Non ci resta che il silenzio

Con Una separazione Asghar Farhadi mette in scena con lirica asciuttezza una delicata riflessione sulle umane passioni.

Nader e sua moglie Simin sono sul punto di divorziare. Pur avendo ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia, Nader non è intenzionato a partire. Il padre è affetto dal morbo di Alzheimer, e Nader preferisce restare nel suo paese per aiutarlo. Lascia alla moglie la possibilità di scegliere: restare con lui o partire. Simin lascia la casa per trasferirsi dai suoi genitori mentre la figlia preferisce continuare a vivere col padre. Bisogna assumere una donna che si occupi del padre mentre Nader è al lavoro. Così assume una donna che ha una figlia di cinque anni ed è incinta. Il marito della donna non sa che sua moglie lavori presso Nader come badante del padre. Un giorno si assenta, lasciando l’anziano legato al letto. Questo provoca un litigio con Nader, il quale la fa precipitare lungo le scale, provocando la morte del bambino.

Il regista e autore della sceneggiatura chiarisce come sia possibile fare grande cinema nonostante le restrizioni imposte dal regime iraniano. E lo fa dimostrando di essere narratore pregevole e attentissimo. La regia è sottile (che bella la sequenza d’apertura!), la sceneggiatura è perfetta, serrata, carica di pathos, blindatissima. Gli attori, perfettamente al servizio della regia, imprimono ai personaggi la forza e il carattere necessari a dimostrare il teorema dell’autore; si muovono sulla scena come automi in preda alle piccole grandi paure del quotidiano. Le interpretazioni scarne e efficacissime fanno sì che per tutti i minuti della rappresentazione si partecipi con angoscia del destino di Nader e Simin. Siamo messi a parte di tuuti i mostri, fittizi o autentici, che la vita possa partorie. Atterriti, constatiamo che il grado di verosimiglianza è estremo.

La pellicola riconduce alle migliori pagine del miglior Kundera. E’ un pamphlet drammatico sulla “Insostenibile Leggerezza dell’Essere”. L’incomunicabilità che segna i momenti della “separazione” aggiunge distanza alla distanza. I gesti perdono di senso, diventano come automatici; si cade vittime del rituale dell’allontanamento e della negazione. Si precipita molto lentamente, consci o inconsapevoli, in un baratro di silenzio cui non è data soluzione: non resta che sedersi di tre quarti sulle panchine d’un corridoio affollato con l’unico intento di evitare che gli sguardi s’incontrino. Ho abbandonato commosso la sala.

Una separazione – Iran, 2011
di Asghar Farhadi
con Sareh Bayat, Sarina Farhadi
Sacher – 123 min

Vita segreta di una teenager iraniana

Mercoledì ho fatto qualcosa di piuttosto insolito, almeno per me: sono andata a vedere un film di cui non sapevo quasi nulla.
“Bisogna sostenere Panahi” – mi avevano detto – “condannato a sei anni di carcere dal regime di Teheran e a non scrivere o girare altri film per i prossimi venti anni.“ Brutta storia, ho pensato, e così ho accettato di vedere Offside, ultimo film dello sfortunato regista; premiato a Berlino ma mai distribuito in Italia prima dei guai con la giustizia di Panahi stesso.
Per solidarietà ero pronta anche a sorbirmi un tradizionale film di denuncia con annesso finale tragico; uno di quei film che hanno un incalcolabile valore politico e sociale ma che, narrativamente parlando, rischiano di essere deprimentemente manichei.
Offside invece è qualcosa di completamente diverso.
Dopo i primi minuti mi sorprendo a notare, di nuovo, come il cinema iraniano si possa rivelare il più dignitoso erede del neorealismo italiano.

Quella di Offside, infatti, è una storia semplice (ma non per questo povera), senza fronzoli: i personaggi sono pochi, gli spazi circoscritti e il tempo della narrazione coincide con quello della partita di calcio di qualificazione per i mondiali del 2006 Iran-Bahrein.
Pur di vedere un incontro che entusiasma e infiamma tutta la nazione, alcune ragazzine sono pronte a travestirsi da uomini per intrufolarsi di nascosto allo stadio. Alle donne, infatti, non è permesso assistere agli eventi sportivi. Sarebbero esposte agli sguardi di troppi uomini estranei e poi ascolterebbero le sconcezze e le bestemmie che gli spettatori si lasciano sempre scappare nella foga del tifo.

Alcune di loro, però, vengono riconosciute, fermate, e «detenute» in una prigione improvvisata appena fuori dagli spalti dello stadio.
Panhai racconta di essersi ispirato ad un episodio realmente accaduto che coinvolgeva sua figlia, anche lei pronta a tutto pur di assistere dal vivo agli allenamenti della nazionale. Forse per questo motivo le protagoniste di Panhai sono così vitali, autentiche.
I militari, nonostante le loro uniformi, le armi e la superiorità fisica, sembrano quasi schiacciati dalle personalità dirompenti di queste energiche e testarde teen ager iraniane e il confronto è, per molti aspetti, poco lusinghiero: a un gruppetto di ragazze coraggiosamente strafottenti fa da contraltare un gruppetto di uomini imbarazzati che hanno sempre paura di essere rimproverati, di sbagliare, di deviare dal percorso.

Fin qui potremmo sorridere di questo espediente comico di Panahi che, con grazia, ribalta gli stereotipi di genere. E infatti sorridiamo.
Sebbene Offside non sia propriamente una commedia, vi si avvicina spesso e piacevolmente. Ma il regista iraniano, a mio parere, compie un percorso più interessante, cercando di mostrare quanto siano limitative e limitanti le categorie in cui rinchiudiamo le persone. Facile dire “le donne sono tutte così” o “i militari sono tutti così”, meno facile è avere a che fare con delle singole individualità e scoprire che sono infinitamente più complesse (e interessanti) di quanto ci abbiano insegnato a credere.

Non so se aver visto Offside abbia, in qualche modo, aiutato Panahi. Quello che posso dire è che, al di là della sua situazione, sarei stata contenta di averlo visto in ogni caso, perché, senza essere qualcosa di indimenticabile e nemmeno di particolarmente notevole, è un film intellettualmente onesto e sufficientemente ben fatto. Il regista tende a scomparire, con discrezione, dietro la macchina da presa e questo, insieme alla recitazione naturalissima del cast, regala la sensazione quasi magica di osservare davvero un pezzo di vita reale. Senza artificiosità, senza forzature, e, soprattutto, senza ideologismi.
La partita, curiosamente, rimane fuoricampo per tutto il film. Persino la “telecronaca in diretta” di una delle guardie che osserva il gioco da uno spiraglio non è attendibile perché non rispecchia la formazione reale della nazionale in campo ma quella che la guardia stessa avrebbe preferito. Le ragazze, in fin dei conti, la partita non la vedranno affatto. Verrebbe quasi da chiedersi perché non siano rimaste a casa, davanti a un televisore che la trasmettesse in diretta. Probabilmente ognuna di loro ha una motivazione diversa ma tutte sono lì a sfidare col sorriso sulle labbra un regime repressivo. Solo chi ha ancora la forza di sognare, di appassionarsi, di entusiasmarsi, sembra dirci Panhai, ha ancora la forza di ribellarsi e i sogni, per fortuna, non si possono censurare.

 

Offside, Iran 2006
di Jafar Panahi
con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani
93 minuti

nelle sale dall’8 Aprile 2011

Wanderful Asia #6 – Considerazioni iraniane

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 10650 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.


 

Grazie a Thomas e Mario abbiamo ricordato e meglio immaginato i ragazzi di Teheran  protagonisti del film di Ghobadi I gatti persiani che indossano magliette degli Strokes e che stravedono per i Sigur Ros.  Simili ai ragazzi di mezzo mondo ricordano più di altri la loro connazionale Satrapi di Persepolis: tutto ciò che amano viaggia per vie clandestine;  questi ragazzi sono costretti a industriarsi e a nascondersi per sfuggire alle regole; per sfuggire alla legge. In coda alle impressioni dei nostri due viaggiatori la nostra recensione al film.


L’argomento più discusso in Iran (dopo il calcio) è senza dubbio la politica. All’inizio ci aspettavamo un po’ di riluttanza nell’affrontare questi argomenti, ma ci siamo accorti quasi subito che avevamo torto: non solo gli iraniani sono più che disposti a esprimere le loro opinoni, ma sono anche interessatissimi alle nostre.

Quello che di solito accade è che se un regime non riesce a piegarti ti rende più acuto.

Molte sono le persone brillanti con cui abbiamo avuto occasione di parlare, tutte con la propria idea del futuro, tutte con la propria interpretazione del presente, tutte drammaticamente ancorate al proprio passato.

“Rivoluzione” è un termine molto comune in Iran. Viene usato per riferirsi ai fatti del 1979, a quello che stava succedendo nel 2009 e agli eventi che si verificheranno prima o poi nel futuro. Ma più la parola viene utilizzata, più i suoi contorni sfumano e il suo significato si perde.
Se qualcosa è mancato nella rivoluzione del ’79 non è stata certo la violenza della rivolta o il numero di morti che l’ha preceduta e seguita, né i cambiamenti politici che furono ottenuti: è stata piuttosto la qualità di questi cambiamenti. Non fu la pressione delle nuove idee o il bisogno di un cambiamento a causare la reazione popolare ma, al contrario, il loro rifiuto. Era il passato che cercava di resistere, così che i fatti del ’79 furono probabilmente più vicini a una restaurazione che a una rivoluzione, un enorme passo indietro che lasciò l’Iran più simile allo stato Safavita che era nel 16mo secolo, che a una moderna repubblica.

Il 1979 è passato da poco e quelli che fecero la rivoluzione sono gli stessi che ora sentono i loro figli usare la medesima parola in un modo ha un suono completamente diverso. Non per conservare ma per cambiare, un’arma della modernità invece che uno strumento al servizio della tradizione.

Non sorprende dunque che tra le due generazioni la comunicazione sia difficile ma data la grande importanza che i legami familiari rivestono in Iran, il vecchio se la cava abbastanza. A pensarci bene la natura stessa della famiglia iraniana, con la struttura e le sue dinamiche interne, è un’accurata rappresentazione in scala della società: un ampio e intricato complesso di individui e relazioni governato con fermezza da un’autorità centrale, un luogo in cui le azioni e le opinioni possono esistere e muoversi in libertà fintanto che ciascuno accetti il proprio ruolo e sappia stare al proprio posto (sì, nel caso delle donne, la cucina).

Gli stessi giovani che si dicono pronti a rovesciare uno dei regimi più oppressivi del mondo non sono capaci di recidere il più elementare dei legami sociali, lottano costantemente per ottenere l’approvazione della famiglia, sono pronti a fare la rivoluzione ma vogliono farla solo in accordo con i propri genitori. E’ facile per loro diprezzare la religione, le tradizioni, il governo e tutto ciò che soffoca il loro paese e reprime le loro speranze, ma quando l’obiettivo della loro rabbia assume i volti dei loro padri e delle loro madri, non possono che fermarsi. Anche se sanno che sono proprio i loro genitori ad aver prima creato e poi supportato il regime che odiano con tanta forza.

E così non si rassegnano, discutono le loro idee in famiglia, forti dell’illusione che siano così semplici, chiare e giuste da convincere chiunque. Ma nessuno all’interno della famiglia può capirle e nessuno può prenderle in considerazione. Nessuno vuole neppure provarci. La distanza tra le generazioni è troppo grande perché possa essere riempita dalle parole, e questo è causa ed effetto di ciò che si vede oggi in Iran: giovani che, stancamente, passano più tempo a combattere il loro passato che a costruire il proprio futuro.

Molti pensano che le sommosse e le rivolte del 2009 siano state un primo passo nella giusta direzione, che il cambiamento alla fine arriverà, che la rivoluzione abbia solo bisogno di tempo. Ma ha bisogno anche di impegno e le lancette corrono ormai da trenta anni.

Ci sono state altre scintille di speranza l’anno scorso, ma poi sono arrivati i morti e gli arresti. Ma  forse la sconfitta peggiore per quei ragazzi e quelle ragazze che cercavano di cambiare il mondo, si sono battuti e hanno perso, è stata tornare a casa e dover sentire i loro padri dire “te l’avevo detto”.

[il blog di Mario e Thomas]


Neo-neorealismo persiano

Spesso è tra le difficoltà e gli ostacoli che  si trovano le risorse per dar vita a dei capolavori. È il caso occorso a Bahman Ghobadi, regista iraniano di origine curda, durante la lavorazione del suo ultimo film, I gatti persiani, girato di nascosto per le strade di Teheran con attori non professionisti.

In Iran non si può filmare senza l’autorizzazione del governo che possiede legalmente il materiale a 35 mm e vieta la distribuzione di pellicole senza il suo consenso. Sistematicamente Ghobadi questo consenso non lo ottiene ed è costretto a ingegnarsi, come i personaggi del suo film.

I protagonisti sono una coppia di ragazzi poco più che adolescenti che suonano musica indie-rock e che sono stati invitati a partecipare a un festival in Inghilterra. L’occasione è eccellente per lasciare il paese e per poter finalmente suonare la propria musica senza doversi nascondere. Per riuscirci, però, devono mettere su un gruppo che rispetti i canoni richiesti dal governo iraniano e procurarsi (al mercato nero) passaporti e visti per tutti. E allora cominciano a girare per la città in cerca di batterista, bassista, chitarrista, coriste (gradite al regime), in cerca di un posto dove provare (e magari esibirsi) e in cerca dei, costosi, documenti falsi. [continua a leggere l’articolo]

Wanderful Asia #5 – De(s)serts

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 10650 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.


Nel post precedente Mario e Thomas ci raccontavano di aver ascoltato i versi di Omar Khayyam. Ho letto le quartine  di questo celebre poeta e filosofo persiano (1048 – 1131) molti anni fa in una traduzione economica che non sono riuscita a ritrovare nei miei libri, vi propongo quindi in coda a questo post alcune quartine trovate in rete nella traduzione di Alessandro Bausani, Einaudi 1956 un po’ più merlettati di quanto non fossero nei miei ricordi ma assolutamente incisivi.

So far, so good.

Abbiamo passato qualche giorno a Teheran alla disperata ricerca di qualcosa che giustificasse almeno in parte il fascino che la città ha sempre esercitato su di noi. Cosa non facile, purtroppo… Teheran non ha praticamente nulla d’interessante e non invoglia molto a girarla a piedi.

La cosa che più di tutte cattura l’attenzione del turista è il traffico. È praticamente una forma di vita: si sveglia presto la mattina, si muove lentamente per la città divorando tutto ciò che ha l’audacia di attraversargli la strada e si dissolve lentamente prima della notte. Lascia le sue scorie semidigerite (ovvero, tu) lungo il percorso e se si ha fortuna ci si può ritrovare nei dintorni del posto che si voleva raggiungere.

Non alcun senso cercare di vincerne il flusso: l’unica è abbandonarsi ad esso e andare alla deriva. Anche cercare di regolarlo è inutile. Agli incorci i vigili urbani hanno lo sguardo fisso nel vuoto, consapevoli che in un tale casino tenere in mano una tazza di té caldo è assai più utile che soffiare in un fischietto. Non ci sono regole, non c’è ordine, non c’è alcuna autorità. È un inferno.

O un paradiso, se siete come noi.

Il modo più comune per spostarsi in città è saltare a bordo di un taxi collettivo che stia andando più o meno nella direzione desiderata: a un certo punto l’autista vi farà scendere a un incrocio, dove ricominciare da capo. Spesso un passeggero o il conducente stesso vi chiederà qualcosa in Farsi. Rispondere “mi spiace, non capisco” avrà lo stesso effetto di dire “ti prego, raccontami tutto di te. Parti dall’infanzia e non dimenticarti dei parenti”.
Fortunatamente c’è uno schema standard, qualcosa del tipo:

passeggero: <serie incomprensibile di sillabe casuali>
tu: “dall’Italia”
passeggero (sorridendo e annuendo): Italia! <nuova incomprensibile serie di sillabe casuali> ?
tu: “dalla Turchia”
passeggero (mostrando stupore e gesticolando con foga): <altre sillabe> ?
tu (dando gas a un’immaginaria manopola): “sì, in moto”
passeggero (indicando un punto imprecisato all’orizzonte): <molte sillabe> ?
tu: “in Pakistan”
passeggero (meditabondo): “ahhhh, Pakistan”
passeggero (di nuovo): <sillabe a caso> Italia <altre sillabe a caso> Iran?
tu: “beh, sono molto diversi. Ma l’Iran è un grande Paese”
passeggero (sorridendo): Italia <qualche sillaba> Iran!

Da questo punto in poi è sufficiente continuare a rispondere “grazie” finché uno dei due interlocutori non scende dal taxi.

Avevamo deciso di attraversare il deserto Kavir per arrivare a Yazd, ma mentre eravamo a Seman siamo stati fermati da un poliziotto che con modi molto spicci ci ha chiesto di seguirlo. Siamo stati condotti in una sorta di caserma, dove abbiamo passato il tempo interpretando una spy-story insieme a un ufficiale che, rivolgendosi a noi in una lingua vagamente simile all’inglese, voleva sapere:

1. perché stavamo attraversando il deserto
2. perché non avevamo scelto l’Arabia Saudita, che ha deserti più grandi
3. perché stavamo attraversando il deserto
4. perché non avevamo scelto l’Africa, che ha deserti più grandi
5. perché stavamo attraversando il deserto
6. perché avevamo scattato così tante foto di cani
7. perché stavamo attraversando il deserto

e così via per cinque ore. Più o meno ogni mezz’ora si interrompeva per dire “very good, ve-eh-ry good, ve-eh-eh-ry goo-oo-od” per cinque minuti di fila, dopodiché ammutoliva fissando la nostra mappa dell’Iran, non prima di averci nuovamente offerto i suoi pistacchi muffiti che gentilmente accettavamo e infilavamo in tasca. Dopodiché ricominciava da capo, dalla prima domanda. Dopo altre due ore, al mattino successivo, siamo stati finalmente rilasciati e abbiamo potuto scattare queste:

[il blog di Mario e Thomas]

 


18
Questi giorni pochi di vita che toccano a noi, son passati,
Passati com’acqua in torrente, passati qual vento sul piano;
Ed io mai mi rammento di due giorni soli il dolore:
Il giorno ancor non venuto, il giorno che lungi è passato.

20
Prima di me e di te notti e giorni molti son stati,
I giri grandi del cielo per qualche cosa son stati;
Dovunque poggi il piede, tu, sulla terra,
Quei grani di polvere pupille di belle fanciulle son stati.

25
Quando l’ebbro Usignolo trovò la via del Giardino
E ridente trovò il volto della Rosa e la coppa del Vino,
Venne e in misterioso bisbiglio mi disse all’orecchio:
“Considera bene: la vita trascorsa mai più, mai più non si trova”.

31
Il Creatore, allorquando plasmò adorne forme e nature,
Per qual ragione mai le gettò sotto imperio di morte?
Se ben riuscita era l’Opra, perché mandarla in frantumi?
E se mal riuscita era, di chi, dunque, la colpa?

[Omar Khayyam, traduzione di Alessandro Bausani, Einaudi 1956]

Wanderful Asia #4 – Teheran

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 9986 chilometri; attraversato Albania, Grecia e Turchia; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro.


Abbiamo letto di Teheran sulle pagine illustrate di Marjane Satrapi. Un Iran in equilibrio precario tra modernità e tradizione circonfuso dalla nostalgia per un Paese, quello dell’età dei nonni dell’autrice iraniana, ormai scomparso. Persepolis raccontava attraverso gli occhi di una bambina prima, di un’adolescente, poi, e di una donna l’involuzione del Paese, Pollo alle prugne ci riporta, con struggenti digressioni e ellissi, gli ultimi giorni di un grande suonatore di tar che si lascia morire dopo che la moglie gli ha rotto il suo prezioso strumento. Nella parabola del musicista, prima celebre, poi disperato, si riflette la progressiva perdita delle illusioni e la disperazione della parte più progressista della civiltà iraniana. Le parole di Mario e Thomas riflettono questa condizione ambigua, sebbene il tono sia quello un po’ scanzonato, non certo politico o sociale, del viaggiatore che, seppur accorto, resta sempre di passaggio.

So far, so good.

Abbiamo lasciato Saray in un bel mattino soleggiato e siamo tornati a Van, prima di ripartire nuovamente verso Est, stavolta in direzione Yuksekova. I primi cento chilometri non possono proprio essere definiti piacevoli, ma sono comunque stati sopportabili. La temperatura è stata costantemente sottozero ma il sole ha fatto del suo meglio e ci ha permesso di percorrere tratte di 30/40 km prima di doverci fermare per riattivare la circolazione in mani e piedi.

Abbiamo anche fatto qualche foto. Più tardi sarebbe diventato impossibile: ogni singolo apparecchio a batteria in nostro possesso ha smesso di funzionare intorno ai -15° e comunque, ammettiamolo, non è che fossimo proprio dell’umore più adatto.

Questa è stata scattata a 2750 m, le montagne sullo sfondo sono tutte oltre i 2000 m:

Wanderful Asia

Dopodiché il sole ha cominciato lentamente a sparire. Di quello che è accaduto dopo non abbiamo ricordi molto nitidi. Tra le cose che sono sicuro di ricordare ci sono Thomas che promette di convertirsi istantaneamente a qualsiasi religione il cui Dio fosse in grado di alzare la temperatura di 10 gradi, Thomas che cerca di scaldarsi le mani afferrando gli scarichi della mia moto (e poi tentare maldestramente di nasconderne uno sotto la giacca), Thomas che cerca di farsi crescere la pelliccia danzando nudo nei boschi, Thomas che si converte infine allo zoroastrismo (per la faccenda del fuoco, immagino).

Abbiamo fatto gli ultimi 50 km fino a Yuksekova guidando per tappe di non più di 10 km. L’ultima sosta l’abbiamo fatta a nemmeno 4 km dalla città. Era lì, la potevamo vedere, ma non potevamo farcela senza fermarci almeno un’altra volta.

Probabilmente non è la stagione giusta, ma la città è orrenda. Siamo finiti in una stanza piccola e sporca le cui minuscole finestre affacciavano su quella che sembrava una fogna ghiacciata. A uno sguardo più attento si è poi rivelata per quello che realmente era: una fogna ghiacciata. La notte la temperatura ha raggiunto i -22° ma il freddo non ci ha impedito di vincere una feroce competizione Italia-Kurdistan al biliardo del bar locale.

Il mattino successivo abbiamo finalmente passato il confine con l’Iran. Ci siamo fermati a Ourmiye dove siamo stati raccolti da un allegro gruppo di personaggi che hanno rifornito la mia moto ormai a secco, ci hanno prestato dei soldi visto che ancora non avevamo fatto il cambio, ci hanno nutrito e anche ospitato a casa di uno di loro. Abbiamo passato due giorni davvero piacevoli, chiacchierando, mangiando, bevendo e ascoltandoli leggere Omar Khayyam in Farsi.

Quando finalmente è arrivato il momento di rimettersi in marcia ci eravamo quasi dimenticati del freddo dei giorni precedenti, ma subito ci siamo scontrati con la dura realtà: ghiaccio, neve, mani ghiacciate, soste continue e un tentativo quasi riuscito di trasformare le imprecazioni in una nuova e completa forma d’espressione.

Lo stesso giorno abbiamo anche scoperto che gli iraniani hanno un approccio piuttosto originale all’alimentazione dei bambini:

Wanderful Asia Wanderful Asia

Non sappiamo il Farsi, ma immaginiamo che il messaggio per i genitori sia di proibire ai loro bambini di mangiare panini lunghi come un’automobile o i panetti di hashish, pena la trasformazione nei mostri spaventosi ritratti nelle foto.

Proseguendo il viaggio abbiamo avuto un’idea improvvisa quanto geniale: caricare le moto sul cassone di un camion e farci portare direttamente a Teheran. Abbiamo quindi trovato un camionista e cominciato a trattare sul prezzo. Ora, dovete sapere che ci sono almento tre valute comunemente utilizzate in Iran e altrettanti tipi di numerazioni. E noi non ne conosciamo nessuna. La nostra prima offerta, scritta su un foglietto da Thomas, era probabilmente sufficiente a sostenere il piano di sviluppo nucleare iraniano per tre anni. Il camionista ci ha abbracciato come fratelli e ha baciato Thomas sulle labbra. Rendendomi conto dell’errore, ho scritto una seconda proposta. Al che il camionista ha tentato di pugnalarmi allo stomaco.

In un modo o nell’altro comunque siamo riusciti a raggiungere un accordo e qualche ora dopo potevamo ammirare all’orizzonte le prime luci di Teheran…

[il blog di Mario e Thomas]




Wanderful Asia #3 – Iran

Questa volta la nostra scelta è caduta su uno stralcio molto sofferto e empatico. Al freddo patito da Mario e Thomas associamo una recensione a un intenso romanzo di Pamuk Il mio nome è rosso per congedare Istambul e la Turchia e affacciarci con respiro più ampio ai paesaggi innevati del confine iraniano.


A Gaziantep ormai era chiaro che sarebbe stata dura. Le cime azzurre delle montagne si vedevano già e la pioggia che ci eravamo portati appresso diventava affilata come una lama di rasoio. Tutto intorno a noi il mondo sarebbe diventato bianco, come un sonno con troppi sogni. Già, lo sapevamo che sarebbe stata dura ma non avevamo ancora idea di quanto dura sarebbe diventata.

Avevamo letto di Mardin e decidemmo di fermarci lì per un paio di giorni, sia noi che la moto avevamo bisogno di un po’ di coccole e l’idea di una sosta in un posto piacevole non ci dispiaceva. Il trasferimento è stato di una noia pazzesca. Ora, alcune strade fanno davvero il possibile per divertirti: girano, ballano, salgono, ondeggiano e alla fine ti portano un po’ più lontano da dove dovresti e un po’ più vicino a dove vorresti. E vorresti che non finissero mai. Altre, come questa, si attengono scrupolosamente al proprio dovere: uniscono A e B con l’entusiamo e la fantasia che c’è in un intero positivo.

Comunque sia, alla fine arrivammo a Mardin. In realtà ci sono due Mardin, quella in cima alla collina e quella sotto. Ci siamo rifiutati di fare foto alla seconda mentre l’altra è più o meno così:

Mardin

Lasciata la città, abbiamo cominciato a salire. E salire. E salire. Il sole ce l’ha messa tutta per scaldarci ma la temperatura non s’è mai alzata sopra lo zero. Tanti i cambiamenti cui abbiamo assistito quel giorno. I colori che viravano verso il bianco, le montagne che iniziavano a dominare il paesaggio e soprattutto gli sguardi della gente che passavano gradualmente dal “wow, mi piacerebbe venire con voi”, al “ehm, bel viaggio”, al “hey, ma non fa un po’ freddo?”, al “voi siete scemi, addio e buona fortuna”.

Arrivati in qualche modo a Tatvan, decidemmo di prendere il traghetto che porta a Van, sull’altra sponda del lago. Di un orario ufficiale manco a parlarne, la nave sarebbe partita se e quando ci fosse stato qualcosa da portare dall’altra parte e quindi il piano è stato di aspettare sul molo finché non fosse passato qualcosa. E qualcosa è in effetti passato. Dopo quattro ore. Purtroppo, l’unico passatempo era la macchina fotografica. Per parenti stretti, amici intimi e fotofeticisti abbiamo uno studio completo delle abitudini diurne dei gabbiani di lago, un rapporto abbastanza esaustivo sulla relativa vita acquatica e un interessantissimo studio sulle interazioni uomo/insetto osservabili da uno sgabello arrugginito piazzato nel mezzo di un campo innevato. A tutti gli altri, queste due dovrebbero bastare:

Wanderful Asia Wanderful Asia

Una volta sul traghetto, siamo stati avvicinati dal capitano evidentemente desideroso di fare due chiacchiere con qualcuno. Ora, il nostro amico parlava esclusivamente il turco e il nostro vocabolario ammontava alle tre parole per “amico”, “freddo” e “pane”. Forti di tale bagaglio, ci siamo lanciati in un’accesa discussione sul Kurdistan, la Turchia, il mondo, la vita e l’universo. È sorprendente quanto si riesca a comunicare coordinando sapientemente le espressioni facciali, le mani e se serve pure i piedi. Per esempio, siamo abbastanza sicuri che il nostro interlocutore avesse 46 anni e che volesse, un giorno, vivere in un Kurdistan libero. D’altra parte, ci resta qualche dubbio su quella storia di quando salvò il suo villaggio dall’attacco dei pesci volanti e siamo quasi certi che stesse mentendo quando ci raccontò di essere sposato con una donna barbuta alta tre metri e quasi perfettamente sferica.

Siamo arrivati a Van che era buio e il termometro segnava -10. Abbiamo rischiato di assiderarci nei cinque chilometri che separano il porto dalla città. Ancora non sapevamo che tutto ciò sarebbe diventato routine nei giorni seguenti. Lasciata la città un paio di giorni di dopo, il paesaggio è diventato glaciale:

Wanderful Asia

Il primo tentativo di entrare in Iran è fallito clamorosamente. Dopo aver guidato tutto il giorno verso Karakoy su una strada solitaria e battuta da un vento gelido siamo arrivati in frontiera, solo per scoprire che era chiusa. E nessuno aveva idea di quando avrebbe riaperto. Un doganiere ci ha consigliato di tornare a Van e tentare di entrare da Yuksekova. Yuksekova! Al suono di quelle parole ci si è gelato il sangue nelle vene: il giorno prima, guardando la TV, avevamo sentito che in una città di nome Yuksekova la temperatura era arrivata a -29. Lì per lì ci avevamo scherzato su. Ora il destino stava consumando la propria vendetta.

Gli ultimi 20 km prima della frontiera erano praticamente una pista da sci, e nemmeno delle più facili: Tornando indietro, ci siamo fermati a Saray, dove siamo stati salvati da una meravigliosa famiglia curda che ci ha accudito e accolto in casa:

Wanderful Asia

Il mattino seguente, dopo i saluti di rito, la parola Yuksekova echeggiava minacciosa nei nostri caschi. Yuksekova. Ekova. Ova. Ah …

[il blog di Mario e Thomas]


La finestra turca

Affacciarsi verso un panorama diverso, accostarsi ad una finestra dischiusa su un mondo differente, dolcemente aprirla, farsi invadere gli occhi dalla luce. Rimanere spaesati un attimo, fermi, immobili. E poi piano piano riprendere a riconoscere i contorni delle cose, a vedere i colori e a scoprire che quello che c’è di fronte ai noi è meraviglioso, straniante. Ci appassiona e ci incuriosisce, ci invita a partecipare. Il libro di Pamuk è una finestra su una cultura diversa dalla nostra, che affonda le radici in tempi lontanissimi, ibridata da innumerevoli scontri-incontri con altre culture.

Ci troviamo alla fine del 1500, 1591 per la precisione. La città è Istanbul, caotica, chiassosa, viva. La città è la protagonista occulta del romanzo, nuovo simbolo dell’incontro tra popoli e idee. C’è un assassinio, strano, importante. Il morto, che apre la narrazione, è un miniaturista del Sultano. L’omicida rimane misterioso e viene chiamato  il calligrafo Nero ad indagare. La storia è torbida. C’è Zio Effendi che dirige i lavori per un nuovo libro segreto commissionato dal Sultano. Il libro è diverso, molto diverso dalla filosofia e dalla concezione della miniatura classica turca. Il libro vuole far vedere le cose secondo l’arte dei maestri veneziani. Nel libro c’è un ritratto del Sultano. Si infiammano le discussioni, le liti, i malintesi. Ma Il mio nome è rosso non ha solo la carica del giallo. C’è una storia d’amore tra la bella Sekure e il timido Nero, c’è il contrasto tra Maestro Osman e Zio Effendi, due vecchi miniaturisti che vedono l’arte in maniera diversa. Tramite questi scontri-incontri il romanzo ci introduce ad una cultura diversa e ricchissima, ad un mondo che tante volte si è tentato di capire con l’ausilio di analisi politiche e sociali ma al quale mai ci si avvicina come in questo caso. Il libro è un’immersione in apnea in un mare quasi sconosciuto e ci aiuta ad esplorarlo.

La varietà delle voci narranti è un’altra peculiarità dello scritto di Pamuk. In ogni capitolo c’è un personaggio diverso che ci parla e che racconta. Accanto agli uomini hanno dignità di parola anche i colori, gli animali e i disegni. Il libro è una miniatura illustrata con parole. Alla fine, quando la storia è dipanata, quando la trama e gli intrighi sono svelati, ci si trova ad osservare un enorme dipinto a cui tutti i personaggi prendono parte variamente dislocati al suo interno. E allora a noi non resta che ammirarlo.

Titolo: Il mio nome è rosso
Autore: Orhan Pamuk
Editore: Einaudi Tascabili
Dati:  2006, 450 pp., 13,00 €

Acquistalo su Webster.it

 


Non donna, ma figlia, moglie, sorella, madre

Quello che mi spetta è una doppia storia. La prima racconta la vita di una giovane ragazza iraniana, che al primo innamoramento appena accennato – sguardi, due lettere, non di più – viene picchiata, rinchiusa in casa dai suoi fratelli e costretta a sposarsi in fretta e furia con un uomo che non ha mai visto prima. Masum, che in lingua farsi significa “innocente”, si ritrova giovanissima al fianco di un marito rivoluzionario, così preso dai suoi ideali da abbandonarla totalmente al suo destino di moglie sola e madre di tre bambini.

La seconda storia, che ha sempre Masum come protagonista, è quella che si muove attorno alla storia iraniana degli ultimi quarant’anni. Quando Masum sposa Hamid, al potere c’è ancora lo Scià, inviso sia ai gruppi religiosi che a quelli comunisti. Hamid fa parte di quest’ultimo: siamo nel 1978. Nonostante le abissali differenze, tutti i movimenti decidono di fare un fronte unico contro il nemico comune. Tutti uniti raggiungeranno il fatidico 1979, anno della fuga dello Scià e della vittoria della Rivoluzione. Solo che, appena le acque ritornano calme, le differenze tra le varie anime iraniane ritornano a galla, dimostrandosi inconciliabili. La nuova Repubblica, grazie anche al ritorno di Khomeini, viene fondata sull’Islam. Per questo Hamid e i gruppi comunisti continuano la loro lotta. Hamid ritornerà in prigione sotto gli Ayatollah e sarà giustiziato per aver rinnegato Dio.

E qui la storia riaccoglie Masum: donna sola, forte. Durante la rivoluzione, essendo stata la moglie di un uomo finito nelle carceri dello Scià, è trattata alla stregua di un’eroina; adesso, si ritrova ad essere la vedova di un uomo condannato a morte per aver oltraggiato Dio. Le possibilità di una vita migliore si chiudono all’istante. I sogni di finire l’università, nonostante i tre figli, si infrangono contro il rigetto della richiesta di iscrizione. La sua vita sembra finita, di nuovo. Fino allo scoppiare della guerra Iran-Iraq, in cui l’arruolamento del suo secondo figlio la rende “degna” agli occhi del nuovo regime.

Quello che mi spetta è la storia di una donna in un Paese in cui essere tale significa esserlo per qualcun altro – per i genitori, i fratelli, il marito, i figli – mai per sé. Significa sacrificarsi ai voleri, ai desideri, “all’onore” altrui, non avendo mai la possibilità di scegliere qualcosa per il proprio bene. Alla fine della storia, Masum rincontra lo stesso uomo per cui i suoi fratelli l’avevano picchiata e obbligata a sposarsi con Hamid; l’amore si è mantenuto intatto, ma stavolta, nonostante l’assenza dei genitori, dei fratelli, del marito, ci sono i figli, troppo presi dal loro “onore” per poter considerare legittimi i desideri di una donna che ha sacrificato tutta la sua vita per gli altri. Ancora una volta, Masum è costretta a lasciar perdere. Nonostante i sentimenti puri, le convinzioni, si ritrova priva di quella forza e di quella lucidità per immaginarsi diversa da come gli altri pretendono che sia.

[Corriere immigrazione]

Titolo: Quello che mi spetta
Autore: Saniee Parinoush
Editore: Garzanti Libri
Dati: 2010, 227 pp., 19,60 €

Acquistalo su Webster.it