Scrivere è un sogno che inquieta ma porta consiglio

Non c’è una sola cosa al mondo che non sia misteriosa: Jorge Luis Borges  ci avvertì per tempo a noi profani.  Figuriamoci se non lo sia a maggior ragione l’arte in quanto tale che si alimenta solo e soltanto di  “irrealtà visibili” (ancora Borges), la creazione letteraria che infittisce il mistero dando spago all’ignoto il quale agisce non solo girato l’angolo, ma anche dentro casa, di più: dentro la propria anima. Frequentando il genere fantastico si inciampa nell’irrealtà, nell’inconsueto vestiti in abiti d’ordinanza. Frequentando poi il fantastico prodotto in ambito letterario ispano-americano, sorpresa,  s’incappa in una realtà che è insieme irrealtà concreta e iper realtà, miscuglio inestricabile che richiede indagini persino poliziesche. Si legga senza farsi pregare anzi di slancio che ne vale la pena e viva iddio vale la perdita di argini, La piena, raccolta di racconti dell’argentino Carlos Dàmaso Martìnez, saggista e scrittore argentino contemporaneo nonché giornalista e sceneggiatore. Le sue sono composizioni “alterate” ma non altere che senza ombra di dubbio, proprio per la loro capacità di espandere l’Ombra della realtà Borges avrebbe ospitato in quell’Antologia della letteratura fantastica che con l’amico letterato Adolfo Bioy Casares e sua moglie, la poetessa Silvina Ocampo realizzò alla fine degli anni ’30 in base alle predilezioni letterarie condivise. La piena (titolo originale La creciente) è stata pubblicata in Italia dall’intraprendente casa editrice salernitana Arcoiris nella collana diretta da Loris Tassi e a giusto titolo definita ‘Gli eccentrici’ e si gusta nell’apprezzabile traduzione di Francesco Fava e Giulia Failla.

 

Cosa accade dunque in questi racconti? Per sommi capi, salta decisamente il senso delle proporzioni, salta la dimensione spaziotemporale consueta, salta l’identità apparente ma anche presunta, lo straordinario si immette nell’ordinario; si è qualche volta immersi in un lucido delirio onirico, comunque in una nitida dimensione ipnotica (ancora Borges: ‘la letteratura non è altro che un sogno guidato’), salta l’abitudine, la seduzione femminile ha una valenza magica. La piena è il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta e ci catapulta in un paesaggio argentino in cui all’improvviso si materializza portata dal fiume straripante una gigantesca cavalla bianca morta. “Ombra gigantesca e iperbolica , ‘spazio scuro e sconosciuto’, il carattere sinistro dei fatti, delle persone o degli animali appare caratterizzato dall’enormità”, scrive nella suggestiva introduzione Maria Cecilia Grana. La realtà, non cercate di contenerla in argini, straripa sempre come le acque di un fiume. Ma l’animale fantastico dopo aver spaventato, turbato, incuriosito, dopo essere stato calpestato e visitato, viene “normalizzato” da chi addirittura tenta di utilizzarlo per fini turistici, di sfruttarlo economicamente, di mummificarlo così che sia redditizio per sempre. Damaso Martinez sa mescolare con maestria il fantastico al poliziesco e così l’evento soprannaturale diventa oggetto d’indagine da parte del protagonista del racconto che si muove nella matassa di un sogno che però, malgrado l’indagine, non si sbroglia. Eccetto se non si spieghi tutto risalendo al nome della località da cui viene la gigantesca cavalla trascinata dal fiume, I giganti, o immettendosi in una dimensione meta letteraria: “Non potei fare a meno di pensare a Moby Dick“, dice il protagonista.

Nel mondo di Damaso accade anche che si comunichi l’indicile come nel Resoconto impossibile dove il protagonista intraprende un viaggio nell’al di là per darne notizia ai lettori. Se non che, a parte l’uso simbolico e ricorrente dell’acqua, del bianco, della luce, a parte l’enormità stavolta di una camera d’aria galleggiante e la presenza di corvi sinistri, i limiti si perdono e non si può davvero fare rientrare un’esperienza oltre i limiti quale la morte è in qualche categoria consueta. L’enormità è indizio di una realtà che sfugge ai criteri ordinari. Nel racconto Come una visione un giardino smisurato contiene una gabbia altrettanto eccedente che custodisce un condor: evocatore di qualcosa di straordinario o terribile. Questo bestiario diffuso che sparge inquietudine, paura, discontinuità ha legami di parentela con lo scarafaggio di Kafka, le labrene,le blatte e i lupi mannari di Tommaso Landolfi ma rimanda pure, ancora una volta, al Borges del Manuale di zoologia fantastica. Appartengono alla stessa famiglia e si manifestano in formato extra-large forse per svelare la nostra microscopica radura di vita. Tutto in una cornice in apparenza familiare e conosciuta mentre si è immersi nello svolgimento consueto della vita quotidiana. Negli Incontri velati si palesa la questione dell’identità e del doppio:un uomo vede un suo antico compagno nelle sembianze uguali  a quelle di 18 anni prima, come se il tempo per lui non fosse mia passato. E qui la meta letteratura spiega: “Pedro il giovane, l’eterno, il Dorian Gray di questa storia”.  Tutto sembra un grande equivoco o un sogno. Forse l’amico è un desaparecido perché molti sono i riferimenti alla storia argentina in questi racconti; certo è che il protagonista si ritrova in una casa che per forme e caratteristiche pare visione di un sogno o somma di carte dei tarocchi, popolata da un’umanità equivoca, e viene sedotto dalla moglie dello strano Dorian Gray perché anche lei stenta a riconoscere suo marito e cerca altri piaceri. Tutto può essere solo ‘una perfetta allucinazione’ o un continuo passaggio di stato fino a che non si scivoli da dove si è venuti. Passando da I giorni dell’Eden (racconto che chiude il libro) al ricordo, allo stato di congiunzione di essere e non essere. E scrivere “non è niente più di un sogno che porta consiglio” (Borges).

Titolo: La piena
Autore: Carlos Dámaso Martínez
Editore: Arcoiris
Dati: 2011, 132 pp.,  10.00 €

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Tutto è bene quel che finisce bene(?)

Mi aspettavo che ci fosse più gente ansiosa di scoprire il destino finale del più celebre maghetto del decennio. Invece, dopo un paio di giorni dall’uscita di Harry Potter e i Doni della Morte-parte 2, in sala c’eravamo solo io e due dozzine di preadolescenti cinesi. In definitiva un pubblico scarno ma molto esigente.
Pur avendo visto con piacere tutti i film della saga, non ho letto i libri della Rowling, quindi mi sono seduta nel grande cinema vuoto con la sincera curiosità di sapere come sarebbe andata a finire. Del resto proprio sul concetto di «fine» era abilmente giocata tutta la campagna pubblicitaria.

I non-più-tanto-piccoli attori sono sempre più bravi e, anche questa volta, trovo molto convincenti i dialoghi, nonostante qualche caduta di stile rispetto al cupissimo Harry Potter e i Doni della Morte-parte 1 e all’ottimo Harry Potter e il Principe Mezzosangue.
La regia di David Yates mi sembra discreta,  e, ovviamente, gli effetti speciali sono fantastici.
Mi lascia un po’ perplessa, invece, la sceneggiatura che, probabilmente, risente del disperato tentativo di condensare in due film una mole di pagine da romanzo russo. La funzione di alcuni personaggi minori mi rimane oscura, altri, invece, compaiono quasi dal nulla a svolgere ruoli chiave.
Ma, nel complesso, il film si rivela piuttosto godibile.
Poi qualcosa cambia: mi accorgo che gli autori stanno, pezzo dopo pezzo, suggerendo un finale inatteso, eroico, originale. Mi metto a sedere meglio e guardo lo schermo con sospetto.
No, non mi sono sbagliata, è proprio lì che la storia sta portando; a un finale che, a mio parere, fa salire il livello qualitativo della saga di Harry Potter di diversi punti.

Valuto seriamente l’idea di appropriarmi con la forza dei pop corn dei miei piccoli vicini mentre seguo con genuino entusiasmo l’evoluzione inaspettata della saga. Ma soprattutto, dentro di me, invoco il perdono della Rowling per aver sempre parlato male di lei, per aver sempre sostenuto che i suoi libri erano scritti a tavolino da un gruppo di ottimi mestieranti. E invece lì, davanti a me, prende vita un finale incredibilmente forte e coraggioso. Esageriamo: un finale quasi epico.

Ma l’incantesimo si rompe e quell’ipotesi straordinaria si trasforma nel più trito e prevedibile degli epiloghi. Rowling, maledetta strega avida, perché mi hai fatto questo? Perché prima mi hai illusa?
Forse nella versione letteraria ogni evento ha i tempi giusti per evolvere, forse tra le pagine del libro il lettore ha modo di maturare meglio i cambiamenti. Ma nella trasposizione filmica i passaggi finali sono bruschi e mal riusciti. La storia si spegne, si affloscia, agonizza. Osservo impotente un vero delitto narrativo.

La cosa peggiore? Non solo gli autori hanno cancellato senza pietà la pennellata di autentico eroismo che aveva fatto brillare l’ultimo capitolo di questa storia, ma il messaggio finale che arriva al pubblico cinematografico è che questi ragazzini, questi impavidi piccoli maghi, abbiano tanto lottato per raggiungere nient’altro che l’ordinarietà della vita comune. Gli ultimi minuti del film ci offrono uno sguardo nel futuro. Ecco cosa ne è stato dei sopravvissuti (non diciamo quali e quanti) alla più imponente e drammatica battaglia del mondo della magia: nulla. Sono diventati adulti e tristi, hanno perso i capelli, indossano tailleur e brutte scarpe con tacco basso. Probabilmente il sabato giocano a freccette e conservano i buoni sconto del supermercato. Il giovedì pomeriggio sul succo di mandragora c’è il 30% di sconto.

 

Harry Potter e i Doni della Morte – parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows – part 2)
USA/GB 2011
regia di David Yates
con Daniel Radcliff, Emma Watson, Rupert Grint
130 minuti
nelle sale dal 13 Luglio 2011

Impressioni dalla Steamland

D: Vorrei cominciare da una delle cose che mi più mi incuriosisce, e cioè la tua visione del rapporto libro-gioco di ruolo. Te lo chiedo perché Alice nel Paese della Vaporità costituisce un ottimo background per un gioco di ruolo, al punto da sembrare quasi fatto apposta, anche se immagino che non sia così.
R: No infatti, non è così, però quando ho finito di scrivere il libro ho pensato che sarebbe stato un ottimo spunto per un gioco di ruolo. Io poi ho sempre voluto creare un gioco di ruolo. Mi piace raccontare storie e mi piace farlo anche tramite il gioco di ruolo, che è un grandissimo medium. Chiacchierando con Luca Volpino è venuto fuori che magari avremmo potuto fare un gioco su Pan, ma siccome io in quel momento stavo già lavorando su Alice e siccome mi sembrava potesse essere uno spunto più adatto per un gioco di ruolo, allora… da cosa nasce cosa… e il gioco è nato.

D: Ricordo un post sul tuo blog in cui dicevi “Alice è un libro che inizia, si svolge e finisce” però, in un certo senso, non è vero.
R: Il libro è assolutamente autoconclusivo, e ci tengo a sottolinearlo: non voglio invitare i lettori a sorbirsi una saga di duecento puntate. Di certo il gioco ne è una continuazione, un sequel atipico: non aggiunge niente al libro, ma se hai voglia di costruire la tua Steamland, il gioco ti consente di farlo. Allo stesso modo, per giocare non è necessario leggere il libro. Per me è un punto fondamentale, perché non vorrei dare l’idea di avere in mente una di quelle industrie in cui se ti perdi un pezzo, ti perdi tutto… sono prodotti diversi, legati, ma diversi, e ciascuno è perfettamente godibile a sé stante.

D: Ma quindi tu ti senti di mettere sullo stesso piano un romanzo e il relativo gioco di ruolo? Molti storcerebbero il naso di fronte a un paragone simile.
R: È una vita che provo a convincere certi blog o riviste a recensire giochi come se fossero libri. Mai riuscito. Io sono convinto che il gioco non sia soltanto un sottoprodotto derivato da un romanzo, bensì un medium diverso, sicuramente più di nicchia ma non per principio inferiore.

D: E tu i giochi di ruolo li conosci bene, avendoci giocato per anni. Come ha influito questo background ludico-narrativo sui tuoi romanzi?
R: Io credo che i giochi di ruolo siano una meravigliosa palestra per uno scrittore. Soprattutto, ti danno la possibilità di avere un feedback diretto, puoi capire subito quali meccanismi narrativi funzionano e quali no, cosa emoziono, cosa annoia. È una palestra che ti dà un ritmo. E poi nel gioco di ruolo non puoi dire “io sono troppo bravo, siete voi che non capite” perché se la volta dopo non viene a giocare nessuno vuol dire che comunque non hai saputo farli divertire.

D: Sì, certo, hai un feedback immediato della tua capacità sia di creare storie credibili sia di coinvolgere.
R: Esatto, è proprio così.

D: In tutti i tuoi romanzi c’è un filo comune, e cioè l’esistenza dei tre aspetti – la Carne, l’Incanto, il Sogno – …Si potrebbe parlare di una saga “diversa”, essendo comunque ambientata sempre nello stesso universo, benché ogni volta tutto cambi salvo alcuni piccoli dettagli?
R: Sì, anche se nel prossimo libro cambieranno molte più cose. Diciamo che è una sorta di “non saga”, nel senso che c’è un fil rouge che collega tutti i romanzi: personaggi che ritornano, certi elementi che ricompaiono. Ogni libro è a sé stante e li si può leggere indipendentemente. Leggendoli tutti insieme, però, si può cogliere un qualcosa di più.

D: Hai scritto, correggimi se sbaglio, quattro saggi, tre romanzi e un gioco di ruolo. Ti piace spostarti da un genere all’altro, da un medium all’altro.
R: Guarda, tanto per cominciare penso che un saggio sia un altro modo per raccontare una storia. Detto questo, secondo me il peggior rischio che uno scrittore può correre sia di rifare sé stesso, un po’ come è successo ad Anne Rice, tanto per fare un esempio, e penso che il modo migliore per non farlo sia di cambiare ogni volta le carte in tavola. Il che può anche voler dire, a volte, deludere i tuoi lettori, che magari si aspettano una cosa diversa. Però è molto sano, tiene viva la fiamma.

D: A questo punto, quindi, dopo i saggi, i romanzi e il gioco è lecito attendersi anche un fumetto?
R: A me il medium fumetto piace tantissimo, quindi sicuramente qualcosa di mio uscirà, non so quando, non so come, non so perché, ma uscirà. Ho in mente delle storie, ho in mente dei formati, ho dei contatti con disegnatori con cui mi piacerebbe lavorare e ai quali piacerebbe lavorare con me.

D: Parliamo un po’ di Alice, un libro che ha avuto successo e che ha portato una ventata di aria fresca nell’ambito della letteratura fantastica italiana. Vorrei però saltare la parte dei complimenti e farti un paio di osservazioni: ho avuto l’impressione che certi personaggi emergessero in maniera molto forte, come la stessa Alice, il Coniglio, il Diavolo dei Crocicchi – forse uno dei personaggi migliori della storia – mentre altri rimangono molto più in disparte. Mi riferisco in particolare ai ribelli e ai risvolti di trama legati a loro.
R: Ti dirò, era quello il mio obiettivo. Io volevo scrivere un libro i cui personaggi fossero fortemente archetipici. La comparsa del capo dei ribelli Clint, ad esempio, è una palese irruzione di Conan e quindi di un certo tipo di fantasy che a me piace moltissimo. Volevo, insomma, costruire un mondo patchwork. Caratterizzare troppo i personaggi, in questo caso, avrebbe distolto l’attenzione dal mondo stesso, quindi ho preferito puntare, ispirato un po’ da una certa fantascienza anni ’50, su personaggi più semplici, tagliati con l’accetta.

D: Una sperimentazione a livello di commistione di generi e strutture narrative, insomma. Ma c’è anche della sperimentazione lessicale: in qualche occasione si trovano parole con caratteri diversi oppure allineate diversamente, addirittura un grafico. Esperimenti che a volte non sembrano molto ben inseriti nel testo, come se fossero un po’ buttati lì, ma che comunque riflettono una voglia di provare, di sperimentare…
R: È vero, ma questo accade perché la Steamland è un mondo di cose buttate lì. La Steamland è una gigantesca discarica, non solo fisica ma anche dell’immaginario. Il fatto che ogni tanto ci siano parole che sembrano emergere dalla nebbia, dalla Vaporità, fa parte del gioco.

D: Insomma, non era tanto un modo per rendere l’ambientazione quanto una conseguenza del suo essere un patchwork.
R: Sì, non era un modo per rendere la Steamland. Quella È la Steamland.

D: In Alice, poi, c’è anche una forte influenza di un genere che qui in Italia è poco frequentato: lo steampunk.
R: Sì, è vero, anche se penso che un lettore tradizionale di steampunk possa ritrovarsi spiazzato da Alice, perché nello steampunk c’è una maggiore attenzione all’aspetto tecnologico-scientifico, che io invece ho lasciato più sullo sfondo. Questo perché a me dello steampunk interessava soprattutto l’estetica.

D: Sempre parlando di generi, spesso essi rischiano di diventare delle gabbie e mi sembra che questo sia particolarmente vero quando si parla della letteratura fantastica italiana (argomento, questo, che ho trattato anche con Barbi): siamo un paese ricco di folklore, miti e leggende eppure la maggior parte dei nostri autori scrive fantasy classico, sul modello di quello anglosassone.
R: Guarda, secondo me non esiste il fantastico italiano come non esiste il fantastico inglese. Io, ad esempio, sono il frutto delle mie esperienze di vita e delle mie letture, come tutti del resto. Le mie esperienze di vita sono state principalmente italiane, ma quelle di lettura sono quasi sempre state più anglosassoni, soprattutto nell’ambito del fantasy, quindi, secondo me, è anche normale che ci sia, in Italia, un marchio anglosassone sul fantasy, perché tutti noi siamo cresciuti con Tolkien e compari. Detto questo, la cosa che dico sempre è che il più grande favore che puoi fare ai tuoi miti è ucciderli.

D: Sì perché poi anche i lettori si abituano e quindi si aspettano la saga in più libri, così come si aspettano certi stereotipi, dall’elfo aggraziato e letale con l’arco allo stregone saggio fino al Male che è sempre Male e al Bene che è sempre Bene…
R: È vero ma, personalmente, se mi voglio comprare un prodotto mi prendo un originale e non la copia.

D: Chiudo con quella che penso sia la domanda di rito: secondo te com’è l’atteggiamento dell’editoria italiana nei confronti del fantasy?
R: Non buono, nel senso che non è ancora pronta.

D: Te lo chiedo perché mi sembra che a volte le case editrici pubblichino certi libri soltanto per poter dire di aver pubblicato del fantasy.
R: È vero. Io sono seriamente convinto che la maggior parte di quello che esce sia robaccia. Lo dico da lettore, non da scrittore, quindi senza arroganza. Il vero problema è che, in media, nell’editoria italiana non c’è gente preparata a leggere testi di letteratura fantastica. C’è gente che, visto che il fantastico va un po’ di moda, decide di provarci e di cavalcare l’onda, ma non è la stessa cosa. Io però sono ottimista e penso che, piano piano, le cose possano migliorare.

D: A questo punto non mi resta che ringraziarti per la disponibilità e per la bella chiacchierata.
R: Ma ci mancherebbe, grazie a te.

Mezzanotte nel Giappone del Bene e del Male

Al termine della recensione che su queste stesse pagine, qualche tempo fa, abbiamo dedicato al fumetto The Unwritten consigliavamo ai lettori di recuperare una precedente opera di Mike Carey, Crossing Midnight. Uscita negli Stati Uniti dal gennaio 2007 al luglio 2008 – per un totale di 19 numeri, ma era stata pensata per durare di più – la serie non ha avuto, probabilmente, il successo che meritava. Proprio la sua durata limitata, però, e la pubblicazione che in Italia è avvenuta in un solo, grande volume di quasi 450 pagine ci hanno permesso di gustare una lunga, affascinante saga autoconclusiva, ottimamente scritta e ben disegnata. Una storia che ha tutte le caratteristiche a cui Carey, autore di talento e, forse, erede (riluttante) di Neil Gaiman, ci ha abituato.

Sebbene l’autore di Liverpool – ma londinese di adozione – non si sia mai occupato di una sola opera per volta, Crossing Midnight è probabilmente il progetto più importante a cui ha lavorato nel periodo di tempo che va dalla conclusione dell’acclamato Lucifer all’inizio del già citato, promettentissimo The Unwritten. Ed è interessante vedere come, a una lettura che vada appena appena in profondità, questa serie così effimera contenesse comunque echi della prima e prefigurazioni della seconda. Ma prima di analizzare questi riferimenti, due parole sulla trama.

Per quanto possa sembrare strano, i gemelli Kaikou e Toshi Hara sono nati in due giorni diversi. Ci pensa il titolo stesso della serie a spiegare l’apparente controsenso: lui, Kaikou, è nato prima della mezzanotte, lei, Toshi, qualche minuto dopo lo scoccare dell’”ora delle streghe”. Ma questa è solo una – la più piccola, forse – delle differenze che li contraddistinguono, e che con il passare degli anni diventeranno sempre più profonde. Così, mentre i gemelli crescono – Toshi sempre più ribelle e insofferente alle regole, Kaikou più responsabile e quasi schiacciato dalle tensioni che attraversano la famiglia – il soprannaturale entra far parte delle loro vite. Se Toshi scopre di essere invulnerabile a qualunque tipo di lama (dai più innocui coltellini tascabili alle affilate punte di un cancello), Kaikou si rende conto di essere immune ad ogni forma di incantesimo, sortilegio o magia. Qual è l’origine di questi poteri? C’entra qualcosa l’innocua preghiera che il padre dei gemelli ha rivolto ai kami della tradizione affinché ne proteggessero la nascita e l’esistenza? L’entrata in scena di Aratsu, misterioso demone e signore delle spade venuto a reclamare (e ad ottenere) i servigi di Toshi, precipita i due giovani in un lungo incubo fatto di draghi parlanti e creature demoniache, efferati assassini, nobili guerrieri e incarnazioni della morte, dimensioni parallele e mondi misteriosi che attendono al di là della mezzanotte.

È lo stesso Carey, in un breve intervento pubblicato sul sito ufficiale della Vertigo Comics, a citare i principali riferimenti personali e culturali che lo hanno ispirato nella creazione di questo fumetto: da un lato, i problemi di salute di uno dei suoi due gemelli, Davey, che per una malattia congenita ricevette meno nutrimento nelle ultime settimane di gravidanza. Il suo peso, alla nascita, era molto diverso da quello del fratello. Dice Carey: “Penso che questo mi abbia spinto a riflettere sul destino – un concetto a cui di solito sono piuttosto allergico – e in particolare su come piccole differenze alla nascita possano modellare la nostra vita. Questo pensiero e l’ossessione per gli anime dello Studio Ghibli e per i manga horror di Junji Ito si sono in qualche modo fusi nella mia mente e sono diventati Crossing Midnight”.

Ma la storia di Kai e Toshi riecheggia anche altre suggestioni: in primis, c’è il riferimento all’immaginario delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen. I due ragazzi, fratelli come Hansel e Gretel, si perdono in un mondo che non è il loro e da cui ciascuno, a modo suo, vuole fare ritorno (sebbene Toshi abbia perso la memoria per colpa di Aratsu e il suo unico obiettivo sia quello di recuperare i ricordi di una vita che ignora ma che sa di aver vissuto). La ricerca spasmodica, disperata di Kaikou che attraversa il nostro e gli altri mondi nel tentativo di ricongiungersi alla sorella perduta ricorda quella raccontato da Andersen nella fiaba La regina delle nevi (in cui, guarda caso, uno dei protagonisti bambini si chiamava Kai).

Dunque, anche in Crossing Midnight (come in Lucifer e in The Unwritten) Carey riprende alcuni dei principali riferimenti letterari della cultura europea. Come in Lucifer, tra i personaggi troviamo una divinità malvagia, Aratsu, creata per servire il proprio padrone – Asirosamiro, il precedente Signore delle spade –  e poi rivelatosi talmente ambizioso da desiderare di prenderne il posto (Aratsu riesce laddove Lucifero aveva fallito). Come in The Unwritten, assistiamo al dispiegarsi del potere delle storie, alla rivelazione dell’estrema concretezza di quei mondi – e dei loro abitanti – che pensavamo esistessero solo nel mito e nella fantasia. E anche il lettore fa proprio lo sbigottimento dei protagonisti, assolutamente impreparati a ciò che sta capitando loro. Emblematico, nella sua semplicità, è il tentativo che Toshi compie all’inizio della storia per difendersi dalle mire di Aratsu. Nonostante abbia ormai compreso che il nemico è un demone potentissimo, la ragazza non trova idea migliore che affrontarlo con una pistola.

Crossing Midnight, però, è una storia capace di produrre un doppio straniamento. Mentre i protagonisti devono fare i conti con un solo universo sconosciuto, quello dei kami e dei demoni al loro servizio, la bravura di Carey costringe il lettore a confrontarsi con l’altrettanto spiazzante realtà nipponica contemporanea. Le tradizioni culturali più antiche, le perversioni e le abitudini quotidiane, i luoghi più frequentati come quelli più remoti: tutto il Giappone – “un panino sbriciolato e sparpagliato nel mare”, secondo l’azzeccata definizione di uno dei comprimari – sfila sotto i nostri occhi, ma l’autore non ci anticipa quasi nulla.

Ci tratta come fossimo giapponesi, non ci spiega chi sono i mostri che ci troviamo davanti (se non in pochi casi) e nemmeno traduce le espressioni gergali che farciscono i dialoghi. Un po’ come in quelle pellicole in cui, assieme ai protagonisti, ascoltiamo dialoghi in lingue sconosciute, che i personaggi del film non comprendono e che non sono sottotitolate per gli spettatori. In questo caso, però, a dover fare lo sforzo di comprensione, deducendo i significati dagli indizi che l’autore e i disegnatori disseminano quà e là, è solo il lettore. La soddisfazione che se ne trae, così come la fatica, è doppia, e per questo più gratificante.

Tutti questi motivi (e molti altri), insieme ai disegni estremamente funzionali alla storia – a metà strada tra la ligne claire europea e la tradizione giapponese di pittori come Hokusai – rendono Crossing Midnight una lettura da recuperare. E Mike Carey un autore da tenere d’occhio. La speranza è che se ne rendano conto anche le case editrici di narrativa, e che finalmente arrivi in Italia la sua produzione letteraria. Non ci dispiacerebbe ritrovarci qui, tra qualche mese, a recensire la prima avventura dedicata all’esorcista Felix Castor. Se i fumetti che vi abbiamo consigliato vi sono piaciuti, incrociate le dita. Ma non promettete nulla ad alcuna misteriosa divinità giapponese: potreste pentirvene amaramente.

Crossing Midnight
Mike Carey e autori vari
Planeta DeAgostini, 2009
448 pp.
€ 30

 

Per scaricare il primo numero in inglese;
La fiaba della Regina delle Nevi;
Il sito ufficiale di Mike Carey (e Peter Gross).

Fa paura il sogno quando è una realtà a sé stante che si vive, che lacera, che incide sulla realtà

 

Siamo dubbiosi: che cosa avrà voluto suggerirci Charles Nodier con i suoi racconti di fantasmi? Ci indirizza allo scetticismo? Ci suggerisce l’esistenza di un mondo parallelo a quello reale nel quale prosegue o si trascina l’esistenza? Ci sussurra instillando il sospetto su quanto ancora possano gli esseri viventi incidere sulla sorte dei defunti? Oppure tutte queste cose assieme?

Nodier ci coinvolge in una fitta rete di paure e angosce in cui il sogno è una realtà a sé stante e indipendente che si vive, che lacera, che incide sulla realtà. E la realtà è essa stessa onirica, continuazione della notte, strettamente connessa ad essa. Ci coinvolge in questo vortice di smarrimento e ci sorprende perché non si tratta di racconti romantici nel vero e proprio senso letterario del termine, si tratta piuttosto di un occulto ammansito, familiare, che risponde a regole proprie, popolato di fantasmi e spettri che sembrano, nella loro spaventosità, non voler altro se non una giustizia terrena che possa conceder loro un riposo eterno; sibillina indicazione di una esigenza propria all’autore di ristabilire un certo ordine in un tempo ribelle e sovversivo (quello della Rivoluzione Francese) con il quale, da monarchico, era in accesa contesa.

Tra tutti i racconti ci ha coinvolto, forse perché familiare per boccacciana memoria, Lo spettro di Olivier, in cui un giovane uomo assassinato si avvale del legame sincero e leale che in vita l’aveva unito a un amico per far luce sul proprio brutale assassinio per mezzo di quest’ultimo. Ciò che tra gli altri ci ha indotto a concentrarci su questo racconto è la vocazione all’azione degli spettri che sono di fatto docenti nei confronti dei vivi, discenti, e usano i vivi per attuare i propri piani di vendetta/giustizia anche presiedendo, come in questo caso, agli eventi chiave e risolutori.

Oltre ai 12 racconti di fantasmi di Nodier questo libricino tascabile presenta due appendici. La prima riporta uno straordinario racconto dello scapigliato Remigio Zema che con La confessione postuma ci svela un originale gusto del macabro e del soprannaturale; la seconda ci propone una resa a fumetti della pellicola espressionista su Nosferatu. Troviamo che l’idea di rendere graficamente questa storia sia eccellente; alla bontà dell’idea però purtroppo non corrisponde un’adeguata qualità della stampa che (semplicemente per il suo essere in dimensioni ridotte) sacrifica il respiro e la resa del bel tratto di Gianni Grugef.

Della stessa collana abbiamo letto Olio di cane di Ambrose Bierce

Titolo: La monaca insanguinata
Autore: Charles Nodier
Editore: Coniglio editore
Dati: 2010, 82 pp., 10,50 €

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Il mulino dei dodici corvi

Diciottesimo secolo, una coppia di cavalli s’affretta ad attraversare un ponte di legno sotto i colpi di una frusta senza riposo; un ragazzo è colto dai brividi a causa di un sogno che lo tormenta e che pare tanto reale da essere realtà stessa; un mulino in cui macinare il grano è solo una delle pratiche quotidiane e dodici corvi in balia di un padrone che è anche un servo.

Il mulino dei dodici corvi è stato pubblicato per la prima volta in Germania nel 1971 col titolo di Krabat, nome del ragazzo protagonista. Ambientato in Sassonia ha le caratteristiche spiccate del romanzo classico fantasy-spettrale. Il mulino dei dodici corvi infatti altro non è se non la tana di un mago esperto di magia nera e negromanzia, che da un lato ha un atteggiamento coercitivo, dall’altro insegna a un gruppo di ragazzi le arti magiche trasformandoli sovente in corvi.

Krabat, orfano e viandante sogna di undici corvi appollaiati su una stanga che lo chiamano, umanamente gracchianti, lo invitano a raggiungerli al mulino della palude di Kosel. Il sogno si ripete, insiste, fino a quando il ragazzo, che non ha molte altre alternative, cede alle richieste e s’avvia verso quel luogo onirico che scopre esistere per davvero. Inizia quindi il suo tirocinio da mugnaio, che si rivela sin dai primi giorni un apprendistato da stregone. La sua crescita come mago dovrebbe corrispondere a una rinuncia parallela alle sollecitazioni del modo esterno, all’amicizia, all’amore. Ma Krabat è un ragazzo, peraltro coraggioso e curioso, forte di sé stesso e si pone delle domande, tra tutte la più macabra: cosa tritura quella che viene chiamata la “Macina Morta”? E tra tutte quella più complessa: Sarebbe mai riuscito a indirizzare il proprio destino?

La forza di questo romanzo sta nel delineare precisamente i personaggi protagonisti e sfumarli umanamente di un’ombreggiatura che lascia spazio alla debolezza anche negli animi più forti, mentre al contempo, rafforza e distingue tra bene e male e, quindi, tra personaggi portatori dell’uno o dell’altro.

La crescita di Krabat, ragazzo dotato e apprendista talentuoso, si modella mano a mano che la storia procede e col passare degli anni, su eventi orribili, che incutono timore e infettano d’angoscia, dai quali e grazie ai quali  riesce ad affrancarsi: conoscendo il male riesce a liberarsene ingaggiando una lotta che non è solo contro il padrone malvagio ma anche contro se stesso e le proprie ambizioni, implicando in questo processo una faticosa e dolorosa considerazione delle priorità e dei limiti.

Anche la magia, per quanto potente essa sia, conosce dei confini. Lo stesso mugnaio ha dei limiti fortissimi che s’accostano a un potere immenso. Il che porta il discorso a un’ulteriore considerazione: la consapevolezza di dover rendere conto sempre a qualcosa, sia essa una circostanza, un sentimento, un essere vivente.

Il testo in certi momenti è lirico e poetico, in altri divertente e a tratti antimilitaristico e caricaturale, ma Otfried Preussler è un narratore sopraffino capace di mettere il lettore nella posizione di leggere nei suoi input narrativi ciò che desidera, il che lo rende una lettura stimolante oltre che avvincente. Il potere sinistro e le avventure complesse e pericolose delle quali si intravede, come nella tradizione anglosassone del folk tale, la possibilità di un lieto fine, coinvolge, spaventa, smarrisce e, nel momento della sconfitta rasserena e inorgoglisce.

Titolo: Il mulino dei dodici corvi
Autore: Otfried Preussler
Editore: Longanesi
Dati: 2008, 285 pp., 16,60 €

The Unwritten, o Del potere delle Storie

Da quando Wilson Taylor, acclamato creatore del maghetto Tommy Taylor, è sparito nel nulla, milioni di lettori sono disperati. Tom, unico figlio di Wilson, cerca di placarne gli animi sottoponendosi a lunghe conferenze stampa e a interminabili sessioni di autografi. Ma proprio durante un incontro con il pubblico la situazione precipita. Dapprima, un’apparentemente innocua studentessa gli chiede di chiarire alcuni punti oscuri della sua infanzia; poi, un misterioso nemico che sembra uscito da un romanzo del padre lo rapisce e cerca di ucciderlo in diretta web. La successiva, rocambolesca, liberazione di Tom divide il pubblico in due fazioni: da una parte quelli che considerano il giovane un truffatore che ha fatto sparire lo scrittore solo per goderne l’eredità. Dall’altra, quelli che credono che Tom e Tommy siano in realtà la stessa persona e che il loro beniamino letterario abbia preso magicamente vita nel momento della scomparsa del suo creatore. Le macchinazioni di un gruppo di nemici tanto misteriosi quanto violenti e le peripezie che attendono Tom nel suo tentativo di risolvere i misteri che lo circondano ci suggeriscono che le cose sono ancora più complesse di quanto non appaiano.

La nuova serie di Mike Carey e Peter Gross (di nuovo insieme dopo il successo di Lucifer) – di cui questo volume raccoglie il primo arco narrativo – rinverdisce innanzitutto i fasti di quel filone fantastico della Vertigo del quale avevamo un po’ perso le tracce negli ultimi anni. Tra noir e pulp, fantascienza e storie di guerra, l’etichetta per lettori adulti della DC Comics sembrava aver trovato una certa confidenza con il lato più squallido della realtà, dedicando a killer senza scrupoli e spietati poliziotti più spazio di quanto non ne riservasse agli esseri fatati e alle creature leggendarie. Per fortuna, la loro riscossa è oggi affidata a serie di successo come Fables, Madame Xanadu, House of Secrets e, per l’appunto, The Unwritten.

Tom Taylor è il tipico antieroe di molti racconti di formazione. Giovane, ricco, capriccioso e sostanzialmente incapace (anche se di buon cuore), malsopporta l’eredità di fama e di successo lasciatagli dall’illustre genitore, e soprattutto la “convivenza” forzata con la sua celebre creatura. Quando i fan più sfegatati lo trattano come l’alter ego nel mondo reale del loro beniamino, la sua reazione istintiva sarebbe quella di mettersi a gridare: Io non sono lui, e non voglio esserlo! E, del resto, chi lo conosce e lo frequenta da vicino sa che in fatto di impegno e responsabilità Tom avrebbe molto da imparare da Tommy: la sua carriera di attore stenta a decollare (eufemismo!), e tutto il denaro che maneggia – persino quello che gli serve per sbronzarsi – viene dalle tasche di Swope. Costui, agente letterario, lo accompagna in ogni convention e placa i suoi furori ricordandogli che il rispetto della memoria del padre è fondamentale per continuare a vivere una vita economicamente agiata.

Il rapporto tra Tom e Wilson, del resto, non era dei più idilliaci nemmeno prima che lo scrittore sparisse nel nulla. Nei flashback che di tanto in tanto affiorano dalla memoria di Tom, incontriamo un uomo totalmente assorbito dal proprio lavoro, rigido, violento e litigioso forse perché consapevole dell’esistenza di nemici che non perdonano. L’unica passione che Wilson sembra aver trasmesso al figlio – il quale però l’ha assorbita controvoglia – è quella per i luoghi letterari, di cui Londra e l’Europa sono pieni zeppi. Nel suo girovagare per la città Tom ha modo di mettere alla prova le sue conoscenze di “geografia letteraria”, passando dalla Kensington di Barrie e Peter Pan alla Baker Street di Conan Doyle e Sherlock Homes; dai luoghi di Dickens a quelli di Orwell al Globe di Shakespeare. E poi, ancora, in un viaggio attraverso l’Europa per sfuggire alle attenzioni del pubblico e dipanare i misteri del padre, ecco le cascate di Reichenbach – dove Sherlock Holmes apparentemente morì lottando contro Moriarty -, Villa Diodati (dove nacquero Frankenstein e il Lucifero di Milton) e la Pianosa raccontata da Joseph Heller in Comma 22. I luoghi letterari sembrano sprigionare un potere molto forte, nel mondo di The Unwritten.

Ma Carey non si accontenta di raccontare una storia popolata da personaggi di fantasia. Così, dopo aver accennato a temi e luoghi cari alla letteratura fantastica, l’autore compie un vertiginoso balzo all’indietro ed elegge ad assoluti protagonisi del racconto Mark Twain, Oscar Wilde e Rudyard Kipling. Quest’ultimo, in particolare, con la sua parabola di scrittore di successo, di vate dell’Impero britannico e di disperato padre di famiglia, si inserisce nel complesso disegno che Carey sembra avere in mente, e che promette di coinvolgere, a breve, la Chanson de geste, Moby Dick e chi più ne ha più ne metta. Ma già ora gli interrogativi sui piani dei misteriosi nemici che si muovono nell’ombra e sembrano decidere i destini del mondo ricorrendo al potere delle Storie sono molti.

E forse sta proprio qui, nella riflessione sul potere delle Storie, la più intima ragion d’essere di questa serie. I personaggi, buoni e cattivi (tutti tranne il riluttante Tom), sembrano mossi dalla consapevolezza che, attingendo alla forza delle parole, si possono plasmare e distruggere vite, luoghi, mondi, universi; è seguendo la grammatica del racconto e le convenzioni di genere che si architettano i piani più ambiziosi, si risolvono le situazioni più intricate, si svelano gli interrogativi e si costruiscono gli enigmi. Perché “niente è più importante delle storie che ci raccontiamo per spiegarci il mondo” e “le storie sono l’unica cosa per cui morire”; certezze, soprattutto quest’ultima, che non chiediamo vengano prese alla lettera da un “semplice” scrittore di fumetti. Ma se le troviamo sulla bocca dei personaggi che animano le sue storie, allora crediamo che ci sarà davvero di che divertirsi e appassionarsi per ciò che verrà.

Nell’ideare la storia di The Unwritten, Carey ha affermato più volte di essersi ispirato alla vicenda di Christopher Milne, figlio del creatore di Winnie the Pooh, che visse una “seconda esistenza” come modello del padre nella creazione del personaggio di Christopher Robin, il bambino “proprietario” dei pupazzi che popolano il favoloso “Bosco dei cento acri”. Rielaborando simili suggestioni in chiave Vertigo, la saga di Carey promette di essere molto più cupa delle avventure dell’orsetto goloso di miele, e già questo primo volume sembra confermarcelo. Il successo americano di pubblico e di critica risolleva il morale di Carey, reduce dalla chiusura anticipata dell’ottimo Crossing Midnight – serie in 19 episodi che consigliamo assolutamente di recuperare. E se anche Tommy Taylor non raggiungerà mai il successo mondiale di Harry Potter, il suo peregrinare tra i libri e le storie promette di riservargli un posto d’onore nel pantheon di una casa editrice che, tra alti e bassi inevitabili, rappresenta ancora oggi in America quanto di meglio offra l’intrattenimento di qualità a fumetti.


Il sito di Carey & Gross


The Unwritten n. 1
Mike Carey, Peter Gross, Yuko Shimizu
Planeta DeAgostini, 2010
144 pp.
€ 14,95