3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale.

Cloud-Nothings-Here-and-Nowhere

Venerdì

Cloud Nothings – I’m Not Part Of Me

Ritornano i Cloud Nothings, la band più anni ’90 della scena, capitanata dall’incazzato Dylan Baldi. Il disco – Here And Nowhere Else – uscirà il 31 marzo in Europa per Wichita e il primo Aprile in USA per Carpark/Mom+Pop e I’m Not Part Of Me è  il dissociato singolo che lo anticipa: quattro minuti e mezzo di pure vampe. Attenzione, potreste scottarvi.

http://cloudnothings.com/

 

Sabato

Alvvays – Adult Diversion

Degli Alvvays so davvero poco e quello che so lo condivido: vengono da Toronto e fanno un rock che è un misto tra lo shoegaze da salotto dei Pains Of Being Pure At Heart e il lo-fi underground newyorkese (vedi: The Babies e dintorni). Che altro? Ah sì, questo singolo spacca.

http://www.alvvays.com/

Domenica

Own Boo – Edie

Ancora meno so degli Own Boo, che però sono Italiani – a quanto pare vengono da Brescia – e hanno pubblicato un singolo che è rock e psichedelico, che è crunchy e dreamy, che è sostanzialmente un gran – gran – gran bel pezzo. Seguiteli, ho un certo presentimento che ne varrà la pena.

http://ownboo.tumblr.com/

Buon weekend a tutti.

 

Stoned and Starving – Parquet Courts Live @ Tunnel

Parquet-Court

I Parquet Courts, lo avevo già detto qui, sono autori di uno degli album più belli usciti quest’anno, Light Up Gold. Ed è quindi con una certa euforia mista ad attesa che mi sono avvicinato a questa, purtroppo, unica data italiana tenutasi ieri sera al Tunnel di Milano. Dopo l’ottimo esordio il duo di NYC – diventato nel frattempo una band a quattro elementi in pianta stabile – ha dato alle stampe un ep, Tally All The Things That You Broke (What’s Your Rupture?, 2013) , anch’esso osannato dalla critica di settore come un piccolo capolavoro. Ed è proprio con i pezzi nuovi che i quattro hanno attaccato, diretti e senza fronzoli come sempre. Ma se le canzoni più nuove si soffermano su atmosfere più allungate e psichedeliche, con meno cantato e più parti strumentali, è con l’ottimo materiale di Light Up Gold che i Parquet Courts hanno acceso le fiamme sul palco, conquistando il pubblico,  ahimè troppo risicato, con vigorose schitarrate e avvolgenti giri di basso, liriche urlate e poderose ritmiche di batterie. Un’ora di immersione nel rock’n’roll stampo newyorkese dove Strokes e Sonic Youth, idealmente, si tendono la mano. Da applausi la chiusa finale composta dal medley N Dakota e Stone And Starving con il fantastico hung up di Light Up Gold, già suonata prima, ma richiamata per dimostrare la compatezza sonora di questa band che sembra già navigata.
Ad aprire la serata e degni di nota anche loro, son stati i britannici Mazes, più psichedelici dei loro colleghi d’oltreoceano, e autori di una sonorità già matura e densa, fatta di riff allungati e liriche a metà strada tra il noise e la ballata. Da ascoltare entrambi i loro LP, A Thousands Heys (2011, FatCat) e il nuovo Orals And Minerals (2013, FatCat). Inoltre, sempre per FatCat, è in uscita un lungo EP fatto di dieci canzoni e dal suggestivo titolo Better Ghosts. Teneteli d’occhio perché meritano.
Insomma una serata di tutto rispetto, due band serie che si alternano sul palco, due sonorità diverse ma che trovano il loro insieme di intersezione e un pubblico caldo capace di applaudire entrambe. Una piccola nota di amarezza rimane ed è legata all’audience che, come dicevo prima, è stato davvero troppo risicato e forse un po’ in là con l’età (e dentro mi ci metto anch’io) per due gruppi così. Sarà colpa di questa musica che non coinvolge più i ragazzi? Sarà colpa dei Foals che suonavano in contemporanea all’Alcatraz? Sarà colpa della crisi economica? Dei locali, dei promoter, dei social network? Sinceramente non lo so, quello che però so con certezza e che non è giusto che due gruppi così suonino di fronte a così poca gente. Poi non lamentiamoci se dall’Italia non passa mai nessuno.

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

wo

Venerdì

 

Washed Out – It All Feels Right

 

Si avvicina l’estate, manca ormai solo una settimana, bisogna solo prepararsi e incrociare forte le dita perché rimanga il più a lungo possibile. E Washed Out ci viene in aiuto con una canzone spazzanubi e piena di good vibes. Da ascoltare e riascoltare.

http://washedout.net/

 

Sabato

 

Machweo – Home

Un tranquillo sabato al mare, ecco quello che ci vorrebbe. E a far da colonna sonora Machweo, con la sua elettronica delicata, liquida, i suoni che disegnano un tramonto dalle mille sfumature. IDM for lazy dreamers.

https://www.facebook.com/Machweo

 

Domenica

 

Califone – Stitches

Direttamente dagli anni ’90 ecco i Califone, superband di Chicago che non ha mai smesso di stupire. E se prima si cimentavano con un indie rock sperimentale, adesso, che gli anni sulle spalle sono un po’ di più, si dedicano a scrivere ballad dal sapore liturgico, aperte come i riverberi di una cattedrale, profonde come un gospel. Il loro disco, Stitches, uscirà il 3 settembre per i tipi di Dead Oceans.

http://www.califonemusic.com/

Buon weekend a tutti.

 

Private Airplane – Il trascinante esordio dei Connections

connections

Il revival dei ’90 è un vento che spazza forte e fiero l’intero globo e questa è una notizia che mi rende estremamente felice:  sono molte le band che stanno realizzando dischi di  egregia fattura, sia per le canzoni che per l’approccio diretto e senza fronzoli.
Una di queste fa di nome Connections, viene da Columbus, Ohio, e ha appena pubblicato un LP scacciapensieri che porta il nome di Private Airplane (Anyway, 2013).

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/track=3231530166/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

I Connections non sono esattamente degli sconosciuti, almeno non lo sono alcuni di loro: il cantante Kevin Elliott e il chitarrista Andy Hampel avevano già dato alle stampe un disco con la Rockathon Records (la band si chiamava 84 Nash), mentre il fratello di Kevin, Adam – che nei Connections suona la batteria -, è voce e chitarra del trio punk-noise Times New Viking (con cui, a mio avviso, coi Connections, condivide l’amore per il rumore e l’artwork delle copertine); e infine c’è Dave Capaldi che suona la chitarra anche nei El Jesus de Magico.  Si sono trovati e si sono messi insieme per dare vita a un progetto nuovo, fresco e diretto che è poi quello dei Connections.
La cifra stilistica della band è rumore e melodie: canzoni veloci, che non superano i due minuti, liriche descrittive (senza disdegnare l’evocazione), accento anglosassone, chitarre distorte. Il risultato è un disco che tira dritto su tinte solari ma con punte di quella malinconia agrodolce che ci piace tanto da queste parti. Quindici pezzi in soli 30 minuti, tutti portatori sani di trasporto, un vortice sonoro, un mondo altro, che i Connections sono davvero molto bravi a ricreare. L’ambientamento poi  è dei più semplici: Finally  è una cavalcata elettrica che ti fa prendere confidenza col materiale sonoro della band; On Your Mind ha il passo melodico dei Byrds mescolato alle distorsioni dei Velvet Underground; Miller’s Grove è un classico pezzo punk anni ’90 mentre Sister City è una microballad acustica dal facile handclapping. Dopodiché si entra nel vivo del disco e canzoni come Cindy, Mall Light, Night Watch, 1980 Called  e I Can Fix Memories ne rappresentano la vetta: melodie contagiose e dal gusto retro, power pop alla vecchia maniera, e ritornelli singalong.

Detto questo potrebbe sembrare il prodotto pop perfetto. In realtà non è così, c’è un’aura di incompletezza che si aggira per tutto il disco, la produzione a presa diretta dà l’idea di un lavoro urgente e istantaneo, di una poetica del qui e ora, piuttosto che di una basata sulla riflessione e sull’arrangiamento. Questo, in realtà, non è una caratteristica che disturba, anzi permette al disco di mantenere una sua freschezza e genuinità, quell’approccio diretto e senza fronzoli di cui sopra. Perciò, amanti della purezza del suono, della ricercatezza delle produzioni,  girate alla larga. Tutti gli altri sono i benvenuti, ve l’assicuro, i Connections vi conquisteranno.

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

 

MCII

 

Venerdì

Mikal Cronin – Change

Mikal Cronin – Change from Merge Records on Vimeo.

Tutti parlano di Mikal Cronin come di un collaboratore di Ty Segall. A me sembra che il ragazzo da solo se la cavi benissimo, capace com’è di creare canzoni toste e soffici allo stesso tempo. Come dire: una carezza in un pugno.

http://mikalcronin.bandcamp.com/

 

Sabato

Niagara – Superbe

http://c.brightcove.com/services/viewer/federated_f9?isVid=1&isUI=1

Se vi siete persi l’ottimo Otto dei Niagara, be’ vi consiglio di recuperarlo il prima possibile. Elettronica e folk frullate con una buona dose di psichedelia rendono le canzoni del duo torinese tra le cose più belle in circolazione. E poi i video spaccano. Chapeau.

http://www.niagaraniagara.it/

Domenica

The National – Sea Of Love

Il ritorno dei National non può essere che cosa gradita, sotto ogni punto di vista. Come sarà il disco si vedrà, nel frattempo celebriamoli con questa bella, bella, bella Sea Of Love.

http://www.americanmary.com/

Buon weekend a tutti.

3 canzoni per il weekend

futurebirds

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

 

 

Venerdì

 Futurebirds – Serial Bowls

Dei capelloni Futurebirds e del loro nuovo Baba Yaga, lo prometto, ve ne parlarò a breve più approfonditamente, perché ne vale davvero la pena. Nel frattempo accendetevi il weekend con questa Serial Bowls, canzone rock’n’roll old style portatrice sana di good vibes.

http://www.futurebirdsmusic.com/

 

Sabato

 The Love Langauge – Calm Down

I Love Language agli inizi erano una band pop lo-fi e retrò, poi, nel corso degli anni, si sono spostati da loro suono originario per finire, come questa Calm Down fa presagire, verso territori più sonici e rumorosi. Bella storia.

 

http://www.thelovelanguage.com/

 

Domenica

 Bibio – À Tout à L’Heure

Esce tra pochi giorni il nuovo album del producer inglese diBibio, Silver Wilkinson (questo è sia il suo vero nome che quello del disco in questione), e questa À Tout à L’Heure ne è il primo singolo estratto. Elettronica+Psichedelia+Natura=Wow.

http://mrbibio.tumblr.com/

 

Buon weekend a tutti.

 

Considerazioni di un fan ovvero Optica – il quarto album degli Shout Out Louds

sol

Parlare degli Shout Out Louds, per me, fan di vecchia data, non è assolutamente facile. Soprattutto quando ti trovi nella posizione scomoda di recensore almeno intenzionalmente obiettivo e onesto. In questo caso non posso fare altro che svestire i panni della critica e abbracciare più profusamente un approccio emozionale: è necessario che io vi parli a cuore aperto. Quindi prendete queste mie parole con le pinze, come appunto una confessione, la confessione di un fan.
Work, il disco precedente a questo Optica (Merge,2013), e successivo agli splendidi Howl Howl Gaff Gaff e Our Ill Will, mi aveva lasciato un po’ con l’amaro in bocca per una certa patina che era piombata sui brani del disco. Per una band che live non si è mai risparmiata e ha spinto (e spinge) sempre su bitrate molto alti, mi sembrava strano che si fosse lasciata imbrigliare nelle reti di una produzione affettata. Eppure è stato così, perché dal vivo i brani di Work suonavano diversamente, più diretti, più cattivi, più incisivi e i pezzi riprendevano quota passando da fiacchi a sostenuti. D’altronde i SOL con le produzioni hanno sempre fatto un po’ a pugni, dall’esordio (Howl Howl Gaff Gaff) non hanno mai trovato quel suono diretto perseguito nei live, nonostante l’ottimo lavoro svolto da Bjorn Yttling (quello di Peter, Bjorn and John per intenderci) in Our Ill Wills. E quindi? E quindi a questo giro la band di Stoccolma ha deciso di fare tutto da sola,  compresa la tanto problematica produzione.
Perciò, è con tutte le buone intenzioni – e quelle del fan, si sa, sono eccessive – che mi sono preparato a questo nuovo lavoro, buone intenzione incalzate anche dall’uscita dei primi singoli: Blue Ice, Walking In Your Footsteps e Illusions, tutti pezzi che ho apprezzato, e molto, fin dal primo ascolto. Bene, all’uscita di Optica non ho aspettato oltre, ho schiacciato play pronto a saltellare o a farmi trascinare dal flusso, a gridare al capolavoro a ogni canzone, proprio come noi, fan sfegatati, siamo soliti fare. E invece è successo che sono andato avanti con il freno a mano tirato, volevo partire, lo giuro, ma non ci sono riuscito. La sensazione è stata simile a quando ho ascoltato il disco degli Shins: niente sembrava cambiato nelle composizioni di Mercer, tutte belle canzoni per carità, ma il coinvolgimento, quello, arrivava a tratti. E così pure per i SOL, purtroppo. Intendiamoci il disco mica è brutto, ma, e qui verrò picchiato, linciato, sventrato, vilipeso, insultato, bestemmiato, sa di vecchio. Le atmosfere sono a metà tra i due dischi migliori, i già stracitati Howl Howl Gaff Gaff e Our Ill Wills, e questo dovrebbe bastare ma la sensazione è che nella ricerca sonora la band sia rimasti lì, senza procedere oltre. Sugar, la canzone di apertura, sembra uscita dritta dritta da Our Ill Wills, così come la già citata Illusions. Gli episodi più interessanti sono però quelli che un po’ sembrano distanziarsi dalla produzione classica dei SOL, come l’incedere dance di 14th Of July, il passo dark di Destroy, i riverberi e i suoni toy di Circles, oltre ai già citati singoli.
Intendiamoci, se riascoltate singolarmente le canzoni di questo disco non fanno una piega, non ne trovi nemmeno una veramente da buttare, ma manca lo slancio, manca la freschezza, manca l’entusiasmo. È grave da dire per un fan, lo so. Per questo farò i compiti a casa e cercherò di rimediare, ascoltare questo disco ancora e ancora – e lo consiglio anche a voi –  e poi soprattutto andare a vederli dal vivo perché lì sono sicuro gli Shout Out Louds riaccenderanno quella fiamma che in fondo, nascosta, ancora c’è e che non aspetta altro se non di essere ri-alimentata.