amiche (la cui età spaziava dai quattro ai quindici anni), incoraggiate o persino spinte dai genitori a frequentare in tete-à-tete il famoso scrittore? Che effetto fa a una bambina essere baciata da un adulto estremamente tattile che poi la fotografa nuda? E se un’adolescente si fosse innamorata di lui? O viceversa?” Già perché Dodgson, professore di logica e matematica al Christ Church, college dell’università di Oxford, presso cui risiedeva, balbuziente ma con charme, vestito sempre allo stesso modo, in abito nero clericale, alto, sottile, pallido, capelli ondulati lunghi tenuti dietro le orecchie in maniera effeminata, vanitoso, era perennemente a caccia di bambine (con un’insistenza che ricorda quella degli attuali pedofili telematici) e non esitava a usare madri e amiche mature come “talent-scout” nella sua ricerca inesauribile. Requisiti richiesti alle prede da fotografare erano per lui la baciabilità (kissable), un corpo perfettamente formato, la certezza che posassero nude e senza la presenza dei genitori. In cambio regalava alle sue piccole amiche rispetto alle quali si sentiva d’essere un fratello maggiore, uno zio, giochi meccanici, bambole, le prime edizioni dei suoi libri con dedica e le loro migliori fotografie, giochi di parole, gite. Non esitava ad avere comportamenti da molestatore, stalker diremmo oggi, per ottenere ciò che voleva: “è l’ultima volta che quelle sciagurate bambine mi fanno passare per la farsa di scaldare le sostanze chimiche. L’ho fatto martedì e all’una e ½ le aspettavo ancora”, minaccia in una lettera a una madre. E in un’altra, per chiedere il permesso a un genitore di fotografare la figlia, scrive: “Caro signore, mi è balenato, dopo che ci siamo separati in strada ieri sera, che forse lei è il proprietario di una certa Ruth Mayhew, che Mrs Arnold e altri amici mi hanno detto che dovrei fotografare”. Bizzarra idee: i figli come proprietà. E le famiglie accorrevano. Dodgson, scrive Hornby, nella postfazione, “divenne un celebrato fotografo ritrattista: non ritoccava mai le lastre, si concentrava sulla forma e non cercava di scavare nell’animo”. Quanta distanza da Schiele!

Per le famiglie aristocratiche era un gran vanto far posare le figlie, nessuna si risentì o si scandalizzò, tutte accettarono le stranezze del reverendo, eccetto una che pose fine alle sedute. Camera oscura è la storia di questa rottura. Il punto di vista adottato è quello di Ruth Matthews, personaggio ispirato a una bambina reale, che già cresciuta è tormentata dal ricordo del reverendo di cui si era innamorata da bambina amica fotografata finché il padre  aveva  interrotto bruscamente le sedute e la frequentazione. Ruth incontra Alice Liddell adulta, l’ispiratrice del libro di Alice del paese delle meraviglie, che le svela che il reverendo è solo un egoista, che ha usato lei come tutte le altre. Ruth affronta Dodgson che messo alle strette, utilizza la maschera di Lewis Carroll per buttarla in gioco, come di fatto accadeva nella vita di quest’uomo. Nel racconto, infine, il padre le svela il perché ha posto fine a quel rapporto: «Eravamo certi che lui non avesse mai toccato nessuna di voi, questo no. Un professore dell’università di Oxford non avrebbe mai fatto certe porcherie… I pervertiti si trovano nelle classi basse, tra i diseredati, gente priva di cultura… altrove, non qui… Mi pento per aver consentito a farvi fotografare senza abbigliamento. Ma tu sembravi entusiasta di posare per lui».

Personaggio duale Dodgson-Carroll: di giorno dedito alla beneficenza a favore di istituti di protezione dell’infanzia maltrattata, delle bambine a rischio abuso,  sostenitore della campagna contro la prostituzione infantile; nelle notti insonni, invece, tormentato dai sensi di colpa per pensieri impuri e peccaminosi, come raccontano i suoi diari. Protetto dall’abito talare, è passato alla storia come lo scrittore per l’infanzia, l’inventore di Alice nel paese delle meraviglie “indiscusso capolavoro della letteratura mondiale e del tutto privo di morale, come d’altronde fu il suo autore”, conclude la Hornby.

Un clima del tutto diverso si respira nelle pagine del Diario dal carcere di Egon Schiele, per la prima volta pubblicato in Italia, tradotto integralmente dalla prima edizione viennese del 1922. Il giovane pittore talentuoso che morì a soli 28 anni per un’influenza spagnola che uccise prima di lui la moglie incinta di sei mesi, ebbe una vita tragica come la sua opera. Nel 1900 L’interpretazione dei sogni di Freud aprì il varco all’inconscio e al potere della sessualità. E Schiele attraverso la pittura si calò nell’esplorazione della dimensione oscura della personalità umana, a cominciare dal sesso. La società viennese asburgica lo rifiutò. Non solo fu bollato come pittore morboso, pornografo, erotomane. Il continuo viavai di adolescenti nel suo atelier gli provocò una denuncia per aver esposto materiale pornografico in un luogo accessibile ai minori. Non solo. Fu accusato di aver sedotto una quattordicenne, figlia di un alto dirigente e di avere esposto nel suo studio materiale pornografico. Accusa rivelatasi poi falsa.  Per questi motivi, fu arrestato e sbattuto in prigione per 24 giorni. Fu liberato grazie a un avvocato importante ingaggiato da un mecenate e fu assolto dalla seconda imputazione, ma non dalla prima e secondo il diario condannato all’azione dimostrativa del giudice che in pubblico avrebbe bruciato un disegno incriminato dei più di cento sequestrati dalla polizia. Il diario racconta con toni accesi ed esasperati, come nei suoi quadri, le durissime condizioni di detenzione e lo shock subito. Sull’autenticità dello scritto, curato dall’amico e suo biografo, Arthur Roessler, ci sono molte perplessità. Lo dice nella postfazione all’opera, la storica dell’arte Federica Ammiraglio: “Nessun manoscritto è stato trovato e il contenuto delle pagine è costruito con troppa accortezza per essere realmente spontaneo. Forse Roessler manipolò pesantemente il racconto del suo protetto, di cui aveva tutto l’interesse a propagare la fama, o forse attribuì a Schiele pagine scritte in toto da lui stesso”.

Come che sia, il documento è di grande interesse e la lettura molto coinvolgente. Un monologo che è costruito come un pezzo di teatro, all’insegna dell’effetto sorpresa e dello svelamento ritardato: solo alla fine si apprende il reale motivo dell’arresto. All’inizio l’artista nulla sa della sua condizione e per non impazzire si mette a dipingere sul muro della cella “con dita tremanti inumidite nella mia saliva amara”. Finché ha di nuovo l’occorrente per dipingere: “Posso dipingere e così posso sopportare ciò che altrimenti sarebbe stato insopportabile”. Restano i disegni composti in prigione, tra cui due autoritratti e acclusi nel volume. C’è la disperazione e la perdita di ogni riferimento temporale: “Da quanto tempo sono prigioniero? Io che sono uno spirito fra i più liberi per natura, legato soltanto a quella legge che non è la legge dei più”. Tutto converge secondo Federica Ammiraglio “a dimostrare una serie di assiomi che affondano le loro radici nel Romanticismo e nella rivoluzione compiuta dalla secessione viennese. L’artista è investito da una missione sacrale ed è destinato a soffrire – addirittura a diventare un martire – per colpa di una società ignorante e brutale, non in grado di comprenderlo”. Dice Schiele o chi per lui nel diario: “Nessuna opera d’arte erotica è oscena se è artisticamente rilevante; può renderla oscena solo l’osservatore che sia intimamente volgare”. Apre uno squarcio sulla sessualità dei bambini, rimossa o negata dalla retorica sull’infanzia che non ha niente a che vedere con la legittimazione della pedofilia: “Hanno dimenticato la terribile passione amorosa che da piccoli gli ardeva dentro e li tormentava? Io non l’ho dimenticata perché mi ha fatto soffrire orribilmente. E credo che l’uomo debba soffrire per il tormento del sesso finché è capace di sensazioni sessuali”. Infine, a proposito della censura e del suo disegno bruciato: “Castrazione istituzionalizzata! Ipocrisia!  Ma certo correte nei musei e fate a pezzi le opere d’arte migliori. Chi rinnega il sesso è un individuo sporco e offende nella maniera più spregevole i genitori che lo hanno concepito”.

Forse cadiamo in una trappola di stampo romantico. Se il diario non è autentico ed è stato costruito a tavolino, l’esistenza di Schiele lo è stata, la sua opera anche e quelle sue tipiche figure agonizzanti, tutte ossa, occhi scavati, genitali, continuano a mostrarci le piaghe del nostro inconscio.

Titolo: Camera oscura
Autore: Simonetta Hornby Agnello
Editore: Skira
Dati: 2010, 144 pp., 16 colori, 15,00 €

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Titolo: Egon Schiele, Diario dal carcere
Autore: Arthur Roessler
Editore: Skira
Dati: 2010, 72 pp., 14 colori 14,00 €

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Parole e numeri nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll

“Alice’s Adventures in Wonderland” (1865), Sir John Tenniel

Inventore del nonsense, spietato critico della morale vittoriana, letterato appassionato e creativo, studioso con uno speciale interesse per il mondo dell’infanzia, matematico. Oppure tutte queste cose assieme, era Lewis Carroll. Sorprendente inventore di giochi logici frammisti di lingua, narrativa e calcoli logico-matematici Carroll si rivela in ciascuna delle sue opere, ma è in Una storia ingarbugliata e ne Il gioco della logica (entrambi editi da Astrolabio) che questo talento è lampante.

Una storia ingarbugliata fu pubblicata a puntate nel The Monthly Packet, a partire dal 1880. In ogni “garbuglio” Carroll nascose “come le medicine che venivano nascoste con tanta abilità, ma con scarsi risultati, nelle marmellate della nostra prima fanciullezza” problemi logici, matematici, algebrici col chiaro intento di educare al pensiero logico per mezzo della narrazione. Carroll ci regala qualche ora di divertente umorismo e l’occasione di esercitare e mettere alla prova il nostro acume matematico per mezzo di dieci capitoli (garbugli) che costituiscono una storia piacevole e insolita che diverte, non limitandosi a ricordare le sue opere di maggior successo.

I piccoli universi logici creati da Carroll sono talvolta reali, altre iperrealistici, altre assurdi, assolutamente non rapportabili con la realtà stessa. Le proposizioni logiche semplici e ricorrenti (nessun x è m; alcuni x sono m; tutti gli y sono m) sono talvolta composte da elementi noti e comprensibili (il dentista, per esempio, e l’arcinota paura che i bambini nutrono nei suoi confronti o il fatto che il sale non sia zucchero), altre assolutamente astratte, con l’invenzione di parole prive di significato (i Grurmstipths) ma con un chiaro significante: essere parte integrante di un’equazione o proporzione o sillogismo logico.

Ne Il gioco della logica per mezzo di due diagrammi e nove gettoni, cinque blu e quattro rossi, Carroll ha ideato gioco semplice ma coinvolgente per mezzo del quale mostra come la logica aristotelica possa essere trasformata in un momento di svago. Le pagine di questo agile, e assolutamente stimolante volume, sono costellate da centinaia di sillogismi divertenti e stuzzicanti non solo per la mente ma anche per l’umore.

Humpty Dumpty e Alice, da "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò". Illustrazione classica di John Tenniel.

Mentre nell’algebra i rapporti tra i numeri e i simboli matematici, e il loro ordine, condizionano le soluzioni dei problemi, nel gioco della logica non c’è un limite alle combinazioni che possono intervenire, dando luogo a diversi risultati, quando si tratta di elementi lessicali e non meramente numerici. Le parole perdono il loro contatto originario con la realtà e da essa si discostano per divenire semplici ed efficaci elementi di equazioni logiche. Ripercorrendo una strada già battuta in Attraverso lo specchio, riproponendo un assioma della semiotica The Humpty Dumpty Position:
– “Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty, in tono non privo di disprezzo, “la parola significa quello che io voglio farle significare, nè più nè meno.”
– Ma la questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”
– “La questione è” ripetè Humpty Dumpty, “chi è che  comanda… ecco tutto.”

Leggendo queste pagine sorrido non solo per l’irresistibile umorismo con il quale mi trovo a dialogare ma per certe affermazioni così attuali e allo stesso tempo desuete che, accidenti! Non dovrebbero farmi sorridere: “Come ben sapete non si ottiene nulla per nulla: [i giovani] devono lavorare per guadagnarsi da vivere. E come potranno lavorare se non sanno nulla? Date retta a me, con i tempi che corrono non c’è nulla da fare per gli ignoranti!”.

E adesso chi lo racconta a Lewis Carroll che la società non va più così? Che la situazione da lui dipinta e prospettata si è ribaltata in modo ancora più surreale che in una delle sue storie? Potremmo mettergliela così: viviamo in un Paese delle meraviglie, e per fortuna o per disgrazia dobbiamo esercitare le nostre menti e riuscire a confrontarci con crudeli regine di cuori e grotteschi cappellai matti. Sia mai che un giorno ci accorgeremo, e s’accorgeranno, che non siamo più bambini e che invece, molto dolorosamente, siamo diventati adulti, coscienti di esserlo.

Alice scoppiò a ridere. “Non serve riprovarci” disse. “Non si può credere alle cose impossibili”.
“Direi che sei giù d’esercizio” disse la Regina. “Quando avevo la tua età, io ci provavo sempre una mezz’oretta al giorno. A volte riuscivo a credere anche fino a sei cose impossibili prima di colazione, al mattino. Ecco il mio scialle che vola via di nuovo!”
(Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie).

Titolo: Una storia ingarbugliata
Autore: Lewis Carroll
Editore: Astrolabio
Dati: 1969, 102 pp., 9,30 €

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Titolo: Il gioco della logica
Autore: Lewis Carroll
Editore: Astrolabio
Dati: 1969, 106 pp., 8,50 €

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