Giallo di China

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (1)Ho scoperto da poco che un noto ristorante romano offre, nel suo menù, accostamenti  culturalmente arditi come i ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara. Questo incipit è solo apparentemente disgiunto dal nostro oggetto di discorso perché guardare Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma ha suscitato in me più o meno le stesse sensazioni che, immagino, si provino nel trovarsi di fronte suddette proposte gastronomiche. Mi spiego meglio. Il regista di questo film era stato etichettato, all’apice della sua carriera, come lo Steven Spielberg di Hong Kong (povero Spielberg, ma quanti suoi cloni esistono in giro per il mondo?!). Intuisco che ciò significhi budget lussuosi, una certa attenzione alla storia e una regia dotata di personalità.

Se è vero che Tsui Hark ha avuto Spielberg come modello di riferimento, probabilmente non ha pensato a quello emozionale e riflessivo degli ultimi film ma a quello più avventuroso e giocherellone degli anni ’80 e ’90. Insomma, lasciando stare i giri di parole, questo film si ispira dichiaratamente a Indiana Jones, persino nella struttura del titolo. Ma se è piuttosto plausibile per lo spettatore immaginare il professor Jones alle prese con una misteriosa avventura ambientata in Cina (cosa c’è di più esotico e misterioso della Cina?!) risulta invece un po’ più impegnativo, almeno per noi occidentali, seguire le vicende di un personaggio stile Indiana Jones ma appartenente lui stesso alla cultura cinese e, per di più, protagonista di una storia ambientata secoli e secoli fa.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2)

Infine, ennesima secchiata di benzina sul fuoco della curiosità, questo film si presenta come un giallo classico, completo di omicidi apparentemente inspiegabili. E siccome l’estate non è estate senza aver visto almeno un film giallo, ecco che l’avventura di detective Dee diventa irrinunciabile.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (3)La partenza è ben congegnata: nella Cina del 600 la prima imperatrice donna sta per essere incoronata, nonostante l’esplicito scontento dei tradizionalisti. I preparativi per la cerimonia, però, vengono interrotti da una serie di morti che sembrano causate dall’ira degli Dei. A investigare su di esse viene chiamato un carismatico detective (ma esistevano i detective nella Cina del‘600? È proprio vero che hanno inventato tutto prima di noi) che ha un controverso passato da ribelle proprio contro l’imperatrice che ora è chiamato a difendere. Anche il finale è indubbiamente un’espressione di ottimo cinema, da tutti i punti di vista: effetti speciali maestosi e ben realizzati, la storia che si conclude con grazia, persino una morale interessante e non didascalica. Il sottofinale, poi, è un vero e proprio tocco da maestro che lascia la porta aperta ad eventuali nuove avventure di Dee, se possibile ancora più improbabili di quelle che gli sono appena occorse.

Ciò che mi lascia perplessa è tutto quello che c’è tra questo buon inizio e questa ottima fine. In primo luogo gli interminabili combattimenti volanti che, confesso, preferirei veder vietati per legge. Senza di quelli il film durerebbe mezz’ora in meno e sarebbe incalcolabilmente più godibile. In secondo luogo la trama si rivela sempre più farraginosa: non solo poco credibile – il che non sarebbe un vero problema in un contesto di genere che confina spesso con il fantasy – ma soprattutto poco logica e poco scorrevole. O l’ennesima serie di calci rotanti ha intorpidito le mie facoltà di comprensione o gli sceneggiatori hanno ritenuto la consequenzialità e la coerenza requisiti secondari di questa avventura. Infine un problema del tutto culturale: la comicità orientale inserita in un film dall’impianto tutto sommato classicamente hollywoodiano, talvolta lascia sinceramente interdetti.

Se vi consiglio di vedere questo film quando uscirà in sala alla fine di Agosto? Le recensioni degli specialisti del genere sono entusiaste. Come quelle dei ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (poster)Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie)
China/Hong Kong 2010
regia di Tsui Hark
con Andy Lau, Carina Lau, Bingbing Li, Tony Leung Ka Fai, Chao Deng
durata 122 minuti

in Italia dal 26 Agosto 2011

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L’inchiostro sangue del Rio della Plata traccia derive esistenziali e sociali

Se avete una “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile, come piramidi poggiate sulla punta”, la lettura che fa per voi, in amaca e in ogni luogo, è Inchiostro sangue, antologia di racconti del Rio de la Plata corredata da saggi, a cura di Loris Tassi e Antonella De Laurentiis (edizioni Arcoiris). Il libro è un assaggio, uno ‘sfizio’ croccante e sapido; piacevole scoperta per chi si apre al mondo della letteratura catalogata come poliziesca, ma abbiamo ragione di credere anche per i lettori di consumata competenza. Il poliziesco: genere ‘ferroviario’, secondo qualcuno, o balneare secondo un’altra variante consolidata; gioco fantastico in forma di crimine rompicapo da Borges in poi. Poliziesco è generico: i critici,  scrive Loris Tassi (docente di lingue e letterature ispanoamericane presso l’Orientale di Napoli) nel suo saggio narrativo in appendice, “sono d’accordo nel ritenere che le correnti principali del poliziesco siano tre: il romanzo enigma, il romanzo di suspense e il romanzo noir”. Abbiamo tante di quelle categorie in testa da far spavento: un’antologia simile è un buon pretesto per fare ordine in zona ‘giallo’ e capire che “anche se viviamo ‘sotto l’influenza calmante della letteratura standardizzata’, anche se i romanzi polizieschi confezionati con lo stampino si sprecano, molti scrittori latinoamericani dimostrano che è possibile riattivare il genere con infinite e sempre più complesse versioni e perversioni”, secondo l’avvertenza ancora di Tassi. Non c’è solo il Dupin di Edgard Allan Poe, il grande iniziatore, il creatore del genere secondo Borges ma anche del suo lettore specifico, sospettoso, guardingo, critico; non c’è solo il più noto ai cultori, il detective Marlowe di Raymond Chandler, o il filone anglo centrico classico, l’Holmes di Conan Doyle, l’Hercule Poirot o la Miss Marple di Agatha Christie (per restare ai più famosi).

L’Argentina è terra feconda che ha prodotto e produce una originale e efficace produzione poliziesca, prima di Borges e dopo. L’antologia sta a testimoniarlo e si scopre curiosamente leggendo i racconti e inoltrandosi poi nei saggi integrativi, che ci sono stati scrittori di polizieschi d’attitudine e costruzione borgesiane prima di Borges; scrittori che hanno usato un genere considerato marginale o minore come un pretesto o ‘salvacondotto’ per incanalare di volta in volta un gioco intellettuale, un’arte sublime e fantastica (come poi Borges lo intese) , la fotografia della realtà, la denuncia sociale per sfuggire alla censura, dittatoriale e non; la voglia di trasgredire a logiche date e scovare la libertà d’espressione attraverso lo scarto dalla norma.  Apre l’antologia il racconto L’indagine (primo racconto poliziesco pubblicato in lingua spagnola nel 1897,  segnala nel suo saggio Andrea Pezzè) di Paul Groussac, scrittore franco argentino. Questo racconto mostra che il poliziesco è un ottimo modo di fare meta letteratura e realizzare avventure mentali. La trama è raccontata nel corso di una gita in barca da un ex commissario di polizia a Buenos Aires che ha la “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile”.  Il racconto riferito dal narratore consiste nel fatto che la protagonista è costretta  a inventare lei stessa una trama fasulla e non perché colpevole. Non copre infatti il delitto della madre adottiva, ma copre la sua vita, o onorabilità. Caso vuole che quando la madre adottiva viene uccisa nella casa in cui convivono, ha ricevuto clandestinamente il suo amante. Siamo in costruzioni meta letterarie dove il delitto e la risoluzione dell’enigma sono elementi non prevalenti quasi: valgono come congegni per interessare il lettore e poi trasportarlo altrove, tra i fili che manovrano l’invenzione stessa, in sala macchine. Così è il racconto Il triplice furto di Bellamore dell’uruguaiano Horacio Quiroga, pubblicato nel 1903. Questo tal Bellamore è accusato da un antagonista che non ha niente di meglio da fare, tale Zaninsky, di aver compiuto tre furti in tre banche. Il narratore confuta le accuse e lo scagiona, senza indicare il vero colpevole. Allora in che consiste la trama e il punto di svolta? In realtà è un curioso racconto, “uno dei primi polizieschi sul poliziesco, un’opera che è la poetica di una narrazione”, chiarisce lo studioso Andrea Pezzè.

Scantona e trasgredisce regole proprie del genere La pazza e il racconto del crimine di Ricardo Piglia,  racconto scritto nel 1975 (guarda caso quando l’Argentina sta sprofondando nella dittatura) incentrato non tanto sul crimine, ma sul fatto che si può dire la verità su un crimine solo attraverso la finzione, la scrittura. Un linguista prestato al giornalismo risolve un caso di omicidio decifrando le frasi sconnesse di una pazza che svelano l’identità dell’assassino. Il direttore del giornale rifiuta di pubblicare lo scoop per evitare problemi con la polizia: la verità non può essere messa al servizio della giustizia. L’unico sistema di svelarla è trasformarla in letteratura, ovvero ricorrere alla finzione di un racconto poliziesco. Il tipo dell’argentino Mempo Giardinelli, è un uomo che sa di stare per essere freddato da un killer e non fa niente per sottrarsi alla fine, anzi fa il resoconto mentale a freddo dell’avvenimento mentre è seguito nel tragitto verso casa perché “la morte è un fatto quotidiano”. Finché a casa, compie i soliti gesti,  l’unico cruccio è accorgersi che lo slip ha l’elastico rotto,  sente i passi sulle scale, apre una birra e anche la porta. La prima cosa che vede è la pisola col silenziatore. Ed è anche l’ultima. Non conta tanto chi uccide e perché, quanto il mandante; vale la suspense e la minaccia incombente, la condizione di precarietà e pericolo in una società corrotta dove non c’è salvezza. O ci si salva perdendo la vita nei modi più bizzarri: in Inchiostro sangue di Juan Sasturain si scrive col proprio sangue la canzone di dedica all’amata per riconquistarla, ma il gioco eccede la misura e si muore. Se è così che vanno le cose, allora, caso argentino a parte, se il poliziesco declinato in vari modi contiene il mondo e la sua complessità, si spiega allora anche l’inflazione del genere (fino alla pattuglia di scandinavi la cui la sovrabbondanza produttiva di noir ha esternato la corrente pulsionale di distruzione e morte, oltre la facciata di società civile e ‘criteriata’ purtroppo confermata dalla cronaca dei giorni scorsi). Profeta o premonitore, Jean Patrick Manchette (fautore del noir francese contemporaneo, morto troppo presto, citato da Loris Tassi), l’ha annunciato all’alba del duemila: “il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca ed è la letteratura della crisi”.

Titolo: Inchiostro sangue. Antologia di racconti e saggi del Rio de la Plata
Curatori: Tassi L., De Laurentiis A.
Editore: Arcoiris
Dati: 2009, 154 pp., 10,00 €

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Il caso è chiuso

Non sempre per trovare dei titoli interessanti bisogna esplorare oscuri network minori di paesi negletti. A volte i buoni prodotti sono proprio lì, sotto il nostro naso, per quanto il mainstream possa non essere trendy. Quindi oggi parliamo di una serie longeva e di successo, trasmessa e replicata anche sulla tv pubblica; una serie che magari avete snobbato facendo zapping pensando che fosse più adatta a vostra mamma che a voi.

Il genere è classicamente poliziesco, infatti The Closer segue le vicende della squadra Omicidi Prioritari della polizia di Los Angeles. La serie inizia con l’arrivo di un nuovo capo  ma, inaspettatamente, questo capo è una donna (la pluri premiata Kyra Sedgwick).
Non fa fatica ammettere che in USA, come in Italia, le opportunità siano ben lungi dall’essere pari, e, infatti, il Vice Capo Brenda Leigh Johnson deve lottare non poco per guadagnarsi una stima e un rispetto che, se non portasse la gonna, discenderebbero automaticamente dal suo titolo.

Perché vedere The Closer?
Innanzitutto perché è un prodotto di ottima qualità. Tutti gli attori sono straordinariamente nella parte, le trame e i dialoghi sono interessanti e ben strutturati sin dalla prima serie, i casi sono credibili, avvincenti e mai ripetitivi. Non manca nemmeno un tocco di commedia, indispensabile per alleggerire la tensione. Dal punto di vista di genere, The Closer è indiscutibilmente ben fatto.

Un altro motivo è proprio lei, Brenda Leigh. Erano anni che nelle crime stories non compariva un personaggio così deliziosamente improbabile. Il vice capo Johnson è una donna di quarant’anni con un guardaroba piuttosto personale, enormi borse stracolme, un addiction per i dolci e per il proprio lavoro. Qualcosa in lei richiama sicuramente il modello del Tenente Colombo: Brenda lascia che gli altri la sottovalutino per avere la possibilità di studiarli (e manipolarli) meglio.

Un altro motivo per appassionarsi a questa serie sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Brenda. Probabilmente è proprio questo il segreto della lunga vita di una serie il cui livello qualitativo sembra costantemente in crescita, nonostante si sia appena conclusa la sesta stagione. Accanto a Brenda lavorano ogni giorno i suoi colleghi, dal ruvido tenente Provenza che non vuole andare in pensione per non pagare una quota più alta di alimenti all’ex moglie, al brillante tenente Gabriel che è il più capace ma anche il più intemperante. Gli autori, saggiamente, hanno scelto di  espandere sempre di più il mondo finzionale in cui Brenda si muove (e che diventa familiare allo spettatore) includendo i rapporti con la stampa, con l’FBI, con gli informatori, con l’Ufficio degli Affari Interni, componendo un quadro d’insieme sempre più interessante perché sempre più vicino alla complessità della vita reale.

Una menzione a parte meritano i rapporti familiari di Brenda, dal fidanzato e poi marito Fritz – non sempre a proprio agio con il fatto che sua moglie ricopra un ruolo più prestigioso del suo – ai due genitori, classica coppia di pensionati del Sud composta da una mamma svampita e un padre autoritario. Non importa quali criminali feroci Brenda possa aver incastrato e affrontato senza battere ciglio: al comparire dei suoi genitori il Vice Capo Johnson è sempre assalito da un’ansia spaventosa. Non vi sembra uno straordinario tocco di realtà?

Infine, se posso avventurarmi al di fuori dalle mie competenze, credo che The Closer sia un prodotto estremamente interessante anche perché presenta un modello vincente di leadership femminile. Innanzitutto porta sullo schermo tutte le diffidenze  di genere non confessate eppure accettate dal sistema; in secondo luogo mostra come un capo donna possa creare un gruppo coeso ed efficace senza cercare di riproporre malamente la classica leadership autoritaria maschile. La caratteristica di Brenda è quella di essere “the closer”, ovvero di riuscire a chiudere i casi facendo confessare i colpevoli spontaneamente. E per ogni criminale Brenda costruisce una diversa tattica basata, a seconda dei casi, sulla comprensione, sulla giustificazione, sul rimprovero.

In altre parole Brenda ha fondato la sua carriera su un’empatia tutta femminile. E per quanto la sua scrivania sia sommersa dal caos, il Vice Capo è invece estremamente chiara nel distribuire compiti ai suoi collaboratori, nell’assecondarne le inclinazioni, nello scegliere l’agente giusto per il compito giusto. Intuizione, immaginazione, comprensione, immedesimazione. Tutte caratteristiche di un nuovo modo di lavorare, di un nuovo modo di comandare.

Non crediate, però, che Brenda sia una tenera fricchettona. È inflessibile, manipolativa, prepotente. In fondo è pur sempre un capo. Ma di fronte a tutte le barriere invisibili che le donne incontrano nella loro carriera Brenda risponde nell’unico modo possibile: essendo di gran lunga la migliore nel suo campo.

 

The Closer, US 2005-in corso
serie ideata da James Duff e Michael M. Robin
per il network TNT
con Kyra Sedgwick, J. K. Simmons, Corey Reynolds

Love is a sin for the ones that feel it the most

Leggendo articoli in rete sulle più promettenti novità nell’ambito delle serie televisive inglesi, mi sono imbattuta in un titolo che ha solleticato la mia fantasia: Luther.

La trama sembrava particolarmente convincente: una bizzarra assassina aiuta un detective a risolvere i suoi casi e i due sviluppano un malsano legame di amicizia. Oltre alla presentazione accattivante, un altro elemento di attrazione, per me, è stato il cast. La controversa coppia di protagonisti, infatti, è costituita da Idris Elba (attore e musicista già volto di The Wire) e Ruth Wilson (ottima interprete dell’ultimo adattamento di Jane Eyre sempre prodotto dalla BBC).

La sigla dei massive attack introduce subito in una certa atmosfera metropolitana e malinconica, e, del resto, che altro aspettarsi da un ispettore di polizia messo sotto inchiesta e appena mollato dalla moglie di cui è innamoratissimo? La prima serie consta di 6 episodi lunghi da circa 60 minuti, per scrivere i quali gli autori dichiarano di essersi ispirati a due canoni del genere: Sherlock Holmes e il Tenente Colombo. L’affermazione, almeno in parte, è veritiera dal momento che Luther affronta i casi con una certa metodicità e razionalismo sherlockiani, e che, come negli episodi di Colombo, lo spettatore conosce fin da principio l’identità del colpevole. Nonostante questo, però, la nuova serie BBC risulta piuttosto lontana, qualitativamente, dai modelli cui si richiama. Se volessimo continuare a cercare similitudini tra personaggi e situazioni di Luther e storie preesistenti, ne ricaveremmo l’impressione che questa serie tv sia, sostanzialmente, un mosaico di cliché. Nulla di nuovo nelle figure dei criminali, nulla di nuovo nel modo di svolgere le indagini, nulla di nuovo nemmeno nell’infallibilità dell’antieroe detective. Persino Alice, la killer glaciale e geniale che John Luther affronta nel primo episodio e con cui costruisce, un po’ alla volta, un inquietante rapporto di complicità, è un cliché in tutto e per tutto.

Ma allora perché vedere Luther? Perché siamo degli inguaribili ottimisti e quando vediamo delle buone potenzialità in una storia ci piace pensare che, prima o poi, esploderanno.
La caratterizzazione del protagonista, ad esempio, si distacca piacevolmente dalla figura di leader carismatico freddo, cinico e tendenzialmente anaffettivo che è diventata ormai quasi inevitabile nelle serie tv, da Gil Grissom al dottor House. Luther soffre (è il caso di dirlo) del problema opposto, ovvero una fede profonda nell’amore, una passione che gli brucia l’anima e che non riesce a tenere sotto controllo. Ma la potenzialità migliore della serie è, senza dubbio, il rapporto tra detective e assassino, complicato dalla differenza di sesso e dall’appeal erotico di entrambi.

I casi polizieschi in Luther non sono particolarmente interessanti e lo spettatore è catturato soprattutto dal rapporto dell’investigatore con la bella moglie e con Alice.
Alice, inoltre, è un elemento imprevedibile. Chi può dire cosa farebbe una giovane donna, che ha trucidato i suoi stessi genitori, per aiutare quello che ritiene il suo unico amico? Qualunque cosa, naturalmente, anche uccidere. E questo, com’era facile prevedere, non serve affatto a migliorare la vita di Luther ma, casomai, a renderla ancora più complicata.

Luther alterna un’ammirevole sobrietà narrativa nelle sequenze che mostrano il lavoro investigativo (dialoghi asciutti ed essenziali, personaggi realistici) ad una certa morbosità nel racconto delle azioni criminali; morbosità che, sebbene sia stata già esibita da numerose altre serie tv, continuo a trovare inutile e fastidiosa.
Il personaggio protagonista ha innumerevoli debiti nei confronti della tradizione letteraria hard boiled, ma l’interpetazione di Idris Elba (che gli è valsa la nomination per i Golden Globe 2011) lo rende, nonostante tutto, affascinante. Ruth Wilson, invece, purtroppo tende a scivolare nel ridicolo ma, per sua fortuna, madre natura l’ha dotata di un viso vagamente inquietante che si sposa perfettamente con il suo personaggio.

In definitiva Luther si è rivelato una delusione, ma le notizie sulla seconda serie hanno riacceso le speranze. Forse il nuovo formato – due soli episodi da due ore – consentirà agli sceneggiatori di trovare la dimensione giusta per sviluppare convincentemente sia la trama poliziesca che i rapporti personali di Luther con gli altri personaggi. Ma, soprattutto, ci permettiamo di dare agli sceneggiatori un consiglio spassionato: la completa assenza di ironia può uccidere anche una bella storia, quindi, ogni tanto, per favore, sorridete.

Luther, GB 2010-in corso
ideata da Neil Cross
per il network BBC
con Idris Elba, Ruth Wilson

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Ho riportato l'omicidio in casa – dove esso dimora

Marcia funebre per una marionetta.
Questo titolo probabilmente non vi sembrerà familiare, ma se vi facessi ascoltare il suddetto brano di Gounod, dopo le primissime battute esclamereste: “ma è la musica di Hitchcock!” (con buona pace di Gounod).
Quelle note, ormai celeberrime, sono per noi inscindibili dalla caricatura del profilo del re del brivido (caricatura realizzata da lui stesso, con esattamente nove tratti di matita) a cui si sovrappone la silhouette, altrettanto inconfondibile, del vero Hitchcock, pancione annesso.

Con il rituale “Buonasera”, nel 1955 Alfred Hitchcock entrava nelle case di tutti gli americani (o, quantomeno di quelli che avevano un televisore), e, successivamente, in quelle degli europei, con la prima puntata della serie Alfred Hitchcock presenta.
Ma cosa ci faceva uno dei più geniali, fortunati e apprezzati maestri del cinema di tutti i tempi chiuso nell’angusto riquadro in bianco e nero della scatoletta domestica?
Semplicemente (si fa per dire) il grande Alfred  aveva, ancora una volta, visto un po’ più lontano dei suoi colleghi. Così, mentre registi, attori e sceneggiatori di Hollywood guardavano con terrore e sospetto quella nuova, piccola e infida concorrente che portava i film dentro le case, Hitchcock (insieme a pochi altri) la vedeva per ciò che era, o, meglio ancora, per ciò che avrebbe potuto essere: uno strumento nuovo e complementare che offriva numerose potenzialità tutte da esplorare.

Attraverso il formato televisivo, più economico e snello, era, infatti, possibile sperimentare, ad esempio, varianti di una storia che non avevano potuto trovare posto al cinema, oppure, ancora, si potevano mettere alla prova nuove tecniche e nuovi talenti.
Hitchcock, quindi, contribuendo a inventare e definire la televisione così come aveva contribuito a inventare e definire il cinema, lanciava il formato del film breve, quello che oggi chiameremmo disinvoltamente “cortometraggio”: una storia autoconclusa della durata di 25 minuti.
L’idea si rivela vincente e la serie Alfred Hitchcock presenta viene trasmessa per sette stagioni, ognuna di circa 40 episodi per un totale di 268.
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, gli Alfred Hithcock presenta non erano girati dal regista inglese (se non in minima parte), ma erano, appunto, da lui presentati. Quelle storie, infatti, dovevano molto a Hitchcock e al suo universo, a partire dalla scelta dei temi, fino alle fonti letterarie passando attraverso l’uso delle eccellenti maestranze da anni al servizio del genio del brivido.
La serie, inoltre, rappresentava un ottimo trampolino di lancio per registi esordienti (un giovanissimo Robert Altman, per dirne uno), così come una straordinaria vetrina per gli attori alla prime armi (un altrettanto giovane Walter Matthau, per dirne un altro). Ma la popolarità garantita dal mezzo televisivo, unita alla possibilità di associare il proprio nome a quello di una delle personalità più eminenti di Hollywood, rappresentava una bella tentazione anche per le star più affermate, e la lista degli interpreti che si sono avvicendati nella serie è costellata di nomi eccellenti.

Il ruolo di Hitchcock in questa serie, quindi, è sostanzialmente quello di garantire la qualità del prodotto, e, per farlo, ci mette, come si suol dire, la faccia, comparendo personalmente come protagonista delle brevi sequenze che precedono e seguono ogni episodio. Queste esilaranti gag, della durata di un paio di minuti e dallo stile marcatamente british, rappresentano una delle parentesi più surreali della storia della televisione.
I 268 episodi di Alfred Hitchcock presenta sono tutti molto ben realizzati, ma alcuni di essi sono dei veri e propri piccoli capolavori.
In definitiva, Hitchcock si dimostra un personaggio squisitamente geniale persino nel campo del marketing, riuscendo a trasformare se stesso e il proprio goffo profilo in un vero e proprio brand, garanzia di una qualità ma più ritrovata in un programma televisivo.

L'odore di chiuso delle ricche stanze di una nobiltà decadente non proviene dalle cucine

Distante per ambientazione dalla serie dei vecchietti del BarLume (edita sempre da Sellerio), Odore di chiuso conserva l’umorismo insolente e l’ingegnosità dell’intreccio di Marco Malvaldi. Nel castello del barone Bonaiuti, incastonato in una Maremma toscana che ricorda certe brughiere di sapore anglosassone, vicino alla Bolgheri di Giosuè Carducci (il tanto agognato ospite di uno dei figli del barone, aspirante poeta) arriva un venerdì di giugno del 1895 l’ingombrante e baffuto Pellegrino Artusi.

Gli ospiti (male assortiti ma tratteggiati con divertito sarcasmo da Malvaldi, non nuovo a questo genere di approccio) attendono l’arrivo di quello che sanno essere un letterato con l’ansia di chi sa che un tale evento in qualche modo scuoterà la molle routine del castello; lo precede la fama del suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, il celebre manuale culinario, primo del genere, con cui ha inventato la tradizione gastronomica italiana. Leggendo, sento anch’io quella curiosità. Malvaldi sa trascinarmi in quel vortice frammisto d’attesa, pettegolezzo, aspettativa e curiosità di cui sono preda gli ospiti in attesa: che aspetto avrà Pellegrino Artusi, come mai è in visita al castello, in che rapporti è col suo ospite, il conte padre?

La mia curiosità, però, non è nulla se confrontata con quella del manipolo di anime che popolano il giardino facendo niente, rimango in disparte e sono anche abbastanza contenta di non essere tra loro, sia per la mediocrità della compagnia, sia per essere così al riparo dalle staffilate contemporanee (molto divertenti) che l’autore riserva alle sue creature ottocentesche. Di Gaddo, aspirante e vago poeta in agognante attesa del Carducci ho già detto: gli fa da contraltare il fratello, Lapo, sciupafemmine e frequentatore di bordelli, sempre a caccia di servette e contadine, convinto che L’Artusi abbia con il padre un rapporto di debito; mosca bianca Cecilia, ragazza intelligente e spiritosa relegata però a far compagnia alla nonna, baronessa ingombrante per carattere e mole. Oltre ai nobili in odor di decadenza, il crocchio in attesa si compone dalle due, immancabili, zie zitelle, dalla dama di compagnia della baronessa Speranza e da un fotografo professionista, tale Ciceri. Nel castello il maggiordomo Teodoro, e l’avvenente cameriera Agatina.

E sopra a tutti la brusca e geniale cuoca. Perché è vero, Odore di chiuso è un giallo, ci sarà una vittima e, chiaramente un carnefice; un giallo ben congegnato la cui risoluzione non è banale e si fonda su elementi che dell’indagine amplificano il fascino e la difficoltà: saper riconosce gli odori, saper osservare, riflettere con pazienza e metodo, considerare gli elementi a disposizione oltreché gli animi umani. Dicevo, è un bel giallo; ma le pagine che tra tutte ho più apprezzato sono state proprio quelle che hanno visto come protagonisti la suddetta cuoca, i suoi manicaretti (e la loro preparazione) e l’Artusi, smanioso e attento nell’appuntare procedimenti e ingredienti, quantità e indicazioni. C’è un pasticcio di tonno che per la sua composizione fa strabuzzare gli occhi al nostro cuoco: gli ingredienti che lo compongono sembrano del tutto estranei gli uni con gli altri, però il risultato è tale e tanto da essere gustato (più volte). Il pasticcio di tonno è una ricetta all’uso zingaro, che Malvaldi riporta in coda al testo e che non trova spazio nel ricettario. Delle ricette dell’Artusi, invece, ne viene ricordata una ricetta medicamentosa: Il brodo per gli ammalati. Vado a spulciare la mia copia de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene e non fatico a trovarla tra i brodi, le gelatine e i sughi.

Come in tutte le ricette dell’Artusi, c’è un dettaglio che mi induce a prepararla, anche se non m’affligge nessuna influenza: “coprite il tegame con un piatto che lo chiuda e sul quale sia mantenuta sempre dell’acqua…”; a parte gli ingredienti di questa come di altre ricette, quello che rende il ricettario un testo godibile penso sia tra le ragioni che hanno indotto Malvaldi a fare dell’Artusi il protagonista di Odore di chiuso: una lingua attenta e limpida, un piglio pratico e deciso, un’attenzione ai dettagli (non a caso si parla di “scienza”) e un approccio arguto alla cucina e alle contingenze.

Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Editore: Sellerio
Dati: 2011, 208 pp., 13,00 €

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She's armed, he's dangerous

Se avete avuto una giornata particolarmente dura o triste o sconfortante, allora potrebbe essere l’occasione giusta per vedere una puntata di Castle. Poche cose infatti, nell’ambito audiovisivo, sono in grado di restituire il sorriso come l’adorabile faccia da schiaffi di Nathan Fillion nei panni dello scrittore Richard Castle.
Castle non è un poetico e tormentato intellettuale ma, al contrario, un ricco, superficiale e un po’ viziato autore di best seller che vive circondato dal lusso e coccolato dalle donne e dai fan.
Come molti uomini poco cresciuti, Castle vive ancora con sua madre, un’attempata ma affascinante attrice di Broadway che cerca di venire a patti con la sua decadenza. A completare la famiglia c’è una figlia adolescente che, al contrario dei suoi parenti, si dimostra spesso decisamente più matura della sua età.

Ma l’eccesso di ricchezze e di compagnia femminile non implica che Richard Castle sia uno sciocco, anzi, arrivato ormai alle soglie della mezza età crede che sia giunto il momento di dare una svolta alla propria carriera. Contro il parere dei suoi editori e dei suoi lettori, Castle decide di far uscire di scena il personaggio che lo ha reso famoso: il detective Derek Storm, protagonista di decine e decine di best seller internazionali.
Ma questa coraggiosa scelta sembra ritorcerglisi contro perché, dopo la «morte» di Storm, Castle, per la prima volta, è assalito dal blocco dello scrittore.
A rovesciare questo stato di cose interviene provvidenzialmente (se così si può dire) un killer che utilizza proprio i romanzi di Castle come modello per i suoi delitti. Lo scrittore viene chiamato a collaborare con la squadra omicidi di New York e qui incontra l’affascinante detective Kate Beckett (Stana Katic).

La bella poliziotta, però, è quanto di più diverso da lui si possa immaginare. Tanto Castle è irrazionale, infantile, fantasioso tanto Beckett è disciplinata, metodica, controllata. Facile prevedere che tra i due nasca una certa chimica ma il detective Beckett preferirebbe perdere una mano piuttosto che ammettere di essere attratta da Castle o, peggio ancora, di confessare che ha a casa una copia di ogni suo singolo libro.
Meno prevedibile è che Castle trovi proprio in Beckett l’ispirazione per la sua nuova protagonista: la sensualissima detective Nikki Heat. Per inseguire la sua intuizione letteraria (o per stare più vicino a Kate?) Castle sfrutta la sua amicizia con il sindaco e ottiene il permesso di seguire la squadra di Beckett come consulente in tutti i casi di omicidio.
Come si svolgerà la collaborazione tra una schiva stakanovista e un fanciullesco narcisita? Con continui litigi e provocazioni da entrambe le parti che deliziano lo spettatore, conscio che, sotto sotto, Castle e Beckett si vogliono bene e farebbero qualunque cosa per proteggere il proprio compagno/a.

L’esperimento sembra efficace anche perché Beckett insegna a Castle qualcosa sulla vera vita dei poliziotti, migliorando l’attendibilità e l’accuratezza delle sue storie mentre Castle insegna a Beckett che a volte, per risolvere un caso, occorre pensare come se si fosse dentro un romanzo.
Impossibile non affezionarsi all’improbabile coppia Castle-Beckett o a tutti i riuscitissimi personaggi secondari che ruotano loro intorno.
Nella prima serie le indagini poliziesche costituivano poco più di un pretesto per fare da sfondo ai dialoghi tra i personaggi. Ma la serie ha riscosso subito grande simpatia da parte del pubblico e la produzione, probabilmente, ha deciso di investire qualche risorsa in più nella sceneggiatura, dal momento che, a partire dalla seconda serie, le trame investigative risultano decisamente più curate e, nella terza, diventa difficile prevedere come, e se, si risolverà la situazione in ogni puntata.

La seconda serie punta moltissimo sulla sotterranea tensione erotica tra Castle e Beckett e sulle inconfessabili, reciproche gelosie. La terza invece, sorprendentemente, abbandona la strada più scontata e si concentra sull’aspetto più squisitamente relazionale, dando ampio spazio anche ai personaggi minori.
La terza serie, inoltre, abbonda di citazioni letterarie e cinematografiche con cui sia gli autori che i personaggi si divertono a giocare creando un godibilissimo effetto parodistico.
In un’offerta televisiva che ci sommerge ormai di efferati delitti e torbidi serial killer, Castle rappresenta una gioiosa ventata di freschezza che mescola il giallo alla commedia e al genere sentimentale; un prodotto in cui la vera chiave di volta è la costruzione di personaggi così amabili che desiderereste incontrarli nella vostra vita di tutti i giorni.

A dire il vero gli autori della ABC ci hanno provato a portare Castle e Beckett fuori dallo schermo. Sul sito ufficiale della ABC, ma anche nelle librerie, potete leggere il «vero» romanzo che ha per protagonista Nikki Heat: Heat Wave.
Chi lo ha scritto? Ma Richard Castle, naturalmente! Con tanto di dedica ai suoi amici della squadra omicidi di New York e alla sua musa Kate Beckett.

I primi dieci capitoli di Heat Wave scaricabili gratuitamente (in inglese)

Titolo: Castle
Ideatore: Andrew W. Marlowe
Network: ABC (in onda in Italia su FOX e su RAI2)
Con: Nathan Fillion, Stana Katic