Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


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Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

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Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

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Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

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Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

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The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

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Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

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This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

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House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

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Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

justified

Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. II: Basic Cable (e affini) #fall13tv

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Secondo appuntamento con la nostra panoramica delle serie televisive in programma per l’autunno 2013. Qualche giorno fa ci siamo soffermati sull’offerta dei  canali “premium cable”, mentre oggi diamo un’occhiata a quelli “basic”, quelli che mandano la pubblicità, non dicono le parolacce, e per i quali il nudo è ancora tabù. Accanto a questi, abbiamo pensato di includere alcune novità in onda sui canali via satellite, e siccome non abbiamo ancora capito quale sia la giusta categorizzazione della tv via internet (premium? basic? broadcast?), ci infiliamo pure quella.


Oggi parliamo di: The Walking Dead (AMC), American Horror Story: Coven, Sons of Anarchy e It’s Always Sunny in Philadelphia (FX e consorelle), Mob City (TNT), White Collar (USA Network), Derek (Netflix), A Young Doctor’s Notebook (Ovation) e Full Circle (Audition).

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, 16 episodi, 13 ottobre)
The Walking Dead ci aveva lasciati all’ingresso dell’ormai familiare, claustrofobica Prigione, all’arrivo di tutti gli impauriti cittadini di Woodbury sopravvissuti all’epico scontro finale che ha concluso la terza stagione, e da lì si riprende. Il titolo della season premiere (“30 Days Without an Accident”) ci informa che da quelle caotiche giornate è trascorso almeno un mese, e che presumibilmente la convivenza tra i nuovi arrivati e lo storico nucleo dei protagonisti non deve essere stata particolarmente problematica, ma sembra anche un tentativo piuttosto esplicito di generare un senso di falsa sicurezza…  La Prigione, simbolo principe del sovvertimento delle convenzioni e dei valori della civiltà contemporanea all’indomani di una zombie apocalypse, ha fornito a Rick Grimes e compagni un riparo più o meno sicuro, ma i trailer e le immagini promozionali lasciano intendere che l’edificio cesserà di essere quella (semi)inespugnabile fortezza in grado di tenere alla larga le orde di walkers e di resistere, fino ad un certo punto, all’assalto di una milizia di psicopatici. Alcuni dei personaggi introdotti durante la scorsa stagione dovrebbero trovare più spazio, ed è atteso l’ingresso di una manciata di nuovi protagonisti, tra i quali l’ex-medico militare Bob Stookey, che andrà a rimpolpare (insieme ai confermati Tyreese, Sasha e all’idolo dei fan Michonne) un cast storicamente sguarnito di attori afroamericani in posizioni rilevanti (e quindi ci auguriamo introduca una figura un pochino più articolata del pur compianto T-Dawg, reso immortale dai memorabili one-liner: “Oh, hell naw!”). Tra la boscaglia si aggira, reduce dal ruolo di antagonista principale, la poco rassicurante figura di Phillip Black, il famigerato Governatore dell’ormai scomparsa idilliaca cittadina di Woodbury, il quale starà senza dubbio covando propositi di vendetta conformi a quella spiccata tendenza al sadismo che lo rende così amabile. Ma la novità principale di questa nuova annata dovrebbe essere l’emergere di una non meglio precisata terza minaccia, che andrà ad affiancare gli zombie e gli umani — come il già citato “Guv’nor” e i suoi scagnozzi — dediti alla competizione piuttosto che alla cooperazione con gli altri sopravvissuti. I tentativi di estorcere agli autori e ai membri del cast maggiori dettagli attraverso i quali cercare di identificare la natura di questa minaccia non hanno avuto molto successo, e ci dobbiamo accontentare di risposte sibilline (“potrebbe essere il pericolo più grande che i nostri eroi dovranno mai affrontare” e “si tratta di un nemico del nostro mondo, ma in quel mondo — quello pieno di zombie e psicopatici — potrebbe essere terrificante”) o supreme prese per i fondelli (“i white walkers”, “i draghi” e “uno sharknado“).
The Walking Dead sarà guidato per l’ennesima volta da un nuovo showrunner (stavolta è il turno di Scott M. Gimple), e proseguirà nella formula adottata lo scorso anno di una stagione lunga suddivisa in due tronconi. Benché abbia pienamente senso da un punto di vista finanziario, l’espediente di allungare il brodo suddividendolo in due mini-stagioni da otto puntate ciascuna non ci ha convinto granché, e il sensibile incremento del numero di episodi, e quindi la possibilità di articolare la storia un pochino oltre gli stilemi classici dello zombie-movie (senza peraltro recuperarne il sottotesto, che sarebbe poi la parte più interessante), non ha portato grandi benefici alla narrazione, mettendo anzi ancor più in evidenza la superficialità dei personaggi. Che siano sei, tredici o sedici episodi, The Walking Dead rimane uno show in grado di intrattenere lo spettatore che non ha voglia di pensare troppo a quello che vede, capace di regalare qualche sussulto ogni qual volta la macchina da presa si avvicina ad un angolo buio, ma che allo stesso tempo tende a diventare noioso proprio a causa della ripetizione di questo schema. Per di più, i personaggi sono ormai ben addestrati a fronteggiare i famelici walkers, e anche la suspense generata dall’incontro con i non-morti tende a scemare. Purtroppo, ogni qual volta l’adrenalina scende sotto i livelli di guardia (ed è una condizione che si sta verificando con frequenza sempre più preoccupante), son dolori, poiché la sceneggiatura non è quasi mai stata in grado di creare delle situazioni per cui valga davvero la pena prendersi a cuore la sorte dei personaggi. Quale investimento emotivo è possibile fare su un manipolo di personaggi dal grilletto facile? Ci basta davvero seguire i fantasmi che popolano la mente di Rick, o seguirlo nel suo vano tentativo di evitare che il figlio Carl cresca avvezzo alla violenza che sembra essere l’unica strategia vincente in questo mondo capovolto? E non crediamo certo che le vicende sentimentali di Glenn e Maggie siano in grado di appassionare seriamente un solo spettatore. Sarebbe fantastico se la nuova leadership creativa avesse il coraggio di dare una sterzata all’aridità narrativa della terza stagione, ma nutriamo seri dubbi sull’effettiva possibilità che un’eventualità del genere si realizzi. E in fondo, perché dovrebbe? La serie ha un successo clamoroso, inanella ascolti record, ed è parte di un redditizio franchise che dall’originale fumetto si è esteso a videogiochi, giochi da tavolo e miniature per collezionisti, e che a breve dovrebbe ulteriormente espandersi con uno spin-off in lavorazione presso la stessa emittente. (Per non parlare dei corsi universitari correlati alla serie, perché why the fuck not?) Insomma, la squadra potrà anche cambiare, a seconda dei personaggi che via via finiranno tra le fauci di un walker di passaggio, ma è ragionevole pensare che AMC voglia sfruttare fino in fondo la sua nuova gallina dalle uova d’oro, e che pertanto lo schema narrativo rimanga invariato.
Prima di ogni nuova stagione, AMC è solita pubblicare sul proprio sito gli episodi di una webserie ideata e diretta dal co-produttore Greg Nicotero. Quest’anno è il turno di “The Oath“, una sorta di breve prequel della serie principale che racconta alcuni eventi accaduti prima del risveglio di Rick dal coma. Nel corso di questi tre episodi, aventi una durata complessiva di circa 25 minuti, “The Oath”, così come i suoi predecessori “Torn Apart” e “Cold Storage”, accenna alle fasi immediatamente successive all’esplosione dell’epidemia (o quello che è!), con alcuni sottili rimandi alla serie vera e propria. I fan non faticheranno a riconoscere i luoghi in cui è ambientata la vicenda che ha per protagonisti Karina, Paul e la dottoressa Gale, e anche il veicolo utilizzato dovrebbe risultare abbastanza familiare (spoiler: è una Hyundai Tucson, la macchina preferita dai nostri eroi. Perché cosa c’è di meglio di una Hyundai per affrontare una zombie apocalypse in tutta sicurezza? Ragazzi, il product placement non conosce limiti). A coloro che non hanno interesse a deviare dalla trama principale, e hanno la necessità di un rapido riassunto delle stagioni precedenti, consigliamo invece il divertente mash-up The Seussing Dead.

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American Horror Story: Coven, FX (terza stagione, 13 episodi, 9 ottobre)
Terza iterazione per questa (talvolta confusionaria, talvolta intrigante) esplorazione dell’enciclopedia horror curata dalla premiata ditta Ryan Murphy/Brad Falchuk. Dopo “haunted house” e “asylum”, il dito degli sceneggiatori si è fermato stavolta sulla parola “witch”, ed ecco quindi che il carrozzone si trasferisce a New Orleans — patria di una lunga tradizione occultista che va da Aleister Crawley alla particolare variante locale dei riti voodoo, nata dalla commistione di cattolicesimo e tradizioni magiche importate dalla diaspora africana per via caraibica — per raccontare la storia di una congrega di streghe, le cui componenti non sono altro che le pronipoti di quelle sfuggite ai famigerati processi di Salem (anche se poi lo sappiamo, nel calderone di una stagione di American Horror Story finisce praticamente di tutto, per cui dubitiamo che ci sia spazio solo per le streghe).
Ad oltre tre secoli di distanza dalle cruente esecuzioni seguite ai processi celebrati nella cittadina del Massachusetts, la vita delle streghe non è per niente facile: le povere fattucchiere si trovano di nuovo nell’occhio del ciclone, e rischiano l’estinzione a causa di una misteriosa minaccia. Per ovviare a questo poco desiderabile epilogo, le giovani e inesperte streghette vengono mandate in una speciale scuola di autodifesa istituita a New Orleans, un istituto che sfoggia il roboante nome di “Miss Robichaux’s Academy for Exceptional Young Ladies” e che veste le proprie studentesse con delle stilosissime uniformi, dove le allieve dovranno imparare a difendersi dai pericoli che le circondano. Le giovani scolarette apprenderanno i principi dell’arte stregonesca sotto lo sguardo severo della carismatica (e favolosamente glamour) Superiora Fiona, la strega più potente in circolazione, la quale, dopo un periodo di ingiustificato disinteresse nei confronti delle colleghe, è decisa a riprendere il controllo della congrega e riallacciare i rapporti con la figlia Cordelia, dalla quale è stata a lungo separata e che nel frattempo è diventata direttrice della scuola. Ovviamente non finisce qui: a complicare il tutto, infatti, sarà il terrificante segreto custodito da Zoe, spedita a frequentare la scuola dopo essere venuta a conoscenza in modo drammatico dei poteri in suo possesso ed aver appreso di poter vantare una discendenza diretta con le sfortunate progenitrici finite sulla graticola nel lontano 1693. Sullo sfondo, inoltre, si combatte lo scontro tra le streghe di Salem e le locali Voodoo Queen, due fazioni stregonesche da sempre impegnate in una violenta faida. La vicenda si costruirà attraverso l’intersezione di molteplici piani temporali, dagli Anni ‘30 dell’Ottocento ai giorni nostri, proseguendo nell’uso di una formula narrativa impiegata con alterne fortune nelle stagioni precedenti (non particolarmente riuscita nella prima stagione, ma di grande efficacia nella seconda, e ci auguriamo che il trend positivo si estenda a questa nuova avventura). Se non abbiamo elementi per avventurarci in ulteriori anticipazioni è a causa dell’estrema reticenza di autori ed attori nel riferire i particolari della nuova stagione, e di una campagna promozionale (ottima, a nostro parere) che per ora non ha fatto uso di veri e propri trailer, ma piuttosto si è affidata ad un gran numero di enigmatici e inquietanti teaserpromo e posters, dai quali è difficile desumere elementi utili a ricostruire la trama, ma che sono efficacissimi nel dare un’idea di quale sarà il “mood” della stagione. Che così, su due piedi, sembra poter rivaleggiare con la precedente in fatto di atmosfere malsane e personaggi grotteschi, anche se, garantiscono gli autori, non andrà ad esplorare anfratti così oscuri come erano quelli custoditi nel lugubre manicomio di Briarcliff.
Il cast, come al solito, è stellare, e dovrebbe garantire ancora una volta un nutrito numero di nominations agli Emmy Awards. Preponderante la presenza femminile, che annovera, accanto alla sempre presente Jessica Lange, tante attrici di ottimo livello, tra graditi ritorni dalle precedenti ambientazioni di American Horror Story (Sarah Paulson, Frances Conroy, Lily Rabe, Taissa Farmiga) e pregevoli nuovi arrivi (Kathy Bates nel ruolo di Delphine LaLaurie e Angela Bassett in quello della voodoo queen Marie Laveau). Tra i co-protagonisti maschietti segnaliamo il ritorno di Evan Peters e di Denis O’Hare, e la new entry Danny Huston (l’ex-“butcher” di Magic City).

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A Young Doctor’s Notebook, Ovation (prima stagione, 4 episodi, 2 ottobre)
Miniserie basata sull’omonima raccolta di racconti autobiografici del celebre romanziere e drammaturgo russo Mikhail Bulgakov. Trasmessa lo scorso autunno da Sky Arts in UK (e la scorsa primavera in Italia da Sky Arte), dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto in patria approda sugli schermi americani, anche qui in onda su un canale solitamente dedicato all’arte.
Siamo a Mosca, alla metà degli Anni ’30. L’ufficio del dottor Vladimir Borngard (Jon Hamm, meglio noto come Don Draper) viene perquisito dalla polizia, alla ricerca delle prove del reato di cui è accusato (ovvero l’essersi prescritto della morfina). La perquisizione riporta alla luce i diari tenuti in gioventù dal dottore, e la lettura delle sue note è lo stratagemma narrativo per dare avvio al lungo flashback degli eventi che lo videro protagonista quando, appena laureatosi in medicina all’università di Mosca, venne mandato a prendere servizio nell’ambulatorio di Muryevo, un isolato paesino sperduto nella steppa russa. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, il giovane dottore alle prime armi (interpretato Daniel Radcliffe, meglio noto come Harry Potter) si trova a fare le sue prime esperienze sul campo in una gelida e sperduta località, solo di fronte alle proprie incertezze in merito alle proprie capacità professionali e ulteriormente intimidito dall’aperta diffidenza che i collaboratori dell’ambulatorio mostrano nei suoi confronti. Le due infermiere, Pelageya e Anna, e un “feldsher” un po’ imbranato, non fanno nulla per nascondere i pregiudizi che nutrono nei confronti del nuovo arrivato, e apertamente rimpiangono la presenza del predecessore di Vladimir, l’esperto medico Leopold Leopoldovich. Vladimir cerca quindi di ambientarsi in questo nuovo mondo, dove nessuno si fida di lui e le sue competenze sono messe alla prova ogni giorno da pazienti superstiziosi.
Presentato così sembrerebbe un ordinario period drama, magari impreziosito da un cast importante e nobilitato dal riferimento letterario. E invece ordinario non è. L’aspetto più interessante di A Young Doctor’s Notebook è il collegamento tra i due piani temporali distinti in cui si articola il racconto delle vicende del dottore protagonista. Le due linee temporali, il presente e il passato, non sono connesse da un canonico flashback, ma bensì si compenetrano in modo surreale: più che un racconto degli eventi passati si tratta di una ripetizione di questi stessi eventi così come vengono ricostruiti dalla memoria del dottore, e in questi ricordi la sua versione “adulta” si trova ad interagire con il suo io “giovane” (la maggior parte delle volte per rimbrottarlo e schernirlo per la propria inettitudine e le continue incertezze). L’avrete già notato: come è possibile che Jon Hamm e Daniel Radcliffe impersonino lo stesso individuo, seppure in momenti diversi della sua esistenza? Tra i due non sussiste nessuna somiglianza che possa lasciar pensare all’uno come alla versione adulta dell’altro, e il trucco non interviene minimamente per colmare la distanza (e neppure la significativa differenza di altezza tra i due!). Ci si accorge presto, tuttavia, di come la diversità nell’aspetto fisico dei due dottori non sia assolutamente un fattore rilevante: al contrario, l’intera narrazione assume il valore di una riflessione sulla memoria, e su come essa non abbia affatto le caratteristiche di oggettività (quasi “filmica”) che le vengono ingenuamente e inconsciamente attribuite, ma sia invece una riproposizione totalmente soggettiva del passato. I ricordi del dottore sono continuamente trasfigurati dalla presenza in essi del suo io attuale, a rimarcare come la pretesa di un oggettiva registrazione dei fatti sia un illusione, e di come l’atto del ricordare consista piuttosto in un’attiva ricostruzione operata nel presente, suscettibile di modifiche e aggiustamenti legati al variare degli stati emotivi e cognitivi nel momento in cui il passato viene recuperato.
Oltretutto, non lasciatevi ingannare dalla categorizzazione “drama”: tanta è l’ironia (spesso caustica, e che sovente tracima nel sarcasmo), abbondante lo humor nero, e non mancano momenti di vera e propria slapstick comedy, in misura tale da alleggerire con toni farseschi le ambientazioni cupe e gli eventi talvolta tragici e macabri di cui si narra.

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Mob City, TNT (prima stagione, 6  episodi, 4 dicembre)
Ad oltre un anno dall’annuncio della messa in produzione, e dopo aver cambiato una girandola di titoli, finalmente approda sui nostri schermi il noir creato e in parte diretto da Frank Darabont, noto ai più per essere stato tra i creatori dell’adattamento tv di The Walking Dead (che per la serie in oggetto è probabilmente irrilevante, ma ve lo diciamo lo stesso, visto che ne abbiamo parlato un paio di paragrafi più su).
Siamo a Los Angeles, nel secondo dopoguerra, in una città in cui il glamour, i lustrini e i luccichii legati alla presenza dell’industria cinematografica e dei suoi divi contrastano (o si intersecano) con la brutale realtà criminale delle gang mafiose decise a fare della metropoli californiana il proprio quartier generale sulla costa Ovest. Il Dipartimento di Polizia della città (LAPD) è notoriamente corrotto e connivente con la malavita, fino a quando il leggendario capitano William Parker non ne prenderà il controllo e inizierà la sua crociata contro il crimine. Una delle misure adottate da Parker è la creazione di un pool di agenti antimafia capeggiato dal detective Hal Morrison (e del quale entrerà a far parte uno dei protagonisti della storia, l’ex-marine Joe Teague), il cui compito è quello di dare la caccia ai famigerati boss Bugsy Siegel e Mickey Cohen. Altri ex-militari che, al contrario di Teague, hanno trovato una redditizia sistemazione nei ranghi della mafia (come Ned Stax, diventato avvocato dei boss), politici che giurano di voler fare piazza pulita del sottobosco criminale che infesta la città (come il sindaco Fletcher Bowron) e le immancabili, sensuali femme fatale che animano i night club della meteropoli californiana (come Anya e Jasmine) sono le figure — invero abbastanza classiche, visto il genere — che completano il quadro di questo violento crime drama.
L’ambientazione è tanto fascinosa quanto non originale (alzi la mano chi non ha immediatamente pensato a Ellroy?? A occhio e croce dovreste averla tirata su tutti) ma i prodotti di genere ci piacciono, l’attitudine hard-boiled ci piace ancor di più, e i cliché non ci disturbano quando di essi se ne fa un uso sapiente. Speriamo sia questo il caso, e ne derivi un poliziesco all’altezza dei modelli da cui pare trarre ispirazione.

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Sons of Anarchy, FX (sesta stagione, 13 episodi, 10 settembre)
Tara in prigione, Clay in prigione, Otto sempre in prigione, ridotto ad un moncherino di uomo e costretto a subire le più crudeli umiliazioni e torture. SAMCRO in difficoltà, tra possibili addii (Bobby lascierà il club per rifondare i “Nomad”?) e personaggi emotivamente segnati dagli eventi (Tiggy). La presenza minacciosa di Lee Toric, un ambiguo ex-U.S. Marshal deciso a vendicare la sorella (brutalmente uccisa da Otto) facendo ricorso agli agganci coltivati durante la sua precedente occupazione, e che non esita a ricorrere all’illegalità pur di raggiungere il suo scopo. Gli irlandesi che ancora legano i Sons al traffico d’armi, e la relazione pericolosa intrattenuta dal club con la gang di Oakland guidata dall’ambizioso August Marks. Tante le gatte da pelare per il biondo Jax Teller, a parole sempre motivato nella sua missione di redenzione del suo club dalla spirale di violenza in cui la leadership di Clay l’ha condotto, ma nei fatti sempre più invischiato e sempre più a suo agio in questa stessa violenza. Ma, imperterrito, Jax continua a scrivere lunghe, noiosissime lettere piene di retorica “one percenter” ai propri figli, e non sembra aver ancora realizzato appieno quanto sia più figo il ruolo di leader di una banda di motociclisti fuorilegge rispetto alla tanto agognata occupazione di papà in una famiglia modello “Mulino Bianco”.
Questa sesta stagione potrebbe (dovrebbe?) essere il penultimo capitolo della saga dei motociclisti californiani, e immaginiamo non si discosti di un millimetro dalle precedenti. Un filo più pessimista che in passato, magari, ma Sons Of Anarchy resta fondamentalmente una soap opera con tante sparatorie e un po’ di scazzottate, e per quanto ci riguarda è al suo meglio quando fila via rapida e violenta (ma sostanzialmente indolore, visto l’investimento emotivo nullo nei confronti dei personaggi), assecondando le visioni pìu truculente del suo creatore Kurt Sutter. Al contrario, è decisamente difficile da digerire quando si intestardisce su questioni sentimentali e/o esistenziali. Non lo neghiamo, Sons Of Anarchy ci ha un po’ stancato: la passata stagione ha parzialmente corretto una rotta narrativa che non sembrava per niente positiva, ma dovrebbe esserci un limite di legge al numero di volte in cui uno sceneggiatore può adoperare lo schema “SAMCRO in un angolo e Jax ad inventarsi qualcosa per garantire la sopravvivenza sua e del club”. E poi, andiamo, quanti sono i pretesti improbabili che ancora possono essere utilizzati per risparmiare a Clay Morrow una fine che appare inevitabile da un paio di stagioni? Per quanto si possa apprezzare Ron Pearlman, desideriamo ardentemente che il suo personaggio sparisca il più presto possibile. Purtroppo, siamo realisti: saremmo i primi ad essere felici qualora la nostra previsione venisse smentita, ma temiamo che difficilmente la dipartita di Clay si verificherà in questa stagione.
Al di là dell’opinione tendenzialmente negativa sull’evoluzione della serie, dobbiamo riconoscere che il primo episodio della nuova stagione non è affatto male: limita i toni melodrammatici e orchestra una sapiente miscela tra esplosioni di violenza inaudita (tra le quali una scena finale che va a mettere il dito in una delle piaghe purulente dell’America contemporanea, e che come tale ha suscitato notevoli — e come al solito mal dirette — polemiche) e la necessità di tempi riflessivi utili a gettare le basi della stagione, che sarebbe poi il naturale compito di un episodio introduttivo. La chiave scelta per unire questi due aspetti si rivela sorprendentemente felice, e l’inesorabile discesa dei Sons nel vortice della violenza viene immerso in una straniante atmosfera di calma ineluttabilità. Jax, ovviamente, ripete ai quattro venti di voler remare controcorrente per tirare fuori i Sons da questo vortice, ma la sensazione è che tutto e tutti finiranno per esserne risucchiati. Quantomeno sarebbe un bell’epilogo.

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Derek, Netflix (prima stagione, 7 episodi, 12 settembre)
La proposta di Netflix per l’Autunno è in realtà un prodotto d’importazione dalla tv inglese, e nemmeno tanto recente: originariamente commissionata da Channel 4, la serie è andata in onda sugli schermi dell’emittente britannica durante l’inverno del 2012. Si tratta dell’altro side-project del duo comico Stephen Merchant/Ricky Gervais a cui avevamo accennato nella presentazione (poco entusiasta) di Hello Ladies. A differenza di Merchant, Ricky Gervais, che dei due è quello che, con i suoi progetti solisti, ha raccolto i maggiori successi, ha curato tutti, ma proprio tutti, gli aspetti della sua serie: ne è infatti autore, regista e soprattutto interprete principale, nel ruolo del protagonista che dà il titolo alla serie, Derek Noakes.
Derek è un eccentrico cinquantenne impiegato presso la Broad Hill Retirement Home, una casa di riposo in cui svolge il suo lavoro di assistenza agli anziani con dedizione assoluta, ed è pertanto adorato dagli inquilini residenti presso la struttura. Tutti, in realtà, adorano Derek, dagli stravaganti colleghi Dougie e Kev alla manager Hannah, e tutti gli riconoscono due qualità di cui dispone in quantità industriali: l’altruismo e la bontà d’animo. Se non siete ancora nauseati dall’eccesso di sdolcinatezza, aggiungeremo anche che la serie è realizzata secondo lo schema del mockumentary (tanto per non perdere di vista The Office), e, con il pretesto di seguire una troupe fittizia interessata al funzionamento della casa di riposo, racconta la relazione di Derek con i pazienti e con i colleghi, i quali sono perennemente impegnati a fronteggiare le croniche difficoltà economiche in cui versa la residenza e i continui tagli al budget della stessa.
Cosa ci sia di comico in tutto ciò stentiamo a immaginarlo, ed in effetti il trailer non ci ha strappato neanche mezzo sorriso. Gervais sostiene di aver voluto realizzare uno show in cui a farla da padrone sono le persone ordinarie, le persone buone e gentili che abitano ai margini della società e la cui positività viene normalmente disconosciuta. Non devono essere stati dello stesso avviso i critici inglesi, i quali, a partire dalla messa in onda del pilot, hanno accusato lo show di essere imperniato sulla ridicolizzazione di un individuo affetto da disabilità mentale, e di sfruttrare a fini comici la patologia (e di propagandare pertanto un’attitudine discriminatoria nei confronti di coloro che ne sono affetti). L’attore ha rispedito al mittente le accuse, precisando che Derek non è affetto da alcuna disabilità cognitiva, e che il suo intento è invece quello di ironizzare sulla percezione diffusa che la società ha degli individui relegati ai margini della stessa, i nerd, gli stravaganti, i tipi “strani” in generale. Perché, ripete ancora una volta, tutte queste persone, ignorate dai più, costituiscano la parte migliore delle nostre comunità. Bene, a costo di passare per cinici senza cuore, una serie del genere non la guarderemo mai. Addio, Derek.

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White Collar, USA Network (quinta stagione, 13 episodi, 17 ottobre)
Il patinato procedurale che narra le avventure della strana collaborazione tra il poliziotto buono Peter Burke e il fascinoso falsario Neal Caffrey è probabilmente l’unica produzione originale di USA Network degna di nota (diciamo “probabilmente” perché quest’estate abbiamo ignorato Graceland, per cui per ora rimandiamo il giudizio assoluto). La quarta stagione si è chiusa con un cliffhanger non da poco: l’agente dell’FBI Peter Burke è accusato dell’omicidio del Senatore Pratt, il quale in realtà è stato ucciso dal James (il padre di Neal) utilizzando l’arma d’ordinanza dello stesso Peter. Sarà dunque compito del brillante ex-galeotto Neal, in virtù dell’affetto e della reciproca fiducia che ormai lo lega a Peter, tentare di scagionare l’incolpevole agente dell’FBI. Ma per fare ciò, Neal dovrà evidentemente compiere una scelta difficile, poiché la salvezza di colui che ha assunto il ruolo di figura paterna sembra avere un prezzo piuttosto alto: sacrificare la relazione con il suo vero padre. Tentennerà, il buon Neal?

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Full Circle, Audience (prima stagione, 10 episodi, 9 ottobre)
Undici personaggi inconsapevolmente interrelati gli uni agli altri sono i protagonisti di uno show la cui struttura è quantomeno anomala. Ogni episodio, infatti, presenta due di questi personaggi impegnati in una conversazione imperniata su complicate questioni sentimentali mentre siedono ad uno dei tavoli del ristorante Ellipsis. Uno dei due partecipanti all’incontro sarà tra i protagonisti dell’episodio successivo, che non si limiterà ad introdurrà solo un nuovo interlocutore (e presumibilmente le sue complicate questioni sentimentali), ma che soprattutto offrirà una inaspettata chiave di lettura delle vicende raccontate nell’episodio precedente. Lo schema di queste conversazioni  interconnesse procede fino alla… chiusura del cerchio, per l’appunto, nel quale presumibilmente ci sarà la rivelazione finale sul senso di tutte queste ingarbugliate relazioni.
Il formato invita a pensare ad una narrazione dai ritmi quasi teatrali (e l’autore, Neil LaBute, è in effetti un drammaturgo), ma il trailer lascia intravedere molto poco, e i materiali promozionali sono alquanto avari di informazioni. Rimandiamo alla visione del pilot le considerazioni sulla riuscita o meno dell’esperimento.

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It’s Always Sunny in Philadelphia, FXX (nona stagione, 13 episodi, 4 settembre)
Serie storica del portfolio di FX, da quest’anno traslocata sulla neonata rete consorella FXX, il cui compito è appunto quello di ospitare le commedie. Uno degli episodi della stagione, che quest’anno taglierà il traguardo dei 100 episodi, è a cura degli autori di Game of Thrones, D.B. Weiss e David Benioff. Se questo implicherà la morte cruenta di uno dei protagonisti, e il contorno di scene di nudo totalmente ininfluenti ai fini della trama, lo ignoriamo. In realtà, la presenza di Weiss e Benioff in qualità di guest writers è praticamente tutto ciò che sappiamo a proposito di questa serie, poiché nonostante si tratti di una sit-com di lungo corso, spesso elogiata dalla critica e capace di raccogliere ampi consensi di pubblico, non ci è mai capitato di seguirla. Otto stagioni da recuperare non sono uno scherzo!

Quali sono le serie tv in onda in quest'estate 2013? #summer13tv

Non abbiamo ancora finito di raccontarvi tutte le novità appena andate in onda in questa ricca primavera (e soprattutto non abbiamo ancora finito di vederle) che è già tempo di pensare alla stagione estiva: tale è l’abbondanza televisiva, e non saremo certo noi a lamentarcene. L’estate 2013 segnerà la conclusione di due serie che hanno fatto la storia della televisione contemporanea (Breaking Bad e Dexter), vedrà il ritorno di alcune serie di grande successo di cui non ci importa molto (True Blood), altre più di nicchia di cui ci importa abbastanza (Hell On Wheels), e proverà a dare un’altra chance ad alcune cocenti delusioni di questi ultimi anni (The Newsroom e The Killing). Ai cancelli di partenza del terzo quarto del 2013 si presentano meno debuttanti rispetto al mid-season, ma c’è comunque spazio per esordi che sulla carta sembrano promettenti (The Bridge e Ray Donovan, più il primo che il secondo) e per qualche serie poco reclamizzata che potrebbe tuttavia rivelarsi la sorpresa della stagione (Low Winter Sun?). Di seguito una breve panoramica di tutte le principali serie che, secondo noi, vale la pena tenere d’occhio. Come sempre, ce n’è per tutti i gusti.


Breaking Bad, AMC (quinta stagione, seconda parte, 8 episodi, 11 agosto)
La seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad è l’headliner indiscusso dell’estate 2013. L’irresistibile parabola di Walt White da timido insegnante di chimica a signore della droga sembra ormai giunta al termine: Walter e il socio Jesse hanno abbandonato il business delle metanfetamine, tutti i possibili collaboratori della DEA sono stati zittiti per sempre, e la famiglia White, dopo le furibonde liti tra Walt e Skyler, è di nuovo unita. Tuttavia, scordiamoci una conclusione pacifica: Jesse non ha mai digerito l’omicidio a sangue freddo del ragazzino in motorino; dal cold opening della scorsa stagione sappiamo che nel portabagagli di Walt c’è una pistola di Cechov grossa quanto un M60; e, soprattutto, la prima parte ci ha lasciato con Hank Schrader, cognato di Walt e agente della DEA alla caccia del fantomatico Heisenberg, che sembra aver finalmente realizzato chi si cela dietro le iniziali W.W. (“no shit, Sherlock!”, ci viene da dire). Vince Gilligan, creatore della serie, si è lasciato andare ad un commento sibillino sul finale della serie: sarà “victorious”. Cosa diavolo avrà mai voluto dire?

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Dexter, Showtime (ottava stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Ultima stagione per il serial killer più amato della storia della tv. Il cerchio intorno a Dexter Morgan si stringe sempre più, con nuovi personaggi sulle tracce del Bay Harbor Butcher, tra i quali l’intelligentissima neuropsichiatra Evelyn Vogel, deputata ad elaborarne il profilo psicologico. Ma non solo dalla legge dovrà guardarsi il nostro (anti)eroe, poiché non sappiamo quali siano le intenzioni di Hannah (nemesi o collaboratrice controvoglia?) né quelle di Deb, profondamente segnata dall’aver ucciso il capitano LaGuerta. Come per Walt White, la domanda che tutti si pongono è una sola: che fine farà il protagonista? Le alternative, anche in questo caso, sembrano essere tre: a) sopravviverà e continuerà a fare ciò in cui eccelle (ovvero impacchettare nel domopak le sue vittime); b) verrà catturato e la giustizia potrà fare il suo corso; c) conclusione definitiva: finirà sul tavolo di un obitorio. Se il materiale promozionale offre qualche indicazione in proposito, l’immagine del teaser poster non lascia presagire nulla di buono. Oppure è una clamorosa falsa pista.

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The Newsroom, HBO (seconda stagione, 12 episodi, 14 luglio)
Continua la crociata dell’anchorman Will McAvoy per redimere il giornalismo contemporaneo dalla faziosità e dalla passione per gli scandali. Ancora una volta le pressioni del network ACN, tutto business e zero etica, proveranno a ostacolare gli impavidi giornalisti di News Night mentre provano a farci vedere come i media avrebbero dovuto trattare notizie come l’omicidio di Trayvon Martin, le primarie e le elezioni, la questione libica, lo scandalo Strauss-Kahn. Cosa ci aspettiamo? Dialoghi veloci e battute ad effetto, idealismo à gogo, un po’ di humor: il solito campionario sorkinista, insomma. Tecnicamente impeccabile, ma la combinazione mortifera di buonismo e moralismo è tale da far impallidire il duo Fazio-Saviano. Perpetra la solita idea liberal-consolatoria che l’America sia stata, in un passato non troppo lontano, il paese più bello del mondo, e con un po’ di fatica può tornare ad esserlo. Per lo meno in tv.

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The Bridge, FX (prima stagione, 13 episodi, 10 luglio)
Il cadavere di una donna viene abbandonato sul ponte che unisce El Paso a Ciudad Juàrez. Il ritrovamento del corpo dà il via ad un’indagine congiunta tra la polizia messicana e quella americana, entrambe alla caccia di un serial killer che opera lungo il confine. Marco Ruìz, poliziotto messicano abituato a non andare troppo per il sottile a causa della corruzione dilagante nel suo dipartimento, si troverà a collaborare controvoglia con la sua controparte americana Sonya Cross, la quale è invece uno di quei detective ligi al regolamento che fanno tutto secondo le procedure. Il tutto nel mezzo della violenta guerra tra i cartelli messicani per il controllo del narcotraffico. Il trailer e gli enigmatici teaser lasciano intravedere uno show magari non particolarmente originale, ma di sicuro piuttosto macabro (e questo ci piace). Remake della serie scandinava omonima, il cui ponte del titolo unisce però Svezia e Danimarca.

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The White Queen, Starz (prima stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Ennesima serie in costume prodotta da Starz. Stavolta ci troviamo nel 1464, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose, la trentennale guerra dinastica tra Stark e Lannister York e Lancaster per la successione al trono di spade d’Inghilterra. Protagoniste della vicenda sono tre donne, Elizabeth Woodville, Margaret Beaufort e Anne Neville, e le loro macchinazioni per impossessarsi della corona. Lo spirito della serie è ben riassunto dalle parole chiave ricorrenti nei materiali promozionali: passione-seduzione-lussuria-inganno-tradimento-assassinio. Da Starz non sai mai cosa aspettarti, o meglio, lo sai: violenza un tanto al chilo, una scena di sesso ogni 16 minuti e mezzo, e tanti, tanti nudi femminili, ma nonostante questo la cifra stilistica kitch del canale talvolta ha dato frutti (almeno parzialmente) apprezzabili. La cooperazione con BBC potrebbe dare adito a qualche speranza in questo senso, ma l’imbarazzante precedente stabilito da Da Vinci’s Demons ci ha reso diffidenti.

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The Killing, AMC (terza stagione, 12 episodi, 2 giugno)
Le vicende dei detective Sarah Linden e Stephen Holden riprendono a distanza di un anno dalla conclusione del caso Rosie Larsen. The Killing ritorna, resuscitata per una terza stagione che sembrava improbabile, mettendo in chiaro che questa volta il caso si risolverà entro il season finale: non è molto, ma ci sembra apprezzabile il tentativo di evitare le assurdità delle prime stagioni, ovvero la scellerata (non-)conclusione della prima stagione e i patetici ammiccamenti a Twin Peaks (Who killed Rosie Larsen? GTFO!). Per il resto, però, non ci aspettiamo niente di particolarmente rivoluzionario: Linden continuerà a masticare incessantemente il suo chewing-gum, Holder continuerà a parlare da perfetto wigger, e su Seattle continueranno a venir giù migliaia di metri cubi di pioggia, ché fa tanto atmosfera noir. Ah, stavolta i due daranno la caccia ad un serial killer mica da ridere, con una striscia aperta di ben diciassette omicidi.

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Hell On Wheels, AMC (terza stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Siamo nel 1867, al terzo anno di costruzione della ferrovia transcontinentale, grande opera investita del compito simbolico di ricucire un paese lacerato dalla lunga Guerra Civile. Cullen Bohannon ha esaurito i suoi propositi di vendetta, e si dedicherà anima e corpo alla ferrovia e alla corsa verso Ovest che oppone la Union Pacific alla Central Pacific Railroad. Alla città viaggiante si unisce un nuovo personaggio, Louise Ellison, arguta e intransigente giornalista inviata dal New York Tribune a seguire i lavori dell’opera del secolo. Sulla costa Est, invece, cresce il peso di Wall Street nel determinare le scelte politiche compiute a Washington, in un sinistro presagio dell’America contemporanea, rieccheggiata anche nelle altre tematiche affrontate dalla serie: la distruzione dell’ambiente per fare spazio al “progresso”, il razzismo, l’impatto delle scelte politiche e industriali sui nativi. Il western ci piace, e tanto, e quindi siamo inclini a perdonare l’uso e l’abuso dei clichè propri del genere.

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Ray Donovan, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Prima novità del palinsesto Showtime da circa un secolo. Il Ray del titolo è un “fixer”, la persona a cui i ricconi e le celebrità di LA si rivolgono quando hanno un problema scomodo. Pare sia piuttosto bravo a risolvere le grane di businessman, attori e atleti (che sia stato assoldato da Kobe per far fuori Dwight Howard e Pau Gasol?), e questo suo talento gli ha garantito un certo benessere. C’è però un problema che lo riguarda direttamente, e che non sembra in grado di risolvere in modo altrettanto efficace: il ritorno in libertà dopo vent’anni del padre Mickey, un criminale convinto del fatto che Ray abbia contribuito a farlo condannare. La relazione padre-figlio sembra tutto fuorché idilliaca, e l’inaspettata scarcerazione rappresenta una seria minaccia alla famiglia di Ray e a tutto ciò che egli è riuscito a costruire nella sua vita. Non sembra nulla di particolarmente memorabile, ma di sicuro almeno il pilot avrà la possibilità di un giretto sul nostro video player.

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Magic City, Starz (seconda stagione, 8 episodi, 14 giugno)
Miami Beach, 1959. Abbiamo lasciato Ike Evans, orgoglioso proprietario del Miramar Playa, lussoso hotel di Miami Beach meta prediletta di uomini politici, celebrità e gangster, invischiato nella pericolossisima relazione con il boss mafioso Ben “The Butcher” Diamonds. Per il bene della sua famiglia e del suo albergo, Ike proverà a liberarsi da questo abbraccio mortale, ma a quale prezzo? Nel frattempo, i figli intraprendono carriere decisamente opposte, l’uno attratto dalla malavita, l’altro negli uffici dello spregiudicato pubblico ministero Jack Klein. Oltre a girovagare per il sottobosco criminale di Miami e Chicago (con accenni alle montanti tensioni razziali),  ci troveremo anche all’Havana, per seguire i primi passi dalla rivoluzione castrista e la liberazione dell’isola da dittatura e clan mafiosi, invero piuttosto seccati per il forzoso trasferimento nella dirimpettaia Florida. Senza correre neanche lontanamente il rischio di essere scambiata per un capolavoro, è una serie godibile: c’è di molto peggio, specie sullo stesso canale.

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Low Winter Sun, AMC (prima stagione, 10 episodi, 11 agosto)
La storia di un omicidio perfetto che si rivela non essere tale, in una ruvida realtà urbana in cui la linea di demarcazione tra poliziotti e criminali non è per niente chiara. Frank Agnew, poliziotto di Detroit, ha ucciso un collega per vendetta. È convinto di aver cancellato le prove del suo crimine, ma scopre che sul caso è in corso un’indagine degli affari interni. La sua vita cambia radicalmente, e Frank, accompagnato dal collega Geddus, si troverà in parecchie situazioni scomode, tra poliziotti corrotti, violenza che chiama altra violenza, e incursioni nei bassifondi di Detroit. A quanto pare, il protagonista continua a ripetere (e a ripetersi) di non essere una persona cattiva. Potrebbe essere il tanto atteso e necessario aggiornamento del filone poliziotti-con-problemi? Non lo sappiamo, perché le informazioni diffuse da AMC sono di una vaghezza più unica che rara. Però ci speriamo, e a pelle siamo fiduciosi.

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True Blood, HBO (sesta stagione, 10 episodi, 16 giugno)
Vampiri della Louisiana in salsa porno softcore. A causa di queste poco esaltanti premesse, è una delle poche serie HBO che non ci ha mai incuriosito, e continua a non incuriosirci. Siamo alla sesta stagione, quindi c’è poco da dire: se siete dei fan sapete già tutto meglio di noi, se non lo siete non saremo certo noi a spingervi tra le loro fauci.

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Copper, BBC America (seconda stagione, 12 episodi, 23 giugno).
Poliziesco ambientato a New York negli anni della Guerra Civile americana, tra immigrati irlandesi, comunità afroamericana, e le gang che si danno battaglia per il controllo di Five Points. La seconda stagione si apre nei mesi immediatamente precedenti l’assassinio di Lincoln, e continua a seguire le vicende del detective irlandese Kevin Corcoran, impegnato da un lato a collaborare con il generale Donovan, appena tornato dalla guerra, nel tentativo di porre un freno alla violenza dilagante nel celebre slum newyorkese, e dall’altro a mettere ordine nelle propria vita dopo il tradimento della moglie e del suo migliore amico.

Orange is the New Black, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 11 luglio)
Piper Chapman, newyorkese di successo, viene condannata alla reclusione in un carcere federale a causa di una relazione avuta ai tempi del college con una spacciatrice. La dramedy segue il difficile adattamento alla vita carceraria di Piper e l’incontro con un gruppo di detenute che le spiegherà come si vive in un carcere femminile. L’arancione del titolo è ovviamente quello della tuta indossata dai carcerati. Hype? Non pervenuto.

Wilfred, FX (terza stagione, 13 episodi, 20 giugno)
Commedia surreale incentrata sulla relazione tra Ryan (Elijah Wood), ex-avvocato depresso con tendenze suicide, e il cane della sua vicina, Wilfred. Mentre per tutti Wilfred è un normale cane, Ryan lo vede come un adulto travestito da cane. Cosa sia successo tra i due nelle prime due serie, e cosa succederà nella terza, lo ignoriamo, ma la premessa è talmente assurda che potremmo essere tentati di vedere tutto quello che ci siamo persi prima dell’inizio della nuova stagione.

Camp, NBC (prima stagione, 10 episodi, 10 luglio)
Mack Granger è la direttrice del Little Otter Family Camp, un campeggio estivo per famiglie. La vicenda si svolge tra turbamenti amorosi adoloscenziali, bravate da studenti collegiali, e adulti che fanno di tutto per non dimostrarsi tali. Sullo sfondo, la fine del matrimonio di Mack. Descritta in questi termini potrebbe essere la dramedy meno interessante di sempre. Il pilota potrebbe (e dico potrebbe) meritarsi un’occhiata solo per via della presenza di Rachel Griffiths, indimenticata Brenda di Six Feet Under.

Under the Dome, CBS (prima stagione, 13 episodi, 24 giugno)
L’improvvisa comparsa di una gigantesco campo di forza isola una cittadina del New England dal resto del mondo. Progetto in ballo da anni, tratto da un romanzo di Stephen King.


L’estate porta in dote tanto tempo libero, e sappiamo benissimo che è inutile confidare nel contributo della tv nostrana per cercare di riempirlo: il palinsesto italico estivo è, se possibile, ancor più desolante e deprimente che nel resto dell’anno. Se siete come noi, e delle amichevoli estive non vi importa nulla, agosto sarà il periodo giusto per recuperare la visione di alcune serie andate in onda durante questa primavera e che, tra tanti protagonisti, erano sfuggite al nostro radar.

The Fall, BBC Two (prima stagione, 5 episodi, 13 maggio)
Stella Gibson, esperta detective, è sulle tracce di un serial killer che terrorizza Belfast. Un pitch del genere non lascia immaginare niente di più di un canonico thriller psicologico, ma il ritorno in tv di Gillan Anderson nei panni della protagonista è stato acclamato dalla critica. E noi abbiamo deciso di fidarci.

Broadchurch, ITV (prima stagione, 8 episodi, 4 marzo)
Thriller che si muove lungo la linea tracciata da Twin Peaks e ripresa, di recente, da The Killing e Top of The Lake. In questo caso, però, la vittima è un ragazzo, Danny. E siccome la serie è inglese, pare ci sia spazio per un po’ di sano humor nero.  Il luogo dove si svolge la vicenda, invece, è la consueta idilliaca cittadina che dietro una facciata da paradiso terrestre nasconde tanti misteri. Altra serie molto apprezzata dalla critica, e anche in questo caso ci fidiamo del consiglio e procediamo con la visione.

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Qualche sera può essere salutare, anche per i più serie-dpiendenti, lasciar perdere la fiction ed immergersi invece in qualche bella storia del mondo reale. Questi documentari provano a raccontarcene un paio che ci sembrano piuttosto interessanti. (E dovrebbero sembrarlo anche a voi: streetball e street art, che volete di più??)

Doin’ It In The Park
Questo documentario indipendente è il racconto di un viaggio di 90 giorni a spasso per i five boroughs di New York City, e di centinaia di partitelle giocate su ben 180 playground della Big Apple, alla ricerca dell’essenza della pallacanestro. Un racconto, quello realizzato da Bobbito Garcia e Kevin Couliau nel loro film d’esordio, che trasuda amore incondizionato per “the city game” e per i suoi protagonisti. Sotto la loro guida ripercorriamo cinquant’anni di storia della pallacanestro così come viene vissuta sui playground della Mecca del basket, attraverso il racconto delle gesta mitologiche degli eroi che dagli anni ’70 ad oggi ne hanno calcato l’asfalto. Gesta che da generazioni vengono tramandate oralmente all’interno della comunità cestistica newyorkese, equivalente metropolitano dei poemi omerici. E come l’epica classica aveva i suoi aedi, così il basket newyorkese ha i suoi cantori, e Bobbito Garcia, egli stesso leggenda dei campetti (e, per sovramercato, enciclopedico conoscitore di scarpe da basket, che stanno al cantore di avventure cestistiche come la cetra sta al poeta) ne è uno degli esponenti principali. Oltre alla sapienza di Bobbito, il racconto è arricchito dalle parole di molti dei protagonisti — per lo meno quelli vivi e in buona salute — che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di coltivare il proprio talento con la palla a spicchi sull’asfalto newyorkese, alcuni capaci di raggiungere il successo tra l’Olimpo dei pro, altri destinati a restare leggende della strada: possiamo così ascoltare frammenti di mitologia direttamente dalla voce dei protagonisti degli albori del movimento, Dr. J, “Fly” Williams, PeeWee Kirkland, per arrivare a quelli più recenti, Kenny Smith, Mark Jackson, Kenny Anderson e Rafer “Skip To My Lou” Alston. Imperdibile per gli appassionati, caldamente consigliato a tutti gli altri. Trailer

Inside Out: The People’s Art Project, HBO (dal 20 maggio)
La storia del progetto di arte globale ideato dallo street artist francese JR, diventata la più grande opera d’arte urbana mai realizzata. Il progetto, presentato in occasione della TED Conference di Long Beach e vincitore del TED Prize nel 2011, aveva come obiettivo quello di permettere a chiunque lo desiderasse, in qualunque parte del mondo, di esprimere il proprio messaggio per mezzo della tecnica artistica resa famosa da JR, ovvero l’affissione di gigantesche riproduzioni in bianco e nero di autoritratti fotografici di persone comuni. Centinaia di gruppi d’azione e di singoli individui provenienti da tutto il mondo, dal Borneo alla Palestina, hanno aderito spontaneamente all’iniziativa di “attacchinaggio globale” proposta dall’artista francese, inviando i propri autoritratti fotografici e ricevendoli indietro in formato poster, pronti per essere incollati ovunque i partecipanti ritenessero di voler dare visibilità ai singoli e alle comunità locali. Trailer

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