Piccolo grande cinema

Se seguite i miei articoli su AltantideZine (sì, certo, come no…) dovreste saperlo: ho una figlia piccola, vedo un sacco di film per bambini e sono un fan di Hayao Miyazaki (nb: ha un nuovo film in cantiere!) e dello Studio Ghibli. Come dicevo la bimba è piccola, forse troppo piccola per andare al cinema, ma con in sala un nuovo film Ghibli scritto da Miyazaki e diretto dal suo delfino Hiromasa Yonebayashi, non abbiamo saputo resistere e siamo andati alla proiezione pomeridiana. Eravamo già preparati al’eventualità che la pupa avrebbe potuto dimostrarsi recalcitrante a stare immobile due ore e che quindi avremmo potuto essere costretti ad abbandonare la visione a metà. Ve lo dico perché così non è stato e il merito è tutto dello studio Ghibli che ancora una volta è riuscito nel miracolo di tenere ferma per due ore, rapita, una marmocchia scatenata di due anni e mezzo.

Il film in questione è Arrietty, vecchio progetto di Miyazaki e Takahata che avevano iniziato ad adattare il romanzo The Borrowers di Mary Norton già una cosa come 40 anni orsono rimandandone di volta in volta la realizzazione per seguire altri progetti. E Arrietty è anche il nome della piccola protagonista della storia, una ragazzina alta poco più di un pollice appartenente a una specie di gnomi che vive sotto i pavimenti delle case degli uomini, i Prendinprestito, o almeno così amano chiamarsi. Con gli esseri umani i Prendinprestito vivono in simbiosi (il termine e scientificamente corretto sarebbe ” da parassiti” ma sapete com’è, cercavo di dare una connotazione positiva), prendono tutto quello che gli serve per la sussistenza, benché in quantità davvero minime: acqua, elettricità, gas, cibo, vestiti e tutto il resto. In effetti sono molto civilizzati.

Loro lo chiamano prestito, ma in realtà non restituiscono nulla anche se, come dicevo, le quantità sono talmente ridotte da essere davvero trascurabili. I piccoli coinquilini del piano di sotto sono usi fare delle piccole incursioni notturne nel mondo degli umani e prendere le cose che occorrono loro: una zolletta di zucchero, un fazzoletto di carta, uno spillo, un pizzico di caffè e cose del genere. Naturalmente il mondo degli uomini è per loro spropositato e per muoversi devono ingegnarsi con rampini, corde e marchingegni vari, senza mai lasciare traccia del loro passaggio. Spettacolari le soluzioni ideate dallo studio Ghibli, sia in termini di sceneggiatura che di animazione.

La storia del film ha inizio quando Arrietty ha raggiunto l’età per incominciare, assieme a suo padre, le spedizioni ai piani di sopra. La minuscola protagonista vive con i suoi genitori sotto il pavimento di una bella villa poco fuori città, dove la noiosa routine è rotta dall’arrivo, al piano degli umani, di un altro adolescente, Sho, costretto a passare un periodo nella quiete della campagna in attesa di un rischioso intervento al cuore. Il mite Sho, al suo arrivo, intravede la piccola Prendinprestito nel giardino della casa e la rivedrà ancora, mettendola nei guai. La regola numero uno per i piccoli gnomi è infatti non essere mai scoperti dagli umani, pena dover al più presto abbandonare la casa e andarsene. Le persecuzioni degli esseri umani hanno già, infatti, quasi fatto estinguere i Prendimprestito e anche la famiglia di Arrietty vive isolata e ha da tempo perso le tracce di qualsiasi altro membro della  propria specie. Senza spoilerare altro vi dirò solo che la piccola famiglia si troverà in pericolo, che c’è un personaggio un po’ cattivello, un gattone, qualche sorpresa e che, naturalmente, tra i due teenager si creerà un legame.

Arriety ancora una volta riporta sullo schermo i temi cari allo studio Ghibli e la sua cifra stilistica: rispetto per i più deboli, ambientalismo, ordinarietà e straordinarietà, realtà e fantasia, che si sovrappongono con la stessa naturalezza con la quale si confondono nell’immaginazione dei bambini. Ancora un grande film firmato Ghibli.

Arrietty (poster usa)Arrietty. Il mondo segreto sotto il pavimento – JAP, 2010
di Hiromasa Yonebayashi
Studio Ghibli – 94 min.

Una vita tra sacrifici e fiori di ciliegio

Ogni volta che si legge un libro dopo aver visto la sua trasposizione cinematografica si ha qualche difficoltà ad esprimere dei giudizi puri. Non foss’altro che per la natura delle immagini, più immediate della parola scritta e che ad essa si vengono a sovrapporre. Spesso riaffiorano allamemoria anche le musiche, condizionando quindi l’atmosfera di un romanzo. Ma Memorie di una geisha è prima di tutto letteratura e lasciamo ad altri lo sterile quesito se sia meglio il libro o il film. Semplicemente, sono due cose diverse.

Per quanto mi riguarda, tanto di cappello ad Arthur Goldenper aver descritto con dovizia di particolari e sensibilità femminile pensieri e sentimenti della protagonista, arricchendo la narrazione di dettagli storici e paesaggistici, ai limiti del pittorico. Come dimenticare ad esempio il volto del padre di Chiyo, scavato dalle rughe e immobilizzato in un’espressione arcaica da una mistura di povertà, fatica, rassegnazione? E come non paragonare la descrizione della casa ubriaca all’arte espressionista?

Tutto il materiale del romanzo è infatti connotato da una visione emotiva delle cose, inaugurata dalla piccola Chiyo, che dopo poche pagine viene strappata alla umile famiglia di origine perché diventi una geisha. Lasciando un padre sopraffatto e una madre morente. La bambina fa così un balzo violento dal suo amato villaggio a picco sul mare alla grande città, Kyoto, dove viene affidata ad un okiya (la casa delle geishe). Il passaggio ad un’altra realtà rappresenta la fine di un’infanzia spensierata, per quanto indigente. Sentimenti adulti e crudeli si impongono davanti ai suoi occhi grigio-azzurri, gli stessi che la renderanno dopo qualche anno una celebrità. Ma non prima di aver vissuto un lungo periodo di sofferenza, durante il quale ogni suo tentativo di fuga viene punito, fino a quando la delusione delle padrone di casa si ritorce contro di lei, trasformandola in una schiava. Gli anni si susseguono e noi assistiamo alla crescita di questa bambina, che si sviluppa quasi in tempo reale, permettendo così un’immedesimazione appassionata.

Il punto di svolta nelle sue speranze è rappresentato dall’incontro con il Presidente, una figura quasi mitologica perché l’unica a rivolgerle delle gentilezze dopo anni di maltrattamenti, perpetrati soprattutto da Hatsumomo, la dissoluta geisha del suo okiya, turbata da un violento senso di competizione. Ma la vera salvezza è Mameha, la geisha per eccellenza, che la adotta come sorella minore per insegnarle l’arte di servire gli uomini ricchi, potenti e soli del Giappone anteguerra. Un destino triste, se letto con gli occhi di una donna occidentale. Ma non per le poche fortunate che, per merito della bellezza, scampavano a un destino di povertà, sostituito da agi, arte e cultura. Una gabbia dorata, dalla quale Chiyo (ormai Sayuri), alla fine, fugge per amore, un sentimento severamente proibito a chi aveva consacrato la sua vita al piacere altrui. Ad accogliere il suo sogno, una New York moderna dalla quale la protagonista inizia il suo racconto in prima persona, ormai libera e felice.

Titolo: Memorie di una geisha
Autore: Arthur Goldenper
Editore: TEA
Dati: 1997, 571 pp., 10,00 €

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Una miniatura dell'animo umano

Sei delicatissimi racconti. Così delicati che si potrebbe trovarli privi di appeal. Ammetto che anch’io, ferma ai primi due (Atterra un UFO su Kushiro e Paesaggio con ferro da stiro), stavo per giudicare la raccolta di Murakami un po’ troppo impalpabile. La scrittura, molto lineare, mi pareva non promettesse emozioni. Ma al terzo della serie, quello che ha dato il titolo al libro, la mia opinione ha cominciato un lento ma inevitabile viraggio: è la storia di un trentenne, segnato dalla mancanza di un padre e dall’eccessiva vicinanza della madre, ingenuamente morbosa. Dietro alla descrizione minuziosa e quasi sottovoce dei sentimenti, ho iniziato a pensare al pudore del popolo giapponese. Forse, mi sono detta, di fronte a un fruscio ci si pone troppo spesso con indifferenza. Soprattutto se si è abituati a contesti rumorosi. Ma se si tende l’orecchio, è possibile cogliere segreti e verità. Ed ecco che quasi a metà lettura, comincia la mia sensazione di benessere malinconico.

Parole e frasi soppesate e semplici si dipanano pagina dopo pagina. È difficile oggi adottare l’aggettivo “semplice” con la pretesa di non offendere, soprattutto se ci rivolgiamo a un intellettuale o a uno scrittore. Ma non sono in pochi a credere che sia proprio questa l’essenza della genialità. Man mano, entriamo nelle vite di personaggi in un certo senso muti, introversi, un po’ ai margini, cui manca qualcosa di importante. Come in Thailandia: protagonista, una donna in viaggio per lavoro, che alla fine decide di concedersi qualche giorno in più in questo affascinante Paese. Venendo quindi a contatto con un misterioso autista e una vecchia indovina.

Ovviamente, non è la materia di cui sono fatti questi racconti a colpire, ma il modo in cui lo scrittore la plasma, creando una serie di acquarelli. Si tratta di letteratura fine, nel senso nobile e non elitario del termine: è adatta a occhi, orecchie, immaginazione acuti e sensibili, che scavano in mezzo agli sgargianti volumi che si trovano in bella vista negli scaffali delle librerie, in cerca di qualcosa di speciale. In Ranocchio salva Tokyo, a un banale e triste impiegato di banca appare all’improvviso una rana gigante che predice l’imminente distruzione della capitale. Da questo momento, comincia un dialogo surreale e denso di significato. Infine Torte al miele, il mio preferito: qui c’è l’intreccio di tre vite, quelle di due ragazzi e una ragazza, che si conoscono all’Università e da quel momento non si lasceranno mai più. Due di loro si sposano, l’altro è fedele testimone della loro unione. Ed è su quest’ultimo che ricade la responsabilità del racconto. È molto probabilmente la proiezione di Murakami stesso, essendo anch’egli uno scrittore di racconti. Ma lo si capisce soprattutto dall’empatia con cui l’autore lo tratta. Murakami riesce a condensare molti anni in poche pagine, ricche di contenuto e di cuore. Alla faccia dell’accusa di sentimentalismo toccata in sorte al protagonista di Torte al miele e, con ogni probabilità, al narratore stesso, nascosto tra le pieghe di quest’ultima novella.

Titolo: Tutti i figli di Dio danzano
Autore: Haruki Murakami
Editore: Einaudi
Dati: 2010, 130 pp., 9,50 €

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Meet my girl

“E’ nel momento in cui ho pensato che non avrei più vissuto solo per me che mi sono reso conto di essere diventato anch’io un genitore”.

Masamune è un ragazzo di 23 anni dall’animo gentile, Koharu una bimba di 5 che fa irruzione nella sua vita ordinaria e monotona, sconvolgendone completamente i ritmi. Ma dagli occhi della piccola Koharu-chan traspaiono una maturità e una consapevolezza insoliti per la sua giovane età; la mamma è morta di recente a causa di un incidente e la bambina, rimasta ormai sola, sa di doversi mettere alla ricerca della persona che la sua mamma non ha mai smesso di amare: Masamune-kun.

My Girl è considerato il manga rivelazione di Sahara Mizu, un seinen – manga rivolto ad un pubblico maschile più maturo e che tratta tematiche più complesse rispetto agli shonen – incredibilmente delicato e toccante, dal tratto grafico interessante. Un tocco di originalità è dato da alcune tavole magnificamente colorate ad acquerello, presenti all’interno di ognuno dei 5 volumetti che compongono la collana.
La storia narra della defunta Yoko – ragazza di Masamune – che, scoprendo di aspettare un bambino, decide di andare a studiare e lavorare all’estero, crescendo sua figlia all’insaputa del padre. Yoko è convinta che in questo modo Masamune possa continuare a vivere una vita felice, libera dagli impegni gravosi di una gravidanza imprevista e di un futuro che sembra segnato. Masamune, a quel tempo ancora uno studente del liceo, dichiara a Yoko di voler aspettare il suo rientro e cerca di instaurare una relazione basata su delle lunghe lettere alle quali Yoko smette presto di rispondere. Convinto che ormai la sua ragazza abbia trovato qualcun altro con cui condividere felicemente la propria vita, influenzato dai commenti sarcastici di amici e colleghi di lavoro che lo vedono ancora depresso per essere stato lasciato cinque anni prima, Masamune inizia a rassegnarsi.

E’ proprio quando il ricordo della bella ed indipendente Yoko comincia ad affievolirsi che gli arriva la notizia della sua improvvisa morte. Masamune decide di partecipare al funerale e lì apprende la verità sulla loro figlioletta, Koharu, che in quel momento ha quasi cinque anni. Incredulo e confuso, Masamune torna a casa e si imbatte per la prima volta nella “sua bambina”, la quale stringe tra le braccia la scatola che reca sopra proprio il nome del ragazzo.
Masamune scopre così che Yoko aveva risposto ad ogni singola lettera ma non aveva mai avuto il coraggio di spedirle, ritenendo più giusto tenere il suo ragazzo all’oscuro di tutta la vicenda. Masamune ripensa quindi ai cinque anni appena trascorsi e si chiede cosa sarebbe cambiato su lui avesse creduto di più nel loro rapporto ed avesse inseguito la sua amata, invece che lasciarla andare via seguendo quello che sembrava un capriccio del momento. Così, si ritrova improvvisamente nei panni di un padre, senza sapere assolutamente da dove iniziare. Sa solo che, per la prima volta, qualcuno ha bisogno di lui.

Inizia così la convivenza tra Masamune e Koharu, che lentamente iniziano a conoscersi e ad amarsi. Lui si accorge di apprezzare la compagnia della bambina, che non ritiene affatto un peso – come affermano alcuni suoi colleghi  – ma anzi un sostegno. Koharu-chan porta allegria nella sua casa, che fino ad allora era sempre stata solamente il luogo in cui tornare dopo l’orario di lavoro, e riempie le sue giornate di un nuovo significato. Ogni gesto è adesso volto a migliorare le condizioni di vita sue e della bambina, per cui Masamune si accorge di affrontare il suo lavoro di progettista di articoli da cancelleria con rinnovato impegno, si riscopre un cuoco provetto e un perfetto uomo di casa.
Koharu, da parte sua, accetta subito Masamune come padre naturale, annullando con un sorriso tutti i lunghi anni di distanza.

E’ una crescita simultanea, la loro, che adesso sentono di essere in vita per darsi reciprocamente sostegno in uno scambio continuo di affetto e attenzioni. Ogni domanda di Koharu, apparentemente infantile ma in realtà molto profonda se letta sotto una chiave differente, diventa un’occasione per ragionare sul significato della vita, della morte e sull’importanza degli affetti. Pur non essendo la trama particolarmente originale per questo genere di manga, la storia non diventa mai banale, anzi è ricca di istanti in cui il lettore può vestire i panni del protagonista e accompagnarlo in quello che è uno dei momenti più importanti della vita di ciascuno di noi: quello in cui si diventa genitore.

 

Titolo: My girl
Autore: Sahara Mizu
Editore: BD (collana J-POP)
€ 5,90

Sushi e cappuccino

Vi siete mai chiesti che fine facciano le ragazzine protagoniste degli shojo manga –  fumetti giapponesi rivolti a un pubblico femminile piuttosto giovane – una volta cresciute? Ebbene, esse ripongono la loro celebre divisa alla marinaretta da liceali e, come molte altre ragazze del mondo, si iscrivono all’università o cercano un lavoro part-time. Ma ciò che accade più in particolare alle giovani donne giapponesi è, volenti o nolenti, ritrovarsi a cercare un buon marito, qualcuno che sia una persona rispettabile e che ricopra un ruolo importante all’interno della società. A quanto pare, questa è ancora una tappa fondamentale e, soprattutto, inevitabile del percorso verso la maturità e la felicità.

Gli josei manga affrontano, diversamente dagli shojo, tematiche incentrate sui problemi quotidiani con cui i giovani si confrontano una volta lasciata l’università. Trovano quindi lettori tra un pubblico, generalmente femminile, più maturo e consapevole, al quale piace ritrovarsi tra le righe delle storie narrate (nel caso della diffusione nello stesso Giappone) o apprendere delle diversità di una cultura sotto certi aspetti molto lontana da quella occidentale.

Il cappuccino (Planet Shojo, Panini Comics) è il nuovo romanzo a fumetti – in un unico volume – ideato e disegnato dall’autrice giapponese Wataru Yoshizumi, già nota per shojo manga come Marmalade Boy e Solamente tu, i quali hanno riscosso un grande successo anche tra il pubblico italiano. Questa nuova storia racconta di Ari e Sosuke, i due giovani protagonisti, i quali formano una coppia fissa dai tempi dell’università. I reciproci impegni lavorativi impediscono alla coppia un’assidua frequentazione, almeno fino a quando una decisione impulsiva li porta a condividere un appartamento e una nuova vita assieme, il cui dolce ritmo è scandito dal rituale mattutino dell’amorevole preparazione di un pessimo cappuccino. Purtroppo, le rigide regole della società giapponese vietano – o comunque contemplano come estremamente sconveniente – il vivere sotto lo stesso tetto senza essere regolarmente sposati. Per questo motivo, i genitori della giovane Ari mostrano il loro chiaro disappunto quando vengono a scoprire il misfatto; soltanto dopo lunghi ragionamenti decidono di accettare la situazione e di dare il loro consenso alla convivenza (il quale arriva comunque in ritardo ma ha evidentemente una grande valenza) a una sola condizione: che sia il preludio al matrimonio.

Ari e Sosuke, simbolo di una nuova generazione che vuole dare meno peso alle formalità e più ai sentimenti, pur essendo una coppia ormai consolidata, non avevano mai parlato seriamente di matrimonio. Pur di rimanere con la sua amata Ari (e non rinunciare al cappuccino che gli prepara!) Sosuke promette di sposarla al più presto. Così, entrambi tornano momentaneamente ai propri lavori, Ari al suo di segretaria d’azienda e Sosuke a quello di affascinante insegnante in un doposcuola che prepara gli studenti agli esami d’ammissione all’università. Ari comincia quindi ad aspirare, come le sue coetanee, a una sistemazione definitiva in cui lei rimarrebbe a prendersi cura della casa e ad aspettare che il marito rientri dal lavoro.

La vita di coppia non si rivela, però, rose e fiori. Pur lavorando ancora entrambi, è solo Ari a provvedere al benessere della coppia e a occuparsi di tutte le faccende domestiche, convinta di dover dimostrare al compagno di poter essere una buona moglie. Il vedersi tutti i giorni non contribuisce a rafforzare il loro legame, semmai lo logorano la mancanza di sincerità e la frustrazione inespressa. Naturalmente, la situazione non può che complicarsi quando accade qualcosa che nessuno dei due poteva prevedere: un tradimento. Nell’incapacità di risolvere completamente i problemi che gli si presentano, Ari e Sosuke si ritrovano a dover decidere se continuare a vivere la loro vita a due tenendo fede alla promessa fatta  ai genitori di lei o se è meglio fare un passo indietro, accettare a malincuore il fallimento del rapporto e trovare la forza di ricominciare daccapo.

Il cappuccino è quindi uno josei romantico ma con l’amaro retrogusto del realismo, che promette un paio di ore assolutamente piacevoli durante le quali il lettore può partecipare alle vicende di “un Giappone moderno ma non troppo” in cui uno dei temi ancora tabù è proprio la convivenza.

TITOLO: Il Cappuccino
AUTORE: Yoshizumi Wataru
EDITORE: Panini Comics, collana Manga Love

Un maiale che non vola è solo un maiale

If you didn’t care what happened to me / And I didn’t care for you
We would zig zag our way through the / Boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain / Wondering which of the buggers to blame
And watching for pigs on the wing (Pink Floyd, “Animal”)

Festeggiamo, a diciotto anni dall’uscita ufficiale in Giappone, l’arrivo nelle sale italiane di Porco Rosso, film capolavoro di Hayao Miyazaki.

Miyazaki ci ha abituato a mondi fantastici, permeati dalla magia e dall’inverosimile, luoghi dalle vaghe cordinate geografiche e dall’incerta collocazione storica.
Porco Rosso è un film atipico, in cui Miyazaki si mette a nudo e si racconta, svelando le sue passioni e le sue debolezze.

È il suo film più “realistico”, ancorato alla terra (e paradossalmente ambientato nei cieli), in cui persone vere si muovono tra l’Italia (uno dei suoi grandi amori) e una non meglio collocata “terra di mezzo”, non luogo di rifugiati, pirati dell’aria, uomini in divisa e voglia di normalità. Siamo in pieno regime fascista e le ferite della prima guerra mondiale non si sono ancora rimarginate.
Il fatto che il protagonista sia un maiale, un suino antropomorfo di poche parole e dall’indole cavalleresca, è un “dettaglio” che si accetta come plausibile, senza necessità di spiegazioni ulteriori. Tutto quello che è dato intuire è che Marco Pagot (il nostro Porco Rosso) ha abbandonato le sue fattezze umane, con la pretesa di congedarsi dal genere umano tutto, avvilito da quanto visto e vissuto in battaglia. E tale intuizione è magicamente (stavolta sì!) sufficiente e convincente. È un maiale. Pilota una aereo. È il più umano di tutti. Nulla di strano insomma.

Miyazaki ama moltissimo questo film. Lo sa bene chi ha avuto la fortuna di visitare il Museo Ghibli, vicino Tokyo: la maggior parte delle installazioni e delle opere esposte sono dedicate (oltre che a Totoro) a Porco Rosso.

Il film d’altra parte contiene tutti i temi più cari al suo regista.
La passione per la meccanica, fatta di ingranaggi, velivoli che sbuffano vapori, perdono olio e necessitano di continue attenzioni e cura. Meccanismi sempre in bilico tra fantasia e verisimiglianza, costruiti (o ri-costruiti, in questo caso) in officine a metà strada tra la bottega di Leonardo da Vinci e l’azienda meccanica a conduzione familiare (la Piccolo S.p.A.).

C’è poi – e qui ritroviamo il Miyazaki più noto – il mondo dell’infanzia. L’infanzia spensierata e incosciente delle bambine rapite dagli sgangherati pirati dell’aria, i Mamma Aiuto; quella più matura e responsabile della giovane Fio, costruttrice di aerei improvvisata e protettrice di Porco Rosso. Che più di altri intuisce e insegna. E Fio non poteva che essere donna. La predilezione di Miyazaki per l’universo femminile è ben delineata: sono sempre loro, le donne, a tirare le fila. Ad amare, a capire, ad aspettare.  Gli uomini intanto giocano a fare la guerra. E infatti tutto culmina in una sfida nei cieli tra i due “uomini” del film: Marco Pagot e Donald Curtis, un cattivo che cattivo non è.

Alla fine, unica grande assente del “pacchetto Miyazaki”  in Porco Rosso sembra essere la magia. Ma in fondo creare il personaggio di un maiale che vola e renderlo assolutamente plausibile e umano per ben 94 minuti… non è di per sé una piccola magia?

Porco Rosso (Kurenai no buta)
Produzione: Giappone, 1992   
Genere: Animazione
Durata: 94’
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Fotografia: Atsushi Okui
Montaggio: Hayao Miyazaki
Scenografia: Yoshitsu Hisamura
Colonna Sonora: Joe Hisaishi

Mezzanotte nel Giappone del Bene e del Male

Al termine della recensione che su queste stesse pagine, qualche tempo fa, abbiamo dedicato al fumetto The Unwritten consigliavamo ai lettori di recuperare una precedente opera di Mike Carey, Crossing Midnight. Uscita negli Stati Uniti dal gennaio 2007 al luglio 2008 – per un totale di 19 numeri, ma era stata pensata per durare di più – la serie non ha avuto, probabilmente, il successo che meritava. Proprio la sua durata limitata, però, e la pubblicazione che in Italia è avvenuta in un solo, grande volume di quasi 450 pagine ci hanno permesso di gustare una lunga, affascinante saga autoconclusiva, ottimamente scritta e ben disegnata. Una storia che ha tutte le caratteristiche a cui Carey, autore di talento e, forse, erede (riluttante) di Neil Gaiman, ci ha abituato.

Sebbene l’autore di Liverpool – ma londinese di adozione – non si sia mai occupato di una sola opera per volta, Crossing Midnight è probabilmente il progetto più importante a cui ha lavorato nel periodo di tempo che va dalla conclusione dell’acclamato Lucifer all’inizio del già citato, promettentissimo The Unwritten. Ed è interessante vedere come, a una lettura che vada appena appena in profondità, questa serie così effimera contenesse comunque echi della prima e prefigurazioni della seconda. Ma prima di analizzare questi riferimenti, due parole sulla trama.

Per quanto possa sembrare strano, i gemelli Kaikou e Toshi Hara sono nati in due giorni diversi. Ci pensa il titolo stesso della serie a spiegare l’apparente controsenso: lui, Kaikou, è nato prima della mezzanotte, lei, Toshi, qualche minuto dopo lo scoccare dell’”ora delle streghe”. Ma questa è solo una – la più piccola, forse – delle differenze che li contraddistinguono, e che con il passare degli anni diventeranno sempre più profonde. Così, mentre i gemelli crescono – Toshi sempre più ribelle e insofferente alle regole, Kaikou più responsabile e quasi schiacciato dalle tensioni che attraversano la famiglia – il soprannaturale entra far parte delle loro vite. Se Toshi scopre di essere invulnerabile a qualunque tipo di lama (dai più innocui coltellini tascabili alle affilate punte di un cancello), Kaikou si rende conto di essere immune ad ogni forma di incantesimo, sortilegio o magia. Qual è l’origine di questi poteri? C’entra qualcosa l’innocua preghiera che il padre dei gemelli ha rivolto ai kami della tradizione affinché ne proteggessero la nascita e l’esistenza? L’entrata in scena di Aratsu, misterioso demone e signore delle spade venuto a reclamare (e ad ottenere) i servigi di Toshi, precipita i due giovani in un lungo incubo fatto di draghi parlanti e creature demoniache, efferati assassini, nobili guerrieri e incarnazioni della morte, dimensioni parallele e mondi misteriosi che attendono al di là della mezzanotte.

È lo stesso Carey, in un breve intervento pubblicato sul sito ufficiale della Vertigo Comics, a citare i principali riferimenti personali e culturali che lo hanno ispirato nella creazione di questo fumetto: da un lato, i problemi di salute di uno dei suoi due gemelli, Davey, che per una malattia congenita ricevette meno nutrimento nelle ultime settimane di gravidanza. Il suo peso, alla nascita, era molto diverso da quello del fratello. Dice Carey: “Penso che questo mi abbia spinto a riflettere sul destino – un concetto a cui di solito sono piuttosto allergico – e in particolare su come piccole differenze alla nascita possano modellare la nostra vita. Questo pensiero e l’ossessione per gli anime dello Studio Ghibli e per i manga horror di Junji Ito si sono in qualche modo fusi nella mia mente e sono diventati Crossing Midnight”.

Ma la storia di Kai e Toshi riecheggia anche altre suggestioni: in primis, c’è il riferimento all’immaginario delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen. I due ragazzi, fratelli come Hansel e Gretel, si perdono in un mondo che non è il loro e da cui ciascuno, a modo suo, vuole fare ritorno (sebbene Toshi abbia perso la memoria per colpa di Aratsu e il suo unico obiettivo sia quello di recuperare i ricordi di una vita che ignora ma che sa di aver vissuto). La ricerca spasmodica, disperata di Kaikou che attraversa il nostro e gli altri mondi nel tentativo di ricongiungersi alla sorella perduta ricorda quella raccontato da Andersen nella fiaba La regina delle nevi (in cui, guarda caso, uno dei protagonisti bambini si chiamava Kai).

Dunque, anche in Crossing Midnight (come in Lucifer e in The Unwritten) Carey riprende alcuni dei principali riferimenti letterari della cultura europea. Come in Lucifer, tra i personaggi troviamo una divinità malvagia, Aratsu, creata per servire il proprio padrone – Asirosamiro, il precedente Signore delle spade –  e poi rivelatosi talmente ambizioso da desiderare di prenderne il posto (Aratsu riesce laddove Lucifero aveva fallito). Come in The Unwritten, assistiamo al dispiegarsi del potere delle storie, alla rivelazione dell’estrema concretezza di quei mondi – e dei loro abitanti – che pensavamo esistessero solo nel mito e nella fantasia. E anche il lettore fa proprio lo sbigottimento dei protagonisti, assolutamente impreparati a ciò che sta capitando loro. Emblematico, nella sua semplicità, è il tentativo che Toshi compie all’inizio della storia per difendersi dalle mire di Aratsu. Nonostante abbia ormai compreso che il nemico è un demone potentissimo, la ragazza non trova idea migliore che affrontarlo con una pistola.

Crossing Midnight, però, è una storia capace di produrre un doppio straniamento. Mentre i protagonisti devono fare i conti con un solo universo sconosciuto, quello dei kami e dei demoni al loro servizio, la bravura di Carey costringe il lettore a confrontarsi con l’altrettanto spiazzante realtà nipponica contemporanea. Le tradizioni culturali più antiche, le perversioni e le abitudini quotidiane, i luoghi più frequentati come quelli più remoti: tutto il Giappone – “un panino sbriciolato e sparpagliato nel mare”, secondo l’azzeccata definizione di uno dei comprimari – sfila sotto i nostri occhi, ma l’autore non ci anticipa quasi nulla.

Ci tratta come fossimo giapponesi, non ci spiega chi sono i mostri che ci troviamo davanti (se non in pochi casi) e nemmeno traduce le espressioni gergali che farciscono i dialoghi. Un po’ come in quelle pellicole in cui, assieme ai protagonisti, ascoltiamo dialoghi in lingue sconosciute, che i personaggi del film non comprendono e che non sono sottotitolate per gli spettatori. In questo caso, però, a dover fare lo sforzo di comprensione, deducendo i significati dagli indizi che l’autore e i disegnatori disseminano quà e là, è solo il lettore. La soddisfazione che se ne trae, così come la fatica, è doppia, e per questo più gratificante.

Tutti questi motivi (e molti altri), insieme ai disegni estremamente funzionali alla storia – a metà strada tra la ligne claire europea e la tradizione giapponese di pittori come Hokusai – rendono Crossing Midnight una lettura da recuperare. E Mike Carey un autore da tenere d’occhio. La speranza è che se ne rendano conto anche le case editrici di narrativa, e che finalmente arrivi in Italia la sua produzione letteraria. Non ci dispiacerebbe ritrovarci qui, tra qualche mese, a recensire la prima avventura dedicata all’esorcista Felix Castor. Se i fumetti che vi abbiamo consigliato vi sono piaciuti, incrociate le dita. Ma non promettete nulla ad alcuna misteriosa divinità giapponese: potreste pentirvene amaramente.

Crossing Midnight
Mike Carey e autori vari
Planeta DeAgostini, 2009
448 pp.
€ 30

 

Per scaricare il primo numero in inglese;
La fiaba della Regina delle Nevi;
Il sito ufficiale di Mike Carey (e Peter Gross).