Raccontaci una storia, Michael

MK CoverConsiderate la quantità di musica e rumori assortiti che ogni giorno attraversa la nostra vita. Considerate anche, se avete la “fortuna” di lavorare o studiare a Milano, nel mio caso se nel capoluogo ci arrivate con LeNord, Trenord o come accidenti si chiamano ora, che oramai odiate anche Ain’t No Sunshine, grazie alla ripetizione ossessiva di un non meglio precisato spot dagli altoparlanti.

Considerate tutto questo e capirete che alla sera, tornato alla quiete del mio pc, ho un disperato bisogno di musica nuova, particolarmente di musica bella. Non è che le due cose vadano sempre d’accordo. Considerate anche che, oggi come oggi, sentire qualcosa di davvero nuovo, che non sia un riciclone di cose già sentite in progetti di cui ricordate a fatica il nome, è piuttosto raro e capirete perché un progetto vintage, come il Tell Me A Tale EP di Michael Kiwanuka, riesce a risollevare le sorti musicali delle mie giornate.

Ora, non che io ci provi gusto a mettermi sull’iPod prodotti di personaggi ignoti e misconosciuti. O meglio, la parte di me che guarda altezzosamente i gusti musicali del mondo intero un po’ di gusto lo prova. Ma tolto questo aspetto, ascoltare le tre tracce – già, solo tre – di questo EP vi farà capire perché vale almeno un ascolto.

Michael KiwanukaHo appena detto che Tell Me A Tale è un EP vintage. Cancellate tutto. Non lo è. Non lo è nella misura in cui, più che vintage, sembra essere uscito direttamente dalla fine degli anni sessanta. Lo Stone Rollin di Raphael Saadiq è vintage. E lo è perché un orecchio un po’ sgamato sente che il disco è nuovo dopo un paio di tracce. L’EP di Michael Kiwanuka no, questo è un salto nel passato. I cori, la qualità della registrazione vocale, priva della pulizia eccessiva nel mix, la grana del prodotto sono tali che Worry Walks Beside Me può suonare tranquillamente come una ballad sporca di blues e I Need Your Company come un quarantacinque giri soul dei tempi d’oro, senza che alla chitarra o alla voce del 23enne Michael vengano rimproverati eccessivi ammiccamenti ai grandi crooner del passato (Lo so, Bill Withers e bla bla, se lo dite voi).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F17625837&show_comments=true&auto_play=false&color=ff7700 Michael Kiwanuka – Worry Walks Beside Me by pagan place

Il capolavoro dell’EP resta comunque la title track, Tell Me A Tale, che aggiunge alla ricetta già di per sè saporita il tocco etereo di un flauto e qualche altro fiato, dando al brano un surplus di sospensione temporale.

Stando al Guardian, Michael Kiwanuka sta seguendo il tour di Adele, non mi è ben chiaro se come musicista – ha alle spalle un passato di session – o come solista. In ogni caso sono grato al mondo per averlo tolto dal – suppongo – ennesimo scantinato qualunque. Si arrabbia qualcuno se dico che non mi dispiacerebbe un’inversione di line-up tra i due?

Life and loves of miss Anne Lister: gentle(wo)man

Tra i numerosi motivi che possono spingerci a tenere un diario personale (bisogno di riflettere, narcisismo, paura di dimenticare sono i primi che mi vengono in mente) uno di quelli che trovo più affascinanti è la segreta speranza che qualcuno legga ciò che abbiamo scritto. In questo modo, credo, si viene sedotti dalla tentazione di lasciare una traccia, di essere ricordati. In fondo è per questo che tanti artisti e tanti eroi spendono il loro genio e le loro energie: poter entrare a far parte di una storia e, lì, vivere per sempre.

Si potrebbe obiettare che se miss Anne Lister avesse davvero voluto che qualcun altro partecipasse della sua vita privata, non avrebbe usato un personalissimo codice crittografico per scrivere la maggior parte dei suoi diari. Ma forse, invece, questo eccentrico e affascinante personaggio ha voluto non solo mettere in salvo la sua privacy da qualche lettura indesiderata ai suoi tempi, ma anche sfidare chi avrebbe ritrovato le sue memorie molti anni dopo. La sfida, difatti, se così vogliamo vedere le cose, non è stata da poco, innanzitutto per la mole di documenti lasciati da Anne Lister, e, in secondo luogo, perché il suo codice non si è rivelato di facile soluzione. In altre parole abbiamo dovuto aspettare 150 anni perché quelle persone, quelle emozioni tornassero a vivere: eteree come fantasmi e altrettanto immortali, ma per nulla spaventose.

Quei diari e le confidenze che essi contengono sono diventati un film per la televisione diretto da James Kent e prodotto dalla BBC inglese; perché imbattersi in un personaggio così eccezionale e in una storia così intensa e, per di più, vera è una condizione ideale per qualunque narratore. Nessuna remora di turbare il pudore di miss Lister; primo perché ormai è trascorso un secolo e mezzo da quelle vicende, in secondo luogo perché questa donna del pudore ha sempre avuto un’idea piuttosto originale.

Ed ecco dunque sugli schermi, con il volto di Maxine Peake, uno stralcio della vita e degli amori di Anne Lister, contemporanea di Jane Austen, come ci tengono a sottolineare gli autori. E il fatto, occorre ammetterlo, ha la sua importanza perché il mondo di Anne Lister è molto più vivido di quello della celebre scrittrice. Se Jane Austen racconta le piccole, grandi ribellioni di giovani donne più intelligenti e meno frivole della media ma che, ad ogni modo, hanno come massima aspirazione un matrimonio felice, Anne Lister risponde vivendo in prima persona una vita appassionata, intensa, scandalosa.

Anne, infatti, è una donna attraente, colta e benestante, dotata, allo stesso tempo, di amore per le lettere e senso degli affari. Guardare nella sua vita, nella sua interiorità è come osservare un temporale, un fiume in piena, un’eruzione vulcanica.
Impossibile catalogarla. Persino la definizione di “prima lesbica moderna” credo le calzi un po’ stretta. Avevo dimenticato di dirlo: ad Anne Lister piacciono le donne. E, considerando la media dei rapporti uomo-donna dell’epoca, è difficile non solidarizzare con lei. Ma ciò che più conta è che Anne fosse convinta che i suoi amori non dovessero essere considerati vergognosi e che non dovessero essere nascosti.

Anne, però, non è interessante solo per via della sua omosessualità (anche se, onore al merito, essere una lesbica dichiarata nell’Inghilterra di inizio ottocento non era certo cosa trascurabile), ma è un personaggio affascinante la cui ardente emotività costituisce, allo stesso tempo, la sua sorgente di forza interiore e il punto di maggiore vulnerabilità. Anne ha il coraggio di modellare la propria vita come un’opera d’arte, senza farsi scoraggiare o scolorire da coloro che le stanno intorno. Il marchio BBC garantisce la buona qualità del prodotto da tutti i punti di vista: dialoghi, sceneggiatura, direzione, recitazione, fotografia, costumi.

Forse il film risente un po’ della tentazione di raccontare troppe cose insieme e, a tratti, la trama tende a sfilacciarsi e a perdere di mordente, ma, in generale, The secret diaries of miss Anne Lister resta, fondamentalmente, una bella storia d’amore. La consapevolezza, poi, che si tratti di personaggi realmente esistiti le conferisce un tocco di intensità ulteriore e di delicata malinconia. Essendo un film televisivo non lo troveremo nei cinema, ma possiamo cercarlo in qualche rassegna lungimirante o nei festival dedicati al cinema omosessuale.

Lo so, non dovrei dirlo, ma è più forte di me: ve la immaginate la RAI italiana che dedica un film ad un’eroina lesbica?

The secret diaries of miss Anne Lister (TV) GB, 2010
regia di James Kent
con: Maxine Peake, Anna Madeley, Susan Lynch

Il mito dell'Italia nell'Inghilterra vittoriana

Walter Crane - La danza dei Cinque Sensi, 1891-93 Acquarello

Abituata all’idea ammantata di elementi romantici con cui mi rapportavo ai preraffaelliti, legata più ai temi che ai manifesti stilistici e, quindi, allo stile compositivo, sono rimasta molto colpita dal parallelo quanto mai riuscito e attestato tra le opere inglesi e i prototipi italiani che ne hanno costituito il modello iconografico e la suggestione formale.

Dante Gabriel Rossetti - Proserpina, 1878 Acquerello e gouache su carta montata su tavolaSiamo nella prima sala della mostra “Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’italia nell’Inghilterra vittoriana” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fino al 12 giugno. Sono esposti dipinti di Giotto, Crivelli, Carpaccio, Botticelli, Sebastiano del Piombo, Palma il Vecchio, Bergognone, Luini, Tiziano, Veronese, Tintoretto i quali sono esempi di come, pur nella totale diversità di cultura e ambientazione, siano stati profonda fonte di ispirazione in area inglese. La pregnanza cromatica dei dipinti vittoriani ricorda quella di Tiziano, e molti elementi, sia stilistici che simbolici ripercorrono le orme della grande ritrattistica italiana del Cinquecento.

Il nucleo principale della rassegna comprende i preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti e Edward Burne-Jones, oltre ai  rappresentanti della cultura estetica e simbolista come Albert Moore, George F. Watts e John William Waterhouse.

il mio approccio naif mi ha indotta a perdermi nei colori: pieni, intensi, forti. E sempre la mia attitudine ingenua mi ha lasciata a indugiare sui dettagli naturalistici, sui fiori in particolar modo. Come la nostra predisposizione d’animo possa farci sorvolare su elementi chiave e volta di opere d’arte (qualsiasi sia il media usato) è affascinante. Mi soffermo a rimirare ammirata la mela che la Venus Verticordia regge in mano con decisione, mi chiedo se si sia rovinata cadendo di mano alla modella tanto discussa e tanto affascinante di D. G. Rossetti (Fanny Cornforth, governante della casa dell’artista e sua amante) o se fosse intonsa e integra e invece l’artista abbia voluto segnarla per evidenziare la decadenza e la caducità, e quasi nemmeno mi accorgo della parziale nudità che tanto scalpore fece all’epoca generando addirittura il rifiuto iniziale del  Dante Gabriel Rossetti - Venus Verticordia, 1864-1868 Olio su telacommittente. Ricordo poi il breve componimento (che chiude nella nostra traduzione questo articolo) a carattere prettamente erotico che Rossetti riportò sulla cornice di questo dipinto (e in base a questo le mie considerazioni fantasiose e ingenue in merito alla mela decadono miseramente), in cui elementi biblici si mescolano a elementi classici sovrapponendo Eva  e Venere, il classico e il pagano; molto meno superficialmente colgo, allora, i dettagli e il senso di questo dipinto. E ritorno ai fiori: alle spalle della Venere un cespuglio fitto di rose mi ricorda i Veneralia romani (festività dedicata proprio a Venere Verticordia e al suo compagno, Fortuna Virile), in cui la statua della dea era decorata proprio con fiori di rosa e dinanzi alla Venus, quasi immersa in essi, i caprifogli dal profumo che sembra lasciare la tela per diffondersi nella sala peraltro allestita con intelligenza e movimento: archi e colonne avvicendano gli spazi creandone di dedicati e aprendone altri destinati a opere che ben meritano di troneggiare, quali, per esempio, la Lamia di  George Frampton, ispirata al celebre e omonimo poemetto di Keats. Quel che inganna, in questo mezzobusto, è la sua compostezza: il volto sereno e compito sembra quasi rifuggire i topoi di sesso, vampirismo e morte di cui è portatore, esplicando come funzionale ed efficace fosse in quest’opera la resa simbolica della seduzione.

Il senso complesso di questa mostra si mimetizza bene nell’immediatezza della tensione simbolica che davvero con naturalezza parla ai visitatori. La mostra resterà allo Gnam fino al 12 giugno 2011.

She hath the apple in her hand for thee,
Yet almost in her heart would hold it back;
She muses, with her eyes upon the track
Of that which in thy spirit they can see.
Haply, ‘Behold, he is at peace,’ saith she;
‘Alas! the apple for his lips, – the dart
That follows its brief sweetness to his heart, –
The wandering of his feet perpetually.’A little space her glance is still and coy;
But if she gets the fruit that works her spell,
Those eyes shall flame as for her Phrygian boy.
Then shall her bird’s strained throat woe foretell,
And as far seas moan as a single shell,
And her grove glow with love-lit fires of Troy.
Ella ha in mano la mela per te
eppure in cuor suo quasi vorrebbe ritrarla
medita, gli occhi forse sulla traccia
Di ciò che possono vedere nel tuo animo
“Guarda, egli è in pace”, ella dice
“Ahimé! La mela per le sue labbra – il dardo
che segue la fugace dolcezza del frutto fino al cuore –
Il vagare perpetuo dei suoi piedi”.per breve spazio il suo sguardo è calmo e schivo
ma se prende il frutto che opererà l’incantesimo
Quegli occhi arderanno come per il suo ragazzo Frigio
Allora la gola tesa del suo uccello predirrà sventura
e i mari lontani si lamenteranno come una sola conchiglia
E il boschetto di lei arderà dei fuochi d’amore di Troia.

Traduzione di Alessandra Spirito

Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’Italia nell’Inghilterra vittoriana
Galleria nazionale d’arte moderna, Roma
dal 24/02 al 12/06/2011

L'amore secondo Corinne (Bailey Rae)

Ad un primo colpo d’occhio, Corinne Bailey Rae è una ragazzatta inglese che pesa più in capelli che in tutto il resto, con una voce restia agli eccessi e radici che spaziano tra la Gran Bretagna di mamma e le Saint Kitts e Nevis del padre, trovando un punto d’appoggio nella Leeds middle class. Una ragazzetta che ha flirtato per molto tempo con la scena inglese, da quando suonava nelle Helen, gruppo tutto al femminile di cui la Low Red Moon contenuta nel suo ultimo lavoro, è un ricordo. Poi il contratto con la RoadRunner, casa discografica tendenzialmente metal, che da gruppi come gli Slipknot si permette di mettere sotto contratto una band di femministe indie, la rottura del gruppo e il tentativo solista di una cantante che evidente aveva qualcosa da dire.

Infine The Sea, il suo ultimo album e un lungo anno di tour in giro per il mondo, da cui scaturisce The Love EP, lavoro sulla breva distanza della cantautrice inglese, che ci regala cinque tracce legate da un tema che è filo conduttore e titolo dell’album, cinque tracce dedicate agli amorosi sensi da artisti come Bob Marley o Prince, riviste in chiave Bailey Rae, senza peccare troppo di presunzione. Cinque cover dunque, ondeggianti tra la classicissima e marleyana Is This Love, per l’occasione in una versione prepotentemente soulful e attenta alle liriche e la strana nota rock di Low Red Moon dei Belly, unico capitolo che fatico ad assorbire, degustibus.

Corinne Bailey Rae - The Love EP (cover)L’EP di Corinne è un lavoro stranamente privo di un’identità precisa, con l’unico scopo di far conoscere qualcosa di sé al suo pubblico e ammettiamolo, perché no, di tenerselo buono fino all’uscita del prossimo album. Un excursus che fa fatica a trovare una direzione chiara, perché in fondo non la cerca, limitandosi a riproporre brani che hanno per bandiera comune la bellezza e la rilevanza per il percorso artistico della cantante. Si aggiunga alla formula la data d’uscita, sapientemente studiata per il 14 febbraio e il risultato è un EP easy listening, che va via in un attimo e non fai per nulla fatica a mettere in replay.

Nel Love EP di Corinne c’è tutto: i live nei piccoli club, i festival, il tentativo di mettere insieme qualche brano nei rari momenti di solitudine tra una data e l’altra e quello che regala in fondo è solo un’impressione. L’impressione che sia stato registrato come un ringraziamento, alla musica e alle persone, senza la pretesa di essere un classico, ma con la consapevolezza di essere un ottimo interludio tra un capitolo e l’altro della vita musicale della Bailey.

Al mio fratellino piacciono i 90's

Va bene, fino ad ora abbiamo scherzato, temporeggiato direi. È il momento di togliere il velo a questo 2011 e di parlare di album decisamente importanti, di quelli che per freschezza e vitalità probabilmente verranno ricordati a lungo. È il caso dell’album d’esordio degli Yuck, quartetto londinese che strizza l’occhio alla musica d’oltreoceano. Periodo di riferimento: i gloriosi anni ’90. Fuzz e chitarre distorte condite da melodie appiccicose possono dare l’idea dello stile generale dell’album.

Mi era capitato di vedere gli Yuck nell’esatto momento del mio arrivo a Milano. La Camper insieme a Vice organizzava degli showcase in cui ogni venerdì chiamava una band a esibirsi. E i primi della lista erano stati proprio gli Yuck, quando all’attivo avevano solo un paio di canzoni tutte scaricabili gratuitamente dal loro blog. E, devo dire, l’impatto con la band inglese era stato molto positivo: dal vivo i quattro ragazzi (sono tutti intorno ai vent’anni) le avevano, come si suol dire, fatte vedere. Buon attitudine al palco, ottimi suoni senza, come spesso accade per queste band che amano il rumore, buttarla in caciara, anzi. Potenza e tenerezza allo stesso tempo. Una carezza in un pugno, direbbe Celentano.

Ed è esattamente quello che accade in questo album omonimo uscito proprio qualche giorno fa in USA (in Europa uscirà il 22 di febbraio) per i tipi di Fat Possum. L’apertura è di grande impatto, con i primi tre pezzi gli Yuck fanno subito capire cosa sanno fare mettendo l’accento da subito su tutti i loro pregi. Get Away e The Wall trascinano con il loro andamento sostenuto mentre Shook Down ci mostra l’altro lato della medaglia, addirittura quasi twee. Dopo una tripletta così si potrebbe pensare a una pausa. Invece no, questo era solo il riscaldamento, dalla quarta traccia in poi il disco entra nel vivo. Ed ecco dunque il singolo Holing Out seguita dalla zuccherosa Suicide Policeman per poi continuare con il power pop contagioso di Georgia e la sublime malinconia di Suck. Operation invece è un inno ai Sonic Youth più diretti, un pezzo che conquista per il suo essere diretto, mentre Sunday ricorda gli Smashing Pumpkins più “allegri” (quelli di Today per intenderci). Ma il disco termina con Rubber, un pezzo di oltre sette minuti in cui, lentamente, Blumberg e Bloom (i due chitarristi) incalzano il ritmo. Ed è qui che il contrasto tra fuzz e melodia si fa al contempo più aspro e interessante portando alla mente le ultime produzione degli Yo La Tengo.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F2138085

Yuck: Georgia by theharro

Insomma un album perfetto sembrerebbe. Eppure una punta di scetticismo rimane. Il revival anni ’90 sembra fin troppo esplicito in questo lavoro, pare una roba studiata a tavolino e poco spontanea. A cominciare dal nome (Yuck in inglese è un espressione colloquiale che comunica disgusto – il nostro puah! Per intenderci) che riporta a un ben definito immaginario, passando per l’artwork,  il video di Holing Out e  il look dei quattro. Insomma c’è qualcosa che non torna. Però, mi dico, a noi cosa importa? Le canzoni sono belle? Dal vivo se la sanno cavare? Bene, ci basta questo. Gli Yuck ci piacciono e molto.

Yuck – Holing Out from Yuck on Vimeo.

Il fascino discreto della borghesia

Quando mi hanno suggerito la serie tv inglese Downton Abbey ero convinta che si trattasse di un prodotto rivolto ad un target ben definito: preferibilmente di sesso femminile, con un grado medio alto di istruzione, una segreta passione per la letteratura anglosassone di fine ottocento e un certo gusto per i costumi e gli oggetti d’epoca. Praticamente me stessa e buona parte delle mie amiche.
Invece Downton Abbey si è rivelata ben altro.
I sette episodi della prima serie (ma la seconda è già stata annunciata) coprono il periodo storico che va dall’affondamento del Titanic allo scoppio della prima guerra mondiale. La storia prende subito ritmo, inchiodando lo spettatore alla sedia e costringendolo a rivedere tutti i suoi pregiudizi sui film (e i telefilm) in costume.

Come il titolo e la grafica suggeriscono, il protagonista occulto di questa vicenda, perno e origine di quasi tutto, è un luogo. Si tratta, appunto, di Downton Abbey, splendida tenuta nobiliare, elegantemente adagiata nella campagna inglese, che la famiglia Crawley si tramanda da generazioni.
Per comprendere appieno le relazioni tra i personaggi e tutto ciò che accade tra le mura di Downton è necessario provare a calarsi nelle logiche dell’epoca e, da questo punto di vista, gli sceneggiatori compiono un vero e proprio miracolo di grazia narrativa, introducendo tutte le informazioni necessarie con naturalezza, senza mai apparire forzati o, peggio ancora, didascalici.
La priorità esplicita nella vita dei Crawley è Downton; è al mantenimento, al lustro e all’integrità patrimoniale della lussuosa (e costosa) magione che essi dedicano parte consistente delle loro energie. Per questa ragione, da generazioni, vige un accordo ereditario vincolante secondo il quale solo il maggiore dei discendenti può ereditare la tenuta, evitando così che essa venga divisa e perda il suo valore. Tale accordo dal sapore medievale prevede, inoltre, che solo i membri maschi possano avere diritto alla successione.

Considerate queste premesse, cosa accadrà alla morte di Robert Crawley dal momento che la sua vita è stata allietata da ben tre figlie femmine?
Un sovvertimento del vincolo è impensabile: nonostante l’affetto sincero che Robert Crawley nutre per le sue figlie, la tradizione di Downton Abbey è per lui sacra come una religione. Tanto che, nonostante la storia si svolga agli inizi del 1900,  la situazione appare piuttosto normale e sensata persino alle tre suddette rampolle.
Ciò che suscita invece lo sdegno generale, delle ragazze ma soprattutto della loro altezzosissima nonna (una straordinaria Maggie Smith), è che, secondo la consuetudine di Downton, ad ereditare sarà il loro lontano cugino Matthew che, orrore!, si guadagna da vivere lavorando. Probabilmente se fosse stato un debosciato o un alcolista avrebbe potuto sperare un’accoglienza migliore, ma la sua «borghesità» lo rende assolutamente volgare agli occhi delle sue blasonate parenti.

Se Matthew viene inizialmente accolto con freddezza, se non con ostilità, nella casa di cui si è inaspettatamente ritrovato padrone, il pubblico lo trova invece immediatamente simpatico. Sarà quella sua faccia un po’ pacioccosa da ragazzo inglese, saranno gli occhi azzurri o il sorriso indifeso ma gli spettatori sono subito dalla sua parte. Anche perché Matthew è un ragazzo onesto, con altissimi principi morali e che crede sinceramente nel valore del lavoro, persino ora che una così cospicua eredità gli è piovuta dal cielo. Matthew, e sua madre, incarnano il nuovo mondo e i nuovi valori che avanzano, mentre la famiglia Crawley è ancora disperatamente attaccata ad un universo di privilegi che, in realtà, ha i giorni contati.

La soluzione più semplice sarebbe, naturalmente, che la maggiore delle figlie dei Crowley, Mary, sposasse il cugino Matthew, cosa che al cugino Matthew non dispiacerebbe affatto perché dal primo momento in cui ha incontrato Mary non ha più smesso di pensare a lei. Mary, difatti, è bellissima e carismatica, ma viziata da innumerevoli corteggiatori, e certo non intende abbassarsi a sposare un uomo ricco ma non nobile; e,  soprattutto,  non accetterebbe mai di fare quello che le viene chiesto dai suoi genitori.

Se su un piano seguiamo con passione il confronto tragicomico tra nobili e borghesi nella nascente società moderna, su un altro possiamo seguire le storie dei numerosi membri della servitù,  afflitti da ben altre pene.
Il risvolto più ironico di questa struttura duplice della serie è costituito proprio dall’atteggiamento della servitù che si rivela spesso più reazionaria e tradizionalista, per non dire  più dichiaratamente snob, dei suoi padroni.
All’orecchio di qualche cinefilo quest’idea potrebbe risvegliare il ricordo di un ottimo film del 2001 diretto a Roberto Altman, Gosford Park e la cosa non dovrebbe sorprendere dal momento che il creatore di Downton Abbey è proprio Julian Fellowes, pluripremiato sceneggiatore di quell’eccentrico e raffinato giallo.

Downton Abbey non racconta una storia vera e propria ma ci trasporta in un altro mondo e ci consente di esplorarlo un po’ alla volta, scoprendo le vite di tanti personaggi, ognuno a suo modo interessante, dalla machiavellica nonna al silenzioso nuovo maggiordomo che nasconde un misterioso passato.
Downton Abbey è un prodotto di altissima qualità, adatto ad ogni tipo di pubblico. Al fascino un po’ lezioso della riproduzione oleografica è affidato, probabilmente, il compito di attrarre gli spettatori, ma Downton Abbey ha ben altro da offrire: sceneggiatura impeccabile, storie appassionanti, i migliori attori inglesi e una regia molto al di sopra degli standard del genere.

Titolo: Downton Abbey
Ideatore: Julian Fellowes
Network: ITV
Con: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Elisabeth McGovern

 

… e alla fine arriva Tamara Drewe

La presentazione del luogo fa pensare a uno dei film in costume di James Ivory o a un libro di Jane Austen: siamo nella rigogliosa campagna inglese, ferma nel tempo, bellissima ed evocativa. L’ambientazione è una “residenza per scrittori”, luogo di quiete in cui l’animo e il talento si ricreano e rifioriscono. Ma sgombriamo subito il campo dagli equivoci: la natura, la scrittura, l’ambiente radical-chic, i riferimenti ostentati alla vita equo-solidale e all’agricoltura biologica non hanno nulla a che vedere con la narrazione. Si tratta di espedienti un po’ furbetti per introdurre una storia  ammiccante e, a conti fatti, banale.

Stephen Frears, regista prolifico e talentuoso senza eccessi, ha messo in scena una graphic novel di Posy Simmonds, rimanendole forse un po’ troppo fedele: si suppone che l’adattamento cinematografico di un fumetto richieda un importante lavoro a livello di sceneggiatura, a meno che non ci sia una precisa – discutibile o meno – scelta registica. E non sembra essere questo il caso.

La tranquilla vita di provincia, un sogno per gli ospiti della casa per scrittori, è spesso un incubo per gli abitanti, soprattutto per i più giovani.
Tamara Drewe arriva a creare un po’ di scompiglio in una comunità già di suo tormentata e, forte della sua sensualità e priva di qualsiasi profondità, salta da un letto all’altro, innescando una reazione a catena nella vita dei non troppo sereni vicini. A tirare le fila e complicare la trama sono due ragazzine, naturalmente annoiate e sciocche come la maggior parte degli adolescenti: Casey e Jody.

Tamara resta un personaggio di sfondo, a una dimesione. Gli uomini che la rincorrono come sprovveduti danno un’immagine desolante dell’universo maschile. Mentre l’unica donna vera, tratteggiata – lei sì- con devozione e spessore, resta un’eroina fuori dal coro cui nessuno vorrebbe mai assomigliare.

Un film senza pretese, ma a suo modo pretenzioso, che lancia un ponte fra humour e noir, mix di generi cui gli inglesi sono particolarmente affezionati. Purtroppo, senza il giusto  bilanciamento tra paradossale, grottesco e stile, il risultato somiglia più all’episodio di una soap opera che ad un film d’autore. Come d’altronde lascia intendere il sottotitolo italiano al titolo originale: “tradimenti all’inglese”.

Se il film fosse stato più breve e con un ritmo incalzante (più consono a un fumetto), sarebbe stato certamente più semplice  essere indulgenti con i buchi di sceneggiatura e la mancanza di caratterizzazione dei personaggi. Non foss’altro per ammirare l’ottima  fotografia, la bellezza dei luoghi e la faccia da fumetto di Gemma Arterton (alias Tamara Drewe).


Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese (Tamara Drewe)
di Stephen Frears
Produzione: GB, 2010   
Genere: Commedia
Durata: 111′
Sceneggiatura: Moira Buffini
Posy Simmonds (graphic novel)

Nelle sale dal 5 Gennaio 2011

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