A year in books. Il nostro 2013 in 10 libri.

Ecco i miei 10 libri del 2013. L’ordine è solo quello delle uscite in libreria. Buona lettura!

Stella distante, Roberto Bolaño, Adelphi
Torna in libreria questo piccolo grande libro del 1996, nato da una costola de La letteratura nazista in America, che indaga le molte vite di Carlos Wieder: aviatore che scrive poesie in cielo, torturatore sotto Pinochet e chissà cos’altro. Ho detto Bolaño, non basta?

Roberto Bolaño, Stella Distante, Adelphi

La caduta, Giovanni Cocco, Nutrimenti
«Non siamo che particelle invisibili di un disegno ben più complesso»: siamo esseri umani dentro la Storia, siamo destini paralleli e incrociati: a Parigi tra le banlieue in fiamme, nella Londra degli attentati o fra le rovine di New Orleans. Più che postmoderno, un post-romanzo.

Giovanni Cocco, La Caduta, Nutrimenti

Il corpo docile, Rosella Postorino, Einaudi
È possibile che i bambini nascano ancora in carcere? In Italia succede, Milena è una di loro. Ma quale sarà la vita dopo? Saprà liberarsi (anche) del suo passato? Se inizierete a conoscere Milena, dovrete arrivare fino in fondo.

Rosella Postorino, Il Corpo Docile, Einaudi

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D. T. Max, Einaudi
È difficile parlare di questa prima biografia di David Foster Wallace. Forse è passato troppo poco tempo, da quella morte, perché l’aspetto emotivo non condizioni il giudizio. Ci sono tutti i suoi libri, c’è la depressione, c’è la lotta di un uomo per quella che è poi la battaglia di tutti: vivere.

D.T.Max, Ogni Storia d'Amore È Una Storia di Fantasmi. Vita di David Foster Wallace, Einaudi

Addio a Berlino, Christopher Isherwood, Adelphi
Prima del Terzo Reich, prima che l’Europa si distruggesse, l’occhio di Isherwood fotografò la Berlino dei primi anni ’30 – fra giovani attrici infatuate di cinema, giri di locali notturni, prostitute e intellettuali infelici. Divenne un film di successo, Cabaret. Il libro è meglio.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi

Yellow Birds, Kevin Powers, Einaudi
Powers, che ha partecipato davvero alla guerra in Iraq, con questo esordio certifica di essere un vero scrittore. Il suo alterego, Bartle, tornato da quell’inferno dovrà fronteggiare il fantasma di Murphy, l’amico che non ha riportato a casa. Rompendo una promessa che diventò una condanna.

Kevin Powers, Yellow Birds, Einaudi

I fratelli Burgess, Elizabeth Strout, Fazi
«La chiave della felicità era non chiedersi mai il perché». Perché, dopo un trauma infantile, un fratello diventa un avvocato di successo a New York, l’altro è schiacciato dal rimorso, e la sorella minore non lascerà mai quel paesino nel Maine? I fratelli Burgess ha il respiro di un classico.

Elizabeth Strout, I Ragazzi Burgess, Fazi

Un posto anche per me, Francesco Abate, Einaudi
Peppino ha trentotto anni, una faccia da ragazzo, la gente pensa che sia un po’ stupido. Gira in autobus di notte, a Roma, per fare delle misteriose consegne. È cresciuto in Sardegna, ha una famiglia «piena di vergogne». Il riso e il tragico si avvicendano mentre ci racconta la sua vita.

Francesco Abate, Un Posto Anche Per Me, Einaudi

Passi, Jerzy Kosinski, elliot
Storie di uomini senza nome in un’America imprecisata. Racconti come schegge a formare un insieme più solido di un romanzo. Schegge affilate come la penna di Kosinski – per un libro spietato da riscoprire.

Jerry Kosinski, Passi, elliot

Dieci dicembre, George Saunders, minimum fax
Lungo il solco postmoderno di Barthelme, Vonnegut e David Foster Wallace, arriva anche da noi la quarta raccolta di racconti George Saunders. Parliamo di famiglie americane devastate negli anni di W. Bush, parliamo di varietà, virtuosismi, parodie e fantascienza. Parliamo di Saunders.

George Saunders, Dieci Dicembre, minimum fax

L'algida bellezza dell'orrore – Su Passi di Jerzy Kosinski

kosinski

Mi hanno sempre affascinato gli scrittori che riescono a scrivere romanzi in una lingua acquisita. La costanza, l’impegno che ci hanno messo per diventare scrittori in una seconda lingua, con una consapevolezza estrema di quelle che sono le regole, il suono, le costruzioni sintattiche e oltre a questo la capacità di romperle, quelle regole, di creare a partire da un pugno di parole e segni d’interpunzione, be’, devo ammetterlo, è la cosa che più di tutte mi fa pensare all’esistenza di un demone della letteratura. Questi autori non sono molti e nel mio immaginario si tratta sempre di esuli che per forza di cose hanno dovuto imparare una seconda lingua. C’è Nabokov, tra questi, ci sono Joyce, Kundera, Solzenicyn, Beckett e c’è anche Jerzy Kosinski. Emigrato negli Stati Uniti alla fine degli ’50, Kosinski si è ambientato relativamente presto, diventando da subito un frequentatore assiduo  del jet-set e il prototipo dello scrittore mondano per eccellenza. Dietro questa facciata luccicante emersero però misteriosi episodi legati al passato, forse legami con i servizi segreti o altri risvolti ambigui mai del tutto chiariti.

“Tornai a guardare il suo vestito e a un tratto mi resi conto che era un uomo. Il mio stato d’animo mutò di colpo. Sentivo dentro di me una sete di piacere e di abbandono, ma avevo anche l’impressione di essere stato accettato troppo prontamente: a un tratto, tutto era diventato molto prevedibile. Tutto quello che potevamo fare era esistere l’uno per l’altro solo come promemoria dell’io.”

Chi fosse veramente K nessuno lo seppe mai, sappiamo però che decise di porre fine alla sua vita suicidandosi all’improvviso, nel 1991. Possiamo inoltre affermare con certezza  è che è stato uno scrittore, uno dei primi a giocare con l’autofiction, uno dei primi a mettere la propria biografia, filtrata dalla scrittura, al centro di una poetica coesa, e tutto questo non parlando direttamente di sé, ma servendosi di allusioni significative e di continui rimandi. Non siamo soliti fare processi alle vite degli autori, né tantomeno esaminare  le loro opere attraverso le biografie, ma quando il gioco si fa esplicito risulta difficile non tenerne conto.

“Come l’hai conosciuta?
Abitava nel mio palazzo
Allora è stato un caso?
Non proprio. C’erano alcune centinaia di inquilini nel palazzo – è lungo un intero isolato, sai – e io avevo captato le voci di molti di loro, la sua voce era tra le voci.
Come sarebbe a dire “tra le voci”?
Tra le voci, le loro voci; sai, ho firmato il contratto di affitto quando il palazzo era ancora in costruzione, e potevo gironzolare negli appartamenti non finiti. Allora mi interessavo di elettronica. In tutti gli appartamenti del mio piano e dei due piano sottostanti nascosi una microspia. […] Nel mio appartamento installai una radio fatta apposta con la quale potevo ricevere le trasmissioni ogni volta che volevo: e ascoltare le loro voci. […]ùDopo che cominciaste a uscire insieme… le dicesti che l’avevi tenuta sotto controllo?
No.
Continuasti a tenere sotto controllo l’appartamento?
Per qualche tempo sì. Ma smisi presto. Mi sentivo come uno scienziato che ha portato a termine il suo studio: l’esemplare osservato e registrato e analizzato per tanto tempo ha cessato di essere un mistero. Ora potevo manipolarla: era innamorata di me.”

Prendiamo Passi, suo romanzo  capolavoro e vincitore del National Book Award nel 1968, da poco edito in Italia da Elliot. Ecco, Passi è tutto incentrato sul concetto di ambiguità: non ci sono collocazioni temporali, non ci sono coordinate spaziali, non ci sono nomi, non ci sono cognomi, non vi è alcuna linearità narrativa. Cosa abbiamo invece? Abbiamo una voce che in prima persona descrive delle situazioni, racconta degli episodi in soggettiva; abbiamo dialoghi in presa diretta, scritti in corsivo; abbiamo un solo intervento di un narratore in terza persone, e si tratta dell’intervento finale, quello conclusivo. Si possono intuire un regime,una guerra, una società capitalistica, una società individualista, delle periferie rurali, dei centri urbani, ma è tutto avvolto in una nebbia di fondo. La mancanza di coordinate, unita all’algida bellezza e trasparenza di una lingua che sembra padroneggiata fin nei minimi dettagli, creano un effetto di fondo che è di spaesamento e di terrore.  Gli episodi, tutti narrati con freddo distacco dal protagonista, raccontano storie di individui normali, razionali, che compiono gesti orribili – come a dire che il male è insito nell’animo umano e perpetrarlo non è poi così difficile, basta spingersi un attimo più in là, basta fare quel passo in più che ti fa scavalcare la linea di demarcazione da quello che eravamo soliti chiamare “bene”. L’impressione generale di questi spaccati è quella di un affresco orribile e spaventoso, che ricorda Bosch, che ricorda Lovecraft, in cui l’umanità dell’uomo sembra lontana e persa. Non c’è consolazione, né possibilità di recupero: la violenza e il dominio del male si rincorrono in una sorta di meccanismo perverso, che supera ogni ostacolo e ogni immaginazione. Il lettore osserva tutta questa decadenza, tutto questo sfiorire da una visuale privilegiata, una terrazza sull’orrore raffigurato con sapienza artistica da Kosinski, pezzo dopo pezzo, passo dopo passo. Benvenuti all’inferno, c’eravate già.

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Passi 

Autore: Jerzy Kosinski

Traduttore: Vincenzo Mantovani
Editore: Elliot
Dati: 2013, pp. 156, € 16,00

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Più vero della finzione: L'importo della ferita e altre storie, di Pippo Russo

Pippo Russo può essere che non l’abbiate ancora sentito nominare (anche se sarebbe strano, visto il clamore che il suo nome ha sollevato negli ultimi mesi); se così fosse, non leggete oltre, fermatevi qui. Spegnete il computer, vestitevi, uscite, andate in libreria. Chiedete del suo libro L’importo della ferita e altre storie, e compratelo. Tornate a casa, chiudete la porta, non riaccendete il computer, staccate il telefono, spegnete il cellulare. E cominciate a leggere. Perché Pippo Russo è uno che si è preso un sacco di proiettili per tutti noi, e merita la massima attenzione che possiate dedicargli.

Faletti

Il concetto del volume è lo stesso di un altro libro di Russo, Pallonate. Tic, eccessi e strafalcioni del giornalismo sportivo italiano (Meltemi, 2003): prendere un testo e passarlo al microscopio, saggiandone sul filo di lama sfondoni, inesattezze, forzature, sciatterie, incongruenze. Solo che in quel caso si trattava di articoli di giornale. Per L’importo della ferita, la materia prima è costituita da tomazzi elefantiaci di centinaia di pagine: un’inesauribile, stordente, tronfia, stolida, ottundente massa di carta e inchiostro, che ha impoverito le riserve d’aria planetarie sacrificando intere foreste ai venerandi Nomi dei Numi tutelari dell’ebetudine letteraria italiana. Faletti Giorgio. Volo Fabio. Moccia Federico. Ghinazzi Enzo (“Pupo”). Sangiorgi Giuliano. Scurati Antonio. Piperno Alessandro. Di ognuno di questi personaggi, Pippo Russo si è letto ogni parola di ogni riga di ogni pagina di ogni romanzo. Ed è (incredibilmente, per quanto mi riguarda) sopravvissuto, per raccontarci quello che ci ha trovato dentro.

Il volume è diviso in tre sezioni. La prima (I libro-panettonisti) esamina le “opere” di Faletti, Volo e Moccia: best-seller da milioni di copie vendute che hanno reso il nome dell’autore un marchio di fatturato: storie seriali che ripetono trame (quando ce n’è), intrecci narrativi (quando si riesce a rintracciarne), personaggi et cetera in nome del principio “squadra che vince non si cambia”. Ed editor che corregge non si trova. Perché altra spiegazione non si può pensare, per lo strabordare di refusi, frasi zoppe, sfondoni grammaticali, nonsense e sciatterie varie, se non che i libri di simili individui non vengano nemmeno passati al vaglio del correttore automatico di Word. Tanto, chissenefrega – penseranno gli editori – la gente se li ingolla lo stesso anche se traboccano di schifezze, a che vale buttare via i soldi per editarli? Denaro risparmiato, denaro guadagnato. E così ci troviamo perle come appunto “l’importo della ferita”, l’espressione falettiana priva di qualsivoglia senso che dà il titolo al libro e sembra tradotta dall’inglese: tanto da dare adito, qualche anno fa, a ipotesi di una eventuale versione originaria americana di alcuni passi dei romanzi di Faletti. Ipotesi eccessivamente lambiccata, alla luce dell’analisi di Russo: non è che Faletti traduca dall’americano, è solo che non sa scrivere in italiano. Di esempi simili ce n’è a migliaia. E poi Fabio Volo, che ci racconta di cacca, seghe e infantilismi vari da adulto drammaticamente irrisolto e circondato da imbecilli; oppure Moccia, che beatifica il mondo dei coatti come fosse una delle sciacquette rincoglionite che mette in scena nelle sue non-storie.

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Nella seconda sezione ci sono I narratori improvvisati, che nelle persone di Pupo e Sangiorgi dei Negramaro ci mostrano quanto sia facile pubblicare un libro se si è già famosi per qualcos’altro: ma, ahimé, non ci mostrano come sia facile scrivere un libro quando non si è capaci di mettere due parole in fila. Ed ecco allora nascere la storiella da parrucchiere de La confessione di Pupo – il soporifero thriller ambientato nei giorni del Festival di Sanremo – e de Lo spacciatore di carne di Sangiorgi, il romanzo presuntamente pulp che racconta la storia di uno studente pugliese fuori sede a Bologna che si paga vizi e stravizi scambiando la carne che il padre macellaio gli manda da casa, mentre il figlio si abbandona all’abbrutimento e alla perdizione. Ma che sonno, cavolo, spegnete la luce che mi faccio un pisolo.

La terza sezione, infine, passa in rassegna i romanzi de I premiati: cioè gli autori le cui opere (tutte o quasi) hanno potuto fregiarsi dell’ambito riconoscimento di un bel premio letterario. Uno di quelle centinaia, migliaia di premi che in Italia proliferano per buttare nel cesso un altro po’ di fondi pubblici (che tanto siamo ricchi), e che ormai non negheremmo più nemmeno alla zia Cristina e al suo libro di ricette. E che, quando uno scrittore se ne vede sottrarre uno, si fa venire una gastrite. Come capita al Sommo Antonio Scurati, il re della retorica accademica da cenciaiolo, che pare non si sia mai fatto una ragione dell’essere stato privato, nel 2009, dell’ambitissimo Premio Strega (lo vinse Tiziano Scarpa). Peccato che Scurati, con tutta la sua erudizione, la sua sociologia, il suo stile da lattoniere, non riesca nemmeno a tenere in piedi una timeline narrativa di tre giorni: come risulta da un passo de Il bambino che sognava la fine del mondo, in cui la sequenza corretta degli eventi si accartoccia in una tale confusione di date e giorni da rendere difficile l’interpretazione persino a un sensitivo. Scurati, vabbé che sei tanto colto, ma almeno un calendario davanti potresti tenertelo, mentre scrivi.

Fabio-Volo

L’analisi di Russo è ironica, divertentissima (il capitolo su Fabio Volo mi ha fatto venire il singhiozzo dal ridere) e implacabile. Del resto l’anatomia del testo non lascia scampo: se uno non sa scrivere, non sa scrivere, e quando si analizzano le opere al microscopio non ci sono vie di fuga che tengano. Vero che Russo a volte si lascia prendere forse un po’ troppo la mano, classificando come strafalcioni espressioni che avrebbero meritato una maggiore indulgenza. Ma sono casi che si contano sulle dita di una mano. La realtà è che il libro di Russo costituisce uno stupidario di tic, superficialità, rozzezze e sciatterie non solo degli specifici prodotti narrativi realizzati da alcuni autori particolarmente imbarazzanti (tanto più quando ammantati di un’aura di austera dignità come Scurati e Piperno, che si rivelano non migliori di un Faletti qualunque), ma bensì di una più generale e italianissima tendenza di concepire la letteratura (o anche solo la narrativa). Ed è questo, a mio avviso, il significato più profondo del libro di Russo: si ride degli strafalcioni, ma si finisce per avere davanti una radiografia di un paese alla deriva anche nella propria concezione della narrativa e del rapporto con il lettore.

Della nostra bella Nazione, la narrativa esaminata da Russo presenta tutte le principali e più intrinseche qualità caratterizzanti. In primo luogo, il successo genera successo: e poco importa che sia un successo basato sull’ignoranza, più che sulla qualità. Anzi, meglio: perché l’ignoranza non ha bisogno di orpelli come la cura redazionale, l’attenzione editoriale a forma e sostanza, la rifinitura del prodotto. È importante saperlo: quando pubblicano Faletti, Volo o Moccia, gli editori se ne fottono di voi, perché sanno che tanto darete loro comunque i vostri soldi, affollerete le librerie, farete la fila per avere l’autografo. E quindi prendeteveli così come sono, i loro libri, pieni di brutture, refusi e trascuratezza. Perché spendere, quando si può guadagnare?

In secondo luogo, nel paese in cui nessuno legge tutti possono essere grandi scrittori. Anche Pupo. Scrivere in fondo significa solo mettere una parola dopo l’altra, no? Che ci vorrà mai?

E infine, la cosa più importante. Non. Leggete. Il. Giornale. O quantomeno la pagina culturale del Corriere della Sera. Sì, perché uno spettro si aggira per le pagine de L’importo della ferita: uno spettro che risponde al nome di Antonio D’Orrico. In verità nel corso del volume non è mai nominato esplicitamente, nemmeno una volta; ma la sua presenza non può non avvertirsi, intangibile e palpabile al contempo, come il clangore di una campana a morto che batte i suoi rintocchi funesti, in molti dei capitoli che compongono il volume, e che corrispondono ad altrettante vergogne del nostro panorama letterario.

Giorgio Faletti. DONG!

Fabio Volo. DONG!

Alessandro Piperno. DONG!

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Ognuno di questi nomi deve, almeno in parte, il proprio spropositato successo (oltre che all’indiscutibile deficit cognitivo del lettore italiano medio) alle parole di sperticato elogio diramate sul territorio nazionale dalle colonne del Corriere per mano di D’Orrico. Che giudica Faletti (il fatto ormai è leggendario) “il più grande scrittore italiano”. Che preferisce Fabio Volo a Erri De Luca. Che consiglia ai lettori di mettere via Murakami per leggere Piperno. Davvero strano che non abbia incensato l’esordio narrativo di Pupo o di Sangiorgi. Ma se uno, aprendo la pagina culturale di un quotidiano nazionale, deve rischiare di trovarci simili consigli da bimbominchia, tanto vale leggere Cioè.

Tra l’altro mi pare di ricordare che anche D’Orrico abbia scritto un libro, Come vendere un milione di copie e vivere felici. Non ricordo invece di averlo mai visto in una libreria, nemmeno per sbaglio. Forse sarà meglio che, invece di scrivere altri libri, D’Orrico continui a leggere quelli degli altri; con l’augurio di sceglierne, ogni tanto, anche qualcuno bello.

P.S. Fra poco comincerà Masterpiece, il talent show per scrittori esordienti. Manco a dirlo, i manoscritti arrivati alla redazione del programma sono più di quattromila, perché in Italia siamo tutti grandi scrittori incompresi. Pippo Russo se ne occuperà nel suo blog Cercando Oblivia: se volete farvi due risate, vi consiglio di tenerlo d’occhio.

Pippo Russo, L'importo della ferita e altre storie (cover)Pippo Russo
L’importo della ferita
Edizioni Clichy
2013, pp. 303, € 15,00

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Italia, sii bella e perduta: soltanto così t'amo!

Meglio rimpiangere e desiderare a vita una donna, che sia stata certo sedotta, giammai abbandonata e perciò tanto più perduta per sempre, idealizzata al fuoco vivo della passione, che maledire un’indesiderata e molesta usurpatrice dei propri giorni, feriali e festivi, nonché notti, mesi, anni, eterni ritorni. Questa in parole povere l’ossatura nonché la polpa del libro Italia, una storia d’amore dello scrittore Piero Meldini pubblicato di recente da Mondadori nella collana Libellule. È una storia d’amore scaturita da un incontro casuale in treno,  storia concentrata in un giorno e una notte; ambientata nell’Ottocento ma postmoderna in quanto a tempistica: più da fast  che da Slow food, associazione che promuove il cibo cui l’autore da esperto di cucina e alimentazione dedica studi e saggi. Riminese, autore già di altri quattro romanzi pluripremiati (tre pubblicati da Adelphi, L’avvocata delle vertigini, L’antidoto della malinconia, Lune; uno da Mondadori, La falce dell’ultimo quarto), Meldini ha diretto per 25 anni la biblioteca Gambalunga della sua città natale, da intenditore della cucina, fa parte della redazione di Slow, rivista quadrimestrale di Slow Food; inoltre collabora alle pagini culturali di vari quotidiani nazionali.

Proprio al suo passato di bibliotecario si deve questo breve e godibile romanzo: l’autore ha scovato in un manoscritto di sole quattro pagine  “stese nel 1884 con gracile penna”  la storia di tal Achille Serpieri  e del suo incontro fulminante in treno con una Italia Colletti. Sedotto dalla storia, non l’ha più abbandonata; anzi  l’ha scritta e riscritta più volte negli anni con accanimento e furore passionale, reinventando un po’ circostanze dell’incontro e particolari, fino a realizzare una narrazione fluida, coinvolgente e avvolgente che tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Sia che la si legga in treno, tu guarda la coincidenza, ma stando ben attenti a non  distogliere mai gli occhi da libro onde evitare incontro occasionali, certo assai meno folgoranti; sia che la si legga in casa propria, al riparo da distrazioni, non confidando in nient’altro che nel potere della trasfigurazione della parola poetica.  Il pretesto che muove l’ingranaggio è il racconto che Achille, voce narrante e protagonista, fa all’amico Domenico e ai lettori, dell’esperienza che gli ha cambiato i connotati psichici e metafisici rendendolo a sessant’anni un uomo malinconico votato al culto del ricordo. Mentre ripercorre con acuta partecipazione emotiva l’incontro con la donna, non angelicata, ma poco importa, avvenuto 40 anni prima, seduto a un tavolino di un bar a Bologna, la storia dà strattoni cercando la svolta moderna. È il ‘radioso’ (si fa per dire) aprile del 1915, vigilia della I guerra mondiale. Mentre lui è volto indietro, lo circondano parate di universitari che manifestano a favore dell’entrata dell’Italia nel conflitto. Le forze giovani della società incanalano le energie verso un futuro immaginato trionfale; il protagonista, ricorda il viaggio in treno da Bologna a Rimini, l’incontro con la bella e misteriosa sconosciuta, l’insinuarsi fulmineo di carnali esuberanze consumate in una notte soltanto. Il finale cela un capovolgimento a sorpresa: il lettore è messo nel sacco! Il romanzo ha una forte connotazione geografica, locale: vi si ritrovano paesaggi e aromi di una località ancora intatta nella sua realtà paesaggistica, Rimini; c’è il  Kursaal appena inaugurato col suo demi-monde e i suoi riti, simbolo del primo turismo balneare della città.

Di esperienza amorosa legata alla passione, all’idealizzazione della figura femminile, è piena la letteratura d’ogni tempo. L’amore memorabile è quello che si incanala nella forma della sublimazione ideale (Petrarca verso Laura), dell’illusione spinta (Orlando verso Angelica), o dell’ immaginazione altrettanto spinta (Don Chisciotte verso Dulcinea), della clandestinità che tramuta eros in thanatos (madame Bovary), della forza distruttiva che diventa autodistruzione (Werther-Ortis). E non siamo che ai casi  esemplari. Non si è mai visto un servitium amoris di altrettanta intensità e impatto nell’ambito di un posato nido coniugale; né un servitium amoris conciliabile con il servizio buono di finissima porcellana casomai da rompere sul tappeto buono alla prima sfuriata. Quale miccia potrebbe mai accendere in uno scrittore una storia in cui Achille e Italia con tanto di lavapiatti, lavastoviglie e altri doni  chiesti nella lista di nozze e ottenuti, convolano? Sarà questa psicologia degli spiccioli di monete euro svalutate da una crisi universale, ma Achille, il vero e quello romanzato, può ritenersi fortunato a trascorrere il resto della vita a un tavolino della (ex) grassa Bologna non a desiderare la donna altrui ma quella di una volta. Non solo è meglio di niente ma quasi quasi è la miglior cosa. Meglio consumarsi nel ‘crimine dei desideri’ che in quello della noia! Oppure a voler scomodare Proust come si farebbe se si fosse nell’industria del cioccolatino finanche assortito pur sempre incartato, vale la frase: “Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa d’inaccessibile, quel che non si possiede “.

Titolo: Italia, una storia d’amore
Autore: Piero Meldini
Editore: Mondadori (collana Libellule)
Data di Pubblicazione: settembre 2012
Dettagli: p. 113, Prezzo: € 10.00

Scrivere la storia – King, Ellroy e DeLillo a confronto sul caso Kennedy

Dalla curva spunta una moto, poi l’altra. Il corteo presidenziale entra nell’obiettivo della telecamera e in fondo si intravede una grossa limousine decapottabile pronta a svoltare. Si perdono dei fotogrammi, all’improvviso il corteo è quasi di fronte ai nostri occhi. Adesso sì, c’è la limo in primo piano, c’è JFK che saluta e accanto Jacqueline, nel vestito rosa di Oleg Cassini, che fa altrettanto. Ma dura un attimo, il primo colpo ferisce prima il senatore e poi il presidente. Il proiettile non è quello mortale, entra nella spalla, JFK si massaggia e la moglie lo abbraccia, lo avvolge, come a volerlo proteggere. Poi la macchina arriva perfettamente in perpendicolare al nostro punto di vista e uno sbuffo di sangue si alza dalla testa del presidente, che immediatamente si accascia. Jacqueline prima guarda il marito, attonita, poi nota qualcosa, oppure no, forse è solo la paura a spingerla: si alza dal sedile e si arrampica sulla parte posteriore dell’automobile che imperterrita continua a muoversi. Sullo sfondo un prato, e le  gambe di una donna che corrono fuori dall’obiettivo.  Jacqueline è in bilico sul bagagliaio dell’enorme automobile, sembra cercare qualcosa, il cervello del marito dirà qualcuno, saltato in seguito al colpo. Da dietro uno dei bodyguard la raggiunge e le intima di ritornare sul sedile, lei lo fa, e la macchina esce dal campo visivo.
Questo è quello che Zapruder, sarto di professione, aveva girato con la sua otto millimetri quando quella mattina del 22/11/1963 si era recato a Dallas a salutare il presidente. Questo filmato è l’unica testimonianza tangibile di quello che sarebbe passato come l’attentato più sensazionale della storia fino all’11 settembre 2001.

Dietro questo episodio, così capitale secondo molti, per i destini che la nazione avrebbe intrapreso, sono poi fiorite milioni di ipotesi, complottiste e non, su chi fossero i mandanti, sul perché, su come sia stato preparato, su quanti spari siano stati effettivamente esplosi, e sulla balistica, da quale direzione cioè questi proiettili potessero provenire. Da qui allora, a ventaglio, le varie ipotesi, possibili e improbabili, da chi accusava Lee Harvey Oswald solo a chi invece propendeva per una versione più ricca, con dentro servizi segreti, mafia ed estrema destra, fino ad arrivare alla paranoia pura di coloro che sostenevano che a sparare fosse stato l’autista della limo presidenziale. Insomma, proprio come abbiamo visto avvenire per l’11 settembre, la mente umana è intervenuta a colmare gli spazi vuoti servendosi, a volte, di tutta la fantasia possibile e giungendo spesso a conclusioni plausibili ma, allo stesso tempo, inverificabili.
Quali interessi possono esserci per un narratore? Inserirsi dietro le quinte di un episodio dalla genesi incerta e dal risultato eclatante quale l’omicidio Kennedy permette all’autore di agire come demiurgo, come creatore di mondi. Se la storia, quella ufficiale, non è riuscita a giungere a una conclusione univoca, allora perché non inserirsi tra le sue fila e tentare di portare a galla una trama che ad essa, alla storia ufficiale, possa incastrarsi e/o sostituirsi? Il gioco è così allettante e ambizioso da diventare terreno fertile per scrittori di tutti i generi.
L’omicidio Kennedy diventa dunque sfondo di tre romanzi molto diversi tra di loro per finalità, target e poetica ma che ruotano, ognuno a modo suo, tutti intorno al concetto di verità. Sto parlando di 22/11/’63 di Stephen King, American Tabloid di James Ellroy e Libra di Don DeLillo. Come si può notare anche gli autori sono diversissimi tra di loro, i primi due più inquadrati nella narrativa di genere, anche se entrambi tanto grandi da sconfinare in altre ambiti di giudizio (in particolare Ellroy viene citato come uno dei pochi autori di genere capace di incarnare la letteratura cosiddetta alta), e l’ultimo invece portabandiera della gloriosa generazione dell’America postmoderna, narratore di altissimo livello capace di abbracciare tutta la tradizione letteraria: insomma un autore con la A maiuscola. Detto questo avviso il lettore che, inevitabilmente, ci saranno spoiler.

22/11/’63 anagraficamente è l’ultimo uscito dei tre romanzi presi in esame. L’enorme tomo di King in realtà sembra più un’incursione nei magici anni ’50 e ’60 che un’avvincente narrazione dell’omicidio Kennedy. L’autore americano sembra non avere nessun dubbio, a uccidere il presidente è stato Oswald in totale solitudine. La frustrazione per un successo mai ottenuto e le manie di grandezza paranoiche avrebbero spinto il giovane americano con il mito dell’Unione Sovietica ad architettare ed eseguire il diabolico piano. Il male si annida solo nelle menti malate, sembra comunicarci King, e questo è un leit motiv che lega tutto il volume, tutti i “cattivi” a cui andiamo incontro sono dei pazzi paranoici vittime della loro follia: l’atto finale sarà sempre un raptus che spingerà il male ad esplodere. Addirittura King si inventa il concetto di armonia per giustificare tutto questo: le vicende si armonizzano al passato e dunque gli eventi tendono a seguire un determinato plot, ad accordarsi ad uno guida.
Il romanzo si apre su Jake Epping, professore di letteratura ultra macho di 35 anni che insegna in un college del Maine. È un tipo solitario, la moglie, ex-alcolista da poco disintossicata, lo ha mollato a causa, dice lei, della sua insensibilità, del suo aplomb inflessibile di fronte alle disgrazie della vita: in particolare della sua incapacità di piangere. Insomma Jake è solo e viene assoldato da Al, proprietario di una tavola calda, a tornare indietro nel tempo, perché nel retrobottega del suo ristorante c’è un portale capace di spedirti direttamente nel millenovecentocinquantotto. La missione di cui Jake viene investito è quella di salvare a tutti i costi JFK perché, secondo Al, quello è stato l’evento spartiacque della storia: se si riesce a invertirlo ogni cosa andrà nel verso giusto, dal Vietnam all’11 settembre. Jake, per convincersi della cosa, fa un primo viaggio attraverso il passaggio e si ritrova magicamente catapultato nel passato dove tutto sembra avere una grana e una fattura diversa: il mondo appare più genuino, più diretto, senza la frenesia del (suo) futuro o le ansie da prestazione. La possibilità di cambiare il passato affascina Jake anche perché così potrebbe provare addirittura a salvare Harry Dunning, bidello buono ma un po’ tonto, dal lieve ritardo mentale causato dalla martellata che il padre, psicopatico alcolizzato, gli aveva inflitto una sera di Halloween di tanti anni prima, uccidendo anche tutto il resto della famiglia. Le ultime resistenze vengono rotte dallo stesso Al che si suicida attraverso dei farmaci (era ammalato di cancro e ormai era giunto alla fase terminale, ecco perché aveva scelto Jake per la missione), ponendo il nostro eroe di fronte ad un dubbio morale. Ma nell’etica di King non c’è spazio per le incertezze, bisogna essere decisi ed ecco dunque che Jake Epping cambia nome in George Amberson e intraprende il lungo viaggio che lo porterà al tentativo di sventare l’omicidio Kennedy.
Ora, durante il romanzo succedono un sacco di cose, ma la singolarità è quella che a Oswold e alla preparazione dell’attentato, King sembra non farci proprio caso. La sua posizione è netta fin dall’inizio: sì, vi è una piccola forbice di incertezza che però, dopo i primi mesi di appostamento, viene spazzata via: è stato Oswald, punto e basta. È soltanto lui l’assassino ed è soltanto lui che bisogna fermare affinché l’attentato non vada a buon termine. Ecco dunque la questione che ci riguarda, come King declina il concetto di verità rispetto a un fatto storico.
La semiotica si serve di uno strumento molto utile, il quadrato semiotico, capace di mettere dei concetti in relazione dinamica. Attraverso l’opposizione di due concetti s1 e s2 il quadrato presuppone che esistano altri due concetti nons1 e nons2 e li declina (per chi volesse approfondire può leggersi qualcosina qui oppure consultare i seguenti volumi: 1 e 2). Ora quello che serve a noi è il quadrato di veridizione. Cosa è il quadrato di veridizione? È quel quadrato semiotico che nasce dall’opposizione di Essere e Apparire. Vediamolo insieme:

La Verità dunque non è altro che l’unione di Essere e Apparire, mentre il Segreto si posiziona sull’asse Essere e Non Apparire, la Menzogna su quello Apparire e Non Essere e la Falsità sull’asse Non Essere e Non Apparire.
Se adesso volessimo posizionare in modo dinamico il romanzo di King dove lo andremmo a mettere? Parlando dell’omicidio Kennedy quello che King fa è un processo di smascheramento: l’opera passa dalla Menzogna (le teorie complottiste, tra le più accreditate) alla Verità, e lì si ancora stabile. Il dubbio è cancellato, il romanzo entra in una sua dimensione storica certa. Le cose sono andate così, Oswald ha ucciso Kennedy per una sua decisione personale.

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Edipo è morto: viva Edipo ma lunga vita a Telemaco!

“La morte del Padre toglierà alla letteratura molti suoi piaceri. Se non c’è più un Padre, a che raccontare delle storie? Ogni racconto non si riconduce forse all’ Edipo? Raccontare non è sempre cercare la propria origine, dire i propri fastidi con la legge, entrare nella dialettica dell’ intenerimento e dell’odio? Oggi si chiude con l’Edipo come col racconto: non si ama più, non si teme più, non si racconta più”. Preoccupazioni e dilemmi lungimiranti di Roland Barthes (saggista, critico e semiologo francese) che ben si adattano al clima attuale. Sembra dargli implicitamente una risposta, più che letteraria esistenziale tout court, Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, il cui ultimo saggio Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna ha avuto grande risonanza mediatica. Recalcati in una sequenza di interviste a cura di Francesco Bollorino, psichiatra anche lui, ideatore di psychiatry on line, sito e ora anche canale video di grande interesse che raccoglie il pensiero dei più autorevoli indagatori dell’animo umano del nostro tempo in ambito psicoanalitico e psichiatrico, sembra rispondere davvero alle preoccupazioni di Barthes. Il padre ottocentesco, più autoritario che autorevole, è un personaggio quasi estinto e così Edipo e il suo complesso, spremuto fino a diventare relitto (vedi omonimo film di Woody Allen, datato 1989): posti a tutelare l’ordine e arginare le pulsioni, sembrano ormai retaggi di una cultura al tramonto. Edipo è scavalcato dal padre che non reprime l’incesto ma lo promuove per sé e lo vive.

Recalcati rintraccia una nuova figura di padre e in suo nome tiene a battesimo un nuovo complesso ispirato a un figlio altro, Telemaco. “Ho già in mente il titolo del prossimo libro, un’opera su Lacan – ha dichiarato Recalcati a Bollorino – Cosa resta del padre dopo il complesso di Telemaco”. Bell’idea, aggiornarsi, rivedere conflitti familiari alla luce del prosciugamento postmoderno di convinzioni e rigidità, coniare nuove espressioni linguistiche che condensano  malesseri generazionali e nel condensarli incanalano disturbi presunti, immaginati, vaganti nell’aria. Dare nome alle cose, forma ed espressione linguistica a ciò che non è affiorato alla coscienza, è già liberarsene o almeno attutire i mali. Diciamolo: siamo nostalgici di Edipo, il perverso polimorfo freudiano, perché sulla scia della sua veemenza autodistruttiva abbiamo realizzato i nostri capitoli migliori e anche i peggiori della nostra storia individuale. Inoltre, nel nome di Edipo abbiamo assaggiato e gustato le migliori pagine di una letteratura immarcescibile. Come non ricordare la lettera al padre di Franz Kakfa? “Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto”.

Siamo stati testimoni leggendo questa lettera della potenza spaventosa di una figura archetipica e simbolica strettamente collegata alla Legge assoluta e imperscrutabile. Quel padre è entrato nel  nostro destino, è diventato parte del nostro sangue, ha agito in noi contro di noi. È il padre che molti di noi riconoscono sia pure in modalità perverse: non conoscendolo o disconoscendolo, per strani giochi del destino. Il padre che è presenza assoluta e schiacciante in quanto ad autorità  precostituita, coercitiva e violenta, e insieme è assenza suprema, il grande assente, non solo e non tanto nella concretezza dei giorni e delle ore, ma anche nella incapacità di sintonizzarsi con la vita emotiva del figlio permettendo che affiori la linfa vitale che cova dentro come fosse una vergogna.  Da che Gesù morendo sulla croce invoca il padre, (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?), la storia dei rapporti tra padri e figli è stata una vicenda all’insegna della passione e del patire l’abbandono, la privazione.  Ma quanti inetti, trafitti dal senso di colpa e dall’impossibilità di aderire al proprio nucleo e vivere la propria vita, ha creato il padre padrone nel XX secolo con i suoi scatti. Basti pensare al famoso schiaffo che il padre prima di morire dà a Zeno Cosini (La coscienza di Zeno, di Italo Svevo). Uno schiaffo (“io divenuto il più debole e lui il più forte”) che ha tramortito o nel senso della resa o in quello della opposizione estrema sfociata nell’autodistruzione, più di una generazione.

Tra Lacan, il complesso di Telemaco oggetto del prossimo libro di Recalcati e il presente c’è, se le coincidenze non lo sono che di nome, una testimone eccellente, la figlia di Lacan, Sybile. Un padre, è il titolo di un suo libro pubblicato nel 1993 in cui lo definisce padre intermittente, in filigrana e racconta: “Quando sono nata, mio padre non c’era già più. Potrei anche dire che, quando sono stata concepita, era già altrove, di fatto non viveva più con mia madre. Un incontro in campagna, tra marito e moglie, quando tutto era finito, è all’origine della mia nascita. Sono il frutto della disperazione, qualcuno dirà del desiderio, ma io non ci credo. Perché dunque provo il bisogno di parlare di mio padre mentre è mia madre che ho amato e continuo ad amare anche dopo la sua morte, dopo la loro morte?”. La galleria di figli famosi menomati da padri assenti potrebbe essere lunga. Ma l’intento non è fare un necrologio o una successione di necrologi né lacerarsi le vesti per la scomparsa del Padre, ma limitarsi a registrare l’accaduto. Al “parricidio” compiuto da una cultura nichilistica molto attiva nel ‘68, ha contribuito però la stessa psicoanalisi. Recalcati lo racconta nelle interessanti conversazioni.

I fondamenti sono sprofondati. Il cielo sopra le nostre teste è vuoto, diceva Sartre, oppure come mostra Moretti nel suo ultimo film, Habemus Papam, il balcone del grande padre secondo solo a dio è vuoto. Il papa è terrorizzato, piange come un bambino. Osserva Recalcati: “La psicoanalisi ha contribuito molto al declino irreversibile dell’Edipo”. Pensiamo ai cosiddetti “maestri del sospetto”, la triade Marx, Freud, Nietszche che mette fine al mito dell’ideale e “alla maschera dell’ideale sotto la quale non c’è niente, eccetto le pulsioni refrattarie a un ordine normativo”.  È la psicoanalisi che conia l’Edipo e intanto incrina il mito del padre come fulcro della famiglia, fulcro sociale e normativo, dio in terra. Contribuisce fortemente “alla decostruzione del mito del fondamento”,  però nel frattempo dice: per fare a meno del padre bisogna servirsene. “Questa è la formula con cui Lacan condensa i rapporti  della psicoanalisi con la post modernità”. Se il fondamento non è più dato dal nome del padre, non c’è più un grande altro, granitico, che dà ragione della comunità come si abita il mondo?  “Se non ci si serve più del padre per farne a meno, si rischia di perdere la dimensione del limite, della soglia, la dimensione fondamentale della psicoanalisi, la castrazione”. Non si può più reintrodurre la vecchia autorità paterna, ma “qualcosa deve pure funzionare come nome della castrazione perché se non c’è nome della castrazione non c’è possibilità della comunità”.  Lo vediamo e lo viviamo: in questo è il rischio del postmodernismo. Si pone quindi il problema di aprire nuove vie di ricerca in forme creative,  non solo  in ambito letterario assecondando le preoccupazioni di Barthes, per raccontare questo tempo. Da che il padre se ne è andato o è stato ucciso, di mutazioni ce ne sono state tante. In società altre,  il fondamentalismo ha tentato di ripristinare il padre titanico o la sua immagine. In Italia, il berlusconismo è stato la risposta allo screditamento dell’ideale, attraverso  un uso “pubblicitario tattico, post ideologico”’ e la proliferazione dell’immaginario per il  venir meno di attrattori simbolici .

“Il godimento proposto come nuova legge morale, è il nuovo comandamento  sociale. Non vale più il sia fatta la tua volontà, ma la mia dell’io”.  Questa volontà di godimento si afferma e si espande perché è stata del tutto scissa la libertà dal principio della responsabilità che esiste invece nella vera cultura liberale.  La massa si riunisce intorno al leader non perché rappresenta una meta o propone un senso sia pure delirante, ma in quanto luogo del godimento, concentra “l’eccesso pulsionale che non solo non si deve castrare, ma può essere ragione di esistenza”. In tanto scatenamento pulsionale, nessuna confutazione razionale ha presa, (vediamo i dibattiti cosiddetti politici), non esiste verità e neanche menzogna, il principio del camaleontismo permea di sé l’agire, tutto si può rendere vero senza avere sensi di colpa o vergogna. In questo oceano di voragini, vertigini, perversioni, si inizia a scorgere, malgrado la precarietà dell’appoggio tellurico e il visibile disorientamento, una nuova figura umana: Telemaco. Chi è? Colui che combatte lontano e comincia  a guardare lontano sulla base di un’assenza che sconta da sempre. Colui che interpreta il bisogno del padre in maniera non psicotica perché non cerca un padre titanico. “Aspetta il padre che non ha mai conosciuto e guarda il mare”. Il padre non più visto come antagonista e rivale ma essere umano che è esempio perché ha attraversato mille peripezie, ha scontato ma anche rafforzato la sua umanità. “Siamo tutti un po’ Telemaco, aspettiamo il padre. Guardiamo il mare”.  Ci piacerebbe arrivasse un novello Ulisse, un eroe normalissimo, un essere umano capace di assumere su di sé “la responsabilità di educare i propri figli senza rivendicarne la proprietà e di mostrare loro che l’esperienza del limite non uccide il desiderio, casomai lo alimenta”.

D’altra parte l’Ulisse di cui parla James Hillmann e già immortalato da Alberto Savino nel testo teatrale Capitan Ulisse, è un navigatore errante, un antieroe che spesso preferisce mangiare che combattere e simula la pazzia per evitare di andare in guerra. Scrive Savinio: “Ciò che ha enormemente nuociuto al buon nome di Ulisse è la qualifica di EROE che l’anagrafe della storia ha stupidamente collocato davanti al suo nome. Eroe e Ulisse; queste due antinomie non combaciano se non nei documenti ufficiali, nei testi interpolati da quaranta secoli di incomprensione. A Ulisse manca il requisito essenziale dell’eroe: l’intelligenza del bue come pure il daltonismo prospettico connesso con le facoltà di questo mammifero superiore… Eroe ha per noi il significato corto e rumoroso di uno sparo di bombarda. Al tempo in cui Ulisse era tra la gioventù e l’età matura, il valore di eroe non superava quelle onorificenze che toccano d’ufficio a chi ha raggiunto la debita anzianità. Gli eroi di Omero erano qualcosa fra il Commendatore e il Cavaliere della Legion d’Onore. Potevo lasciare a Ulisse un naso di cartone e un abito da carnevale? Era necessario riportare il Commendatore Ulisse alla sua statura naturale.”

Il Telemaco Stephen Dedalus di Joyce nel cognome porta traccia del labirinto che è in sé e non si rifugia nel sentimentalismo per giustificare la propria condotta. Dice Joyce: “Il sentimentale è colui che vorrebbe godere senza addossarsi l’immensa responsabilità della cosa fatta”. Il suo Telemaco-Stephen, invece dice: “la storia è un incubo da cui sto cercando di destarmi”.  Se li ruoli sono rovesciati, forse ora è Telemaco ad attendere il ritorno del padre prodigo. Accogliamo con gaudio allora il  “nuovo” complesso psichico se può essere un’opportunità  di liberazione dall’incubo di questa storia, tra un padre incestuoso e un modello di vita senza limiti.

 

Titolo: Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna
Autore: Massimo Recalcati
Editore: Raffaello Cortina Editore
Dati: 2011, 189 pp., 14,00 €

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Chi crede ancora nella favola del calcio?

Tempi duri sono questi per un tifoso della Juventus come me. Lontano dai fasti dell’era pre-calciopoli la mia squadra, con la soddisfazione di gran parte dei tifosi italiani, sembra aver smarrito la formula del successo. Ogni anno pare ingranare le vecchie marce poi però, inevitabilmente, iniziano a spuntare fuori problemi e un mercato che, a prima vista, sembrava sontuoso e di tutto rispetto finisce per essere sempre disastroso. Il Milan, l’Inter e il Napoli sono le dominatrici di questo campionato. Alla compagine bianconera, da qualche anno a questa parte, giusto il ruolo di attore non protagonista. Ah, la vie! Tutte riflessioni interessanti, direte voi, nevvero?

Parlar di calcio su una rivista di cultura per quanto popolare essa sia (nel senso di pop chiaramente e non di famosa) fa storcere sempre il naso, anche ai più aperti e meno schizzinosi. Soprattutto se a farlo è un libro di narrativa: quale interesse di fronte allo scanno prezioso della Cultura, quella con la C maiuscola, può, infatti avere? Eppure ricredetevi, o stolti, perché Leroe dei due mari, il romanzo d’esordio di Giuliano Pavone presso i tipi di Marsilio (e più specificatamente della collana Marsilio X) è un libro divertente, ben orchestrato e per nulla banale. Un libro che allo stesso tempo, proprio come Taranto, città in cui per la maggior parte è ambientato, riesce a convivere con due “mari”: quello del calcio delle kermesse, moderno, tutto lustrini e spettacolo, il calcio cattivo e malvagio dei Moggi, Galliani, Matarrese e Moratti (me lo dovete concedere diamine, sono un gobbo!), il calcio dei soldi e dei calciatori che sposano le veline, il calcio che a noi, amanti della cultura, dovrebbe fare schifo, ma proprio tanto; e quello genuino del tifo, della provinciale maledetta dalla sfortuna, con i suoi piccoli grandi eroi e i personaggi epici di cui, rigorosamente a voce, si tramandano le imprese da padre in figlio, il calcio della passione primordiale, il calcio come rappresentazione “sacra” ( lo diceva Pasolini in una sua famosa esternazione), il calcio popolare insomma, quello che ha caratterizzato la storia del nostro Paese nel bene e nel male.

Ci siamo cresciuti col calcio, tutti quanti, è inutile negarlo. Certo ci si divideva in due fazioni, gli amanti (tanti, tantissimi) e i detrattori (pochi ma vista la loro esiguità destinati a convivere per sempre con questo loro essere minoranza) eppure i romanzi sul mondo del pallone sono sempre stati pochi. In Italia, per esempio, cosa ricordiamo? Quando diciamo letteratura e calcio cosa ci viene in mente? Poca roba, davvero. Bar sport? Oppure i recenti La persecuzione del rigorista di Luca Ricci e l’antologia Ogni maledetta domenica?

Maggior credito sembra abbiano ottenuto scrittori stranieri, più illustri, come Hornby o Soriano; il primo descrivendo la passione calcistica tipica del tifoso d’oltremanica (in particolare Febbre a 90 e la raccolta di racconti da lui curata, La mia stagione migliore) e il secondo che con i racconti di Futbol restituiva al calcio quella dimensione epica da mito fondativo della società occidentale. Ma comunque si tratta di meteore, di mosche bianche. Il calcio e la letteratura non sembrano andare a braccetto, non da noi almeno.

E allora Pavone, forte della sua esperienza nel campo, si butta nell’impresa con coraggio e verve. Luis Cristaldi, attaccante fuoriclasse dell’Inter, per tener fede a un voto fatto con un santone televisivo, tale Fratello Egidio, decide di non rinnovare il contratto con la blasonata squadra milanese e di giocare per un anno nel Taranto, ripescato in serie B per la mancata iscrizione di alcune squadre al campionato cadetto, praticamente a titolo gratuito. Intorno all’insolita decisione del campione brasiliano si muoverà una galleria di personaggi tutti abilmente orchestrati dal giovane autore pugliese: dal sindaco Panìco, esponente del nuovo corso di una Taranto disastrata dalla precedente gestione comunale (quella del fallimento, per intenderci) a Santino, il suo folkloristico “segretario particolare”; da Pirro, rampante e ambizioso giornalista sportivo di scuola milanese, a Pierangelo Giummo, insicuro cronista regionale; da Carla, inossidabile tifosa del Taranto alle porte del matrimonio, ad Armando, tipico esempio di ignavo-depresso del Sud Italia, ex tifoso, ex amico, ex da tutto insomma che ritrova la passione persa grazie a una donna incontrata per caso per strada.

Ma non solo, la galleria dei personaggi è lunga davvero. Con perizia di particolari e un montaggio quasi cinematografico Pavone ci porta a esplorare, con un ritmo sempre sostenuto e mai superficiale, il misero mondo del calcio, fatto di scalatori, veline e personaggi dalla bassissima caratura morale, nonché di poveracci e tifosi per cui un gol del proprio beniamino vale più, ma molto di più, di una ricorrenza, che so, familiare.

Un romanzo corale insomma, che restituisce perfettamente la dimensione che anima questo sport: la squadra. Infatti, mi azzardo a dire, se il calcio ha trovato sempre difficoltà a entrare tra le trame della letteratura è forse dovuto al fatto che non inscena l’epico scontro individualista che possono offrire sport ben più “letteraturizzati” come il pugilato (Thom Jones, Jack London e Craig Davidson solo per citare i primi che mi vengono a mente) o il tennis (David Foster Wallace e Clerici per esempio). La difficoltà a inscenare lo sport di squadra probabilmente sta proprio in questo, nella difficile descrizioni di una complessa sfaccettatura. Lontano dalle azioni da gioco, inevitabilmente, quando uno scrittore decide di trattare uno sport di squadra, si finisce per descrivere la componente sociale come il tifo appunto (si pensi ad Appunti di un tifoso di Exley, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana o all’ossessione per l’hockey del buon Barney Panofsky ne La Versione di Barney) o, come in Sportswriter di Richard Ford, per poter analizzare l’umanità da un punto di vista differente.

Pavone, seppur in tono minore, si inserisce bene in questa dimensione tentando anche di recuperare la purezza dello sport giocato, la dimensione ludica, quella del campetto di periferia o, per meglio dire, della piazzetta di quartiere che, ribattezzata come gli stadi, teatri di epiche partite, vedeva e forse vede ancora inscenare le sfide tra le più blasonate compagini del mondo, interpretate da ragazzini più e meno grandi, più e meno agiati tutti però accomunati, probabilmente, dallo stesso medesimo sogno: vestire un giorno quella maglia per cui tante ginocchia si sono sbucciate e tanto sudore è stato sprecato.

Con il passo della commedia L’eroe dei due mari pur facendoci capire che, alla fine, il marcio è davvero ovunque ci lascia con il sorriso dolceamaro dell’impressione che la purezza di uno sport salito a emblema del male, in fondo, sia ancora possibile. Può sembrare consolatorio ma in periodi come questo, consentitemelo, non può che far bene.

Titolo: L’eroe dei due mari
Autore: Pavone Giuliano
Editore: Marsilio
Dati: 298 pp., 17,00 €

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