Occhio a tenere l'orecchio fisso sull'inconscio: solo così il setting 'funziona'

inconscio2“I chirurghi stiano molto attenti quando prendono il coltello! Sotto le loro abili incisioni si agita l’Imputato – la Vita!”. Parafrasando Emily Dickinson, si potrebbero invitare psicoterapeuti di ogni genere e grado a stare molto attenti a scavare nell’intimità dei pazienti: è cosa anche più rischiosa di un’incisione chirurgica. È quanto suggeriscono nel libro Prendersi cura, sul senso dell’esperienza psicoanalitica (Franco Angeli, 2013, € 27,00)  intriso di poesia e arte in quanto trascrizioni profonde e immediate dell’inconscio al servizio della conoscenza dell’altro e di sé, Pia De Silvestris (psicoanalista) e Adamo Vergine (psicoanalista Spi), compagni di vita e di professione. Di recente è stato presentato a Roma presso la Sipsia (Società italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, dell’adolescenza e della coppia di cui Pia De Silvestris è stata anche presidente). “Il libro – ha detto la psicoanalista Lucia Celotto  segretario scientifico Sipsia e responsabile sezione libri – testimonia il senso profondo dell’esperienza analitica, come gli autori si raccontino da analisti, il loro prendersi cura del paziente, la loro piena maturità umana e professionale. Oltre la consapevolezza della complessità del processo analitico emerge anche l’umanità e lo spirito di cura. Nel leggere il lavoro si vede quanto la passione del conoscere permei la loro vita e si esprima nell’autenticità della ricerca”.

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Evoluzionismo, antropologia, neuroscienze, interpellati dagli autori in un’ottica aperta e dialogante, non costringono la psicoanalisi al palo del riduzionismo. Si legge infatti nella premessa del volume: “Ci sembra che, dopo tanti dibattiti e tentativi di aggiustamenti per rendere la psicoanalisi conforme alla scienza, possa essere utile invece tentare la strada inversa: rompere con la tradizione illuministica che considera l’oggettività come un dovere ineluttabile del pensare razionale e della verità. L’oggetto individuato come tale è un’entità discreta isolata da tutto il resto, ma questa oggettività scientifica è astratta, perché nella vita invece soggetto e oggetto sono intimamente legati e anche confusi nella cooperazione a far funzionare la vita. Infatti la mente è un’entità che si può individuare soltanto nei suoi aspetti biologici, mentre nei suoi aspetti psicologici e di pensiero si può appena intuire soltanto quando si riesce a ricomporla in una sua probabile complessità, dove soggetto e oggetto non sono mai completamente separati, se persino dopo la morte di uno dei due si vive la mancanza come una presenza incessante”.

freud-collage-011-400 Non c’è allora una procedura di cui farsi strenui araldi, ma solo vale il suggerimento di stare in ascolto dell’inconscio: “Questo libro fatto con Pia con cui condivido la vita e il grande amore per la psicoanalisi – ha detto Adamo Vergine –  vuole mostrare quanto siano assurde le competizioni teoriche rispetto alla sofferenza umana che si vuole alleviare. Non abbiamo da proporre una tecnica che possa dimostrare che quel che ognuno di noi ha provato sia valido e magari un paziente con un altro terapeuta farebbe un percorso differente, ma nessuno può arrogarsi una ragione, sono solo gerarchie di pensiero”. Al bando dunque schemi e velleità assolutistiche: “Come facciamo a dire cosa guarisca una persona? Come dovrebbe essere, come vorrebbe essere, come è? Il paziente deve andare dove vuole e dove può. Non deve essere come vuole o, peggio, come vorremmo noi”. Al bando anche una certa vecchia impostazione della psicoanalisi “che deriva un po’ dalla medicina” e che soffrendo di complessi di non scientificità ha pretese di mostrarsi oggettiva “Bion mi ha commosso – ha testimoniato Vergine – perché aveva già teorizzato che ognuno debba pensare per conto proprio e che nella prassi ‘la peggior disgrazia è la risposta’, mentre qui si fanno ancora competizioni teoriche”.

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Non esiste iter prestabilito, dunque, eccetto “farsi suggerire dall’inconscio se ci crediamo. Freud l’unica cosa che chiedeva agli inizi della formazione era che venisse riconosciuto l’inconscio”. Il grande spauracchio perché “è la sorgente di tutte le pulsioni desideri e contraddizioni. Kandel, il neuro scienziato ha dedicato un libro a Freud per dire che l’80% della nostra mente è inconscio”. L’esperienza psicoanalitica è processo di massima condivisione nel suo progredire, non soltanto tra le persone che ne fanno esperienza, ma anche all’interno della stessa mente del terapeuta tra aspetti coscienti o teorici e aspetti profondi emotivi o irrazionali, con i quali si cerca di convivere sempre meglio: così è nel sentire di Pia De Silvestris e nel vivere la psicoanalisi.

ulisse“Molto spesso vediamo venire in analisi – ha raccontato Pia De Silvestris – persone che hanno un’umanità nascosta e poco per volta si rivela e quando viene fuori è straordinario: come strappare la terra al mare, secondo l’espressione di Freud. Poter riportare alla vita i pazienti è una delle cose più belle che possiamo fare”. E in questo svelarsi emergono anche le molteplici corde interiori del terapeuta, il guaritore che a sua volta accoglie la propria ‘guarigione’: “Se riconosciamo di fare un’analisi riconosciamo una parte del nostro sé nel paziente. Anche noi abbiamo parti confuse, aggressive, distruttive. Si tessono le potenzialità inconsce di tutte e due le identità che anche dopo molto tempo si scoprono. L’importante è che l’analista faccia continuamente autoanalisi. Non mi hanno certo aiutata le tecniche, le teorie. Bisogna soprattutto essere totalmente sinceri con se stessi”. E allora  il processo di riappropriazione dello spazio sacro del sé riguarda entrambi i componenti della relazione analitica: “l’umanità nascosta ci può essere anche nel terapeuta – ha ricordato Vergine – Dietro il concetto di neutralità e astinenza per 100 anni costui ha nascosto la sua vita”. È tempo di svoltare, che si chiami tale svolta con terminologia anglofona self-disclosure o arte di giocare a carte scoperte, l’importante è che il terapeuta secondo Adamo e Pia porti nel setting disponibilità ad auto svelarsi e a esplicitare il proprio punto di vista. Resta sempre valida tra le tante, la celebre indicazione di Freud: quella della psicoanalisi è  “una professione di curatori laici di anime, i quali non hanno bisogno di essere medici, e non dovrebbero essere sacerdoti”.

prendersi-cura-sul-senso-dellesperienza-psicoanaliticaTitolo: Prendersi cura. Sul senso dell’esperienza psicoanalitica
Autori: Adamo Vergine, Pia De Silvestris
Editore: Franco Angeli (Collana: Le vie della psicoanalisi)
Dati: 2013, 208 pp, € 27,00

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Scavare in profondità e in superficie: siamo archeologi delle nostre vite

“L’intento del lavoro analitico è far sì che il paziente rinunci alle rimozioni. L’analista deve scoprire o per meglio dire costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che sono rimaste”. Il grande artefice della modernità,  Sigmund Freud, è anche l’inventore della metafora archeologica per parlare di psicoanalisi. Questa scienza anomala, dai confini incerti, talvolta essa stessa ‘psicolabile’ è in fondo un metodo per fare affiorare rovine o meravigliose città sepolte nella psiche. Da che Freud porterà alla luce questa metafora non la abbandonerà più, nella vita e nella professione, anzi si appassionerà sempre più d’archeologia e diventerà un collezionista di reperti antichi. È stato incentrato tutto su affinità e diversità tra archeologia e psicoanalisi, intreccio di saperi e chiave di volta musicale, il convegno “La metafora archeologica nella pratica psichiatrica e psicoterapeutica” che l’associazione Dialogos di cui è presidente il professor Pietro Bria ha organizzato come ogni anno nella superba cornice della foresteria delle monache camaldolesi di Roma, all’Aventino. Freud volle precisare: “l’oggetto psichico è incomparabilmente più complicato di quello materiale con cui ha a che fare l’archeologo”, per cui “ mentre per l’archeologia la ricostruzione coincide con la meta e il termine di tutti gli sforzi, per l’analisi la costruzione è soltanto un lavoro preliminare”. Affinità ce ne sono, come spiegato dall’archeologo Andrea Carandini: “Scavare è salvare dal caos” alla ricerca incessante di un equilibrio tra sommerso ed emerso come nella terra così nella nostra psiche. “Il sommerso alla Pompei ricorda molto l’inconscio rimosso”. Freud nella catena di metafore da lui prodotte ha visto Roma sia come abitato che come entità psichica e il nesso c’è perché, come ha evidenziato Carandini: “sia nella città che nella psiche ci sono possibilità impressionanti di abolizione del tempo”.

Fausto Petrella, presidente della Società psicoanalitica italiana ha ricordato l’importanza nella invenzione della metaforica archeologica di un sogno fatto da Freud dopo essere stato a casa di una paziente e aver visto un’acquaforte (forse di Piranesi, l’ipotesi di Petrella) che dà avvio al suo mito personale della Roma antica e delle rovine. “L’idea guida dell’essere freudiano è ricostruire le cose come stanno e molte delle cose richiedono un’interpretazione, tecnica che la psicoanalisi condivide con l’archeologia con tutta una serie di cautele”. Essenziale fu anche per Freud la scoperta, tramite l’allievo Carl Jung, di un romanzo archeologico, “Gradiva” di Wilhelm Jensen, fondamentale anche nella costruzione della sua fantasia pompeiana. È Freud a dire che “le pietre parlano”, ricorda Petrella: “le pietre parlano come gli uomini, l’aria a patto che ci sia un’attività divinatoria, qualcuno che riesca ad ascoltare e accogliere ciò che dicono. Lo psicoanalista al lavoro è come un indovino, indovinare significa mettere a frutto la propria intuizione, non un intuizionismo banale, mobilitare qualcosa di sé a livello profondo”. Pietro Bria ha ricordato il musicista Giuseppe Sinopoli, di cui è stato amico, straordinaria figura di medico-psichiatra, direttore d’orchestra, archeologo ed egittologo. “Si scava nella musica, si scava nella psiche dell’uomo, si scava nell’archeologia. Cambia l’oggetto ma la posizione mentale è sempre quella”, annotò Sinopoli. La musica che scava è arte del tempo nata per sopprimere il tempo. Alberto Panza, psicoantropologo si è soffermato sul rapporto tra Freud e Roma. Per Petrella l’interdizione ad entrare a Roma  di Freud coincide con la fase nevrotica e “ha a che fare con il fantasma materno, materno edipico”. Infatti per ben quattro volte Freud viaggiò in Italia ma non riuscì ad arrivare a Roma: la quarta volta si fermò al lago Trasimeno, paragonandosi ad Annibale. Finalmente vi riuscì nel 1901 e dal 1901 al 1923 compì ben 7 viaggi a Roma che divenne, ricorda Panza, “luogo della salus, intesa sia come salute che come salvezza”.

Come si spiega questa difficoltà ad arrivare, cosa aveva proiettato sulla città eterna? “Roma diventa per Freud il luogo dove è possibile una ricomposizione. Vita e morte si ricompongono almeno in effige, il luogo in cui i diversi livelli temporali possono coesistere in continuità, la città è un’immensa stratificazione en plein air ma vivente nella metamorfosi, una vittoria sull’azione disgregatrice del tempo”. Roma è a strati come a strati è l’anima umana. Ricorda e sottolinea Panza, inoltre, che “nessuna metafora è innocente. La metafora archeologica ha consentito grandissime intuizioni ma è corresponsabile della sopravalutazione del pathos del nascosto per cui la psicoanalisi è diventata una sorta di caccia enigmistico-poliziesca all’anello mancante”. Invece la psicoanalisi non è  un’avventura poliziesca, né un modo per stanare contenuti censurati e nascosti, casomai, grazie al cammino dopo Freud, è un’esplorazione di configurazioni mentali differenti (Wilfred Bion), secondo un’idea della psiche non come universo ma multi verso (Ignacio Matte Blanco) e se è archeologia lo è del presente (Salomon Resnik) e lo psicoanalista costruisce o tenta di costruire un’articolazione che deve collegarsi a quella del paziente alla ricerca di un senso. È vero che, come in archeologia vanno rispettati i livelli stratigrafici, ma senza rigidità, perché l’ordine può essere sovvertito da una accidente qualsiasi. La memoria non è mai archivistica, la ricerca delle origini non è ricerca delle origini cronologiche ma interrogativo da dove veniamo e cosa c’è dopo di noi. Decisiva l’affermazione conclusiva di Panza: “L’archeologia allora vale non come metafora della psicoanalisi, ma come metafora dell’esistenza in cui tutti siamo viaggiatori, a volte impauriti quando ciò che abbiamo appena vissuto diventa lontano, o ciò  che è lontano rivela prossimità o vicinanza”.

Al divano sono saltate le molle ma anche i freni inibitori

Di biografie di personaggi eccellenti se ne scovano a iosa. Di storie degli uomini illustri, canzonature comprese, è pieno l’arsenale delle lettere. Altra cosa, mai vista finora, è se un oggetto ritenuto inanimato, uno a caso, un divano, si arroga il diritto di prender la parola e spifferare tutto quel che sa di un uomo illustre, di più, di un maestro del sospetto del ‘900, di più ancora, del padre della psicoanalisi in persona. Sigmund Freud: il leggendario divano svela tutti i segreti è il racconto fatto da un testimone eccellente, il sofà che scandì la vita professionale e familiare di Freud, dai suoi primi incerti anni di pratica clinica al progressivo svelarsi delle teorie che hanno cambiato l’universo umano interiore e la sua interpretazione, le lettere e le arti, oggi sono date per acquisite, (dall’interpretazione dei sogni allo studio dei suoi meccanismi, dal complesso di Edipo alle teorie sulla sessualità e sulle perversioni infantili, dagli atti mancati rivelatori e psicopatologie della vita quotidiana alla pulsione di morte dell’intera civiltà) se non talvolta considerate superate dagli specialisti della psiche.

Ovvio che dietro l’affabulazione del divano suddivisa in 41 capitoletti snelli ripartiti in tre parti, con tanto di prologo, epilogo, osservazioni conclusive, una esilarante e imperdibile cronologia finale, e interamente costruita in forma di grafic novel (racconto e illustrazioni insieme), vi sia un ghost writer. Già, come farebbe altrimenti un divano a fare tutto da solo, sia pure mosso dalla inarrestabile volontà di rompere finalmente il lungo silenzio? Il ghost writer in questione è Christian Moser, saggista, illustratore e autore di fumetti, infine cabarettista, attratto da Freud ma anche dalla molteplicità contraddittoria delle informazioni su di lui, al punto di scegliere di tratteggiarne la figura attraverso una ricostruzione semiseria fatta avvalendosi di un testimone mai preso in considerazione. Durante tutta la sua vita, infatti, Freud, aveva ossessivamente cercato di controllare le informazioni messe in giro su di lui. Censurò severamente la sua biografia, più volte distrusse o tentò di distruggere appunti privati e professionali per evitare manipolazioni, determinò subito una spaccatura, vere e proprie guerre religiose nella comunità psicoanalitica fin dal suo sorgere, contrapposizioni feroci tra freudiani puri e infedeli dai vari connotati: junghiani, adleriani, ferencziniani. Stante queste premesse, “come può un ghostwriter serio cavarsela davanti a questa moltitudine di informazioni contraddittorie? Sono arrivato quindi alla conclusione che avrei potuto fare affidamento altrettanto bene sulle affermazioni di un divano. Per quanto soggettivo potesse essere il suo punto di vista, perlomeno avevo davanti a me l’ultimo testimone ancora in vita. Chi avrebbe potuto contraddirlo”?

E allora cosa spiffera questo divano? E con quale intento? Demolire il padre della psicoanalisi, vendicare qualche paziente stravolto dalla metodologia dei freudiani ortodossi o salvarlo? Spiffera la storia di un percorso unico, certo con ironia, attraverso un’agile ricostruzione delle principali teorie freudiane. Il divano volontariamente non sfugge al gusto del pettegolezzo riportando tutta la vulgata sul “papa” o fondatore della nuova religione: tiranno fin da bambino, primogenito convinto della propria superiorità sempre confermata e amplificata dalla madre, a sua volta matrice di tutte le nevrosi, longeva matriarca che come lo compiaceva accentuando il suo narcisismo, così lo comandava a bacchetta. E ancora: da vittima della madre a dispotico capo carismatico che, sempre preoccupato di essere superato da qualche allievo più brillante, pretendeva obbedienza e fedeltà assoluta dagli adepti, richiedeva devozione ai partecipanti alle riunioni del mercoledì, la futura Società psicoanalitica viennese, eccetto svenire “come una femminuccia” se messo all’angolo dal “principe ereditario”, Carl Gustave Jung, discepolo infedelissimo, mosso dall’intento “mortale” di liberare la psicoanalisi dalla sessualità, darle una connotazione mistica, psicoanalizzare il “papa” per svelare le sue umane magagne o lasciarlo per strada. Non solo: il divano insinua che Freud fosse frustrato sessualmente, che Martha fosse una moglie noiosa e sempre più trascurata nell’aspetto, che considerava pornografia le sue teorie sessuali, che a lei Freud preferì Minna, la cognata che rimase con loro tutta la vita e non si sposò mai. “Freud si intendeva alla perfezione con Minna, che a dire il vero non solo era più intelligente e simpatica della sorella Martha, ma era anche l’unica in casa che si interessasse veramente del suo lavoro”. Il divano insinua anche che il professore visse il sesso con nevrosi e ritenne di dover deviare le pulsioni sessuali sublimandole per ottenere una straordinaria produttività intellettuale. La libertà sessuale la lasciò in teoria ai giovani, anche se poi si comportò sempre da patriarca borghese, e “avrebbe voluto anticoncezionali migliori del condom o del coito interrotto, poiché secondo lui provocavano nell’uomo gravi nevrosi”. Insinua anche che Freud scaricasse le sue frustrazioni nella relazione d’intimità con il sigaro, sempre a portata di mano, anche in terapia (ed è infatti disegnato arcigno con sigaro), che fosse un ossessivo e lo dimostrasse nel suo collezionare oggetti antichi, cimeli romani, greci, egizi.

Il divano magari non supera il maestro, ma in tanti e tanti anni trascorsi ad ascoltare pazienti, lo stesso Freud nel corso della sua autoanalisi, interpretazioni, discussioni tra adepti, dimostra di aver sostenuto e assorbito oltre che i corpi che su di lui si sono sdraiati, anche le teorie, di aver sviluppato spirito di osservazione e di masticare la materia con grande competenza. Racconta il divano: “Un bel giorno, tornando a casa dall’università, trovò nel salotto di casa un’amica della sorella che sbucciava una mela: Freud si innamorò all’istante. La simbologia sessuale di certi frutti è ormai nota a tutti: lo stesso atto di sbucciare può tranquillamente essere associato al rimuovere altri rivestimenti”. Svela ancora, tra le altre cose, il vero motivo per cui Freud lo volle nel suo studio e lì fece sdraiare i pazienti. Ufficialmente per far rilassare i pazienti e non condizionarli con espressioni scettiche o annoiate. Di fatto “Freud semplicemente non poteva sopportare il fatto di essere fissato per otto ore al giorno”.
Da non perdere, in appendice, la Cronologia, naturalmente curata del divano! Qualche assaggio
1889: Probabile anno di nascita del divano. La sua origine precisa è controversa: il divano afferma d’essere un esclusivo pezzo unico del laboratorio di un fornitore di corte viennese, Jung dice che proviene da una fabbrica di mobili a buon mercato.
1903: Dopo una discussione con Freud, Adler fa intenzionalmente un buco col sigaro nel divano. Freud non se ne accorge.
1918: Anna comincia la sua analisi. I suoi sogni sono così truculenti che il divano vorrebbe quasi riavere l’ ‘uomo dei topi’.
1939: Freud gravemente malato, fa mettere il suo letto nello studio e passa i suoi ultimi giorni sdraiato proprio accanto al divano. Quando muore, la notte del 23 settembre, nessuno si affligge più profondamente e più a lungo del divano. Ah, si potessero redimere così facilmente anche i mobili imbottiti!
“1956: Il divano è offeso di non essere stato intervistato da Ernest Jones per la sua biografia di Freud in tre volumi. Quando però si fa leggere il libro, è contento di non essere stato coinvolto.

Titolo: Sigmund Freud. Il leggendario divano svela tutti i segreti
Autore: Christian Moser
Editore: Cortina raffaello
Dati: 2010, 150 pp., 16,00 €

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