Milioni di dei e di animali ma un solo mare

flying-fish-and-richard-parkerPiscine Molitor Patel è combattuto tra fede e ragione, tra la solida razionalità del padre e le credenze della madre. Tra la vita animale e quella spirituale. Ma è destinato a trovare l’armonia tra i due opposti, anche se in seguito a un triste incidente.

Non capita tutti i giorni di trovarsi in mezzo all’oceano, a bordo di una scialuppa di salvataggio e in compagnia di una tigre del Bengala. A meno che non si parli per metafore. In Vita di Pi ci sono entrambe le dimensioni: quella pratica, del corpo, e quella dello spirito, ed entrambe sono l’uno lo specchio dell’altra. Ci sono un ragazzo in carne e ossa, un animale pericoloso, una distesa d’acqua sconfinata e vari dettagli botanici e zoologici. Ma anche la ricerca di se stessi, di Dio e il passaggio dalla vita infantile a quella adulta. Il tutto dosato a meraviglia. Non è un caso che il protagonista racconti fin da subito di essersi laureato in zoologia e in teologia, due materie apparentemente antitetiche ma che danno la misura di una visione del mondo omnicomprensiva.

martel-754389Il romanzo di Yann Martel può infatti essere letto su due livelli (e da pubblici diversi): sul primo scorrono le vicende di un ragazzino indiano che salpa alla volta del Canada, in cerca di fortuna, insieme alla famiglia d’origine. Un sedicenne introverso, curioso e aderente a tre fedi diversi (induismo, cristianesimo e Islam) e alle innumerevoli divinità di un panteon particolarmente affollato. Ma a una lettura più profonda, si può scorgere il cammino intrapreso da ogni uomo in Terra, anche se le domande esistenziali che permeano il racconto sono certamente frutto di una sensibilità elaborata.

Pi è il diminutivo di un nome imbarazzante (Piscine) ma anche una cifra infinita (il famoso pi greco che tutti abbiamo studiato). In modo simile a quanto avviene nella migliore letteratura indiana, nel romanzo di Martel tutto è collegato a tutto: Dio e natura, matematica e filosofia, angoscia e felicità suprema. Con un linguaggio semplice e asciutto, l’autore guida il lettore verso altri scenari, lasciandogli la libertà di interpretare tutto quanto sia sotto i suoi occhi, compreso lo spiazzante finale. A fine lettura, infatti, è inevitabile chiedersi quanto ci sia di reale (sempre letterariamente parlando) e quanto di inventato nel metaracconto (quello del protagonista, non dell’autore). È per questo che si sconsiglia la visione del film prima di aver letto il libro, sia per non sciupare la sorpresa delle ultime pagine, sia perché le immagini di Ang Lee hanno una tale potenza da imprimersi nella memoria, impedendo alla fantasia di avere la meglio nel corso della lettura. Vita di Pi è un libro pieno di sentimento, poesia e pensiero. Un’opera che del classico best seller ha ben poco, se si esclude la sua fruibilità.

Vita di PiTitolo: Vita di Pi
Autore: Yann Martel
Casa Editrice: Piemme (collana Bestseller)
Dati: 2o07, 334 pp, € 17,50

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La profondità del suo sguardo

Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004
Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004

I colori sono incredibili – il rosso fuoco dei veli delle donne che si chiudono in cerchio, colte da un’improvvisa tempesta di sabbia nel Rajasthan – tanto intensi e nitidi da apparire spesso innaturali. Alcune pose dei personaggi ritratti sono sorprendenti, irripetibili, come nel caso delle fotografie scattate nei monasteri Shaolin, in Cina, o quello ancor più stupefacente dei pescatori arrampicati su uno stelo di legno in mezzo al mare dello Sri Lanka. I paesaggi, naturali o urbani, lasciano a bocca aperta generando nello spettatore un automatico desiderio d’Oriente. Poi ci sono gli occhi e sono senza alcun dubbio l’aspetto più affascinante e coinvolgente degli scatti di Steve McCurry raccolti nella mostra Viaggio intorno all’uomo, a Genova, negli spazi del sottoporticato di Palazzo Ducale, fino al 24 febbraio.

Steve McCurry, Mumbai, India, 1996
Steve McCurry, Mumbai, India, 1996

Attraversando la raccolta di oltre 200 fotografie suddivise in cinque sezioni splendidamente allestite, non si può fare a meno di incrociare gli sguardi ritratti da McCurry con la sensazione di essere a nostra volta osservati. Non sono tanto gli occhi famosi e un po’ stanchi di Robert De Niro o quelli di Aung San Suu Kyi, che si distaccano dall’obiettivo, come colti da un pensiero, a generare la vitalità estrema dell’immagine, ma quelli umidi e profondi dei nomadi indiani, che sembrano ancor più chiari in contrasto con il colore della pelle.

Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984
Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984

Emblema di tutti gli altri occhi sono quelli della ragazza afgana diventata famosissima in tutto il mondo proprio grazie alla foto che McCurry le ha scattato nel campo nomadi di Peshawar, in Pakistan, nel 1984. Il risultato di pochi scatti rubati prima che Sharbat Gula fuggisse impaurita dalla macchina fotografica che, forse, vedeva per la prima volta in vita sua. «Ho capito subito che era un ritratto importante per la profondità del suo sguardo, che raccontava tutta la tristezza della condizione del popolo afgano costretto a vivere nelle tende di questi campi profughi – spiega il fotografo – . […] Lei guardava il mio obiettivo in modo curioso». Lo stesso grado estremo di curiosità con cui l’obiettivo guardava lei, cercando di comprenderne la natura che si palesava attraverso lo specchio degli occhi per immortalarla istantaneamente. Perché il fotografo non è altro che un uomo ridotto al solo suo sguardo e McCurry è sguardo che si apre agli altri sguardi, li ricerca senza sosta, ne è irrimediabilmente attratto, se ne appropria perché chiunque possa incontrarne e conoscerne la profondità.

Fino al 24 febbraio 2013
Palazzo Ducale
Piazza Giacomo Matteotti 9, Genova
Info: www.stevemccurrygenova.it

Capire l’India moderna grazie a un racconto fanta–reale

È solo una questione di pazienza. Alcuni libri non catturano subito l’attenzione del lettore. Ma, come succede anche nella vita, spesso sono i migliori. Le prime cento pagine de I figli della mezzanotte, infatti, non scorrono. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a una serie di dettagli inutili, troppo precisi per chi ancora non sia nel bel mezzo della storia. Ma Rushdie è uno scrittore magico: ogni minuzia trova la propria spiegazione un centinaio di pagine più in là e il lettore paziente viene premiato da un romanzo appassionante, umanamente ricco, spiazzante. Il libro racconta le vicende dei mille bambini nati il 15 agosto 1947, a mezzanotte. La stessa data in cui l’India proclamò l’indipendenza dall’Impero britannico. A distinguerli dagli altri, sono le loro doti straordinarie: c’è chi possiede una forza erculea, chi sa viaggiare nel tempo, chi riesce a far sparire le persone e chi, come il protagonista, è in grado di leggere nella mente altrui.

È proprio Salem Sinai che, in punto di morte, racconta il prima, il durante e il dopo questa data-spartiacque, inserendo nel fiume di parole centinaia di particolari apparentemente inspiegabili, ma collegati l’uno all’altro da un filo invisibile, di cui ci si rende conto solo proseguendo con la lettura e non scoraggiandosi al primo ostacolo. Perché gli indiani hanno la splendida capacità di trovare collegamenti tra tutte le cose e un senso anche laddove non sembra ci sia. La loro cultura è olistica, omnicomprensiva, enciclopedica; non è soggetta alle leggi occidentali della linearità. Per questo, credo che leggere I figli della mezzanotte sia soprattutto un’esperienza per la mente, una spinta a ragionare in modo diverso, utile a chiunque voglia penetrare i segreti di una storia, di una nazione e, perché no, della vita senza troppi punti e virgole, ma abbandonandosi al vortice logorroico di Rushdie.

I figli della mezzanotte è come una giungla, apparentemente ostile, ma generosa con chiunque riesca ad attraversarla. Il flusso di pensieri dell’autore-protagonista (rimane sempre il dubbio che la storia non sia del tutto inventata) è paragonabile a un racconto per immagini. Molte, infatti, le metafore cinematografiche. E come potrebbe essere altrimenti? Non dimentichiamo che l’India è anche Bollywood. Infatti la storia si svolge principalmente a Bombay, dove Salman va spesso al cinema e ha modo di ammirare divi e dive, non solo sullo schermo, ma anche per la strada e tra i suoi parenti, tra cui lo zio adorato e la moglie, attrice melodrammatica. Non solo: il famoso Pioneer Cafè è luogo di soste a metà tra il deluso e lo speranzoso delle tante comparse in attesa di un ingaggio.

Il linguaggio stesso è cinematografico: molti i primi piani, i dettagli e i flashback. Termini talvolta utilizzati esplicitamente ma più spesso suggeriti dal modo di procedere, che lascia la sensazione di essere al cinema, più che sul divano di casa. Sconsigliato a chi si aspetta una storia immediatamente comprensibile. Consigliato, invece, a chi è disposto ad affrontare centinaia di pagine per godersi alla fine uno splendido panorama.

Titolo: I figli della mezzanotte
Autore: Salman Rushdie
Editore: Mondadori
Dati: 2007, XVI-525 pp., 9,40 €

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Le foto sono di Mario e Thomas, viaggiatori. Qui il loro blog

Wanderful Asia #10 – C'era una volta in India

Deve esserci un’altra India nascosta da qualche parte, tra le montagne e il mare, tra i campi e le colline. Sono sicuro che ci sia, come sono sicuro che ci siano le tigri e i ghepardi sulla Terra. Ne leggi e ne vedi le foto, qualche volta. A volte poi ti rechi nei luoghi in cui sono state scattate e anche se in cuor tuo speri di poter scattare tu stesso foto del genere, sai che sarà difficile e che incontri del genere sono rari e magici.

Ma per fortuna gli indiani sono ben lungi dall’essere una specie a rischio di estinzione e abbiamo pensato che non ci sarebbe voluto troppo per abituarci a questo complesso e sovraffollato paese. Beh, non è andata così e l’impressione che ci è rimasta è che qualcosa stia scomparendo. È difficile spiegare cosa. Si tratta più che altro di una differenza.

La differenza tra la calda umanità delle storie di Dalrymple e la grigia indifferenza di molti che incontri. La differenza tra l’ospitalità spontanea dei più poveri e lo sfruttamento aggressivo di tutto da parte di una classe media rampante. La differenza tra un sogno di non-violenza e l’eredità di una competitività brutale.

L’India, almeno quella di cui si parla nelle notizie – la tigre asiatica, il paese in espansione, l’economia in costante crescita – è più che altro un paese con una fortissima competizione e l’impressione è che ben poco del fiume di denaro che vi scorre venga utlizzato per livellare i suoi molti contrasti. Forse non c’è piaciuta l’India per via di ciò che rappresenta, di come lo rappresenta brutalmente alla luce del sole, senza alcun velo di ipocrisia che ne sfumi i taglienti contorni.

Non c’è posto migliore per osservare i fallimenti del nostro modello di sviluppo di un enorme paese in via di sviluppo: l’India si è arresa senza combattere allo stesso modello che noi, che l’abbiamo inventato, mettiamo sempre più spesso in discussione. Forse le nostre aspettative erano troppo alte, forse abbiamo letto troppo. O forse Arundhati Roy ha ragione e l’India non è stata capace di mantenere le promesse che ha fatto a se stessa e al mondo.

Normalmente entriamo in un paese senza pregiudizi, ci facciamo un’idea nostra e spesso finiamo per avere opinioni diverse su cosa abbiamo visto. Stavolta però, non c’è stata discussione. L’India ci ha deluso.

[Il blog di Mario e Thomas]

 


di William Dalrymple vi consigliamo tre titoli (tutti editi da Rizzoli e tutti caratterizzati dalla stessa semplicità di lettura sebbene assolutamente eruditi e complessi). L’assedio di Delhi, In IndiaNella terra dei Moghul bianchi.

1350_in_india_dalrymple.html7106_nella_terra_dei_moghul_bianchi_dalrymple.htmlL' Assedio di Delhi

Wanderful Asia #9 – La guida alle guide dell'uomo qualunque.

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 11210 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.

Questa settimana delle riflessioni critiche sullo sguardo del viaggiatore e sui suoi strumenti. Mario e Thomas sono ad Hanoi, Vietnam, mentre in India sono state scattate le due foto che ho scelto a corredo di questo articolo sebbene i due l’abbiano proposto di solo testo nel proprio blog.


All’inzio era un pianeta solitario. Poi arrivò la Lonely Planet. Per quanto sia una guida utile (noi stessi ne abbiamo comprate parecchie), ci sembra che in un certo senso stia cannibalizzando se stessa, uccidendo proprio il tipo di turismo che teoricamente dovrebbe incoraggiare.

Il problema è che questa guida (e tutti i suoi vari cloni) è diventata la Sacra Bibbia del viaggiatore, l’unica e sola fonte di informazione che chiunque possa mai desiderare (e realmente leggere), il vademecum globale che torna utile per ogni occasione. Molte persone seguono le indicazioni alla lettera come se fossero una sorta di intoccabile ricetta per la vacanza -e si perdono se il sale è “un pizzico” e non 25 milligrammi- e la convinzione generale è che senza una LP non riuscirete a “sfuttare l’esperienza al massimo” (che a quanto pare è il mantra delle nuove generazioni).

Abbiamo conosciuto persone tristi (sì!) per essere tornate a casa senza aver potuto completare la lista delle attività suggerite. Abbiamo visto gente girare le città con il naso ficcato tra le sacre pagine e il dito piantato su un punto della mappa, intenti a memorizzare il nome della tappa successiva. Abbiamo ascoltato discorsi in cui le descrizioni dei posti erano così aderenti al Verbo che potevi dire l’esatto numero di pagina da cui erano prese (una delle nostre favorite è quella in cui ci si dice di fare attenzione perché “lì mettono narcotici nei drink”. Beh, fidatevi, abbiamo cercato parecchio ma non abbiamo mai trovato un posto in cui lo facessero (gratis).

Il nostro suggerimento per questo tipo di persone è semplice: perdetevi. Comprate la Lonely Planet se volete, studiatevela a casa (e leggete anche altro visto che ci siete) e poi, per l’amor di Dio, lasciatela lì! Non serve un manuale per trovare una pensione, non serve una mappa della città da cinque centimetri quando potete averne una dieci volte più grande in qualsiasi hotel, non volete veramente finire in qualche posto pieno di stranieri (e cibo straniero, canali TV stranieri, libri stranieri). Soprattutto, non volete andare dove vanno tutti quanti. Quando si tratta di classificare viaggi (ammesso che la cosa abbia un senso) c’è il viaggio migliore, il viaggio peggiore e il viaggio uguale a tutti gli altri. L’ultimo è il più triste.

In compenso abbiamo un sacco di idee per i tipi della LP.

Primo, eliminate i capitoli storici. Riassumere interi secoli in 25 linee incoraggia l’ignoranza invece di combatterla e comunque qualsiasi pagina Wikipedia su qualsiasi Paese è più accurata e attinente di quei tristi e asettici riassuntini. Per contro, un bibliografia più accurata e una lista di media consigliati (film, musica, arte, ecc.) sarebbe molto apprezzata.

Poi ci sarebbe la faccenda delle sistemazioni. Per favore, smettetela con questa cosa de “la nostra scelta” e smettetela subito. Dev’essere una cosa nuova, perché non la ricordiamo nelle vecchie edizioni, ma è letale. La gente è pigra, andrà semplicemente al posto indicato come “scelto” e lì nel migliore dei casi troverà una folla in attesa del check-in (e nel peggiore un cattivo servizio, personale svogliato e prezzi alti).

Inoltre, trattenetevi dal recensire cose mediocri. Lo spazio su una guida è prezioso, non c’è motivo di parlare di sistemazioni che non sono buone come le altre in lista. Dopotutto lo scopo è consigliare in posti in cui andare, non quelli da evitare. Perché diamine qualcuno dovrebbe scegliere un hotel che “ha bisogno urgente di ristrutturazioni” quando nella stessa fascia di prezzo si può averne uno con “deliziose stanze bianche con mobili di bambù”?

Se comunque doveste insistere nel recensire le sistemazioni per la notte, ecco alcuni suggerimenti.  Evitate di inserire frasi che possano in qualsiasi modo indurre il lettore a preferire un posto a un altro. Siccome è praticamente impossibile, dovreste rassegnarvi a una lista di caratteristiche (prezzo, location, pulizia, eccetera) e un sistema di voti. Potreste usare numeri, lettere o una scala col cursore (no, il sistema con 5 stelle non è più trendy e non darebbe quell’aspetto moderno e fresco di cui i vostri responsabili marketing si vantano tanto). Come risultato le recensioni sarebbero più facili da aggiornare e prenderebbero meno spazio sulla guida, se ne potrebbero mettere di più e questo contribuirebbe a meglio distribuire il gregge (di turisti) tra i vari posti.
L’importante è rendere impossibile, anche al più determinato dei tedeschi, stabilire una classifica assoluta dei posti basandosi unicamente sui loro pro e contro.

Se proprio non riuscite a fare a meno delle recensioni, trovate almeno un modo per metterle a rotazione tra le varie edizioni, così che più posti possano essere considerati e nessuno riceva più attenzione degli altri solo perché “raccomandatao da Lonely Planet” (che ormai è una cosa talmente diffusa che alcuni posti si vantano di “NON essere raccomandati da Lonely Planet”). Lo sappiamo che è una sfida difficile, ma voi siete gente tosta, no? E se poi seguiste il nostro ultimo suggerimento la vostra vita sarebbe ancora più facile…

Passate al digitale! E non intendiamo vendere versioni PDF della guida cartacea, come se premere “save as” sul vostro word processor fosse la stessa cosa che riscrivere tutto da capo. Create una versione digitale degna di questo nome, che permetta ricerche veloci e contenga qualche magia della geolocalizzazione, una calendario con i reminder, previsioni del tempo, log di viaggio e altra roba così. Potremmo anche decidere di contribuire, postando recensioni e scambiano informazioni, in sostanza creando quel social network del viaggiatore a cui starete probabilmente pensando da anni ormai (se non è così, è ora di cambiare i responsabili del marketing).

Apprezziamo molto il vostro sforzo di usare fonti affidabili (e magari avere il controllo sui vostri fornitori) ma i libri sono ormai enormi e si stanno mangiando proprio le foreste che dovremmo visitare. Per non parlare del fatto che costituiscono il 20% del peso che portiamo nei nostri zaini. Una volta passati al digitale, aggironare le guide sarebbe un gioco da ragazzi e potreste anche fare cose fighe come randomizzare i risultati delle ricerche così che ciascuno abbia un differente set di consigli sulle escursioni, le sistemazioni e i divertimenti, possa vedere cose diverse e alla fine avere qualcosa di originale e interessante da dire agli altri, nel viaggio verso casa.

In fin dei conti potrà non essere poi così solitario ma è pur sempre l’unico pianeta e voi scrivete guide per molti dei suoi Paesi. Messa così suona parecchio impegnativa, no?

Da Mata Hari a Matta Eri: la parabola di un'epoca labile

L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È  un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi  clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung.

Questa settimana ho scovato Danza fatale, il mistero di Mata Hari, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma  è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia.  Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone.

Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev.  Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado.

Quando scoppia la prima guerra mondiale,  il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito,  troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia?  Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere  relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.
Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, Mata Hari, femme fatale rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti: più che una spia traditrice  c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato.  Altro suggerimento di lettura, Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito).  La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe,  infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.

Titolo: Danza fatale. Il mistero di Mata Hari
Autore: Donatella Bindi Mondaini
Editore: EL
Dati: 2004, 136 pp., 12,00 €

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L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung. Questa settimana ho scovato “Danza fatale, il mistero di Mata Hari”, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia. Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone. Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev. Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado. Quando scoppia la prima guerra mondiale, il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito, troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia? Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.

Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, “Mata Hari, femme fatale” rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti,: più che una spia traditrice c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato. Altro suggerimento di lettura, “Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias”, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito). La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe, infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.