La guerra infinita

Figliolo, è per te che facciamo questa guerra.
John Wayne in Berretti verdi

1024px-Flickr_-_The_U.S._Army_-_Red,_White,_and_Blue

Nel marzo del 2003 George W. Bush autorizzò l’invasione dell’Iraq dando il via a quella che fu dichiarata guerra di liberazione.  Una “guerra in diretta”  della quale, nonostante la morbosa attenzione mediatica, non è possibile decretare, se non approssimativamente, il numero di caduti, fatta eccezione per i morti sul campo delle forze ufficiali di “liberazione”:  a fine 2011 se ne contavano  4.484.  L’impossibilità di riferire dati certi sembra, per alcuni deprecabili smemorati, sminuire la vastità della tragedia, laddove le decine di migliaia di morti delle forze irachene e le ancor più numerose perdite civili fanno della guerra d’Iraq il più sanguinoso dei conflitti moderni.  A dieci anni di distanza, nonostante il colpevole lavoro di rimozione di una parte dei media, e nell’attesa che i libri di storia (previsione ottimistica oltre misura) facciano luce sul reale senso di questo olocausto in divenire, un percorso di riflessione è possibile anche grazie a Kevin Powers e al suo romanzo d’esordio Yellow birds, in cui per la prima volta la guerra irachena è raccontata non da un giornalista, ma da un giovane che in prima linea ha vissuto da soldato, e che è stato capace di restituirci una toccante cronaca di sentimenti. Powers lo fa attraverso la storia del suo alter ego John Bartle, inviato, come tanti altri inconsapevoli giovani, in Iraq nel 2004 a combattere la battaglia di Al Tafar, e della sua infausta e ingenua promessa di prendersi cura dell’amico Daniel, promessa impossibile da mantenere di fronte all’imprevedibilità del fuoco nemico e amico, e alla prevedibilità degli effetti della guerra sulla psiche. Così, tradito il giuramento, John precipita in un vortice depressivo, perseguitato dal fantasma dell’amico e dal senso di colpa per esserci stato, lì tra gli orrori, ed esserci ancora, oggi, lontano dall’Iraq solo geograficamente.

Pur scandito dai momenti cruciali della vita del protagonista, il racconto avanza per flashback, con una storia da ricostruire, senza il pericolo di perdersi, perché Powers si impegna a prendere il lettore per mano e a condurlo passo dopo passo, come farebbe un padre che accompagna un figlio sui luoghi della propria giovinezza, per spiegare ciò che è stato, con la sua lirica perfetta e leggera che, paradossalmente, rende la tragedia ancora più immane; perché di tragedia e di morte si narra, sin dall’incipit: La guerra provò a ucciderci in primavera.  La compagnia quotidiana della paura della morte rende ordinaria quell’angoscia e normale la lotta per la sopravvivenza, e nonostante lo spirito di corpo e l’amicizia nata tra la polvere, la paura è tale che l’individualismo, a cui ci ha abituati la tranquilla e pacifica vita nella nostra società occidentale, è pronunciato a dismisura perché Se muori tu, aumentano le probabilità che non muoia io. È ciò che fa la guerra, uccide: la vera grande arma di distruzione di massa in terra d’Iraq.

Ma quella guerra non ha prodotto, con la sua efficientissima industria, solo morti sul campo, milioni di profughi ed esiliati, elevati tassi di mortalità infantile post-bellica (sono inconfutabili gli effetti dei materiali tossici, disseminati sul territorio, sulla gravidanza), essa porta con se i drammi delle famiglie e dei reduci. Al disturbo post-traumetico da stress (che accomuna, secondo recenti studi, i veterani delle guerre del Golfo e i sopravvissuti all’Olocausto) si accompagnano fenomeni di emarginazione sociale, che segnano oggi in America un’alta percentuale di suicidi; e a questo  triste e drammatico destino non si sottrae John Bartle, il quale faticosamente e fortunatamente rimane intrappolato in una rete familiare che gli consentirà di riappropriarsi di quelle consuetudini quotidiane necessarie ad adattarsi alla normalità della vita e di sfuggire all’abitudine alla violenza.

usa-s-war-machine-fuelled-by-freedom-disparages-islamic-values-1331485187-4617

Un percorso di riadattamento che passa attraverso un’altra lotta, quella contro il ricordo. Destreggiarsi tra l’impossibilità di rimuovere gli orrori vissuti e l’indeterminatezza dei volti dei compagni caduti e delle vittime innocenti,  nonché la difficoltà di dare un senso agli accadimenti, questo forse significa fare i conti con la memoria. Semplicemente.

E se Bartle dubita di se stesso e della sua fedeltà ai fatti, in questa personale impresa di ricostruzione storica (Mi resi conto, fermo in quella chiesa, che esiste una netta distinzione tra ciò che è ricordato, ciò che è detto, e ciò che è vero. E pensai che mai avrei imparato a distinguere tra le cose.), allora dovremmo altresì dubitare della genuinità del racconto di Powers, se non fosse per il fatto che, in questo caso, il confine tra la finzione del romanzo e la documentata realtà della guerra irachena è invisibile. Come invisibile agli occhi dei soldati era il vero fine della missione, uno scopo vago ed estraneo come le albe e i crepuscoli indistinguibili che lo accompagnavano, laddove oggi, invece, come acclarato, quello scopo ha assunto colori ben definiti, quello dei dollari e dell’oro nero.

Dopo questo triste, intenso, e bel romanzo di formazione, aspettiamo Kevin Powers alla prossima prova letteraria; nell’attesa ci si può soffermare e riflettere su quale apporto al miglioramento della condizione umana possano dare quei paesi che perseguono la pace, esportano la guerra, e cercano il petrolio.

9788806213800Titolo: Yellow birds
Autore: Kevin Powers
Editore: Einaudi. Stile libero big
Dati: 2013, 192 pp., prezzo € 17,00

Acquistalo su Amazon.it

La festa dell'inizio di qualcos'altro

L'inizio - Sonja DanowskiQuando penso alla bellezza della decadenza, allo splendore dell’autunno, all’intensità della sostanza rappresentativa di ciò che è stato e più non è, immagino sempre (e mi figuro) un ramo di rosa ormai spoglio di foglie, ornato solo delle bacche (che ad annusarle ancora profumano, a toccarle non c’è nulla di più liscio). Quei frutti di rosa rappresentano il ricordo della rosa e il suo futuro. Non c’è più il fiore, ma c’è stato e tornerà ad esserci. La bacca è viva.

Per questa ragione mi ha investita un’ondata di intensità ed empatia quando aprendo L’inizio, albo narrato da Paula Carballeira e illustrato da Sonja Danowski, mi sono trovata dinanzi rami e rami di rosa d’autunno: le spine ancor più irte e pungenti, qualche foglia accartocciata, altre distese ma secche, e decine e decine di bacche che sono vive di un rosso bruno che trasuda profumo di rosa.

L'inizio - Sonja Danowski

Questo albo racconta di ciò che è stato e adesso non c’è più; me ne convinco ancor prima di leggerlo; mi rassicurano però il titolo e le bacche di rosa: racconta anche della speranza di un nuovo inizio. E infatti a sfogliarlo mi ritrovo in strada, dopo una terribile guerra, e mi sento sperduta perchè mi trovo proprio lì, tra pali della luce divelti, muri crollati, a camminare tra pezzi di legno che una volta erano porte, finestre. Respiro la polvere grigia come l’aria e mi soffermo a guardare una carrozzina quasi schiacciata tra delle assi e una bicicletta dalle ruote contorte. Poi incontro una famiglia: i volti giovani e luminosi dei genitori mi rassicurano, quelli dei due piccoli celano un inconsapevole desiderio di rivalsa. Sono ombrosi, corrucciati: non hanno più casa; però hanno una macchina per dormire e in qualche modo ce la faranno. Questo lo so, perché ricordo le bacche e perché alcune di loro, a un certo punto, diventano strumento di gioco e s’aggiungono a qualche biglia colorata su di un marciapiede.

L'inizio - Sonja Danowski

Le parole di Apula Carballeira sono portatrici di speranza e dicono con levità di pace e speranza. La voce narrante, non a caso, è quella di un bambino. La si percepisce impaurita e stanca ma capace di entusiasmarsi ascoltando i racconti di ricette di un vecchio cuoco o nel prendere coscienza del suo essere sopravvissuto, del non essere solo, della possibilità di giocare, di ricominciare.

Ho trovato le illustrazioni iperrealiste di Sonja Danowski di una vitalità struggente: curate in ogni dettaglio si dischiudono in un istante, come certi sorrisi; pochi colori, peraltro tenui, e molto grigio danno luogo e tempo a distruzione, smarrimento, rinascita e coinvolgono, raccontando meravigliosamente.

Titolo: L’inizio
Autore: Paula Carballeira, Sonja Danowski
Editore: Kalandraka
Dati: 2012, 36 pp., 14,00 €

Acquistalo su Webster.it

Il realismo magico dello zoo di mezzanotte

C’è una qualità che su tutte impera in questo romanzo di Sonya Hartnett: la misura calibrata tra lirismo e fermezza del tono. Lo zoo di Mezzanotte risuona di ululati, lamenti sussurrati, parole, vagiti di neonati e sogni. Lo zoo di Mezzanotte risuona, fortemente, di latrati affamati, di guerra, di libertà. Una libertà paradossale e ferma, una libertà che nemmeno le sbarre reali delle gabbie, così come quelle razziali, possono limitare.

Lo zoo di mezzanotte - Andrea OffermanLo zoo di mezzanotte - Andrea Offerman

Ci sono tre bambini nello zoo; sono arrivati in questo piccolo posto che sopravvive integro all’interno di un paese distrutto dopo una lunga fuga dai soldati che hanno sterminato la loro famiglia e tutte le famiglie cui si accompagnavano. Sono rom, sono fratelli, sono due bimbi e una neonata. Sono tutti e tre portatori di una saggezza e una forza che solo il dolore può conferire oppure lo stile senza sbavature, senza indugi zuccherosi, di una scrittrice.

Leggendo, sono stata portata a pensare che la guerra che bimbi e animali subiscono fosse la Seconda Guerra Mondiale. In realtà quella è la guerra che nella mia memoria è più radicata, la guerra cui penso quando di guerra si parla, ma quella de Lo zoo di mezzanotte potrebbe essere anche la guerra serbo-croata. O qualsiasi altra guerra abbia lacerato infanzie e vite.

L’avventura si coniuga con la Storia, con la ricerca della libertà con la speranza, alternando riflessioni filosofiche profonde a ingenue paure infantili; grazie a ciò i piccoli, pur essendo investiti da un ruolo adulto, restano tali agli occhi del lettore che ne fa un esempio di coraggio, fratellanza e generosa determinazione. I personaggi sono tutti, animali e bambini, assolutamente genuini e unici. Nessuno si rifà all’altro, ciascuno ha le proprie paure, i propri ricordi; tutti lo stesso sogno: riconquistare la libertà; libertà che non è solo il poter oltrepassare le sbarre, quanto piuttosto potersi affrancare dal controllo altrui, dall’essere dipendenti da mani altre, dallo sfuggire alla crudeltà e al razzismo umano che nemmeno sotto le bombe s’affievolisce, dall’evadere dalla guerra che tutto schiaccia senza cognizione o dubbio.

Attraverso i racconti struggenti degli animali in gabbia si intersecano tasselli di storia nella macrostoria della guerra che colpiscono l’immaginario emotivo per il loro essere così pregnanti nonostante siano raccontati da dietro alle sbarre e con voce animale. I bambini apportano ad ogni scena un’umanità densa di tradizione e saggezza che smarriscono. Questo romanzo lo rileggerò. Lo regalerò. Ne suggerisco senza dubbio la lettura.

“Andrej non trovava un senso per quel mondo: era l’involucro duro e gelido di una realtà priva di compassione. Ma nonostante tutto aveva ancora fiducia. E si stupì di scoprirlo e di capire che al di là del dolore e della disillusione, credeva ancora in un mondo buono. E quanto più diventava difficile trovare la bontà. Tanto più si rafforzava la sua convinzione che esitesse”.

Lo zoo di mezzanotte - Andrea OffermanLo zoo di mezzanotte - Andrea Offerman

Le illustrazioni che ho messo a corredo dell’articolo arricchiscono l’edizione originale e sono di Andrea Offerman.

copertina zoo di mezzanotteTitolo: Lo zoo di mezzanotte
Autore: Sonya Hartnett
Editore: Cairo Publishing
Dati: 2012, 220 pp., 13,00 €

Acquistalo su Webster.it

Brevissimo aggiornamento sulla distruzione delle Indie

Cochabamba, Bolivia, anno 2000. Una troupe spagnola gira un film epico e coraggioso sulla conquista dell’America, la riduzione in schiavitù degli indios, il loro sterminio. Sebastián, il regista – con lo sguardo incantato di Gael García Bernal – è un idealista che da sette anni cerca di realizzare il sogno di portare sul grande schermo la storia poco conosciuta di padre Antonio de Montesinos, il primo che ebbe il coraggio di denunciare gli orrori della gloriosa impresa spagnola “nelle Indie” e la connivenza della Chiesa Cattolica. Montesinos – che pagò la sua onestà con la morte – ispirò la presa di coscienza del domenicano Bartolomé de las Casas, inizialmente lui stesso proprietario di schiavi, più tardi campione della causa india (difensore dell’argomento teologico che gli indios avessero, in effetti, un’anima e fossero quindi umani, non bestie) e autore della Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, forse il documento più importante alla base delle riforme legislative dell’imperatore Carlo V per l’abolizione della schiavitù.

L’intento di Sebastián è di realizzare un lavoro filologicamente fondato, basato su testi e testimonianze originali dell’epoca. Colombo per lui non è mai come ce lo raccontano in Italia: il sognatore indefesso che convinse Fernando e Isabella a finanziare il suo viaggio oltre le colonne d’Ercole, oltre i confini del mondo conosciuto, oltre la verità scientifica della Terra piatta; quello che Colombo cerca è l’oro da mandare ai suoi mecenati, costi quel che costi. E gli indios non restano indifferenti a farsi massacrare: resistono come possono e hanno un leader che si chiama Hatuey.


Il contraltare del regista è – come spesso succede nella realtà – il suo produttore, Costa (Luis Tosar); che ha scelto come location le montagne della Bolivia invece delle spiagge delle Antille (il 12 ottobre 1492 Colombo toccò terra in quelle che oggi sono le Bahamas) perché tutto lì è meno caro e con due miseri dollari al giorno il film può avere tutte le comparse che servono. Certo: gli indios boliviani sono quechua e non taini, ma quale pubblico europeo o nordamericano noterà mai la differenza nei loro tratti o quando recitano parlando la loro lingua? Budget batte filologia, si sa.

Fin qui la trama. Complicata dal fatto che proprio durante le riprese a Cochabamba scoppia una rivolta campesina contro la privatizzazione dell’acqua e a capeggiarla è Daniel, lo stesso indio che recita Hatuey; che, picchiato a sangue dalla polizia durante le manifestazioni e chiuso in carcere, non potrà girare la scena madre del film, rischiando così di far saltare tutta la produzione.
Le “meta-storie” non sono facili da gestire e Icíar Bollaín sicuramente azzarda: También la lluvia (che in italiano dovrebbe tradursi “persino la pioggia”) è un film su girare un film durante il quale si gira anche materiale per il back-stage; e soprattutto è un film in cui gli indios al tempo stesso guardano raccontare la loro storia e la rivivono oggi in versione “privatizzazione di beni essenziali”, una riedizione dei vecchi “aggiustamenti strutturali” degli anni Ottanta come (mutatis mutandis?) dell’originaria corsa all’oro dei conquistadores.

Potevano esserci troppi parallelismi, il risultato poteva essere scontato o banale. La narrazione, invece – grazie anche a un ottimo montaggio – si limita a suggerire discretamente allo spettatore le crepe su cui affacciarsi per non perdersi in questo racconto incrociato su molteplici livelli, in cui ogni personaggio è “se stesso” e anche il personaggio storico che interpreta, comprese le comparse.
La chiave di lettura più immediata è ovviamente quella di Hatuey/Daniel, l’indio che da cinque secoli resiste e verrà sempre sconfitto; ma non è l’unica possibile. E se il punto, invece, fosse proprio la coppia Montesinos/Las Casas che doveva essere al centro del film nel film? Non il colonizzato ma il colonizzatore; non “l’altro” – che sa perfettamente dove si trova – ma noi: col nostro idealismo da intellettuali, gli studi post-coloniali, la moneta forte come lasciapassare, siamo noi che rischiamo di perderci ogni volta che attraversiamo un confine; e ci ritroviamo, a volte, inaspettatamente diversi.

Gli scrittori e i registi spagnoli esplorano e pungolano senza remore la coscienza storica (a volte parecchio sporca) del loro paese, raccontando con grande sensibilità periodi e eventi controversi, del passato recente e più lontano. Come sarebbe in Italia un film sulla nostra storia coloniale, quella che nessuno racconta, che quasi nessuno ricorda più, e che pure inevitabilmente ritorna – corsi e ricorsi – nelle nostre notizie d’attualità: la Libia, l’Etiopia, la Somalia, l’Eritrea, l’Albania?
Per También la lluvia non è prevista al momento la distribuzione in Italia; per tutto il resto, rimaniamo in attesa di ispirazione.

 

También la lluvia, 2010
diretto da Icíar Bollaín
con Gael García Bernal, Luis Tosar, Carlos Aduviri e Karra Elejalde (premio Goya 2011 per il miglior ruolo secondario maschile, nella parte dell’attore che interpreta Colombo)
disponibile in DVD dal 15 giugno 2011

Prima che fosse troppo tardi

Siamo all’inizio degli anni Novanta: il muro di Berlino è appena crollato, portandosi dietro la “cortina di ferro”; l’Unione Sovietica è sul punto di dissolversi, lasciando il mondo brevemente orfano del grande nemico comune contro cui coalizzarsi; la Jugoslavia di Tito scivola rapidamente fuori dal federalismo, in una corsa di lì a poco sfrenata verso l’indipendenza.
Divko Buntic (il sempre bravissimo Miki Manojlovic) decide di rientrare in Erzegovina dopo vent’anni di “esilio” in Germania. Torna, come tutti gli emigranti, deciso a fare bella mostra del suo successo e della nuova posizione che i Deutschmark gli garantiscono nel villaggio natale: arriva alla guida di una Mercedes rosso fiammante, accompagnato da una fidanzata giovane e fin troppo “moderna”, Azra (Jelena Stupljanin), e da Bonny, il suo gatto nero portafortuna.

Come prima cosa Divko fa sfrattare sua moglie Lucija (Mira Furlan) dalla casa di famiglia in cui era rimasta ad abitare durante la sua assenza e ne riprende possesso come niente fosse, con la pentola della minestra sul fuoco; poi cerca di conquistarsi l’affetto del figlio Martin (Boris Ler), che non aveva mai conosciuto e con il quale non aveva mai cercato di mettersi in contatto. In teoria, Divko è tornato per “sistemare le carte del divorzio” e sposare Azra, ma in pratica sembra che il suo scopo sia tormentare Lucija; il fatto è che i due, da ragazzi, si amavano follemente, benché lei appartenesse a una famiglia di partigiani (comunisti) e lui ad una di ustascia (croati ultranazionalisti e fascisti): “come Romeo e Giulietta – spiega Martin – solo che sopravvivono e si odiano”.

Divko era fuggito dalla Jugoslavia proprio a causa di questa storia familiare, temendo le rappresaglie dei compagni comunisti durante il servizio militare; ma dall’estero ha poi sostenuto finanziariamente l’opposizione al regime socialista e la “causa croata” – fino a quando tutto questo investimento non comincia a rivoltarglisi contro.
Danis Tanovic racconta una storia domestica per niente epica, ambientata in un’estate assolata e sonnolenta, popolata di caratteri minori (ma perfettamente rappresentativi) che fanno parte, in un modo o in un altro, della famiglia: il vecchio sindaco che porta in salvo il busto di Tito, il capitano dell’esercito che non riesce a definirsi serbo invece che jugoslavo, il nuovo sindaco che applica sempre la legge dalla parte del più forte, il migliore amico che si perde nella tuta mimetica; persino il gatto, che a un certo punto decide di partire da solo a esplorare il mondo.

Il film è una specie di “istantanea” scattata su quel lato della Bosnia-Erzegovina – quello vicino alla Croazia – un attimo prima che fosse troppo tardi. Di quelle che si scattano per caso e solo dopo, ritrovandole a distanza di tempo, ci si accorge che hanno fissato dettagli cruciali, che allora sembravano insignificanti. Una tragifarsa sull’amore, la famiglia (il sangue che non è acqua) il mondo che cambia troppo velocemente e certe cose che invece non cambiano mai – come Cirkus Columbia, la vecchia giostra del paese; piena di ironia “alla balcanica” sottile, nera e leggermente assurda.
Senza retorica pacifista, senza elogio della convivenza a tutti i costi; dal regista dello straordinario No Man’s Land, una storia ambientata quando ancora l’idea che si potesse bombardare il ponte di Mostar sembrava impensabile per chiunque. Nelle sale italiane a fine maggio.

Cirkus Columbia
Bosnia-Herzegovina, Francia, Gran Bretagna, Germania, Slovenia, Belgio, Serbia 2010
regia di Danis Tanovic
con Miki Manojlovic, Boris Ler, Mira Furlan, Milan Strljic, Jelena Stupljanin.

.

Donne in guerra contro la guerra

[flgallery id=12 /]

Esiste una guerra che si declina al maschile: sangue, nemico, cadavere, scontro. E ne esiste un’altra che si declina al femminile, in cui quelle stesse parole diventano vita, persona, vittima, protesta. Lo Yin del fronte di prima linea e lo Yang delle conseguenze indelebili che esso si porta dietro. Donna come simbolo di una sensibilità che appartiene sì all’universo femminile, ma che, al di là di ogni rigido riferimento di sesso, esprime un più generico sentimento di estraneità, o partecipazione involontaria, all’azione bellica; il fronte “intimo” della guerra, quello più delle volte trascurato e taciuto nei libri di storia.

L’arte, quando si intreccia alla vita per raccontarne le sofferenze e le infelicità, ora sa essere strumento di catarsi, ora diventa mezzo di denuncia, come nel caso delle Donne di terracotta di Marian Heyerdahl, artista norvegese che fa della propria arte un canale per raccontare e condannare i segni inferti dalla guerra, quei dolori che portano in sé i germi del desiderio della rinascita e che si fanno appello di pace.

Traendo ispirazione dall’esercito di sculture cinese in terracotta di Xi’an, l’artista reinterpreta le figure di guerrieri in chiave femminile: non più un’armata pronta all’attacco per difendere l’imperatore, ma, in un rovesciamento semantico, donne-soldato in guerra contro la guerra. Un’opera di rivisitazione che, annullando le barriere tra l’antico e il contemporaneo, pone il proprio messaggio di pace in una dimensione metastorica: la tecnica, il materiale, l’iconografia appartengono al linguaggio formale di quell’antica tradizione cinese del II sec. a.C., ma raccontano storie senza tempo, a sottolineare la triste verità che la storia si ripete e che le vittime di guerra sono percorse da un identico dolore, qualunque sia il contesto storico.

Una cinquantina le sculture dell’intero progetto, otto quelle esposte a Milano presso il Castello Sforzesco, una piccola rappresentanza in grado comunque di testimoniare il carico di tensione emotiva dell’opera. Ogni donna racconta una singola storia, ma il dolore, frazionato in statue, le unisce e le rende un gruppo compatto. Tutte della medesima grandezza, orientate verso la stessa direzione, in una postura pressoché identica, la ripetitività e la somiglianza vogliono come simboleggiare l’identità negata che è conseguenza della guerra; allo stesso tempo ognuna si fa però portavoce di una vicenda personale, racchiusa in un’espressione, in un particolare, in un colore.

C’è l’amore negato della donna vestita a lutto con l’immagine di un uomo sul petto e nella mano un cuore; c’è la rabbia di chi può protestare solo facendo una linguaccia e non ha altro mezzo d’offesa che puntare il dito contro; c’è la preghiera, unica fonte di speranza rimasta; c’è l’effimero con la sua incertezza di vita racchiusa in un kit di sopravvivenza; ci sono il dolore e il sangue che scorrono in un rubinetto come una vena che il corpo non è più in grado di contenere; c’è la menomazione del corpo; c’è l’impotenza che, bianca come la purezza, rivolge verso l’alto il palmo delle mani a chiedere aiuto; c’è la morte che alla cieca scaglia proiettili e urla di dolore.

Erette, con i piedi ben fissati a terra, lo sguardo in avanti, le donne con dignità e compostezza vanno avanti, nonostante la guerra e a discapito del dolore. Hanno muscoli da uomo perché sono donna e uomo allo stesso tempo, sono come la materia di cui sono fatte, la creta, che malleabile e delicata diventa dura e forte dopo la cottura. Sono donne sole, forti, combattive, solidali. Un esercito senz’armi, che fa della propria vulnerabilità la forza per difendere la vita.

Milano, Corte Ducale del Castello Sforzesco

fino al 27 Giugno 2010

Ingresso gratuito

Orari: 9.00 – 19.00

Info: tel. 02 88463700

Marian Heyerdahl

www.amb-norvegia.it

Un asinello d'argento e la forza dell'innocenza

Due bambine, una infagottata nei vestiti dismessi del fratello maggiore, l’altra riccioluta e piccina, “sgualcita come un monello di strada”, fissano curiose un giovane uomo che, ai piedi di un albero ristà immobile; sembra morto ma non lo è. Si tira sulle braccia e tra le mani stringe un asinello d’argento, le guarda senza vederle, è cieco.

Siamo in Francia, in un piccolo paesino nel Nord della Francia, e l’uomo cieco è un soldato inglese in fuga dalla guerra. Le bambine, con l’aiuto del fratello Pascal, lo proteggeranno e se ne prenderanno cura come solo uno sparuto gruppo di bimbi potrebbe fare e lui li ricambierà raccontando loro delle storie il cui protagonista è sempre il più umile tra gli animali: l’asinello. Storie universali che rivelano il potere dell’innocenza e della semplicità capaci di racchiudere in sé coraggio, generosità, dolcezza.

“Il soldato aprì la mano. L’oggetto che teneva nascosto nel palmo catturò la luce del mattino. Le bambine trasalirono e i loro cuori fecero una capriola. Lì, nel palmo del soldato, brillava un asinello d’argento. Era grande come un topolino, e semplicemente perfetto”.

Da un incontro fortuito nascerà un legame intenso e profondo d’amicizia che regalerà alle bambine delle storie antiche e bellissime (oltre che la sensazione di essere coraggiose ed estremamente fortunate nell’aver ritrovato nel bosco un soldato ferito e nel prendersene cura) e al soldato l’occasione di sgombrare la propria mente dai rumori martellanti della guerra che incessanti lo ossessionano giorno e notte.

Non a caso questo romanzo illustrato, che è anche una raccolta di racconti, si è aggiudicato il Premio Andersen (miglior libro 9/12 anni) “per l’alta, forte e calibratissima misura narrativa. Per aver dato con netta efficacia una rappresentazione intensa e dolente degli orrori della guerra. Per l’umanissimo ritratto che offre dei protagonisti e delle loro infanzie”.

Ogni singola pagina, se non ogni singolo periodo, è un momento lirico. I disegni di Laura Cardin accompagnano con eleganza la traduzione efficace, dolce e potente al contempo, di Claudia Manzolelli che rende con realismo una storia che è di vita, d’amicizia, lealtà e coraggio.

Titolo: L’asinello d’argento
Autore: Sonya Hartnett
Editore: Rizzoli
Dati: 2009, 216 pp., 16,00 €

Acquistalo su Webster.it