Anche i paperi piangono. Intervista a Luigi Leonidi

«Mi piaceva lavorare con Paperino, perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po’ pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco di lui». Le parole con cui Carl Barks, l’Uomo dei paperi della Disney, parlava del suo personaggio più famoso in una delle sue ultime interviste, non mancano certo di sadismo, e chissà se anche dietro alle trasfigurazioni pittoriche del bolognese Luigi Leonidi – in mostra alla Galleria Davico di Torino, fino al 25 febbraio –, in cui  lo stesso papero appare inquieto, triste, desolato, forse più reale perché privo di possibilità di redenzione, non si celi una certa soddisfazione sadica. Tanto vale chiederglielo.

«Paperino è una “Icona” del nostro tempo – spiega il pittore ad AtlantideZine –, una metafora dell’essere umano, nel quale tutti, al di sopra delle razze delle culture e/o estrazioni sociali si possono ritrovare, è altresì conosciuto ed accettato ma rimane pur sempre un cartoon, così da poter essere usato, modificato, alterato senza per questo mettere in alcuna crisi la veridicità dell’immagine stessa: non sono mai nel mondo reale ma non ne esco neppure, rimango nel limbo e nell’ambiguità, in bilico tra “arte” e fumetto, ammesso e concesso che il fumetto non sia vera “arte”. Il gioco che metto in scena in questo lavoro è costantemente un rimando tra i concetti di immagine indicale e immagine iconica, per questo il personaggio è sempre un estraniato, un alienato, mai felice; prendo un personaggio già conosciuto da tutti, preparato e confezionato con il suo carico di simboli, lo decontestualizzo e il gioco è fatto, senza cadere in assurdi manierismi “tento” di raggiungere una carica  empatica che difficilmente con una immagine puramente indicale potrei ottenere senza cadere nei tanti tranelli che il rinascimento e la sua visione hanno generato».

Luigi Leonidi pulito non troppoI dipinti di Leonidi sanno essere immediati e complessi allo stesso tempo. C’è sia la mano capace dell’artista figurativo, che l’inventiva del concettuale. Le due anime si mescolano sulle tele con una libertà non comune al giorno d’oggi e, forse, questo lo si deve al fatto che Leonidi è arrivato tardi al mondo dell’arte. «“Io non sono nato artista”… forse non lo sono mai stato! Almeno nell’accezione canonica del termine, il mio fine non è l’arte, io la adopero soltanto, la mia è un’utilizzazione, ammesso e concesso di riuscirvi: voglio dire delle cose ed utilizzo come so fare quello di cui dispongo. Sì ho lavorato, facevo pure un buon lavoro, ma ero semplicemente una sigla, un dieci del mese, ora ho un sacco di dubbi, una quantità abnorme di incertezze, ma quello che vedo nello specchio la mattina lo riconosco come il mio autoritratto.»

Certo, osservando i paperi solcati da una luce caravaggesca, un occhio di bue tanto luminoso da risultare iperrealistico,capace di donare una sensazione di tridimensionalità al personaggio, anche noi siamo assaliti dal dubbio che lui artista ci sia nato – bando alle modestie! «Proprio come fu per Caravaggio, il quale partì da problemi filosofici che venivano dibattuti al tempo, la luce, l’illuminazione, non è una fonte reale, ma una illuminazione interiore, questo è forse più esplicito nelle due tele grandi ora esposte alla Davico, in cui un Dio, incarnato dalla figura di Disney, viene in realtà illuminato da una luce superiore che, il più delle volte, sotto forma di occhio di bue, illumina ciò che vuole; è l’illuminazione meno naturalistica che ho avuto a disposizione e che porta alle estreme conseguenze la dualità luce-buio e come su di un palco nel quale si sviluppa il dramma esistenziale, va ad esaltare, se così si può dire, il momento centrale della rappresentazione, svelando, almeno nei miei intenti, la menzogna del poter contenere “il tutto” attraverso la descrizione “reale” del mondo.»

E non è forse  un artista questo?

Luigi Leonidi
Fino al 25 febbraio 2012
Galleria Davico
Galleria Subalpina, Torino
info: 0115629152

Sogni da guardare

Dulcis in fundo, LuzzatiScenografo e illustratore il primo, regista il secondo, accomunati l’uno all’altro da una delle esperienze più feconde del teatro italiano di fine Novecento. Nel 1975, infatti, Emanuele Luzzati e Tonino Conte decisero di dare vita a una compagnia teatrale che producesse degli spettacoli allo stesso tempo divertenti e in grado di arricchire culturalmente il pubblico, nella più ampia libertà di scelta artistica da parte dei direttori della compagnia stessa, che firmavano la maggior parte delle produzioni, né legati all’avanguardia, né, tantomeno, al teatro ufficiale. Il Teatro della Tosse di Genova, inaugurato con la produzione di Ubu Re di Alfred Jarry, che diventò una sorta di manifesto artistico della compagnia, segue ancora oggi lo spirito dei suoi due fondatori – quello stesso spirito di divertimento, stravaganza e diversione rispetto al quotidiano che traspare come caratteristica prima dalle opere esposte in questa doppia personale alla Galleria Davico di Torino.

Le quarantacinque opere che compongono la mostra Sogni da guardare sono fiabesche e maliziose sul lato dei variopinti bozzetti di Luzzati, ironicamente pop e surreali, invece, da quello dei collage di Tonino Conte. Le opere di quest’ultimo sono creazioni recenti, come spiega lui stesso in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. «Tutto è cominciato per gioco, come passatempo e senza grandi ambizioni.» Proprio il loro spirito ludico rende le opere estremamente godibili e fresche, e sopperisce al fatto che esse non siano particolarmente originali. In un certo qual modo, i collage di Conte sanno anche essere dissacranti, nel momento in cui presentano un affascinante volto femminile dalle labbra rosso fuoco che spunta dal famigerato orinatoio di Duchamp – dissacrano il simbolo stesso della provocazione e della dissacrazione artistica.

I personaggi di Luzzati, invece, nulla hanno a che fare con questo mondo. Sono protagonisti incantati di racconti aerei e sognanti. Regine dai volti gentili, re di castelli di carta dalle ampie gote rosse, arlecchini che si stagliano su sfondi tenui. Tra le opere in mostra, sono presenti anche i bozzetti delle scenografie di quel primo Ubu Re che inaugurò la fortunata avventura del Teatro della Tosse. L’opera, però, che domina su tutte le altre è il grande olio su legno intitolato Dulcis in fundo, che, raffigurando il finale del Re Bischerone di Domenico Batacchi, è anch’esso un ricordo dei primi spettacoli ideati assieme al regista.

Un collage di Tonino ConteSe per Conte l’approccio alle arti figurative è recente e nei suoi collage traspare l’entusiasmo di questa nuova forma espressiva, Luzzati è un maestro di lunga data, scomparso nel 2007 all’età di 85 anni. Entrambi, però, sono accomunati dalla dimensione onirica che domina le rispettive opere. Seppur declinati con accenti diversi, sempre di sogni si tratta, fughe da guardare per sottrarsi al peso della realtà, come una bella commedia teatrale.