Dal Festivaletteratura di Mantova, Louis Sachar

“Come facciamo a giocare in coppia? Lui non vede le carte e io non so le regole!”. Questa è la domanda che si pone Alton, un ragazzo deluso da amore e amicizia, quando si ritrova, suo malgrado, ad accompagnare uno zio cieco, Lester, a giocare a bridge. Lo scopo della madre, che lo spinge a farlo, è quello di guadagnarsi così facendo un posto nel testamento del ricco Lester, in realtà il rapporto tra zio e nipote si fa sempre più stretto e Alton, con la stessa caparbietà che aveva già caratterizzato il protagonista di Buchi nel deserto, Stanley, ricostruisce, carta dopo carta, mano dopo mano, la storia intricata della sua famiglia, sciogliendo alcuni dei nodi di sofferenza del presente.

Abbiamo letto Il Voltacarte e Buchi nel deserto, entrambi editi da Piemme (Il battello a vapore); li abbiamo divorati emergendo dalla lettura del primo con una grande passione per il bridge e dell’altro con la sensazione di poter riuscire in qualunque impresa dipenda dal nostro coraggio. Non ci siamo lasciati sfuggire, quindi, l’occasione di porre alcune domande a Louis Sachar, in italia per il Festivaletteratura di Mantova.

sachar © Perry Hagopian
sachar © Perry Hagopian

D: Lei è divenuto celebre grazie a Buchi nel deserto. Sente per questo romanzo un affetto particolare, una qualche gratitudine?

R: Non parlerei di gratitudine, io cerco di mettere sempre il meglio di me in quello che scrivo e per farlo impiego uno, due anni della mia vita. Ogni volta che porto a termine una storia sento di aver fatto un’esperienza molto personale ma poi ogni libro ha la sua vita e io via via mi allontano da lui, mi disconnetto. Mi fanno piacere la fama e i soldi che Buchi nel deserto mi hanno portato ma mi sento distante da quello che è il suo riscontro nel pubblico.

D: I suoi romanzi, penso in special modo a Il Voltacarte, sono letture intense e coinvolgenti anche per un pubblico adulto. Indirizzare gli scritti a due pubblici così ampi è una scelta o la naturale conseguenza di una scrittura ad ampio respiro?

R: Direi che io scrivo quello che mi piace scrivere, cercando nello stesso tempo di rendere la mia prosa accessibile ai ragazzi. Poi io sono un adulto e non mi sorprende che altri adulti apprezzino quello che scrivo. È che mi piace scrivere ma non ho mai scritto espressamente per i ragazzi o per i bambini, piuttosto ho sempre cercato di scrivere quello che piacesse a me in tal modo da coinvolgere anche un pubblico più giovane.

D: Quanto tempo impiega per scrivere un libro? È vero che dedica alla scrittura soltanto un paio d’ore al giorno?

R: In genere impiego due anni per scrivere una storia e quando comincio ho solo una vaga idea di quello che sarà il libro alla fine: magari un po’ della trama, qualche personaggio. All’inizio scrivo poco, anche solo mezzora e poi lascio decantare il materiale. In genere faccio sei riscritture del libro, ogni volta dedicandovi sempre più ore del giorno, fino a un massimo di 4-5 ore.

D: Leggendo Buchi nel deserto, la sensazione è che il protagonista principale del romanzo sia il luogo, non lo Stanley contemporaneo ai fatti, non quello del passato. Il luogo attraversa le pagine dalla prima all’ultima e, nelle sue diverse manifestazioni, è sempre centrale alla storia. È solo una sensazione da lettori o ci abbiamo visto giusto?

R: No credo che sia un’interpretazione molto giusta e profonda: è proprio dall’ambiente che ho cominciato a costruire la storia. È nato prima il luogo come protagonista, poi Stanley.

D: Ne Il voltacarte così come in Buchi nel deserto il presente del protagonista è strettamente legato al passato della propria famiglia e rintracciandone e intersecandone i vari tasselli i due ragazzi riescono a trovare risposte e punti di svolta per la loro esistenza. Questo dettaglio fondamentale conferisce ai suoi libri generi diversi sotto un unico titolo: romanzo di formazione, romanzo d’amicizia o d’amore, romanzo d’avventura, romanzo giallo. Qual è il genere che preferisce? Qual è quello che più la diverte?

R: Non penso in termini di generi letterari quando scrivo, penso solo a scrivere delle belle storie, poi saranno i lettori a etichettarlo. Non so scegliere un genere, mi piacciono tutti, se il pubblico decide che è quello piuttosto di quell’altro a me sta bene.

D: Qual è il suo libro per ragazzi preferito? È lo stesso di quando era bambino?

R: Il mio preferito da bambino era La Tela di Carlotta ma poi quando lo leggevo a mia figlia, quando era lei piccola, il preferito è divenuto La Piccola Principessa di Barrie.


Volete incontrare Louis Sachar? Potete farlo:

– Giovedì 6 settembre – Mantova. L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Temporary stories c/o Cappella del Palazzo del Mago. Ore 15.45. Con Paolo Bacilieri.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova – L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Giochi da ragazzi in Piazza Virgiliana. Ore 10.45. Con Andrea Valente.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova –  L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA  in occasione dell’incontro sul translation slam c/o Chiesa di santa Maria della Vittoria. Ore 17.45. Con Flora Bonetti e Laura Cangemi.

Titolo: Il voltacarte. Storia di un re, una regina e un jolly
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 354 pp., 17,00 €

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Titolo: Buchi nel deserto
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 280 pp., 10,00 €

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Anche i paperi piangono. Intervista a Luigi Leonidi

«Mi piaceva lavorare con Paperino, perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po’ pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco di lui». Le parole con cui Carl Barks, l’Uomo dei paperi della Disney, parlava del suo personaggio più famoso in una delle sue ultime interviste, non mancano certo di sadismo, e chissà se anche dietro alle trasfigurazioni pittoriche del bolognese Luigi Leonidi – in mostra alla Galleria Davico di Torino, fino al 25 febbraio –, in cui  lo stesso papero appare inquieto, triste, desolato, forse più reale perché privo di possibilità di redenzione, non si celi una certa soddisfazione sadica. Tanto vale chiederglielo.

«Paperino è una “Icona” del nostro tempo – spiega il pittore ad AtlantideZine –, una metafora dell’essere umano, nel quale tutti, al di sopra delle razze delle culture e/o estrazioni sociali si possono ritrovare, è altresì conosciuto ed accettato ma rimane pur sempre un cartoon, così da poter essere usato, modificato, alterato senza per questo mettere in alcuna crisi la veridicità dell’immagine stessa: non sono mai nel mondo reale ma non ne esco neppure, rimango nel limbo e nell’ambiguità, in bilico tra “arte” e fumetto, ammesso e concesso che il fumetto non sia vera “arte”. Il gioco che metto in scena in questo lavoro è costantemente un rimando tra i concetti di immagine indicale e immagine iconica, per questo il personaggio è sempre un estraniato, un alienato, mai felice; prendo un personaggio già conosciuto da tutti, preparato e confezionato con il suo carico di simboli, lo decontestualizzo e il gioco è fatto, senza cadere in assurdi manierismi “tento” di raggiungere una carica  empatica che difficilmente con una immagine puramente indicale potrei ottenere senza cadere nei tanti tranelli che il rinascimento e la sua visione hanno generato».

Luigi Leonidi pulito non troppoI dipinti di Leonidi sanno essere immediati e complessi allo stesso tempo. C’è sia la mano capace dell’artista figurativo, che l’inventiva del concettuale. Le due anime si mescolano sulle tele con una libertà non comune al giorno d’oggi e, forse, questo lo si deve al fatto che Leonidi è arrivato tardi al mondo dell’arte. «“Io non sono nato artista”… forse non lo sono mai stato! Almeno nell’accezione canonica del termine, il mio fine non è l’arte, io la adopero soltanto, la mia è un’utilizzazione, ammesso e concesso di riuscirvi: voglio dire delle cose ed utilizzo come so fare quello di cui dispongo. Sì ho lavorato, facevo pure un buon lavoro, ma ero semplicemente una sigla, un dieci del mese, ora ho un sacco di dubbi, una quantità abnorme di incertezze, ma quello che vedo nello specchio la mattina lo riconosco come il mio autoritratto.»

Certo, osservando i paperi solcati da una luce caravaggesca, un occhio di bue tanto luminoso da risultare iperrealistico,capace di donare una sensazione di tridimensionalità al personaggio, anche noi siamo assaliti dal dubbio che lui artista ci sia nato – bando alle modestie! «Proprio come fu per Caravaggio, il quale partì da problemi filosofici che venivano dibattuti al tempo, la luce, l’illuminazione, non è una fonte reale, ma una illuminazione interiore, questo è forse più esplicito nelle due tele grandi ora esposte alla Davico, in cui un Dio, incarnato dalla figura di Disney, viene in realtà illuminato da una luce superiore che, il più delle volte, sotto forma di occhio di bue, illumina ciò che vuole; è l’illuminazione meno naturalistica che ho avuto a disposizione e che porta alle estreme conseguenze la dualità luce-buio e come su di un palco nel quale si sviluppa il dramma esistenziale, va ad esaltare, se così si può dire, il momento centrale della rappresentazione, svelando, almeno nei miei intenti, la menzogna del poter contenere “il tutto” attraverso la descrizione “reale” del mondo.»

E non è forse  un artista questo?

Luigi Leonidi
Fino al 25 febbraio 2012
Galleria Davico
Galleria Subalpina, Torino
info: 0115629152

Noi siamo quello che pensiamo di essere

Scritto da Davide Calì e illustrato da Sonja Bugaeva, Marilena la Balena ha trovato il suo primo editore in Francia nel 2009 ma ora giunge in Italia grazie a Terre di Mezzo: un libro sulle paure e le insicurezze, una storia per imparare e ricordare insieme come affrontarle.

Marilena, la bambina protagonista del libro, teme la piscina; i suoi compagni di classe la prendono in giro per il suo peso: “mari-lena è una ba-lena”, perché lei quando si tuffa solleva un’onda enorme. Ma fra una bracciata e una cantilena arriva un’idea, un consiglio che ribalta tutta la situazione e Marilena inizia ad affrontare una a una le sue paure, proprio come ognuno di noi. Ecco perché ho desiderato intervistarla.

D: Buongiorno Marilena, come stai? Benvenuta in Italia, finalmente! Hai girato un po’ il mondo prima di venirci a trovare. Raccontami qualcosa di te e dei tuoi viaggi.
R: Buongiorno! Sto bene, grazie! In effetti sono partita dalla Francia nel 2009 con l’edizione uscita per Sarbacane, poi, prima di arrivare in Italia, l’anno scorso sono passata in Svizzera con la traduzione di Atlantis, in Spagna con quella di Zorro Rojo, a Taiwan con Magic Box For Kids e in Corea del Sud con Lux Books. Il 2011 invece è stato l’anno dei premi: innanzi tutto la selezione del White Raven in Germania, poi in Francia il Prix des Incorruptibles e il Prix Tatoulu. In Spagna ho vinto anche la prima edizione del Primer Kirico. È buffo avere ammiratori in tanti posti e non saper nemmeno parlare la loro lingua!

D: Incontri ancora il tuo maestro di nuoto?
R: No, ma ogni volta che mi sento insicura ripenso alle sue parole. Sai, certe cose, si fa presto a impararle ma anche presto a dimenticarle.

D: E con il tuo autore, Davide Calì, come ti trovi? Come è nato il vostro rapporto?
R: Non ci siamo visti molto negli ultimi anni. Ci siamo conosciuti tanto tempo fa. Io ero ancora una bambina. Lui era un po’ più sorridente.

D: Nel libro si legge “Noi siamo quello che pensiamo di essere” : allora funziona davvero? Puoi anticipare qualcosa a chi non ha ancora letto il libro?
R: È verissimo. Siamo quello che vogliamo essere, ma sai cos’è difficile? Capire cosa vuoi essere e poi volerlo essere veramente. Dentro di me abita ancora la bambina goffa che non amava andare in piscina. Devo fare grandi sforzi per convincermi che quella bambina può farcela, perché in effetti ce l’ha già fatta!

D: Ti succede ancora, ogni tanto, di sentirti “troppo pesante”?
R: Sì, spesso. Non so il perché. Ma non è una questione di peso, sai? Ora sono in perfetta forma! Ma il “peso” è una cosa che ti porti dentro, che ti appesantisce il pensiero. È la paura di non farcela. Allora ti inventi delle scuse, per non riuscire, per non provare, per non buttarti nelle cose. Così non corri il rischio di fallire perché non provando a fare le cose hai già la certezza di fallire.

D: Ti capita anche di pensare tutto il contrario di quello che vorresti, di quello che ti aiuterebbe? Ci sono pensieri che devi scacciare dalla tua mente?
R: Sì. Sai qual è il pensiero più ricorrente? Quello di avercela fatta, a superare le mie paure e i miei complessi, solo per caso. Come se cercassi di convincermi che non sono stata io a riuscire davvero, e quindi di non essere capace di rifarlo.  È una continua sfida contro un’altra me stessa!

D: Avresti mai immaginato che la tua storia e la tue esperienze personali sarebbero diventate un libro e avrebbero potuto aiutare altri bambini e anche altri adulti?
R: No. Pensavo che nei libri finissero solo le belle principesse e gli eroi coraggiosi.

D: L’emozione più bella che hai provato fino ad oggi?
R: È un segreto!

D: La tua parola preferita?
R: Non saprei… Forse mostarda, non so il perché! Ma mi piace anche barracuda.

D: Il tuo gioco preferito?
R: Immaginare la vita delle persone che vedo sull’autobus.

D: Vuoi dire qualcosa, qui davanti a tutti, al tuo autore? Non so, ringraziarlo, oppure vorresti rimproverarlo per qualcosa? Dimmi tutto, sono curiosa!
R: Beh, a rischio di offenderlo gli dico una cosa: dopo aver scritto il mio libro dovrebbe anche leggerlo. Proprio così! Dovrebbe imparare anche lui a “pensare leggero”. Non sono sicura che lo faccia. Se lo vedi, diglielo pure tu!

Grazie per questa chiacchierata, Marilena, ti auguro buon viaggio!

Qui un assaggio del libro

Titolo: Marilena la balena
Autore: Davide Calì
Editore: Terre di Mezzo Editore
Dati: 2011, 28 pp., 15 €

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Di paperi, storie e altre faccende

D:Eccoci qui, immerso nella folla di Lucca insieme a Makkox, uno dei pezzi grossi del fumetto italiano, sulla cresta dell’onda già da un po’.
R: Addirittura.

D: Sì, è una di quelle frasi fatte che però…
R: No no, invece mi piace, in fondo io abito la rete e in effetti onda, riferito al web, è il termine giusto, perché è un movimento volatile. L’onda dura un attimo, quindi vivere sulla cresta dell’onda è come un monito.

D: Dura un attimo come molte delle cose che passano sul web.
R: Sì, il fatto è che il web si propone come memoria del tutto ma proprio perché gigantesco, la memoria del tutto perde valore. Ancora oggi quello che resta veramente è sulla carta mentre sul web… voglio dire, certa roba mia di tre anni fa per me è come se fosse distante trent’anni.

D: Eppure il tuo linguaggio è molto legato alla struttura del web – penso alle tue celebri vignette verticali, ad esempio.
R: Sì, quella è stata l’unica intuizione, se così possiamo chiamarla, di tutta la mia vita. Io sono sempre stato affascinato dal web. Sono sempre stato un frequentatore, però non avevo mai pubblicato niente, mi interessavo di programmazione. A un certo punto ho pensato che se volevo fare qualcosa sul web doveva essere qualcosa che fosse talmente adatto a quel mezzo da non poter essere riportato su carta, qualcosa dal quale non si potesse più tornare indietro senza perdersi. Così ho approfittato della cosa più naturale, e cioè lo scroll, che rappresenta il novanta per cento dei movimenti che l’utente fa quando naviga. Ecco, questa è una trovata di cui sono contento.

D: A questo punto non posso che chiederti “perché il fumetto?” Cosa ti piace del fumetto? In una delle tue strisce fai dire al tuo alter-ego che vuoi “far cantare il bianco della carta”. È questo uno dei motivi principali per cui sei diventato fumettista? E poi, come si fa a far cantare il bianco della carta su internet?
R: Allora, partiamo dalla prima, come sono diventato fumettista? Guarda, è una cosa che ti diranno tutti, e cioè che ci nasci così, nel senso che io ho sempre disegnato, ma anche scritto ed entrambe le cose mi hanno sempre dato soddisfazione. Quando avevo qualcosa da dire io me lo scrivevo, come in un diario, ma corredavo il tutto con disegni, disegni parlati e poi… ho continuato così, a coltivarmi così, senza riferirmi troppo ai fumetti, che infatti non conosco. Ho coltivato un mio modo di esprimermi. Io voglio che il disegno faccia parte della calligrafia. Quando scrivo non è che prima faccio una brutta copia a matita e poi ripasso ogni tratto, per far uscire tutte le “t” della stessa altezza. Cerco, perché è una ricerca, come fanno tutti i grandi maestri, di trasformare il disegno in calligrafia, con tutte le sue storture, gli errori e via dicendo. Alla fine diventa davvero tuo. Poi, ovviamente, bisogna contare su una base di disegno fortissima, sulla quale io posso confidare abbastanza perché mi ci sono rotto il culo davvero di brutto, fin da ragazzino.

D: Ma infatti tu non sei diventato famoso subito ma hai fatto, parole tue, tanto lavoro da insetto.
R: Sì, sì. Bisogna fare come le cicale, che stanno vent’anni sottoterra e poi ne campano uno fuori. Bisogna interiorizzare tanto della propria espressività, del proprio disegno, anzi, del proprio segno e poi quel disegno si fa struttura e tutto diventa più “facile”. Questa, però, è la mia esperienza, non è detto che sia uguale per tutti, anzi. Certo mi sarebbe piaciuto uscire prima, non a quarant’anni, ma non ho trovato interlocutori.

D: Il mio professore di storia dell’arte soleva ripetere che “l’artista matura in tarda età”, quindi, siccome la tua età non è tarda, direi che sei ancora in tempo. Detto questo, tu ti senti maturo?
R: Guarda, la definizione esatta non è maturo; mi sento abbastanza padrone del mezzo. Poi, maturità… no, non mi sento ancora pienamente maturo come artista.

D: Meno male, nel senso che puoi ancora migliorare.
R: Sento margini di miglioramento nelle cose che posso narrare, c’è ancora molto da dire.

D: E a proposito di narrazione, c’è un’altra cosa che vorrei chiederti: tu sei apprezzato per la tua satira, ma anche per le tue storie più introspettive, cosa che non si può dire di tanti autori. Cosa c’è, dunque, che unisce queste tuoi due approcci? Cos’è che la gente apprezza di Makkox?
MakkoxR: Io penso sia il fatto che faccio satira in maniera un po’ diversa, nel senso che non riesco a fare la vignetta con la battuta secca; la mia satira è sempre molto dialogata e diventa quindi narrativa, c’è un lasso di tempo che passa, ci sono cose che succedono. Non è la fotografia del momento, è più una scena quella che io racchiudo in una vignetta, con i dialoghi a costituire l’elemento forte del mio raccontare. Penso, quindi, che il trait d’union sia lì.

D: Sempre restando in tema, tu una volta hai detto che la tua è una satira fatta di avanzi da cucina, perché, per caratterizzare i personaggi che tiri in ballo, i vari Berlusconi, Tremonti e via dicendo, tu, non conoscendoli, prendi ispirazione da persone che te li ricordano. Il personaggio di don Mimì (protagonista delle storie pubblicate sul Canemucco e opzionato per un progetto cinematografico dal titolo I pescecani, N. d. A.), nasce alla stessa maniera?
R: Assolutamente sì. Fa parte della mia esperienza di lavoro in una terra abbastanza borderline, con situazioni particolari. Chiamarla malavita organizzata non rende bene l’idea perché è una sorta di malavita storica, radicata, etnica. Io ho lavorato in una cava vicino a Casal di  Principe, e lì ho conosciuto tutta una tipologia di persone, anche oneste, che però hanno fatto proprio quel modo di interagire fra di loro, per emulazione.

D: Ma tu, tramite il personaggio di don Mimì, volevi dire qualcosa o volevi semplicemente raccontare quella storia?
R: Allora, come spesso accade la spiegazione è molto più banale di quanto si pensi. Io non ho messaggi da lanciare, tutto nasce dalla mia passione per le serie. Penso che un italiano come me, nato e cresciuto in provincia, una buona serie la possa scrivere traendo spunto dal materiale che trova intorno a sé. Io non potrei fare accadere qualcosa in luoghi che non ho mai visitato.

D: Diversi scrittori infatti dicono che si debba scrivere solo di ciò che si conosce.
R: Vero. C’è anche da dire che io amo Salgari, che non è mai stato nei posti che ha descritto; io però non sono capace di fare altrettanto. Siccome la mia tensione è sempre alla narrativa alta, volevo che la mia narrazione fosse sempre pregna di vero. La mia, però, non è una storia di denuncia, ho anche ripulito un po’ il tutto, come fanno ne I Soprano’s, come fa Scorsese. Quelle sono storie di malavita… stilizzata, che riesce anche ad essere divertente. Mi interessa una narrazione che vada al di sopra delle banalizzazioni in bianco e nero.

D: Domanda annosa: letteratura impegnata o popolare? Prima il messaggio o prima la storia?
R: Guarda, ‘sta cosa che ci debba sempre essere la morale di fondo a me risulta secondaria, come se fosse un effetto collaterale. Se è alla radice del tuo scrivere la motivazione dev’essere davvero forte, devastante. Pensa a certi scrittori che vengono da situazioni drammatiche, di conflitto, come in Medio Oriente, ad esempio. In loro il desiderio di denuncia è intimo, radicato. La storia però non è mai pretestuosa, c’è molto di autobiografico, i personaggi non sono figurine funzionali a denunciare qualcosa. Per me la narrativa alta è quella dove i personaggi sono tutto. Nessuno si ricorda la storia completa di Amleto, ma tutti sanno chi è. Stessa cosa per Il mercante di Venezia, o per Romeo e Giulietta, voglio dire, non è che Romeo e Giulietta inizia che si piacciono e alla fine crepano entrambi, in mezzo c’è tantissimo. Pochi conoscono la storia ma tutti conoscono Romeo e Giulietta.

D: Non è una questione di temi, insomma.
R: No no, non è una questione di temi, non è che la letteratura alta è quella che tratta della vita mentre la bassa è, che so, la fantascienza. Per me uno dei più grandi scrittori, che avrebbe meritato il Nobel e che so essere stato in lizza, è Stanislaw Lem, l’autore di Solaris, per intenderci. Non è solo un autore di fantascienza, è uno scrittore che sa trattare la materia umana come pochi. Il genere non fa la differenza. Un altro esempio è George Simenon, altro più volte candidato al Nobel.

D: Torniamo ai tuoi personaggi e a quello che peschi dalla realtà per caratterizzarli. Cosa metti di te? Quanto Marco c’è dietro il papero?
R: Tantissimo. Sai quale dovrebbe essere la domanda giusta? Dietro Paperino – perché il mio papero viene proprio da lì – quanto di me ho ritrovato? Io mi sono affezionato tantissimo a questo personaggio fin da piccolo, perché è irascibile come me, Paperino è incazzosissimo, mi ci sono riconosciuto.

D: Insomma, non sei un perfettino noioso come Topolino?
R: No, no, assolutamente. È la persona che Paperino credo dovrebbe detestare di più, tutto così, che non sbaglia mai.

MakkoxD: Mi hai citato Lem, Simenon, Paperino, quindi, le tue fonti di ispirazione come…
R: Oh, allora, a questa ti devo rispondere bene. La mia fonte di ispirazione non è mai la scrittura degli altri. Quello è il nutrimento che viene macerato ed entra in me, è ciò di cui mi approprio. Quando trovi una soluzione espressiva efficace, la rubi e la fai tua, anche inconsciamente. Non è questione di copiare. L’ispirazione, però, viene sempre e solo dalla realtà. Chiaro che se leggo un buon noir viene voglia anche a me di scrivere un noir, però alla mia maniera.

D: È come un filtro di cui tu ti appropri per raccontare quello che vuoi tu.
R: Esatto. Io poi sono molto legato al noir, ce l’ho nell’anima. Penso che il noir sia una sorta di stilizzazione popolare della tragedia e io adoro la formula della tragedia: i personaggi sono complessi, l’umorismo è fortissimo e i finali non sono mai risolutori, netti.

D: È il richiamo realistico che ti piace. Non ti interessa scrivere la storiella edificante.
R: Assolutamente no.

D: Ti consideri ottimista?
R: Assolutamente sì. Se c’è una cosa in cui credo è quella cosa, quella scintilla ancora non ben spiegata che ci porta ad andare contro all’entropia, alla distruzione e a costruire.

D: Un po’ come il miracolo termodinamico del Dr. Manhattan?
R: Ma lo sai che ogni volta mi parlano del Dr. Manhattan e io non so chi cazzo sia? Cioè, lo so, ma non l’ho mai letto. Va be’, comunque, io sono amaro e sarcastico e tutto quello che vuoi, ma non cinico perché il cinico è senza speranza. Nelle cose che scrivo c’è sempre almeno un briciolo di positività, non so se chiamarlo vero e proprio ottimismo.

MakkoxD: Cosa che si capisce anche dalla galleria di personaggi che popolano le tue vignette satiriche; per quanto siano discutibili e, alcuni, terribili, non sono mai dei mostri. È come se nel tuo sguardo ci fosse anche una sfumatura di simpatia.
R: Io sono convinto che chiunque sia dotato di parola, di parola articolata, di espressione, non può essere del tutto una merda. Le persone cattive sono quelle che non riescono a proferire verbo, sono quelli che strangolano le ragazzine. Io questa gente non la descrivo mai, gente come i Brusca, che vanno in galera per aver fatto delle cose animalesche. Se tu li senti parlare hanno un vocabolario di sei parole e non è che nella testa abbiano qualcosa di più. A me questi fanno veramente terrore. Berlusconi, Ghedini, tutti questi che disegno, non riesco a pensare che siano incarnazioni del male. Oddio, probabilmente me la racconto così per non avere più paura di quella che ho già. Io vivo molto rinchiuso, la realtà la filtro col computer perché la folla mi spaventa.

D: E il web non ti spaventa?
R: No. La possibilità di subire attacchi sul web, di essere sputtanato, la violazione della privacy e quant’altro, io la combatto con un’estrema trasparenza. A parte i comportamenti criminali, tipo quelli che ti fottono la carta di credito – m’è successo – io penso che gli antigeni ci siano nel sistema stesso. Sai cos’è? Una cosa che fa tanta paura del web sono le falsità che possono girare sul tuo conto; ecco, io questo non lo temo, perché penso che la propria storia parli per sé. Essere serenamente trasparenti aiuta a contrastare puttanate e maldicenze.

D: Cosa non da tutti, essere trasparente sul web. È troppo facile non esserlo.
R: Secondo me in futuro dovremo abituarci a convivere con un’immagine di noi stessi che non sia diversa da quella che viviamo fra le nostre quattro mura. Se Marrazzo avesse dichiarato fin dall’inizio i suoi gusti sessuali, sarebbe stato inattaccabile e non è detto che non sarebbe stato eletto. Prendi Vendola: se si fosse nascosto e fosse poi stato scoperto, si sarebbe esposto a degli attacchi devastanti. Invece lui è uscito allo scoperto subito, dimostrando che con la trasparenza si vince.

D: Anche in un paese come il nostro, noto per il contrasto fra vizi privati e le pubbliche virtù.
R: Sì. Un esempio è anche Berlusconi: lui è stato sgamato, però non ha mai negato e alla fine ha detto “ma che cazzo, lo fate pure voi, io sono fatto così”. Poi per carità, si aprono tutt’una serie di discorsi sui comportamenti che ti espongono a ricatti, sul fatto di essere una figura istituzionale, eccetera. Però la mossa in sé, di ammettere invece di arroccarsi in difesa, è stata molto intelligente. Se sei trasparente, sei inattaccabile. Penso sia una scelta obbligata per il futuro perché ormai, come te movi stai pittato. Se sei trasparente, la gente è più disposta a perdonarti quando fai la cazzata mentre la menzogna non paga. Quando tradisci non è solo il tradimento in sé a fare male, ma il fatto di aver mentito per tutto quel tempo, di aver fatto sentire un’altra persona una povera stronza.

D: Senti, un’ultima domanda, generica, e vediamo se anche qui sei ottimista: il fumetto in Italia. Come la vedi?
R: Mah, guarda, avessi la minima idea di come sta messo… Sicuramente ne vedo pochissimo in edicola e non ne vedo di buona qualità sul web, e questo mi spiace molto, perché è un errore gravissimo.

MakkoxD: Forse perché il web in Italia non è ancora energico come in altri paesi?
R: Io ci vedo anche un altro freno, e cioè il fatto di mettere la propria roba gratis su internet. Ma che cazzo de gratis, non si capisce che così ci si può costruire una propria autorevolezza e che un domani quello diverrà moneta? Avere un tuo pubblico ti permette anche di riconoscerti. Tu attraverso la tua audience capisci chi sei. Io, ad esempio, pensavo di scrivere per un’elitè colta; poi alla fine ho quattromila amici su Facebook che leggono le mie cose e c’è gente che mi riconosce in fila al supermercato, gente che non ha mai letto fumetti, pecoreccia, che ascolta la peggio musica e che mi legge. Al che ho capito che io sono così. Non sarò mai Gipi. Non perché lo consideri un gradino sotto o sopra, semplicemente siamo diversi. Io sono estremamente pop. Questa consapevolezza mi ha aiutato anche a liberarmi: “ma io sono così. Buono”.

D: Ti piaci così?
R: Sì sì, adesso sì. All’inizio di meno, perché avrei voluto essere… capito? Volevo piacere all’intellighenzia. Sai cos’è? Quando vuoi essere approvato dai santoni, inizi a scrivere nel modo che pensi possa piacere a loro, finendo col diventare mimetico, assomigliando un po’ a questo, un po’ a quello. È devastante, perché nel tempo te ne libererai ma ci vorrà un giro lungo. Invece tu devi coltivare te stesso, dicendo un po’ ‘affanculo, quasi contro. Poi ti capita un giorno come per me con la satira, che per me è davvero un canale minore, che ti trovi il santone che ti mette la mano sulla spalla e ti dice “io ti leggo tutti i giorni. Tu sei forte”.

D: Chi era il santone?
R: Sergio Staino. Anche altri, ma Staino è stato lo spartiacque. Io l’ho sempre letto, mi piace perché ha sempre fatto cose nelle quali mi ritrovavo abbastanza perché erano narrative, quasi una specie di sit-com. È il discorso di prima, io nella vignetta con battuta secca non mi ci ritrovo. Non che non sia buona, non è nelle mie corde.

D: Pensi di restare legato al fumetto? A questo stile di fumetto?
R: Mi sento legato al disegno più scrittura. Anche nelle mie raccolte, la parte puramente scritta la curo tanto quanto quella disegnata, mi richiede la stessa fatica, lo stesso tempo, non è soltanto un modo per rilegare il tutto. Io sono lì, in una terra di nessuno in cui scrivere è tanto importante quanto disegnare per cui non è che io ho voglia di disegnare e quindi mi trovo un pretesto narrativo, cosa che vedo fare a tanti. Vedo tanti fumetti disegnati da dio, con delle storie sotto che se tu le prendessi dal punto di vista narrativo, tolti i disegni, non sarebbero degne di una prima prova d’esame alla scuola di scrittura più stronza che ci sia. E questo è male.

D: Che altro dire, Marco, grazie di tutto e in bocca al lupo.
R: Grazie a te.

Oltre la soglia

Tito FaraciIn un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza,  sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune nostre domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

Titolo: Oltre la sogliaOltre la soglia - Tito Faraci
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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Aamer Hussein: un albero carico di frutti angloindopakistani

Si definisce un cantastorie. E probabilmente sì, lo è, un aedo del terzo millennio Aamer Hussein, nato in Pakistan da madre indiana, a Londra dal 1970 dove si è laureato dopo aver studiato urdu, persiano, storia. È professore universitario di scrittura creativa, scrittore, critico letterario, traduttore. Conosce molte lingue, italiano compreso. È un ponte vivente tra culture: supera valichi e rintraccia nessi; se non ci sono li crea. È immerso in più culture insieme, ma la sua vera casa, dice, è la lingua madre anche se scrive in inglese con parole essenziali e calibrate. È tra gli autori più apprezzati in Inghilterra. È da poco stato pubblicato in Italia il suo ultimo romanzo, Un altro albero di Gulmohar, come il precedente I giorni dell’ibisco a cura de La lepre edizioni (entrambi sono stati tradotti dall’inglese da Valerio Pietrangelo). Abbiamo intervistato questo apolide della letteratura.

D: Nei suoi libri è sempre molto presente la componente favolistica. Nell’ultima raccolta di racconti, ci sono animali parlanti che fanno pensare al “nostro” occidentale Esopo e alla tradizione favolistica con finalità etiche che ha in Perrault il suo esponente moderno. Ma nel canto di Usman c’è anche una sorta di itinerario dell’anima al di là di connotazioni temporali e spaziali precise che curiosamente (forse perché siamo a digiuno di cultura urdu, sufi e indo musulmana) fa pensare alle fiabe dei fratelli Grimm o alla concezione della vita come processo di individuazione elaborata dallo psicoanalista Carl Gustav Jung. È cosi?
R: Certo che la componente favolistica appartiene all’Occidente come all’Oriente. Da ragazzino, leggevo molto Perrault, Andersen e i fratelli Grimm, ma queste favole, che ho scritto circa tre anni fa, hanno origini altrove. La rana parlante viene dal mio padre che me la raccontava quando non sapevo ancora leggere; il canto dell’uomo ricco e il suo vicino generoso è ispirato dal Corano; e la storia della ragazza che sposa il principe Coccodrillo l’ho letta solo undici anni fa: viene dal mio paese e mi sembrava volesse dire qualcosa sul potere e la volontà d’appartenere alle strutture del potere; quasi un’allegoria. Cosi, possiamo dire che ho cercato nel particolare l’universalità della favola. Pero ho cambiato per gli scopi miei la fine di ogni racconto. Jung l’ho studiato anni fa all’università, ma credo che quello che c’e di psicologico nei miei racconti viene dalle mie letture dei mistici mussulmani, ma rimane tra le righe – non c’e un messaggio qui, anche se le favole parlano della generosità e della grazia.

D: Lei è di origini indo pakistane. Da molti anni vive in Inghilterra. È un intellettuale cosmopolita ma nessuna categoria vale a definirla. Spesso i protagonisti delle sue opere sono poeti o scrittori pakistani. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, I giorni dell’ibisco, il poeta Armaan, torna in Pakistan lasciando Londra, perché non sopporta di essere l’intellettuale “che cerca la sua dimensione giusta nell’esilio occidentale e non sul suolo patrio”. È un suo alter ego? È una parte di sé che vorrebbe finalmente tornare a casa? Ha nostalgia della patria perduta? O la patria è solo la letteratura?
R: Ho incominciato a scrivere quel racconto 25 anni fa; e in quei giorni sentivo, senz’altro, lo lontananza della patria; ma l’alter ego, allora, sarebbe il narratore-traduttore (o traditore) con il suo senso di colpa. Alla mia città natale torno sempre, sia nei sogni, sia nel corpo; dunque la nostalgia è solo quella di chi lavora in città e sogna di tornare in campagna alla fine della settimana oppure una volta al mese. Piuttosto che la letteratura credo ora che la patria sia per me la mia lingua madre; e siccome scrivo in inglese, sono in un senso straniero dovunque sia…

D: Nella sua ultima raccolta di racconti, invece, Usman è un poeta e narratore in lingua urdu a Londra negli anni ’50 per confrontarsi in una conferenza pubblica con un collega indiano sulle ragioni della frattura tra i due paesi. Quanto pesa nella sua vicenda esistenziale e letteraria questa svolta epocale politico-militare?
R: Sono nato 8 anni dopo la spartizione e la frattura è stata importante per me, e sono tornato, molte volte, a scrivere d’un passato che non ho vissuto in prima persona; Usman per esempio ha quasi 50 anni più di me, come, poi, la narratrice de La Natura Angelica nella raccolta I Giorni dell’Ibisco…. Oggi la vicenda esistenziale più pesante, però, è cambiata per lo scrittore di nascita pakistana, con le guerre contro il terrore…; e non vivendo in Pakistan, devo affrontarlo con un’identità diversa, quella del mussulmano europeo che non è né fanatico né senza radici nella propria storia.

D: Usman torna in Pakistan, ma non sarà più solo. L’inglese Lydia per amore lo seguirà scegliendo autonomamente di convertirsi all’Islam e di abbracciare una nuova vita. Il “sacrificio” d’amore è solo e sempre femminile?
R: Conosco due uomini (scrittori tutti e due) sposati a donne danesi che sono stati dei veri gemelli maschi di Lidia, cambiandosi completamente in occidentale! Ma sì, ha ragione, è di solito la donna che si sacrifica; soprattutto nel periodo di cui scrivo in questo romanzo – a proposito, L’altro Albero di Gulmohar è un romanzo breve, diviso in due parti, piuttosto che una raccolta come I Giorni…

D: Perché scrivere? A cosa serve la letteratura?
R: Tempo fa scrivevo per scoprire le risposte. Ora scrivo perche mi sembra il mio mestiere eppure quasi l’unica cosa che so fare.

D: Dopo l’11 settembre, il terrorismo in nome dell’Islam, la guerra infinita in Afghanistan, i nuovi scenari mondiali, come e cosa raccontare? Ha senso parlare di letteratura mondiale o nessuno sfugge all’etnocentrismo?
R: Ci sono bravissimi giornalisti a rispondere a queste domande. Il mio mestiere lo vedo come più vicino a quello del cantastorie. Non ho bisogno d’essere utile nella mia scrittura, e spero che i miei lettore siano d’accordo. Comunque, come il poeta Urdu, racconto nei miei libri “qualcosa dei dolori del mondo, qualcosa dei dolori della vita…”

D: Il narcisismo, l’occidentale malattia dell’ego ha contagiato tutti? O c’è un altro modo di sentire l’esistenza e raccontarla?
R: Fino un certo punto, lo scrittore si guarda nello specchio in tutte le culture; si potrebbe dire che la poesia del 700-800, nella mia tradizione, parla solo dell’amore e della tristezza. Ma anche nello specchio vedrà, se continua a guardare, i riflessi degli altri. Credo che sia quasi impossibile scrivere soltanto di sé. Il primo impulso della scrittura è di fuggire la prigione del quotidiano; la scrittura, come la lettura, ci porta oltre le frontiere del sé…

Titolo: Un altro albero di Gulmohar
Autore: Aamer Hussein
Editore: La Lepre
Dati: 2011, 122 pp., 16,00 €

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All'apparir del vero. Incontro con Lucia Etxebarria

“Lucía, hay otra entrevista”.

Due minuti dopo essere stato così annunciato al telefono, busso alla porta della camera di Lucía Etxebarría all’Hotel Manin di Milano, dove la scrittrice spagnola si trova per promuovere in Italia il suo ultimo romanzo, Il vero è un momento del falso (Guanda, 2011). Non sono il primo, in camera c’è un giornalista che sta finendo le sue domande; e non sarò nemmeno l’ultimo, anche se Lucía inevitabilmente comincia ad accusare il jet lag dell’autopromozione. Mentre faccio anticamera in attesa del mio turno, noto su un tavolino d’ingresso una di quelle brochure sui servizi disponibili che si trovano in genere sui tavolini d’ingresso degli alberghi di lusso. Mi colpisce immediatamente lo scarso discernimento, tipico di questo genere di servizi, con cui la brochure dà il benvenuto a Lucía: “Welcome Mr Etxebarría”. “Mr”? Come se Lucía Etxebarría non fosse una scrittrice che, in un’intervista su Cafebabel di qualche tempo fa, si lamentava della letteratura “maschilista”, più maschilista di tutte le altre arti, in cui “gli uomini artisti sono degli artisti, le donne artiste sono delle donne”. Come se il suo nuovo romanzo non ruotasse principalmente intorno alle confessioni di un gruppo di donne, paranoiche, complesse, problematiche, affascinanti. Come se il succo del romanzo non fosse proprio quel problema, teorizzato da Guy Debord nel 1967 e oggi così bollente, dell’allontanamento della realtà che, rimossa sullo sfondo, si trova ad essere sempre più frequentemente sostituita da una rappresentazione, dallo spettacolo.

La questione è calda. Sarà per questo che, mentre io cerco di iniziare girandoci un po’ intorno, Lucía mi richiama subito all’ordine. Quello ha scritto, e di quello vuole parlare. E come resisterle?

D: Lei ha cominciato la sua carriera letteraria con Aguanta Esto…
R: No no, quel libro non ha assolutamente niente a che vedere con la mia carriera letteraria! All’epoca avevo 25 anni, facevo la giornalista per una rivista che si occupava di musica rock, c’erano quattro giornalisti in Spagna che si occupavano di questo particolare settore, io avevo bisogno di soldi e le altre tre hanno detto di no, e così l’ho fatto io, ecco. Quello fu un libro scritto su commissione, che non fa parte dei miei libri.

D: Questo vuol dire che quel libro non lo riconosce più?
R: No, semplicemente non è un libro che definirei “letterario”.

D: D’accordo, allora riformulo: Lei ha cominciato la Sua carriera di scrittrice con un libro su Courtney Love, e adesso ritorna al mondo della musica, con un romanzo il cui protagonista, Pumuky, è un cantante pluritossicomane…
R: Sì, anche se poi ciò che ho voluto scrivere non è un romanzo sul mondo della musica, né su un cantante rock, ma un romanzo sulla spettacolarizzazione della realtà. Per questo il protagonista poteva essere anche una star della televisione, o un attore, o qualsiasi altro personaggio dello spettacolo. Ho scelto il contesto del rock solo perché ci ho lavorato per lungo tempo, perciò è un mondo che conosco molto molto bene.

D: E non anche perché, conoscendolo così bene, forse Lei ritiene il mondo del rock particolarmente significativo per esprimere il determinato tipo di relazioni sociali – sclerotizzate, paranoiche – che si viene a creare nel romanzo?
R: Beh, come tutte le rock-star il protagonista è un narcisista che chiede, pretende attenzione: i personaggi del rock sono estremamente narcisisti. Come del resto estremamente narcisista è la società contemporanea in cui viviamo: una società di consumo, di individualismo, di soddisfazione immediata. Normalmente tutti i nostri eroi contemporanei, i cantanti rock, gli attori, i personaggi della televisione, sono personalità narcisiste: anzi, narcisisti-vampiro.

D: Nelle primissime battute del romanzo, uno dei personaggi parla della rarità della vera amicizia: quando il gruppo era famoso, amici anche da sotto i sassi, salvo poi svanire tutti. Discorso attualissimo, nella social era di Facebook.

R: Sì, in Spagna infatti abbiamo un modo di dire: “Vali meno di un amico di Facebook”! Anche se tra gli attori è esattamente la stessa cosa: se sei un attore famoso di un teleromanzo o di una serie televisiva che dura un anno, per quell’anno non ti capiterà mai di pagare la consumazione del bar. Come finisce quell’ingaggio, scompari, sparisci, così.

D: Come nei reality-show, no? C’è ancora il Grande Fratello in Spagna?
R: (smorfia) Sì, c’è, sul canale di Berlusconi, che dopo Telecinco ha appena comprato, l’anno scorso, La Cuatro.

D: Lei ha citato Berlusconi: e sa che in Italia il rapporto donna-corpo-spettacolo è un argomento caldo, ultimamente. Nel suo romanzo assume un notevole peso proprio il rapporto della donna con il suo corpo; penso ad esempio a Olga.
R: Sì, Olga, o Valeria, che è addirittura anoressica. Noi viviamo evidentemente in una società in cui il rapporto di una donna con il proprio corpo è del tutto innaturale: ci vengono imposte delle donne assolutamente fuori dalla natura e dalla realtà, un canone di donne magrissime ma con seni molto prosperosi, il che non esiste in natura, no? Ed è un canone, ancora un volta, consumista, un canone per donne ricche, nel senso che essendo non naturale dimostri di aver avuto i soldi necessari per rifarti, per toglierti i fianchi, aggiungerti il seno… Io non credo di conoscere nessuna donna che non abbia tentato una dieta: molte donne vivono costantemente all’erta, perché è la società che ti impone quel canone e tu ti convinci che è giusto, che bisogna seguirlo. E non è un caso che questa pulsione esista anche per gli uomini, etero o omosessuali, perché entrano in un collettivo sociale che pretende un determinato canone di bellezza come condizione necessaria al conseguimento del successo e del riconoscimento.

Avrei altre domande, ma il tempo è scaduto. Bussano come pochi minuti prima avevo bussato io. Hay otra entrevista, Lucía. Ho giusto il tempo di farmi autografare il romanzo. Lucía Etxebarría mi ringrazia del mio tempo; ma in realtà sono io che devo ringraziare lei, che – come tutti i veri scrittori – cerca di aprire gli occhi dall’esterno a chi si ostina a volerli tenere chiusi, preferendo accontentarsi di un momento di verità nascosto, quasi invisibile, tra le pieghe di un enorme quadro falso.